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IL LABORATORIO DELL’ETICA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 26 aprile 2021 col titolo “Caso George Floyd, in Usa c’è una tentazione totalitaria non risolta”.

IL LABORATORIO DELL’ETICA

D’accordo: nel caso di George Floyd, giustizia è stata fatta; d’accordo: “giustizia” (in questo come in tutti i casi simili) è un concetto relativo; d’accordo: molti ulteriori passi avanti sono necessari. Tutto questo è già stato ampiamente notato. Ma che cosa succede se proviamo a fare un piccolo passo di lato, tentando quello che si chiama un “esperimento intellettuale” (o meglio, un esperimento etico)?

 E’ prevedibile e giusto che la fine tragica di George Floyd ispiri opere narrative, cinematografiche, teatrali — le quali sono laboratori etici prima ancora che artistici; nel senso che ogni membro del pubblico diviene spettatore dei suoi moti interiori come fossero (in senso tutt’altro che frivolo) uno spettacolo: li esteriorizza, mentre al tempo stesso interiorizza i movimenti della società intorno a lui/lei. Con il risultato che questa diciamo così ispezione in una qualche misura lo cambia, e cambia anche la sua visione del mondo. 

 Ma che cosa bisogna che abbia luogo, perché questa doppia mutazione accada veramente? Nell’antica Grecia il teatro fu inventato (e così la natura del pensiero occidentale fu trasformata) quando, a uno che monologava in poesia su un palco, fu aggiunta un’altra persona che sullo stesso palco gli replicava dissentendo. Prima lezione allora, di cui tutti si ricordano: perché un testo teatrale (o cinematografico, o simili) esista, ci vuole un conflitto. Seconda lezione, di cui molti si dimenticano (soprattutto a Hollywood): perché il conflitto sia interessante, non dev’essere a senso unico.

 Esempio concreto: l’avvocato difensore del poliziotto accusato nel caso Floyd si è trovato a difendere l’indifendibile. In questi casi, nei regimi totalitari o semi-totalitari ci si affretta a suggerire non troppo sottilmente che anche l’avvocato che difende il crimine meriterebbe di trovarsi sul banco degli imputati. Questo, a Minneapolis non è accaduto. Ma purtroppo non sono mancate tracce di questa tendenza para-totalitaria; quando per esempio, commentando quel processo, uno dei giornali statunitensi più autorevoli (che qui non nomino se non per dire che non si tratta, una volta tanto, del New York Times) ha buttato lì l’apprezzamento che quell’avvocato avrebbe fatto affermazioni dalle implicazioni razziste. 

Il criminale con i complici che hanno scampato la giustizia

 Che è una falsità, come ha potuto verificare chiunque abbia seguito in diretta l’abile arringa: quell’avvocato ha svolto il suo lavoro con eloquenza, precisione, delicatezza. Pur sapendo che sostanzialmente tutti gli erano contro, e che comunque non ce l’avrebbe mai fatta perché il caso sostenuto dalla pubblica accusa era troppo chiaro e forte, quel legale – volendo svolgere al meglio il suo dovere, senza adagiarsi in una difesa d’ufficio — si è mosso continuamente (e in modo perfettamente lecito) sul sottile crinale dei dettagli, dei chiaroscuri, delle ambiguità, delle differenze di percezione. Con tutta la fatica e tutto il rischio (ma ripetiamolo: stava facendo il suo dovere) di immergersi e immergerci in quei dettagli mentre restava vivo nella nostra mente il terribile quadro generale.

La dignità di un difensore dell’indifendibile

 Allora, ecco: siccome “non è proibito pensare” (come dice la Carmen di Bizet) si può ipotizzare che, per esempio, un film non banale su questo caso clamoroso dovrebbe dedicare, se non intendesse restare alla superficie dell’arte e della vita, qualche spazio al dilemma etico e professionale di quel difensore. Ma di che cosa parlerebbe, in fondo, l’eventuale “spettacolo” dedicato a questi eventi? Si interrogherebbe sulla perdita di vite umane — quella che l’inglese chiama senza altre specificazioni loss of life: e l’apparente genericità di quest’ultima espressione rafforza invece il senso di una lacuna integrale — una perdita di mondo, al di là delle singole vite.

 In ogni atto di violenza omicida si annida un tremendo groviglio fra una sopravvalutazione di vita (quella di chi uccide) e una sottovalutazione di vita (quella di chi viene ucciso); ma emerge anche una furiosa contraddizione: sottovalutando la vita dell’altro, l’uccisore finisce anche con il buttare la sua propria vita in un pozzo da cui sarà molto difficile farla uscire. I grandi tragici, dai già citati Greci a Jean Racine e oltre, questo l’hanno sempre saputo. Ma non c’è bisogno di essere né antichi né grandi né autori di tragedie — basta essere uno sceneggiatore coscienzioso — per fare un buon lavoro in questo senso. Perché la posta in gioco, qui, va ben al di là di un singolo spettacolo.

  Paolo Valesio

I personaggi del dramma dell’avvenire

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 IL PENSIERO DEL RIBELLE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 15 marzo 2021 col titolo “Camus e la lezione del ‘ribelle’ (in tempo di Covid)”.

 IL PENSIERO DEL RIBELLE

 “Una sola immagine può valere quanto mille parole”, dicono. E’ un’utile esortazione a puntare sempre verso l’evidenza rappresentativa; tant’è vero che si è tentati di estendere questa esortazione all’idea che qualche volta (non sempre) una sola citazione possa valere quasi quanto un lungo saggio: come per esempio il classico L’homme révolté (L’uomo in rivolta) di Albert Camus (Premio Nobel 1957). Il saggio di Camus è una lunga analisi filosofica (più di 300 pagine), ricca di importanti considerazioni storiche, politiche, letterarie; e vale ben la pena di leggerla integralmente. Ma nella situazione che noi tutti viviamo (subiamo) oggi, i paragrafi iniziali di L’homme révolté sono quelli che ci parlano più direttamente:

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma, se è vero che egli oppone un rifiuto, non è vero però che esprima semplicemente una rinunzia: è al tempo stesso un uomo che, fin dal suo primo impulso, dice sì. Capita che uno schiavo, che per tutta la vita non ha fatto altro che ricevere ordini, si trovi di fronte a un comando che d’improvviso egli ritenga inaccettabile. E qual è il contenuto del suo ‘No’? Esso può significare per esempio: ‘Questa situazione è durata fin troppo’, o ‘Fin qui, sì; più oltre, no’, oppure: ‘Guardi che lei sta andando troppo in là’, o ancora: ‘C’è un limite che lei non può superare’. Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. E la stessa idea del limite si ritrova nella sensazione, propria del ribelle, che l’altro ‘stia esagerando’ — che cioè estenda troppo il suo diritto e oltrepassi una frontiera a partire dalla quale gli sorge di fronte un altro diritto che lo limita. Così il movimento della rivolta poggia sul categorico rifiuto di un’intrusione considerata intollerabile, e al tempo stesso sulla confusa certezza di un buon diritto; più esattamente sull’impressione, da parte del ribelle, di ‘aver diritto a’. 

La rivolta è sempre accompagnata dalla sensazione che uno ha, in qualche modo e in qualche misura, ragione. E’ per questo che lo schiavo in rivolta dice al tempo stesso sì e no. Nel momento in cui afferma la frontiera, afferma tutto ciò che egli intuisce, e che vuol preservare, come situato al di qua della frontiera. Egli dimostra con pervicacia che vi è in lui qualcosa che ‘vale la pena di’, qualcosa che esige che vi si faccia attenzione. In certo modo, egli oppone all’ordine che lo opprime una sorta di diritto a non essere oppresso al di là di quello che egli possa ammettere”.

La fedele traduzione rivela al tempo stesso la forza generale e un piccolo neo di questo discorso di un grande scrittore. Si è mantenuto infatti, per scrupolo di letteralità, il termine “schiavo” del testo originale; ma questa scelta lessicale di Camus è un po’ enfatica, e riflette l’iperbolismo ancora nietzscheano che pervade vari punti del suo saggio (il quale risale al 1951). Il soggetto di cui si parla qui non è veramente lo “schiavo” (termine troppo forte che, per paradosso, rischia di trasportarci in una rassicurante distanza archeologica), ma il suddito: e qui si entra nel cuore della nostra contemporaneità. Il suddito che si ribella è una figura in via di formazione, una figura embrionale: e in fondo non importa quanto chiara sia la meta della sua ribellione. Importa piuttosto che con essa il ribelle o la ribelle cominci il processo di maturazione che lo porti alla figura compiuta del suo ruolo sociale: quello del cittadino e della cittadina.

Un popolo di sudditi che si ribella solo al bar

Fra le varie iniziative più o meno ottimistiche con le quali si tenta di non farsi schiacciare dalla pandemia, forse la più durevole sarà quella di cui sembra si parli di meno: cioè una rinnovata meditazione sul problema e la sfida della cittadinanza.

Paolo Valesio 

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CODEX ATLANTICUS, 18

Castelvecchio Pascoli (provincia di Lucca), 19 settembre 2020

Uscendo con un certo disappunto dalla visita alla Casa-Museo di Giovanni Pascoli (un po’ troppo archeologica), ma ispirato dalla vista che offre il loggiato di quella dimora (il campanile di Barga, le Alpi Apuane), comincio a passeggiare nel terreno circostante, lungo una piccola strada cinta da un muricciolo di pietre; passo accanto alla chiesa di San Nicolò (che è chiusa, ma sul davanti c’è un minuscolo porticato a due colonne che inquadra un Crocefisso e al di là di esso uno scorcio particolarmente bello di paesaggio), e continuo lungo vialetti che si aprono verso un reticolo di sentieri di origine medioevale: tutti nitidi, ordinati, di un verde pulito e tranquillo, popolati di castagni, alberi di mele e altri frutti, vigne, fra una ricchezza di altri alberi e arbusti. L’ora è l’incirca le due del pomeriggio: silenzio assoluto, nessuno intorno – “non si vede anima viva”, come dice il cliché. (Ma quasi tutti i cliché hanno una dimensione più profonda: la solitudine silenziosa evoca sempre, in qualche modo, la presenza di quelle che in mancanza di un termine migliore si possono chiamare anime). Resisto alla tentazione di rigirarmi per la testa termini troppo impegnativi (piccolo miracolo, epifania), e resto con una parola soltanto: autunno. È vero, mancano ancora due giorni secondo il calendario, ma per me l’autunno comincia qui e oggi: perché le chiome degli alberi combinano il verde con il giallo-rossiccio; perché le foglie hanno già cominciato a volteggiare, e ricoprire tutti gli spazi di chiaro verde fra gli alberi e i cespugli.

Casa-Museo di Giovanni Pascoli, Castelvecchio Pascoli, provincia di Lucca

E alla fine capisco perché la parola “autunno” mi è risuonata con una certa gravitas, come una sorta di suggello a questa esperienza di solitudine nella natura, così insolita per me adesso nell’Italia dove sono tornato: quello che ho sentito è stato il parallelo contrastante rispetto ai miei passati anni americani. Dove la solitudine dentro la natura può essere raggiunta molto più facilmente, dove i gialli i marrone i rossi degli alberi sono ben altrimenti scintillanti, dove le case-museo sono molto più comunicative (penso per esempio a quella di Emily Dickinson ad Amherst nel Massachusetts), ma dove d’altra parte in questa stagione il tempo (almeno nella Nuova Inghilterra) ha già un di più di rigore; mentre oggi, nei dintorni di Barga, domina ancora un caldo estivo. 

