Archivi del mese: febbraio 2013

IDEE/Grillo, la rinuncia e il funambolo di Nietzsche

Non è cosa oziosa, riflettere per un momento sulle somiglianze e le differenze fra i  due vuoti che si sono creati a breve distanza di tempo nella vita pubblica italiana: le volontarie dimissioni  — la renuntiatio  —  del Papa e la dismissione di un certo assetto politico. La differenza di atmosfere non poteva essere più chiara: da un lato, la serenità pensosa; dall’altro, l’agitazione nervosa, a tratti cupa.  Per capire questa differenza, può essere utile considerare alcuni dei concetti chiave che sono subito emersi nel discorso sociale. La rinunzia papale è stata letta sotto l’egida di due grandi concetti spirituali come la libertà e l’umiltà; e non c’è bisogno di sottolineare