Oggi e qui, allora e là… tutto sembrava prestarsi a una serie di Pensieri oziosi di un ozioso, come suona uno dei titoli dell’umorista inglese (Jerome K. Jerome) che prediligevo da ragazzo. (D’altra parte tutti i veri pensieri cominciano come pensieri “oziosi”, cioè liberamente vaganti). E in fondo ciò è avvenuto anche oggi, seppure con una differenza che non mi aspettavo: questi pensieri svagati – i soli, appunto, che possano condurre a qualche piccola rivelazione – a un certo punto hanno smesso le loro passeggiate senza meta e hanno cominciato a scavalcare i muretti (in Italia) e i muri (in Usa) delle ideologie; così sono passato senza accorgermene a un pensiero che mi si è imposto da solo (senza partire da una decisione, da un disegno preciso): confrontarmi con quello che sta accadendo nella mia seconda patria. Allora l’atmosfera pastorale si è dissolta; e i pensieri tra il verde, in vista delle Alpi Apuane, hanno preso tutt’altra direzione. 

Il paesaggio maestoso di Barga

L’anno scorso, circa alla data delle elezioni americane di quest’anno, un autore (Raymond McDaniel) scriveva un commento a una delle sue stesse poesie che riflette il tono di apparente ingenuità (auto)ironica tipico del discorso americano, e lo rende così diverso da quello italiano: “Non penso certo che tutte le opinioni siano egualmente valide, e d’altra parte non credo che verrà presto (se mai verrà) il momento in cui raggiungeremo un chiaro accordo sul relativo valore di queste opinioni. Ciò significa conflittualità sempre più intensa e strepito senza fine – cosa necessaria e al tempo stesso spossante. Qualche volta il fatto stesso che circolino tante convinzioni diverse mi porta a desiderare di non averne nessuna, e la mia poesia descrive l’attrattiva (che magari è falsa e vuota) del preferire non aver niente da dire piuttosto che aggiungere ancora un altro urlo al coro infernale del civico pandemonio”. (La parola inglese è più rara e più forte del suo equivalente italiano: Pandemonium infatti è il nome della capitale dell’Inferno nel poema epico di John Milton, Paradise Lost). È, si potrebbe dire, l’immagine esatta della situazione attuale in Usa – dove le azioni violente e le parole virulente sembrano quasi illuminate da bagliori demoniaci. 

Nel discorso politico della Spagna contemporanea si è ripetuta anche troppe volte la famosa frase (risalente, pare, agli anni Venti) di Miguel de Unamuno: “Me duele España en el cogollo de mi corazón” (La Spagna mi duole nel nucleo centrale del mio cuore). La ripetizione di questa frase nella retorica politica spagnola ha prodotto un effetto inevitabile di banalizzazione; eppure la metafora, per cui la relazione fra un cittadino e il suo paese è descritta come la relazione intimissima fra una persona e una parte del suo corpo, mantiene ancora la sua forza. Tale forza sensoriale deriva dalla concretizzazione di un’astrazione: la nazione. O meglio, deriva dal percepire la nazione, non come un concetto astratto, ma come un organismo vivente. E non credo si esageri notando che questa immagine di compenetrazione ha anche un aspetto mistico: “Bisogna anche sapere che il dito, la mano e ciascun membro ama naturalmente l’uomo, di cui è parte, molto più di se stesso e si sottopone volentieri e con gioia, per amore dell’uomo, alla necessità e al danno”, scrive in uno dei suoi Trattati il grande teologo e mistico medioevale Meister Eckhart. 

Il pandemomium delle opinioni politiche

Ma questo misticismo dell’unitarietà, che era ancora possibile nel primo Novecento, quando per esempio la cittadinanza di un paese era ancora concepita come qualcosa di monolitico, è molto più difficile da concepire oggi, nell’epoca cosmopolitica delle doppie cittadinanze. Una doppia cittadinanza può essere vissuta come un di più di vita o come un arduo paradosso (e naturalmente entrambi gli atteggiamenti possono alternarsi, nel corso di una vita). Per esempio, di fronte al “pandemonio” il cittadino binazionale può anche rifugiarsi in una posizione di duplice indifferenza; ma se non cerca questo rifugio (abbastanza facile), quale resta la sua situazione? La metafora organicistica nello stile di Unamuno non è più una scelta possibile. Allora il disagio del doppio cittadino di fronte a certe situazioni diventa il dolore di una lacerazione fra due estremi. 

Per continuare a vivere in piena consapevolezza – vivere nell’azione e nel pensiero – al di là di simili lacerazioni, si può ripartire da una breve sosta nel passato, in cerca di ispirazione. Partendo, per esempio, dagli anni Sessanta: in cui i protagonisti di certi drammi politici potevano ancora evocare la forte idea cristiana secondo cui ogni battezzato è costituito come sacerdote, profetico e regale. Certo questa è l’immagine che ci resta di Martin Luther King nel suo storico discorso che non durò più di cinque minuti e che tuttavia cambiò tutta un’atmosfera politica: “I have a dream”, del 28 agosto 1963 a Washington. Ma anche John Kennedy – assassinato il 22 novembre di quello stesso anno – aveva in sé (lasciamo perdere i sacerdoti e i re) qualche cosa del principe. 

E – andando oltre i recinti confessionali – quando due anni dopo (il 21 febbraio 1965) il mussulmano Malcolm X viene assassinato a New York, l’attore Ossie Davis nel suo discorso funebre si rivolge allo spirito di Malcolm citando uno dei versi più commoventi di Shakespeare, quello in cui Orazio parla ad Amleto appena ucciso: “Buona notte, dolce principe…” . Certo, “dolce” non appare a prima vista come l’aggettivo più adatto a Malcolm X; ma quell’attore aveva intuito qualcosa che i politici non avevano ancora notato, cioè uno snodo storico piuttosto che un apprezzamento psicologico: aveva dato voce alla sensazione che l’epoca dei principi, nella politica americana, era tramontata. E tramontata in un’aureola sanguinosa, come si è appena visto, e come si potrebbe ulteriormente precisare (4 aprile 1968: assassinio di Martin Luther King; 6 giugno 1968: assassinio di un altro “principe”, Robert Kennedy.) 

Eventi risaputi, e super-descritti? Certo, ma è opportuno ricordarli oggi, per ridimensionare la retorica da apocalisse (più o meno astutamente calcolata) che circonda le elezioni del 2020 – come se gli Stati Uniti non avessero già attraversato, e superato, tragici scontri che fanno pensare alle corti inglesi e scozzesi messe in tragedia dal già citato Shakespeare. L’atmosfera shakespeariana, in effetti, fu subito notata in quegli anni Sessanta. Ma, salvo errore, essa non ha ancora ispirato la Grande Tragedia americana – genere che sembra ancora più difficile da realizzare di quello che sia il tanto bramato Grande Romanzo Americano. È vero che un’alta dizione drammatica non si può creare a comando; e Eugene O’Neill, appartenente alla prima metà del Novecento, sembra non aver lasciato eredi (Tennessee Williams è scomparso proprio nello stesso anno del grande discorso di Martin Luther King); dopo questi drammaturghi il linguaggio alto – per ragioni che varrà la pena di studiare – sembra (con la parziale eccezione di Arthur Miller) essere risultato imbarazzante, nel teatro americano. 

 Sempre, del resto, nel corso effettivo della storia e del pensiero umani, il sublime (sacerdozi e profezie, principi e tragedie) si alterna con il suo opposto: quando Martin Luther King eleva il suo inno (che tuttora commuove) al Sogno Americano, questo sogno aveva già cominciato a essere oggetto di satira – per esempio nell’ancora conturbante atto unico comico-noir di Edward Albee, The American Dream, che ebbe la sua “prima” nel 1961 a New York. (In generale: il tragicomico, l’assurdistico, il noir, il grottesco sembrano costituire la risposta teatrale più autenticamente americana al vuoto lasciato dal genere della tragedia). Ma un colpo più ragionato e più duro all’idea di questo grande Sogno emerge da un dibattito del 1965, che il gruppo di studio dei professori emeriti dell’università di Yale ha ultimamente recuperato in video, per discuterlo (in vista, ovviamente, delle elezioni). 

Si tratta di un incontro/scontro di un‘ora, che ebbe grande eco a suo tempo, e che è molto importante rivisitare perché è ancora terribilmente pertinente e al tempo stesso tragicamente antiquato: il dibattito fra due americani eminenti – lo scrittore nero James Baldwin (il cui famoso saggio The Fire Next Time [La prossima volta, il fuoco] esce nel 1963, dunque nell’anno stesso del discorso di Martin Luther King) e il saggista William Buckley (fondatore della National Review)  tenutosi alla Student Union dell’università britannica di Cambridge il 18 febbraio 1965 (dunque solo tre giorni prima dell’uccisione di Malcolm X dall’altra parte dell’oceano), sul tema “The American Dream is at the Expense of the American Negro” (Il Sogno Americano ha luogo a spese dei Negri americani). Sì, proprio così: quelli erano gli anni in cui tutti, bianchi e neri, usavano ancora la parola “Negro”; era Malcolm X che aveva cominciato a usare il termine “Black” – anzi, parlava provocatoriamente dei “cosiddetti Negri”; e ricordo ancora come, ogni volta che egli usava quest’ultima espressione, qualche voce di protesta si elevava dal pubblico – protesta contro questa idea “irriverente” di contestare la parola Negro. (Adesso, naturalmente, la reazione sarebbe opposta: conformismo allora e conformismo adesso – eterno culto dei cliché nel discorso pubblico).

Ma lasciamo da parte i dettagli terminologici e guardiamo alla sostanza di quel dibattito. Perché esso sia ancora terribilmente pertinente, non c’è bisogno di spiegarlo, soprattutto in questi mesi. È importante, invece, chiarire perché questo dialogo sia anacronistico – tristemente (forse addirittura tragicamente) anacronistico – nella situazione in cui viviamo. I due relatori non attaccano direttamente l’un l’altro ma si rivolgono al pubblico degli studenti oxoniensi, tentando di convincerli delle risposte che essi offrono al quesito citato sopra (“Sì” il sogno americano ha avuto luogo alle spese di ecc.” per Baldwin, “No” per Buckley); e questo rende virtualmente impossibili gli attacchi personali e gli insulti. Inoltre entrambi parlano un inglese raffinato, che usa tutte le risorse (e sono molte) di questa lingua oggi tanto banalizzata. Baldwin e Buckley sono due oratori, non due comizianti; e ciò basterebbe a rendere impossibile un tale dibattito oggi. 

Prima di tutto, il ruolo dell’intellettuale conservatore (Buckley) non potrebbe essere sostenuto adesso: da un lato, mancano quasi del tutto gli intellettuali sufficientemente coraggiosi per assumere certe posizioni; e d’altro canto, se qualcuno si facesse avanti, gli sarebbe sostanzialmente impedito di parlare. Già in quegli anni, e nell’atmosfera altamente civile di quel pubblico britannico, Buckley si trovava di fronte a un invisibile ma chiaramente percepibile muro di freddezza per non dire ostilità – che egli affrontò di petto, senza sacrificare una sola virgola o sfumatura del suo stile; e alla fine il pubblico – sportivo nel senso alto della parola – mostrò di apprezzarlo. Ma ciò che è forse ancora più triste è che anche un intellettuale nero e progressista come Baldwin, oggi verrebbe presto ridotto al silenzio: il suo stile, in cui l’indignatio non escludeva la compostezza e la calma espositiva, correrebbe il rischio di essere bollato come il discorso di uno “zio Tom”, o addirittura accusato di tradimento della sua “razza” (e sì, la “razza”: perché oggi in America c’è chi è autorizzato e chi no, a usare questo termine…). Ma qui non si vuole tessere un elogio nostalgico dei tempi passati: “Allora era allora, e adesso è adesso” come dice, con la virtù del suo brusco semplicismo, l’inglese americano. Ciò che occorre comprendere (o almeno, tentare di farlo) è la qualità di questo “adesso”.

La Fondazione Magnani Rocca a Mamiamo di Traversetolo, provincia di Parma

 Mamiano di Traversetolo (provincia di Parma), 29 settembre 2020

L’autunno continua a sorprendermi, senza che da parte mia sia intervenuto alcun piccolo calcolo “letterario”; e mi tende un’imboscata dentro il Parco che si autodefinisce “Romantico” della grande villa dove ha sede la Fondazione Magnani Rocca, e nella quale ho appena visitato la mostra speciale organizzata intorno al lavoro del grande collezionista d’arte e musicologo Luigi Magnani: un’esibizione raffinatissima, insieme filologica e mondana. È una mostra per cui l’aggettivo “snob” (che potrebbe descrivere la prima impressione) si rivela inadeguato; quello che qui regna è il grande gusto del primo Novecento – il gusto che un piccolo-borghese come me può sperimentare (dopo averlo goduto nelle pagine di Proust) soltanto in occasioni come questa.

In fondo, però, è come se la mia doppia cittadinanza si rivelasse nel sollievo con cui – dopo aver sperimentato una certa freddezza marmorea nella villa e nel suo modo impeccabile di presentare quadri, disegni, manoscritti – accolgo i folti cespugli di ortensie che sorgono ai piedi dello scalone, e mi avvio poi verso la distesa di erba e di alberi che si allarga (per una dozzina di ettari) dietro il grande edificio. Il senso della natura è stato una delle due maggiori lezioni dei miei anni americani (l’altra è stato l’irrobustimento del mio atteggiamento etico verso la società); e questo rapporto con la natura, si può (si deve) chiamarlo, in sintesi, “romantico”. Che poi il Romanticismo sia stato uno dei moltissimi elementi che gli Stati Uniti hanno assorbito dall’Europa, senza la quale non sarebbero nulla, è un’altra storia; ed è una delle tante ironie della Storia. 

L’idea, però, di definire ufficialmente quest’oasi di natura come Parco Romantico è “americana” nel senso deteriore del termine: lo de-romanticizza. Ma il lieve fastidio di fronte a questa definizione risulta produttivo; metto fra parentesi questa parola enorme (nonostante tutte le degradazioni commerciali) “Romantico”, e mi chiedo: Che cosa veramente mi chiama – a che cosa mi sento richiamato – in questo parco? Non dalle urne di pietra sparse qua e là, e nemmeno dai pavoni che pittorescamente si intravedono (e che in questa stagione non hanno ancora messo le penne variopinte della loro “ruota” , che pare gli crescano fra inverno e primavera). E’ forse per questo che non ne sento le strida? Comunque sia, lo strido del pavone, passata la prima impressione di sgradevolezza, si rivela come complemento essenziale della sua estetica: il pavone che fa la ruota è uno spettacolo bello soltanto nel senso del cliché; mentre diventa veramente rivelatore di bellezza quando ci fa sentire il piccolo guasto – la leggera deformazione, la dissimmetria – che sono indispensabili perché la bellezza veramente appaia. 

Senza fare più attenzione ai pavoni, cammino verso il limite del parco, fra grandi alberi (querce e platani – ma ci sono anche specie più rare: cedri, sequoie), alcuni dei quali hanno incavi così profondi, fra la base del tronco e le radici, che anche a un adulto sarà permesso di fantasticarci sopra: ricordi di quando in Italia c’erano ancora i boschi, che davano plausibilità alle fiabe. (In Usa i boschi ci sono ancora, e come; ma là, nulla di simile alle immagini di quelle che noi chiamiamo fiabe, aleggia nell’aria circostante.) 

Lungo il muro di cinta: larghe macchie di edera che crescono in basso, a diretto contatto con il fondo boschivo. Accanto al recinto che chiude il parco: un carretto inclinato a terra e colmo di grossi rami e di fronde secche ma ancora colorate, rappresenta una così perfetta Allegoria dell’Autunno che sembra per un momento di essere capitati per caso su un “si gira” cinematografico – ma per fortuna non è questo il caso: semplicemente, da qualche parte c’è qualcuno che si prende cura di questi boschetti. Eppure (tanto è contaminata dai media la nostra immaginazione) quando si imbocca l’ultimo sentiero oltre il carretto – un piccolo, folto corridoio naturale – la fantasia continua a sovrapporre la cultura alla natura.

Ma almeno, questa volta, si tratta di quella specie di fantasia essenzialmente pre-moderna che ha a che fare con la narrativa. Negli oziosi pensieri dell’ozioso riappare improvvisamente un gran romanzo di poco più della metà del Settecento: Julie ou La nouvelle Héloïse. Non solo, però, l’ozioso non saprebbe dire perché proprio quella narrazione e proprio in quel momento; nemmeno saprebbe spiegare perché, esattamente in quel pomeriggio e in quel parco, il romanzo di Rousseau gli appaia d’improvviso come un simbolo commovente dell’Europa – un’entità geopolitica per la quale questo pensatore vagante non ricorda di aver mai sentito veramente il calore della commozione.

Tuttavia, se c’è una cosa che l’ozioso abbia imparato è quella di non abbandonarsi alla pigrizia. “Ozioso” e “pigro” sono atteggiamenti molto diversi: il pigro sperde e dimentica i pensieri che lo visitano, mentre l’ozioso li accoglie con rispetto, ci rimugina sopra (e riesce a trovarlo sempre, il tempo di rimuginare; anche a costo di deludere i suoi rari interlocutori, che a volte si sentono momentaneamente messi da parte). E così, dopo qualche minuto, questo ospite degli altrui e dei propri pensieri si rende conto che il romanzo di Rousseau gli è apparso come il simbolo di tutta l’Europa perché in qualche modo (un modo che non importa definire con precisione) gli è sembrato connesso alle dimensioni ridotte di quel paesaggio, che invita all’intimità. In effetti il senso di un rapporto fra anima e paesaggio resterà sempre legato per lui all’Italia, e specificamente all’Italia in quanto luogo che acuisce la percezione di tante narrazioni, dedicate a diverse esperienze meditative ed espresse in lingue differenti (la lingua di Rousseau, la lingua di Goethe nell’altro grande romanzo “europeo” Le affinità elettive, posteriore di circa mezzo secolo al romanzo di Rousseau): un rapporto legato all’Italia come luogo europeo. Ma perché addirittura la commozione? Perché (l’ozioso laborioso lo capisce continuando a riflettere) questo sentimento è rivolto non tanto all’Italia europea quanto all’altro paese: che “gli duole”, a cui egualmente appartiene, e che in queste settimane vive con forte tensione la campagna elettorale.

Dibattito Trump-Biden

Bologna, alba del 30 settembre 2020

Levataccia (alle tre del mattino) per ascoltare in diretta dagli Stati Uniti il primo dibattito presidenziale. “Ma perché non ascolti le registrazioni più tardi, nei vari media?”, chiedono alcuni amici. Risposta: perché non è la stessa cosa. Un momento di storia può essere, certo, oggetto di percezione ritardata; ma è sempre bello, quando si può – e qualunque sia la sua etica e la sua estetica (di valore/disvalore) – viverlo nella sua momentaneità. 

[Qui, come nel lemma seguente, scelgo soltanto un paio di frasi, tratte con alcuni ritocchi dagli articoli che ho scritto in quelle occasioni, i quali sono apparsi in quest’anno 2020 nel quotidiano online “ilSussidiario.net”, rispettivamente il primo ottobre (Dibattito Trump-Biden: Cosa cercano gli americani sotto la pelle di quello show), e il 9 ottobre (Dibattito Pence-Harris: Un interessante gioco di fantasmi).

“Il pensiero corre, in quest’alba, ai grandi romanzi di Alessandro Dumas sui moschettieri invecchiati (Vent’anni dopo; Il visconte di Bragelonne), osservando il primo dei dibattiti presidenziali fra Donald Trump e Joe Biden dopo quattro anni di presidenza Trump (quattro anni, per ogni presidente in Usa, possono sembrare venti). Dopo vari duelli che hanno sgombrato il campo, i nostri moschettieri sono rimasti due: e il passaggio del tempo naturalmente non perdona. Il volto di Trump è ispessito, e scolpito con durezza; quello di Biden invece è fragile e pergamenaceo (quest’ultimo è il solo che abbandona per una manciata di secondi la rigidità della postura per passarsi la mano, fra la giacca e la camicia, sulla spalla sinistra; gesto che è notato dall’esegesi crudele della macchina da presa, e che potrebbe destare – augurandosi che sia un allarme esagerato – qualche preoccupazione). I dibattiti in effetti non sono particolarmente utili per i loro contenuti (è aria fritta e rifritta, dopo tanti mesi di campagna elettorale): quello che essi invece rivelano è l’aspetto umano-troppo-umano del discorso politico.

Tutto ciò non è puro folklore; e nessun paese cosiddetto democratico del cosiddetto Occidente può permettersi di guardare con sufficienza a questi dibattiti. Tanto meno l’Italia: dove lo stato di diritto è continuamente periclitante, e la malavita organizzata affligge vasti settori del territorio e dissangua ampi settori dell’economia; dove certe cariche appartengono istituzionalmente ai non-eletti; dove da vari anni si attendono invano elezioni; dove dibattiti come questi sono virtualmente inconcepibili. Così che ogni osservatore italiano, me compreso, di fronte a questi duelli, anche nei loro momenti beceri (che certo non sono mancati, in quella prima serata), non può che tacere e prendere appunti. 

Trump non solo insiste com’è prevedibile sulla frase “Legge e ordine” (rispetto alla quale gli osservatori italiani, insisto, farebbero bene a non ironizzare); ma a un certo punto sfida l’avversario a ripeterla, questa frase semplice semplice – e Biden non la riprende, così aprendo il fianco all’inevitabile stoccata: ‘Tu queste parole non le puoi neanche dire, se no perderesti l’appoggio dei radicali’. Questo è il guizzo che conta; e che resta, passato il particolare momento del dibattito.

Fra i molti libri di un ex-collega di Yale, Fredric Jameson, il cui linguaggio è ancora spesso imitato dai critici post-/neo-/marxisti contemporanei, ce n’è uno che risale al 1981 e il cui titolo è diventato di moda: L’inconscio politico. Inutile (soprattutto dopo tutti gli sparigli di Lacan) definire che cosa sia “l’inconscio”. Ma tutti sentiamo dentro di noi la presenza di un’area che non è quella della più lucida ragione, e che d’altra parte non è nemmeno qualcosa di indicibile, incomprensibile, irrilevante. Il linguaggio politico parla a questa regione intermedia, che influisce decisivamente sulla vita sociale: ecco l’elemento principale per cui dibattiti come questo continuano ad avere un senso”.

Dove il calore incontra la freddezza

Bologna, alba dell’8 ottobre 2020

Un’altra alzataccia alle tre del mattino, per seguire in diretta il dibattito fra i due vicepresidenti, Mike Pence e Kamala Harris.          

“La versione contemporanea e meno filosofica del velo di Maya è il velo dei luoghi comuni, che crea una sottile barriera nella percezione della realtà; e si può prendere a esempio di ciò il dibattito vicepresidenziale di mercoledì sera negli Stati Uniti. È stato più calmo di quello presidenziale che lo ha preceduto; vero, ma che significa? Lo ha vinto Kamala Harris? Non del tutto vero (a parte il fatto che simili “vittorie” non hanno senso); il fatto è che si confrontavano due personalità opposte, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi: la Harris chiaramente più vivace, e Pence più freddo. Ma una certa arietta di supponenza della Harris ha riproposto l’antico contrasto fra due Americhe: quella delle élite (l’Ovest californiano che fa da ponte con l’Est di New York e della Nuova Inghilterra, cioè la cultura detta “bi-costiera”, fra la costa del Pacifico e quella dell’Atlantico, della borghesia agiata e raffinata) e l’America, in tutti i sensi, “di mezzo” (come lo stato di Mike Pence: l’Indiana biondeggiante di messi); e non è detto quale delle due personalità offra più garanzie presidenziali. 

E questo porta all’altro luogo comune: il dibattito vicepresidenziale è meno importante di quello presidenziale. Non è vero – o almeno, non lo è stato nel caso presente. Tutti conoscono la venerabile battuta secondo cui c’è soltanto un battito di cuore che separa il Vicepresidente degli Stati Uniti dal suo Presidente. Adesso (con un presidente uscente che è malaticcio, e un candidato presidenziale alquanto sfuocato) quel famoso battito si è ridotto a un mezzo battito. Se, dunque, il confronto Trump-Biden è stato quello della rissa, questo secondo è stato il dibattito dello sdoppiamento: dietro ognuno dei candidati emergeva il fantasma di se stesso/a come presidente in pectore.

Molti dicono: Che bello, ascoltare un dibattito relativamente tranquillo (anche se tensione e ostilità vibravano dietro quasi ogni frase) invece che uno agitato! Ma siano permesse alcune domande: Chi ha decretato che i dibattiti politici debbano assomigliare a conversazioni da salotto? Che cosa c’è di male se gli stracci volano, invece di restare accumulati sotto le poltrone? Chi può aggiudicare con assoluta certezza la differenza fra un’ ’espressione colorita’, una ‘battuta’ e un ‘insulto’? È già difficile tracciare queste distinzioni a cose fatte; figuriamoci nel calore della disputa! Un po’ di realismo non guasterebbe”.

Montepastore, provincia di Bologna

Montepastore (provincia di Bologna), 17 ottobre 2020

Le colline bolognesi (meno conosciute forse di altre loro sorelle nel paesaggio italiano) hanno una particolare verde dolcezza che suscita come una forma di affetto. Ma questo verde non è soltanto dolce: nei pendii più in ombra e più boscosi si vedono scoscendimenti, forre, alberi alti e folti cespugli (nei quali a volte si sente il fruscio di qualche capriolo) che fanno pensare ai boschi dell’alto Appennino. In questi giorni di un autunno ancora caldo, l’impressione più profonda è quella prodotta dalla luce: più varia dunque più suggestiva della luce d’estate; e più attraente perché più avara di sé; e più drammatica perché attraversata da nubi non solo bianche ma grigio-ferro. E viene allora un impulso (che io non freno) a parlarne come di una luce divina. Divina in sé, o perché richiama direttamente Colui che l’ha creata? 

Lascio ai teologi questi dibattiti fra panteismo e monoteismo: ho sentito di doverla chiamare “divina”, questa luce autunnale, soprattutto perché mi solleva per lunghi momenti dall’atmosfera oppressiva della pandemia. Incoraggiato, in un certo senso, da questa luce, torno all’America ma non parlerò più della campagna elettorale, dunque non descriverò urgenze politiche; d’ora in avanti farò come se le elezioni avessero già avuto luogo – anche se siamo ancora a pochi giorni dall’ultimo dibattito presidenziale, e a una quindicina di giorni dalla giornata elettorale. 

E lo faccio perché, proprio in nome della mia passione per la politica, vorrei andare oltre la politica in senso stretto. Anche perché io da tempo vado disciplinatamente a votare, ma annullo la scheda (nelle elezioni del mio paese natale, come in quelle – voto postale o non postale – del mio paese acquisito). Sono diventato un contemplativo; che però non significa un indifferente, o peggio, un cinico. Un contemplativo tenta di analizzare criticamente anche ciò che lo appassiona – anzi, specialmente quello che più lo appassiona. E uno sguardo critico ci dice che i problemi di cui si chiacchiera o si urla in questa campagna elettorale cadono in due categorie opposte: o gli pseudo-problemi del chiacchiericcio propagandistico, oppure i grossi dilemmi che non saranno risolti qualunque sia il risultato del voto. Uno di questi ultimi è certamente (ne ho già parlato sopra) la tensione razziale.

Due docenti universitari in pensione, i cui percorsi si sono qualche volta toccati nel corso degli anni e che poi si sono persi di vista, si ritrovano quasi casualmente nel mondo della rete. Uno è un italiano-americano che ha trascorso e trascorre la vita negli Stati Uniti, con lunghe parentesi di ricerca e visite familiari in Italia; l’altro è un italiano espatriato in giovane età negli Stati Uniti, dove ha trascorso vari decenni, e che adesso è re-impatriato (o dis-espatriato) in Italia. L’italiano-americano ha inviato una lunga lettera a vari amici e colleghi (dunque pur essendo bilingue l’ha scritta in inglese) in cui nota le forme più sottili di quella che si potrebbe chiamare “discriminazione” verso i cittadini americani di nome ed origine italiane; e alla conclusione di questa lettera-saggio, allarga il discorso ai tumulti razziali negli Usa oggi, e traccia molto nettamente il confine fra il concetto discriminazione e quello di anti-discriminazione.

L’italiano (il quale trova che questa nettezza rischi il semplicismo) gli risponde con un più breve messaggio che contiene fra l’altro questo passo: “Mentre ti stavo scrivendo in inglese, mi sono reso conto di quanto esteso e profondo sia il dilemma che mi era venuto in mente leggendoti. Se mi rivolgo – io italiano – a te in inglese, potrei dare l’impressione di tenerti a distanza; d’altra parte, se ti scrivessi in italiano, questa potrebbe apparire come una lieve forma di condiscendenza, come se ti parlassi dall’alto in basso. È un piccolo dilemma certo; ma è delicato – ed è insolubile. Mi viene da pensare allora che ogni polemica anti-razzista finisce presto o tardi (qualunque siano le sue – indubbiamente buone – intenzioni) con il degenerare in una qualche forma di razzismo, più o meno abilmente mascherato. Allo stesso modo, ogni attacco alla discriminazione presto o tardi si trasforma – nonostante le sue eccellenti intenzioni – in una forma di discriminazione più o meno sottilmente mimetizzata”.

Appena scritto questo messaggio avevo cominciato a temere di avere irritato il mio interlocutore; ma quest’ultimo mi ha rassicurato, rispondendomi con garbo e acume: “Condivido la tua difficoltà, e considero nello stesso modo il dilemma che tu descrivi riguardo alla natura della retorica anti-razzista e anti-discriminativa: la quale paradossalmente si alimenta da sola. Le mie conclusioni sulle posizioni del tipo ‘aut aut’ sono, io credo, non tanto la proposta di superarle quanto piuttosto quella di riconoscerle come tali; pensiamo anche alla via senza uscita che in fondo è la nostra esistenza, imprigionati come siamo dai nostri apparati genetici e dai nostri linguaggi abituali”.

 Non condivido il pessimismo di quell’ultima frase, ma non è questo il punto. Ciò che conta è che questo apparente aneddoto rivela in realtà una situazione molto grave: il dialogo appena citato non potrebbe trovare facile eco in Usa, e quasi certamente nemmeno in Italia, perché in entrambi i paesi il discorso maggioritario è polarizzato in una direzione sola – quella di una certa retorica radicaleggiante. Il problema di fondo, allora, è il problema del discorso: del discorso, mi vien da dire, piuttosto che della parola. Le singole parole d’ordine si lasciano isolare troppo facilmente, così da suscitare commenti polemici e propagandistici. Quello che conta invece è il flusso continuo della meditazione o conversazione, secondo lo scorrevole etimo latino della parola discorso. Ma evitiamo le pedanterie, e usiamo il termine parola nel suo senso più lato (affine al francese parole).

La grande e commovente scalinata a Redipuglia

Aquileia, 20 ottobre 2020

 La luce d’autunno continua a essere, per così dire, molto indaffarata: ogni giorno, in modo lievemente diverso, drammatizza la natura e anche le cose costruite dall’uomo. Intanto, però, delusione della visita a Redipuglia: la grande e commovente scalinata in cui i gradoni sono scolpiti con i nomi dei caduti e ciascuno è marcato con la parola PRESENTE – scalinata che un tempo poteva e doveva essere salita e ridiscesa con un certo raccoglimento – è ora bloccata da un recinto, e i cartelloni parlano di “restauri” e di non meglio specificati “scavi”. I pochi visitatori si aggirano incerti, sperduti. Il messaggio subconscio – certo non voluto dalle invisibili Autorità – che il visitatore percepisce è che non si sa più bene nemmeno come dirla, la parola “patria”.

Per fortuna passo da Aquileia, il cui titolo di fama sono ovviamente i monumenti di epoca romana e alto-medioevale, ma dove vale anche la pena di soffermarsi (per riprendersi dalla visita a Redipuglia) nel piccolo cimitero verdeggiante dietro la Basilica, dedicato anch’esso alla Grande Guerra. Sulla parete di fondo si legge un’iscrizione che è una prosa poetica di Gabriele d’Annunzio (il poeta fondamentale del Novecento, checché ne dicano certi critici troppo spiritosi), che comincia audacemente con una personificazione: “O Aquileia, donna di tristezza”. Ma quello che più interessa è una scritta sotto quel testo, la quale specifica che la targa originale, distrutta “dai nemici” nel 1915, è stata riscolpita in marmo nel 1918. E qui il doppio-cittadino non può che pensare alle varie “cancellazioni” di autori e testi, e ai vari abbattimenti di statue, che tristemente movimentano il paesaggio culturale degli Usa.

Aquileia

Gli intellettuali sono coloro che controllano almeno teoricamente la parola, dentro le condizioni e i parametri stabiliti dagli organi di poteri più forti dei loro. Ma è chiaro che dagli inizi del terzo millennio, e in particolare dopo quella data chiave che sono le elezioni statunitensi del 2016, gli intellettuali hanno in larga misura perduto questo controllo di parola. In questa situazione, una liberazione della parola appare come il solo modo di trovare una via di uscita allo stato di confusione disperata cui l’esistenza sociale sembra essere ridotta oggi. (La filosofa spagnola María Zambrano, che visse in esilio la maggior parte della sua vita, parla dei “nostri occhi spogli di mitologia, avidi di visione, visionari in astinenza…”). E non si può compiere veramente alcun passo avanti in questo senso se non si accetta l’idea che il problema della parola viene in un certo senso “prima” dei problemi apparentemente più seri e urgenti, come quelli economici e politici. D’altra parte, questa liberazione si può raggiungere solo se non ci si limita a una concezione razionalistico-tecnica di che cosa sia la parola dentro/sulla società.

Per accennare soltanto a una riflessione che richiederà in futuro più spazio, mi aiuto con un altro passo della Zambrano, tratto da quel libro idiosincratico e brillante (da cui citavo più sopra) che è Dell’Aurora (curato da Elena Laurenzi per Marietti):

 “Il dire, che avvertiamo in ogni essere vivente in forma di appetenza, ma anche in forma di anelito disperato, non presuppone un’azione, e meno ancora un qualcosa, ma un qualcuno: qualcuno che ascolti quando ancora non si sa cosa si dirà; quando, giunto il momento di essere ascoltati, nemmeno allora si sa che cosa si vuol dire. Allora lo sguardo e il silenzio possono essere più eloquenti della parola stessa che dice, e non necessariamente perché non esista la parola per dire qualcosa di ineffabile o di nefasto. Quanto alla verità, succede quasi sempre che non si può dirla perché è ineffabile o perché è nefasta”.

Tutto il tipo di pensiero qui esemplificato, che è poetico e asistematico, non incoraggia per fortuna alcun allineamento di tipo disciplinare e discepolare. Semplicemente, esso offre qualche conforto a questa mia idea non-polemica e non-aggressiva di liberazione della parola . Nulla a che fare dunque con la liberazione di cui parlano le avanguardie storiche (Futurismo e simili) o con la liberation nel senso sessuale e politico (anche quella, ormai “storica”) proclamata in America e non solo negli anni Sessanta. La liberazione di cui parlo esprime in un certo senso il movimento contrario; non è una liberazione “contro” ma una liberazione “per”: è una parola che si apre al di fuori di se stessa, vincendo, prima ancora degli ostacoli esteriori, quelli interiori; e che implica una preliminare e radicale accettazione di tutte le altre parole, soprattutto di quelli più aliene e più avverse alle idee del soggetto che enunzia queste parole. Voglio dire che l’“altro” cui primariamente si rivolge il mio discorso non è l’altro che mi fa compiacere di quanto io sia buono, tollerante, cosmopolita; è invece l’altro la cui visione del mondo, carattere e modo di vita normalmente, prima di liberare la parola, io non potevo soffrire.

Parola, dunque, conciliativa ma non eclettica (che non esita anche ad ispirarsi a modo suo al Pax et Bonum del discorso francescano); parola conciliante nel senso di pensare insieme gli opposti piuttosto che in quello di sviluppare un atteggiamento generico di empatia. Questo conferma la posizione del contemplativo come critico, piuttosto che come un soggetto passivamente eclettico. Pensare insieme gli opposti, infatti, non è un modo di dar ragione a tutti; si tratta piuttosto di non dare pienamente ragione a nessuno; dando voce così a un atteggiamento di umiltà verso le complicazioni della realtà – e inoltre, verso ciò che non può essere semplicemente ridotto alla realtà di tutti i giorni. Questa forma moderata di scetticismo avvicina (l’ho appena accennato) il linguaggio laico a quello religioso.

Parola che si cerca, che non sa bene che cosa voglia dire prima di cominciare; in essa il desiderio di parola conta più del contenuto della parola stessa, e l’emozione vale almeno altrettanto che il ragionamento. E non di emozione soltanto si tratta, ma anche (ripeto) di tutta una dimensione spirituale. Ma si potrebbe obiettare: quale mai influenza sociale può avere una tal sorta di parola, che sembra portare in sé le stimmate della solitarietà piuttosto che le insegne della solidarietà? 

La risposta è che questa contrapposizione, da un lato, della società attiva (e rumorosa, che spesso e volentieri si avventa in avanti senza pensare – come per esempio nel gran quadro di Umberto Boccioni degli anni Dieci del Novecento, La città che sale); e dall’altro lato, dell’individuo silenziario e solitario, pensante e rimuginante – questo contrasto rappresenta uno schema scollato dalla realtà; ed è responsabile dell’errore per cui si guarda al discorso umano come a qualcosa di esornativo rispetto ai Grandi Problemi (quelli soprattutto dell’economia, come si diceva, e della politica). La parola liberata invece, che è umanistica nel senso più lato (dunque non limitata alla filosofia e alle belle lettere, ma tale che abbraccia l’esistenza in tutti i suoi aspetti, e giunge anche, con una quasi insensibile gradazione, a trascenderla) è il solo elemento che può dar senso e coesione alla società. L’esperimento per cui ho invitato me stesso a pensare/scrivere come se le elezioni americane fossero già passate, vuole significare che i problemi di cui si è chiacchierato e urlato in queste elezioni restano con noi anche dopo i loro risultati – e restano più gravi (a volte, violenti) che mai; mentre il discorso umanistico liberato in direzione dell’umiltà e della mitezza non offre soluzioni facili, ma è indispensabile per dare un senso a quello che altrimenti sarebbe un Pandemonio.

        Paolo Valesio

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LA VENDEMMIA DEL FURORE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’8 gennaio 2021 col titolo “Trump, il furore e la profezia di Malcolm X”.

La processione della pace, Ara pacis

LA VENDEMMIA DEL FURORE

Di fronte allo scorrere del sangue, c’è una sola parola umana che si possa dire, prima di ogni altra: la parola “pace”; e occorre ripeterla – anche se è un’ovvietà – di fronte ai tragici avvenimenti del 6 gennaio, al Campidoglio di Washington. Ma parlare di pace non significa rinunciare all’analisi, limitandosi a far da velina alle dichiarazioni della CNN e della “grande” stampa statunitense. “Pensare non è proibito”, come esclama la Carmen di Bizet rivolta all’ufficiale che l’ha arrestata. E il pensiero va seguito dovunque esso ci porti.

Sangue scorre sui gradini del Campidoglio di Washington

Nel turbine di lunghe (a volte vivaci) conversazioni telefoniche con amici americani, è emersa una visione degli eventi che si potrebbe definire (senza alcun desiderio di sminuirla) cospirazionista: Come mai la polizia si è fatta trovare così impreparata, di fronte all’irruzione dei dimostranti? Domanda importante – che resta aperta, e certo merita risposta; anche se bisogna dire che la polizia capitolina, o chi per essa, sembra essersi più che ripresa dalla sua debolezza iniziale. In ogni caso, questa visione dei fatti si concentra su ciò che è accaduto in quelle ore: una violenta, assolutamente condannabile, aggressione al Congresso degli Stati Uniti che stava pronunciandosi sulla legittimità delle elezioni. 

I Trumpisti vengono a chiamare

Ma il problema della verità (più che il suo contrasto con la falsità) è che essa è inevitabilmente parziale rispetto al suo contesto. Chiunque abbia visto e udito buona parte del dibattito congressuale delle ore precedenti alla giornata della violenza sa che esso è stato duro (duro, ma non scurrile e non violento: parliamo, dopotutto, del Congresso degli Stati Uniti, non dell’arena di Montecitorio). La contestazione della trasparenza e della regolarità delle elezioni ha trovato largo spazio, e gli applausi che seguivano gli interventi sulle numerose, diciamo così, criticità sono stati più numerosi e convinti di quelli che accoglievano gli interventi a favore. La popolazione ha percepito l’incertezza e imbarazzo di questo potere in via di insediamento: e ciò ha rafforzato lo slogan (chiaramente inesatto, ovvero iperbolico: ma quale slogan non è iperbolico?) delle elezioni “rubate”. Il presidente uscente – che ha continuato a essere avventato e spericolato anche quando era chiaro da settimane che il tempo di quegli impeti era ormai passato – ha tentato di cavalcare questa tigre, che invece l’ha buttato gambe all’aria; e la sua parabola politica sembra essenzialmente conclusa. Allora, è finito il dies horribilis, dunque non resta che spazzare i cocci e prepararsi al trionfo inaugurale? Beh, non funziona esattamente così – e non solo perché morti e feriti non sono cocci da buttare nella spazzatura o sotto il tappeto; ma perché quello che è successo è stato un evento storico – come del resto si è già detto e si ripeterà ampiamente. E, come ogni avvenimento storico (qui cominciano le distinzioni “delicate”), esso non è cominciato ieri, e non finirà il 20 gennaio.

Radical black activist Malcolm X. (Photo by Truman Moore/The LIFE Images Collection via Getty Images/Getty Images)

Quando, nel 1963, Malcolm X commentò l’assassinio di Kennedy con una vecchia frase popolare americana: “Le galline tornano al pollaio” (che in italiano equivarrebbe a “I nodi vengono al pettine”), la dirigenza del movimento politico-religioso a cui egli allora apparteneva, gli vietò di parlare in pubblico per qualche mese, perché aveva ben colto la portata “sovversiva” di quell’allusione allo sfondo imperialista del mito kennediano. Ora, questi tumulti dell’inverno 2020 sono anche i figli dei tumulti della primavera ed estate dello stesso anno; ciò non giustifica il 6 gennaio, ma richiede una prospettiva più critica su tutto quello che era accaduto nei mesi precedenti. Ci troviamo sempre di fronte al fiume in piena della storia americana, per cui resta sintomatico il titolo del gran romanzo (poi divenuto film) di John Steinbeck del 1939, che in italiano suona Furore; e rende bene la parola centrale, ma non chiarisce il riferimento biblico del suo titolo completo: The Grapes of Wrath, che allude a una delle frasi più terribili di quel terribile libro che è l’Apocalisse: “L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue” (14, 19-20). 

Le galline mandate al pollaio con furore alla vendetta

A volte noi dimentichiamo quanto forte, direi viscerale, sia la presa della religione sulla popolazione americana; dove un certo tipo di laicismo un po’ intellettualistico e un po’ supponente è assai meno diffuso che in Europa. Non si evoca, certo, questa coscienza religiosa (o subconscio religioso) come tale che legittimi il ricorso alla violenza; ma non si può sottovalutare la forza di questo oscuro sentimento di umiliazione e offesa. La distinzione dunque non è primariamente fra i colti e gli incolti, come tanti alfieri della élite si compiacciono di ripetere – è fra due tipi di consapevolezza dei valori della vita: quella che ha gli strumenti per giungere a piena (a volte accondiscendente) coscienza; e quella invece che, non sapendo esprimere bene le sue credenze, sente tuttavia profondamente questi suoi valori, ed è pronta a entusiasmarsi per chi li enunci a voce chiara – non importa con quanto semplicismo e sommarietà.

L’ira di Dio

La cerimonia inaugurale che si prepara sarà la più triste da molti molti anni, perché non ci si può rifiutare di vedere il suo sfondo sanguigno. Chi però continua ad aver fiducia negli Stati Uniti come grande stato di diritto, sa che sono subito cominciate inchieste meticolose e decise su chi e come abbia sparato e ferito, anche a morte. Non è possibile prevedere i loro risultati, ma le conseguenze di queste inchieste marcheranno a fondo tutta la stagione politica che sta aprendosi; e questo è il fatto fondamentale che il chiacchiericcio televisivo di queste ore non può nascondere completamente. “La pace è fragile, la pace è furtiva”, ha detto un pastore (Christian Kriegler) nel suo intervento del 13 dicembre 2018 alla cerimonia ecumenica tenutasi nella cattedrale di Strasburgo in ricordo dell’attentato terroristico al mercatino di Natale di quella città, due giorni prima (e sembra già storia antica…). Di fronte a quegli aggettivi tutti i discorsi di parata e di circostanza sulla Pace con l’iniziale maiuscola suonano un po’ falsi: una pace fragile e furtiva è l’unica pace in cui possiamo realisticamente sperare.

       Paolo Valesio

La pace è fragile, la pace è fragile, la pace è fruttifera, Ara pacis, Roma.

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NON SOLO PAROLE

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 11 agosto 2020. 

Non solo parole

Ci hanno detto da tempo che Le parole sono pietre (Carlo Levi, 1955) e che fra Le parole e le cose (Michel Foucault, 1966) corrono rapporti complessi e problematici. Allora, guardiamo al mondo in cui viviamo: cioè a parole-pietre e parole-cose in situazioni specifiche. Nel breve spazio di un paio di mesi (dai primi di giugno a questo inizio d’agosto) sembra che un vento tumultuoso abbia percorso le istituzioni universitarie, e insieme con esse l’intellighenzia pubblicistica e saggistica, americane. Le avevamo appena lasciate, queste istituzioni [PV, Attenzione a quei “Malcolm X” nascosti nella folla, IlSussidiario.net”, 3.06.2020], avvolte in un’atmosfera solenne, con discorsi improntati alla gravitas; ma adesso l’aria è cambiata: si comincia a usare un certo gergo, e sembra anche di sentire l’eco di pugni battuti sul tavolo. 

Per esempio, il rettore di una delle grandi università private nello Stato di New York — chiamiamola l’Università di *** come si scriveva nei romanzi ottocenteschi — apre una sua recente lettera-manifesto alla facoltà rivolgendosi ai “Blacks and Latinxs”. Perplessità, seguita da un rapido controllo lessicografico: Latinx (plurale Latinxs) è uno di quelli che si chiamano “neologismi di neutralità di genere”; insomma, parlando dei Latino-Americani si vuole evitare la discriminazione che consisterebbe nel marcare la desinenza maschile -o contro quella femminile -a; e allora, ci si infila una bella –x. Un capriccetto perditempo? No, questa mossa va presa sul serio (“tutte le cose sono di ugual grandezza e uguale importanza”, azzardava Oscar Wilde): perché, quando un anziano e potente professore adorna il suo discorso con questo tocco modaiolo, che peraltro sta già passando di moda, quello che emerge è il desiderio di rendersi gradito a una comunità percepita come imprevedibile e ribelle; dunque affiora, dietro le apparenze assertive, un’incrinatura nella leadership. Ma soprattutto, tale mossa va presa seriamente perché quando si comincia con il corrompere le parole (i puristi non avevano poi tutti i torti) si finisce con il corrompere le “cose”, cioè i rapporti fra gli esseri umani. 

Infatti, questa lettera continua con una promessa che suona un po’ come un proclama: d’ora innanzi l’Università di *** potenzierà, con grande dispiego di mezzi e di energie, gli studi sul razzismo. Si spera allora che uno studioso serio e non ancora paralizzato dal terrorismo ideologico dominante nelle università americane, cominci con l’esaminare la grande vaghezza di questo termine, che può coprire forme di comportamento molto diverse; e continui con lo studiare il rapporto problematico fra un atteggiamento ideologico e psicologico (il “razzismo”) e l’effettiva politica (economica e non) delle varie comunità esposte a esso, nell’ una direzione o nell’altra. Ci si augura infine che, nell’atmosfera attuale, questa impostazione problematica (se mai avrà luogo a procedere), tale che non confonda l’attivismo con l’analisi, non finisca con il mettere in pericolo i fondi di ricerca di quell’ipotetico studioso o studiosa. 

Sì, perché in Usa, intorno al nesso di linguaggio e potere, lottano due ideologie contrapposte, entrambe tendenzialmente totalitarie. E, come se questa complicazione non bastasse: mentre la struttura sociale che inquadra la prima (chiamiamola l’ideologia della “Legge e Ordine”, e dei vari altri elementi della tradizione) è abbastanza chiara, quella che incornicia la seconda (l’ideologia della ribellione, ravvivata dall’animosità verso il “bianco”) non lo è. Quest’ultima ideologia infatti ha il limite di essere un pensiero del “contra” piuttosto che un pensiero del “pro”. Inoltre questo pensiero rivoltoso non ha una base comunitaria ben definita: è trasversale. Ma questa trasversalità, sarà la sua forza o la sua debolezza? (Domanda tutt’altro che oziosa: l’esito delle incombenti elezioni dipenderà in buona parte dalla risposta). Queste frange trasversali, che hanno sviluppato un forte potere, sono: la frangia dei più o meno giovani ribelli nelle strade e nelle piazze; e, unita (fino a un certo punto) con loro, la frangia degli ipercritici e moralisti, più o meno di mezza età, che, dal tavolino o dalla cattedra, vorrebbero buttare a mare la maggior parte della loro stessa tradizione culturale. Ma per non farla troppo lunga, citiamo soltanto alcuni esempi di parole-pietre. 

Primo esempio, che ha a che fare con l’uso degli aggettivi: i quali (in inglese così come in italiano) hanno naturalmente l’iniziale minuscola. “Naturalmente”? Beh, non più. Oggi infatti si sta diffondendo l’abitudine di usare la maiuscola con l’aggettivo Black, contrapposto all’aggettivo white che invece non gode di questo onore. Un dettaglio puntiglioso? No, è qualcosa di più grave: perché questo è un cambiamento imposto all’ortografia, la quale fa parte dell’ideologia di una lingua. 

Gli ultimi esempi hanno a che fare con la poesia — e qui si potrebbe tirare un sospiro di sollievo: finalmente arrivano i poeti, a salvaguardare il linguaggio dell’armonia e dell’umano! Ma le cose non sono così semplici. Chi riceve ogni giorno una poesia proposta dall’Accademia Americana dei Poeti, che per buona parte è una macchina di propagazione della correttezza politica [PV, Il rancore attacca le statue, la paura si affida ai poeti, “Ilsussidiario.net”, 03.07.2020], ha già capito da tempo che l’Accademia permette la poesia socialmente critica soltanto se essa mira in una sola direzione. Un esempio è questo verso, che direi disumanizzante, in una poesia apparsa il 31 luglio: “Sta piovendo giù una cosa soltanto: poliziotti non-bianchi”; come dire: costoro, in quanto poliziotti, non sono veramente neri; sono soltanto “non-bianchi”.

Ma l’ultimo esempio, tratto dal commento di un altro autore alla sua stessa poesia pubblicata tre giorni prima nella stessa sede, è più serio e pensoso: “Il potere di una sola persona, il piccolo fuoco acceso da una mente singola, forse un poeta, potrebbe cambiare il volto di tutto il reame; specialmente un reame di carta, come l’America”. Certo, l’ultima frecciata, con il suo maoismo in ritardo (l’America è un impero, ed è tutt’altro che cartaceo), manca nettamente il bersaglio. Ma il richiamo all’individuo e al “poeta” preso in senso lato, cioè, al di là della tecnica letteraria, all’individuo creatore in ogni campo (secondo l’etimo greco antico), esprime bene la speranza che ci resta. Guardiamo dunque agli sparsi focherelli accesi dagli individui pensanti, nella notte partitico-ideologica, per acquistare una visione più equilibrata di questo periodo di tensioni sociali. In questo paesaggio, le statue mutilate hanno già fatto sentire le parole silenziose delle pietre (c’è anche quel tipo di parola); inoltre, non tutte le pietre di parole che oggi vengono raccattate da terra mirano a distruggere: ci sono anche quelle che servono a costruire.

                         Paolo Valesio

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Aria del tempo

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 3 luglio 2020.

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«O statua gentilissima, benchè di marmo siate»

Aria del tempo

In Usa sono ancora calde (come dicono i romanzi) le ceneri degli incendi appiccati durante i tumulti razziali, ma fin dall’inizio alcuni (pochissimi) non avevano poi avuto completamente torto nel ridimensionare gli eventi di questo mese: forse non è stata proprio una svolta epocale, non è stato proprio un caso di “Mai, nella storia della repubblica…”; e questo, non per sminuire l’importanza di ciò che è accaduto, ma al contrario: per riportarci dalla cronaca alla storia. La ferita aperta fin dalla nascita degli Stati Uniti (una repubblica di proprietari di schiavi, come diceva Marx a proposito della democrazia nell’antica Atene) non si è rimarginata e in fondo non si chiuderà mai; dunque ha causato, sta causando e causerà, ricorrenti esplosioni. La rilevanza dell’importante saggio di James Baldwin del 1963, The Fire Next Time (La prossima volta, il fuoco) consiste nel paradosso che questa “prossima volta” in un certo senso si è già verificata (i tumulti che riappaiono), tanto da divenire ripetitiva, ma in un certo altro senso non avrà luogo, perché una vera palingenesi non avverrà mai.

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La statua del commendatore tace

Ciò non significa che dal tardo Settecento a oggi ci sia stata solo una ripetizione dell’identico; tutt’al contrario: i mutamenti sopravvenuti (basti pensare al grande movimento abolizionista) contano almeno tanto quanto l’incombere continuo della tragica origine. Del resto le tragedie, come è nella loro natura, hanno anche risvolti tragicomici. Un esempio di questi risvolti è la strumentalizzazione elettorale in corso: prevedibile, ma che continua a causare disagio per il suo lato sordido (elemento oscuro ma inevitabile di quella che si chiama la dialettica democratica). E’ cominciata infatti la caccia al cosiddetto “voto nero”: una brutta espressione, e uno dei tanti simboli dell’inconfessabile legame sotterraneo fra razzismo e antirazzismo. (Freud ha inaugurato tutta una letteratura, sul “narcisismo delle piccole differenze”.) Ogni polemica “di colore”, nell’una o nell’altra direzione, finisce con l’imbrattare chi vi fa ricorso; e, come in ogni altra forma di demagogia (linfa vitale della politica), affiora un aspetto leggermente pornografico.

Esiste però almeno una differenza che vale la pena di sottolineare. Nello scontro in corso, il rancore della comunità in lotta produce rabbia, che si esprime con forza, nel linguaggio così come in altri segni e gesti; mentre la paura della comunità in posizione di difesa produce rancore — che non si esprime. E’ forse per questo che il silenzio delle statue è tanto esasperante, per i radicalizzati. Ma molte cose ribollono, sotto il silenzio: e l’antico topos della statua che a un certo punto trova il modo di farsi sentire (come la famosa Statua del Commendatore) non è ingenuo quanto sembra. Sarà la rabbia o sarà la paura, a dare la spinta decisiva per la vittoria? Se la dialettica si ridurrà a questo la scelta elettorale sarà tragicamente deformata, perché dominata dall’ombra dell’odio.

 

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Il silenzio esasperante delle statue

Viene allora spontaneo il desiderio di un qualche intervento intermedio: il quale sorga da quel tipo di discorso almeno potenzialmente riconciliatorio che è prerogativa, non soltanto della religiosità nei suoi vari aspetti, ma più generalmente di ogni forma di spiritualità e di etica. Tali forme di riflessione e di azione non possono emergere dalle masse (i due partitoni americani in lizza sono, come ogni altro partito in ogni paese del mondo, essenzialmente luoghi di alienazione, e in questo senso il gran libro di Elias Canetti Massa e potere degli anni Sessanta non è ancora invecchiato), ma debbono nascere da esperienze individuali. Un solo esempio, piccolo ma significativo.

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L’Accademia dei Poeti Americani (l’America, giustamente, non prova alcun imbarazzo a mantenere questa istituzione nazionale) invia ogni giorno ai suoi lettori una nuova poesia, nella maggior parte dei casi con testi di poeti da scoprire (ecco un modello su cui si potrebbe riflettere in Italia). In molti casi, peraltro, queste poesie funzionano come una sorta di braccio secolare del politicamente corretto, il che ne diminuisce alquanto l’interesse e l’efficacia. Una poesia recente, invece, si impone per la sua freschezza e il suo senso di dignità, e vale la pena di riprodurne una parte. Si intitola Elogio, e il suo inizio suona abbastanza ingenuo: “Oggi io farò elogio. / Elogerò il sole / che inonda con la sua luce / questo nostro oscuro vascello …”. Ma presto appare l’abile strategia dell’autore, che con la sua ripetizione dell’elogio (in uno stile anaforico che ricorda Walt Whitman) mette in risalto una situazione tutt’altro che idillica: “Elogerò il terreno / che non ha banchettato con queste ossa. / Elogerò la cassa / che non è diventata rifugio della carne. / Elogerò i proiettili / che non sono venuti a lavorare, dandosi malati. / Elogerò il grilletto / che si è preso una vacanza. / Elogerò il gesso / che oggi non è servito a profilare un cadavere. / Elogerò il corpo / per il suo essere ancora un corpo / e non una pietra tombale. / Elogerò il corpo, / per essere un corpo e non un rapporto della polizia. / Elogerò il corpo / per essere un corpo e non un ricordo / che nessuno vuole dimenticare”.

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Quello che (per fortuna) non è detto, in questo testo del poeta Angelo Geter, è altrettanto significativo di quello che è detto. Manca ogni riferimento “di colore”, ogni asserzione identitaria, ogni invettiva. Insomma, questa è una poesia non un manifesto (cosa che, come accennato sopra, non si può dare per scontata, nell’attuale panorama della scrittura negli Usa). I gesti di dignità eloquente in poesia e non, come questo sono i gesti che stanno salvando, non si dice la grandezza dell’America (queste sono parole imperiali), ma quello che vi è di straordinario nella civiltà statunitense.

             Paolo Valesio

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Il Testimone e l’Idiota

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Il Testimone e l’Idiota

Poema per un dialogo

  

I testi che seguono sono tratti da un manoscritto in corso d’opera. Il poema è un dialogo indiretto che, a questo stadio della scrittura, si svolge tra due protagonisti maschili e un’invisibile Voce.

I personaggi mi sono apparsi lentamente, emergendo da una sorta di nebbia. E da quella nebbia sono venuti fuori così incerti e così timidamente, che all’inizio sono stati garbatamente respinti; ma hanno insistito, con parole sempre più chiaramente udibili e con caratteristiche sempre più riconoscibili, fino a rendere abituale e in effetti indispensabile la loro presenza.

 

I personaggi:

La Voce (emana di solito dal soffitto, o dal pavimento o dalle pareti laterali di diverse stanze)

Il Testimone (fra i 35 e i 40 anni: italiano, piuttosto austero e intenso)

L’Idiota (sui 35 anni: italiano, alquanto indifeso e poroso; portato a esaltarsi in modo che potrebbe apparire ingenuo)

 

* * *

 

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I Can’t Believe It (Dream Poem)

 

L’Idiota ha incontrato san Francesco
ai giardinetti di piazza Cavour:
stava seduto sopra una panchina
nello stile turistico della Piazza San Marco
con le braccia coperte di piccioni.
L’Idiota si è accostato mettendosi la maschera
di un viso rispettoso
(in realtà non sopporta i piccioni e sta dalla parte dei falchetti).

Francesco gli sorride e poi gli fa:
“Non hai idea di come siano stupidi”.
Poi vedendo la bolla interrogante (‘Allora perché?’)
formarsi sulle labbra dell’Idiota, gli dice:
“La carità ha valore soprattutto
quando è un pochino idiota – altrimenti
rischia di essere nice”.

Nice?!’,
pensa tra sé l’Idiota allontanandosi,
‘ha proprio detto nice? Non posso crederci’.

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New Worlds Are Always Opening Up

When We Are Least Expecting Them

 

Dice bene l’amico americano (o l’amica – non c’è firma)
che invia una cartolina da Miami (che l’Idiota non ha mai visitato)
dove c’è solamente questa frase:
“Nuovi mondi stanno sempre aprendo quando non loro ci aspettiamo”
Lo dice proprio bene, pensa l’Idiota mentre lo rilegge.
Perché questo aforisma roseo e modesto,
e un poco rammollito dal senso comune,
che l’amico fantasma (o l’amica che resterà per sempre
misteriosa) deve aver spinto dalla propria lingua
dentro l’italiano di un traduttore automatico,
quando esce così rimescolato
e discombobulato,
ha già grazie a questo acquistato
una scintilla elettrica di originalità:
così l’Idiota legge la sua materna lingua italiana
riscoperta in forma un poco strana –
come un corpo tutt’altro che materno
che si riveli improvvido e improvviso
nel fru-fru delle vesti arrovesciate e nell’imminente
incresparsi delle lenzuola.

 

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L’esercito infinito degli estranei

 

La grande solitudine in cui vive
trasforma il Testimone in fantasma.
Una volta lui era un fantasma cattivo:
non verso gli altri ma verso di sé –
un captivus della sua ombra e colore oscuro;
la faccia della sua melancolia era una taciturna amaritudine.
Ma adesso il Testimone sta mutandosi
in quasi-buono fantasma: melancolia placata
e sfociata
in elegia di vita.
Di fronte all’infinito esercito di estranei
che sciama lungo le avenues
il Testimone è ormai libero da timore
e da (con punta d’invidia) disagio.
Semplicemente, è curioso:
con un sorriso lieve e la fronte spianata, camminando o seduto su una panca.
Venerabili padri hanno detto:
Curiositas è peccato. Ma lui la sente
come porta del bello e timido primo gradino alla caritas. 

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Ricordi 1

 

L’Idiota sorride ai ricordi:
un largo, con denti danneggiati,
sorriso accoglitore e semi-felice
per il semplice fatto crudo e nudo che sono esistiti e che lui
è ancora lì a camminarli.
Gli appaiono, a tratti e balenii,
come i surrogati
della Resurrezione.

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Ricordi 2

 

Il Testimone, quando un ricordo lo colpisce diretto, geme
(breve lamento, e subito
si volta in giro per verificare che non l’abbiano udito):
è il fisico dolore,
quello dello stomaco;
per l’occasione perduta, l’instante non pienamente vissuto
dunque offeso, sacrificato
nel suo potere di essere
(ma il gemito è forse riscattato come seme di pentimento).

Treno New Haven-New York

 

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All’erta, Testimone

 

Sente a volte fulminee
incursioni di grazia
e ne gioisce a mente, o a mezza voce.
Ma sempre deve stare cauto, sobrio:
può essere che in quello stesso istante
il Nemico si sia già insinuato
nella rocca dell’anima.

 

Ottava del riguardo

 

Il Testimone attesta anche gli sguardi –
egli li squadra e sguarda: i pesanti (come il suo),
ma anche i leggeri.
Quelli che gravano di lato
mal-velando di palpebra un passato
dissoluto con il suo corteo assassino.
E gli altri – gli altri, i lievi
di fronte ai quali egli abbassa gli occhi.

 

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Q&A

(Domande e risposte)

 

È più grande del nostro cuore
(Gv, 3, 20)

L’Idiota pone spesso
la questione a sé stesso:
Come può essere, il cuore,
colmo gonfio – e spezzato al tempo stesso?
La risposta preliminare
lo porta solamente al limitare
della risposta piena di cui ancora ha sete.
Ma intanto egli ripete tra sé e sé,
cantilenando, una pre-risposta
che racchiude un punto di domanda
e il cui centro è il desiderio:

“Il desiderio è un’onda – il mare sotto che rigonfia i laghi –
ma è anche una spada che squarcia.
La spada del desiderio taglia l’onda del desiderio
l’onda travolge la spada
e nel gioco alla morra della vita
il cuore può contraddirsi ma il desiderio no.

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Quasi

 

Il Testimone mormora a se stesso
(come fa quasi ogni mattina):
“Ti amo …
non abbastanza”, e pensa a sbalzi
nel cammino-capriccio della vita:
Quanti morti ci vogliono
per fare un vivo?
Quanti vivi ci vogliono
per fare un credente?

 

 

Fatica

 

Nella gioia il Testimone non riesce –
e neppure nella sofferenza –
a trovare l’amore per il prossimo;
ma nella fatica soltanto,
quando scorge nel volto accanto a lui
le piccole tracce
del logorìo:
allora sente un piccolo ma vero
riscaldamento di cuore.

Manhattan, fermata della Cinquantanovesima

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Sonetto caudato del voler-bene

 

Mt, 22-37

“Ti voglio bene” mormora
il Testimone ogni tanto
“come un pezzo del mio cuore, un pezzo
della mia mente
e più della metà della mia anima”.

Non è lo stesso che amare
ma è meglio del deserto.
Dove lo trova lui l’amore,
nelle strade e le stanze
della sua vita?
È soltanto il ricordo di un’iperbole
che è poi sfociata
nell’auto-convinzione di una maschera?

Forse è così; ma in certe esaltazioni
si lascia andare e sente qualche cosa
che è prossima a lui e congeniale
come e più della vena giugulare.

 

 

Voceluce

 

Voce
        (che si presenta come luce direttamente, senza l’intermedio di pareti o soffitto o pavimento):

Attento, Testimone:
quando tu adesso senti
come questi luminosi
giorni di giugno nella città cupa
siano i primi della primavera
che negli scorsi mesi si è assentata –
quando tu scorgi questo
confine spostato
potresti già aver visto
la tua frontiera ultima
che ti viene incontro.

Testimone
           (tace).

 

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Uomo concavo

 

Per T. S. Eliot

Voce

We are the hollow men
We are the stuffed men…

Testimone

Oh, uffa, quanta degnazione in questa immagine sprezzante!
Vuoto è una parola trasparente
che ha un affaccio sul nulla quotidiano
ma ci sono tante creature concave
che ascoltano che si raccolgono e accolgono
che servono a qualcosa.
Si è ricchi solo delle cose altrui.

Voce

Dunque,
siamo tutti ladri.

Tombolo di Giannella
(Orbetello)

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Gli ereditieri

 

Mt 5, 4

Voce

I miti erediteranno la terra

 

Testimone

La mitezza è una mietitudine:
quando tutte le messi del mondo
verranno recise blandamente e biondamente
e la terra sarà tranquillizzata e i miti
(che sono tutt’altro che mitici)
la copriranno di un sottile manto;
allora il mondo giungerà al suo termine
senza bang e senza whimper
ma con la non-apocalittica
naturalezza del riposo.

 

Paolo Valesio

 

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Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

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Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

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Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

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Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

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Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

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Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

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NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

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UNA MODESTA PROPOSTA

Presento qui la versione originaria del mio articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 23.04.2020, con il titolo redazionale, “L’aiuto che filosofia e poesia possono dare a comitati e task force”.

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Il comitato di esperti, agli ordini

UNA MODESTA PROPOSTA

Si parla di Comitati o Commissioni di esperti (in italiano, “Task Force”) per gestire l’uscita dall’emergenza del virus: esperti di psicologia, comunicazione, economia, diritto del lavoro, statistica, sociologia, salute mentale, giurisprudenza, contabilità, banche, industria e chi più ne ha più ne metta. Tanto vale allora — si potrebbe pensare — auspicare la presenza, accanto a questi uomini e donne di scienza e di affari, anche di donne e uomini della cultura e dell’arte. Idea tutto sommato prevedibile; forse anche troppo. Perché i termini appena usati (la cultura, l’arte) restano in un ambito generico, e potrebbero addirittura apparire come una sorta di contorno, o di mera espressione di buone intenzioni.

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Quando si parla di “cultura” si evoca un’attività fondamentalmente antropologica. Che è evidentemente indispensabile; ma resta informe se non si tiene in conto ciò che veramente la nutre, cioè la vera e propria attività di pensiero, resa particolarmente viva da Dante quando si prepara a una svolta decisiva nel suo viaggio spirituale: “Infino a qui l’un giogo di Parnaso / assai mi fu; ma or con amendue / m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso” (Pd 1, 16-18). In parole povere, lì si descrive l’eterna fratellanza e insieme rivalità tra poesia e filosofia, inclusa la teologia. Rischiando il sarcasmo (ma non bisogna lasciarsi spaventare), è venuto il momento di dire che senza filosofia e poesia non ci sarà una completa uscita, una liberazione realmente vissuta, dall’emergenza virale; e non solo: a proposito di un termine che ricorre incessantemente in questi contesti, cioè la magica parola “Europa”, è ora di ricordare la frase del grande filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938), quando auspicava la “rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia”.

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Ma qui non si sta parlando di “commissionare” qualche esimio professore di filosofia, nello stile del grande Emanuele Severino (1929-2020) al fianco di qualche illustre poeta “laureato”, nello stile di — boh?.  Per uscire veramente dallo spirito della pandemia e per cominciare almeno a discorrere seriamente dell’Europa, bisogna affrontare qualcosa che non ha a che fare primariamente con discipline accademiche o generi e scuole letterarie; perché la poesia-e-filosofia non sono nella loro essenza “discipline”  o “specializzazioni”. Non si tratta infatti, o non si tratta  primariamente, di “filosofia” e di “poesia” in senso stretto, ma di un’attenzione di pensiero e di una sensibilità diffusa. Queste facoltà sono la linfa vitale nella libera vita della società. Libera, come nell’idea cruciale di libertà d’espressione; tali dunque da toccare l’esistenza di tutti coloro che, qualunque sia il loro livello culturale, siano cittadini e non sudditi (e in quanto cittadini, per esempio, non siano mai stati veramente impressionati dalle esortazioni a “parlare tutti con una voce sola”).  Ma, nella dimensione del pensiero, la libertà serve poco o nulla se non è accompagnata dalla critica. Cioè: pensare nel pieno senso della parola a un qualunque oggetto o tema, significa pensare simultaneamente a come si pensa a questo oggetto o tema; insomma, un autentico pensiero si interroga mentre si svolge.  E la verifica, “la prova del nove” del fatto che si stia veramente pensando e non declamando è che tale attività crei un atteggiamento di umiltà: l’umiltà (valga un solo e decisivo esempio) di Socrate.

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Come appare allora, in un sommario sguardo a volo d’uccello, il paesaggio della filosofia e della poesia italiane ai tempi del virus? Qui è importante essere chiari, perché gli auspicabili nuovi sviluppi, l’attraversamento del presente per trasformarlo, non nascono nel vuoto, ma sono strettamente legati alla situazione attuale. (Non è vero che “nulla sarà più come prima”.) E oggi in questo paesaggio si scorgono “luci e ombre”, come si diceva una volta nei componimenti liceali.  Riguardo alla filosofia italiana nei suoi rapporti comunicativi con la cittadinanza (rapporti in cui essa continua a rivelare le sue grandi doti di finezza, e di ampiezza negli orizzonti comparatistici), si sente però il bisogno di ribadire la grande invenzione di Socrate: vale a dire il suo pensiero dialogico. Durante la conversazione con i suoi interlocutori, Socrate dialoga anche con se stesso, mettendosi in questione: ecco come nasce l’umiltà del pensiero. E potrebbe essere necessaria più dialogicità e meno professoralità, nell’Italia filosofica del dopo-virus.

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“Povera e nuda vai, filosofia”, dice un citatissimo verso di un sonetto di Petrarca (nel quale  comunque appare chiaro che Petrarca usa il termine “filosofia” in un senso generale che abbraccia anche  la poesia). Ma, attenzione ai clichés. La filosofia oggi non è, né povera (gode di un dignitoso trattamento universitario) né nuda (“veste” in modo borghesemente corretto). La poesia invece fa capolino a ogni angolo di strada (ed è vittima di due luoghi comuni opposti ed ugualmente falsi, spesso enunciati contradditoriamente nello stesso discorso: che sia troppo scarsamente coltivata, e che se ne scriva troppa).  Anche se “povera”, poi, la poesia è tutt’altro che nuda: si presenta come un’accattona di lusso, avvolta in vesti multicolori rimediate qua e là. E va bene così: l’esperienza della poesia, o è avventurosa, o non esiste come tale. La difficoltà della poesia ai tempi del coronavirus è di natura diversa: la dizione poetica corrente è troppo ansiosa di essere consolatoria e protettiva. (Il problema esiste anche, per esempio, in Usa: l’Accademia dei Poeti Americani ha creato un programma speciale per i lettori, Shelter in Poems ovvero “Rifugio nelle poesie”; dove il termine shelter si applica di solito ai ripari più o meno improvvisati contro  bombardamenti e uragani.)

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Troppe poesie in Italia oggi sembrano destinate a un ipotetico volumone collettivo “De consolatione poesiae”come successore in ritardo della grande opera personale De consolatione philosophiae  di Severino Boezio (circa 480 – circa 524). Ma tutti ormai dovremmo sapere che la poesia a tema — o commissionata, o di occasione,  che dir si voglia — funziona meritoriamente come incoraggiamento etico e psicologico, piuttosto che propriamente come poesia. La poesia guarda di sbieco all’etica, alla società, alla politica: il suo sguardo invece punta direttamente sul mondo. Il paradosso (che è la casa della poesia) è che il valore etico della poesia scaturisce proprio da ciò che a prima vista sembra essere alieno dall’etica: una certa gratuità, una certa an-archia. Forse le migliori poesie riguardanti il coronavirus saranno scritte un paio d’anni dopo il momento in cui ci sentiremo sostanzialmente al sicuro.

Paolo Valesio

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IL VIRUS AL PASSO DEL NICHILISMO

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 03.03.2020 con il titolo redazionale “Il ‘messaggio’ del coronavirus al tempo del nichilismo”.

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IL VIRUS AL PASSO DEL NICHILISMO

Siamo tutti d’accordo che una malattia vastamente contagiosa è un male; ma probabilmente ben pochi oggi, nella nostra civiltà orgogliosamente laica, sarebbero disposti a considerarla come un derivato del Male (ciò susciterebbe reazioni contro i “residui medievali” ecc.). Giochiamo allora fino in fondo, cioè fino a che non si va a urtare contro un muro, il gioco del laicismo. Una pandemia è uno di quei fatti sconvolgenti che ci pongono di fronte all’elemento irrazionale nella nostra vita – quell’elemento che noi, cittadini del progresso, siamo allenati a ignorare; salvo personificarlo nelle patologie (esistono alcune persone “irrazionali”, da tenere a bada come utenti psichiatrici); o – in stile neo-marxista – esorcizzarlo con un’etichetta condannatrice che in fondo non vuol dir nulla, e serve solo a scomunicare una vasta parte dei grandi pensatori della modernità: “irrazionalismo”.

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Un fenomeno come il virus, invece (lasciamo stare la terminologia scientifica), ci sbatte per così dire in faccia quello di cui in verità avremmo dovuto essere consapevoli da sempre: la vita di tutti noi è immersa nell’irrazionale. Non lasciamoci ingannare, a questo proposito, dalla dolcezza di certe evocazioni, come nei famosi versi della Tempesta shakespeariana: “Siamo intessuti della materia / di cui son fatti i sogni; e la nostra piccola vita / è cinta tutt’intorno dal sonno”; parole come queste evocano qualcosa di fondamentalmente incontrollabile, dunque in ultima analisi la morte, dunque in estrema analisi il nulla.

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Se l’irrazionalismo è solo un flatus vocis, il nichilismo d’altra parte è un movimento di pensiero (un pensiero-esperienza) che, almeno dalla crisi dell’Illuminismo in poi, continua a segnare la nostra percezione del mondo. Per esempio, Leopardi. Il quale inaugura la modernità poetica italiana, ma viene troppo spesso frainteso come il campione di un’idea un po’ mummificata della Poesia con l’iniziale maiuscola. Leopardi: che in realtà è il protagonista di uno dei più grandi e tormentati dialoghi, interni all’opera di un singolo autore, fra esperienza lirica e viaggio filosoficamente intenso dentro il nichilismo (altro che “pessimismo”!).

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Il nichilismo da attraversare

Eccoci dunque al passaggio: per sviluppare un’esperienza matura della vita (al di là dei tecnicismi intellettuali) il nichilismo, prima di essere criticato, dev’essere attraversato. Ci sono attraversamenti radicali, per esempio quello del grande filosofo Emanuele Severino (1929-2020), il quale ci ha spiegato e rispiegato che il nichilismo è l’atmosfera di tutto il pensiero occidentale da Platone in poi (affascinante ma pericolosa idea: si potrebbe dire che, se tutto è nichilismo, niente lo è). Meglio allora gli attraversamenti più esistenzialmente concreti, e immersi nei fenomeni vitali.

Come il folgorante romanzo saggistico-autobiografico Un uomo finito (1913, fortunatamente ripubblicato in questi anni) di quel grandissimo intellettuale che fu Giovanni Papini (1881-1956). E quel libro appare oggi come un precursore di opere quali il Sommario di decomposizione (1949) di Emil Cioran (1911-1995): pensatore aforistico romeno, ridotto ad apolide e divenuto poi grande prosatore nella sua lingua non-materna, il francese. (Esperienze così, preparano in un certo senso al nichilismo). Una sola citazione, da questo conturbante Sommario di decomposizione: “E’ più che legittimo figurarsi il momento in cui la vita passerà di moda, in cui cadrà in disuso come la luna o la tubercolosi dopo gli abusi romantici: essa andrà a coronare l’anacronismo dei simboli denudati e delle malattie smascherate; tornerà a essere se stessa: un male senza attrattive, una fatalità senza splendore”.

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Siamo tornati dunque al virus. Con quel tocco di cinismo (la tubercolosi passata di moda) che spesso si accompagna alle descrizioni nichilistiche, e le rende ostiche ai cultori dei discorsi edificanti e delle “magnifiche sorti e progressive” su cui già ironizzava Leopardi. Ma gli intellettuali e umanisti debbono affrontare il rischio di non essere sempre popolarissimi (come già notava José Ortega y Gasset), se non vogliono restare quello che oggi troppo spesso sono: figure anacronistiche e alquanto polverose; in attesa che si affermi un tipo intellettuale più adatto al terzo millennio [vedi Paolo Valesio, Bret Easton Ellis, il Pensiero Unico mette in crisi perfino i suoi figli, “IlSussidiario.net”, 04.02.2020 e qui].

Anche il nichilismo, intanto, è cambiato: entrando nel ventunesimo secolo, si è lasciato alle spalle i panorami rosseggianti e un poco enfatici del Novecento post-nietzschiano. Ha acquistato, diciamo così, un color grigio-cenere, è diventato lo sfondo di una rassegnazione che si tende a designare con i termini della civiltà precristiana: stoicismo, fatalismo. Se si è persa l’idea di un grande Male in agguato (vista come una forma di superstizione), si è al tempo stesso smarrita la fiducia in un grande Bene, in un disegno provvidenziale; e così si resta sempre nell’ambito del nichilismo. In che modo, allora, si può tentare di andar oltre? Sviluppando la riflessione sul parallelismo fra questi mesi “virali’ e il tempo di Quaresima [vedi Marco Pozza, Coronavirus e Quaresima / Che differenza c’è con la quarantena?,”IlSussidiario.net”, 26.02.2020], si intravede l’idea che la traversata della Quaresima possa essere anche un modo di immergersi senza riserve ed eufemismi nel flusso oscuro del nichilismo, per poi emergerne preparati alle “cose nuove” (Ap 21, 5).

Paolo Valesio

Man walking alone in the sunny desert near Dubai

Quaresima al passo del ventunesimo secolo

 

 

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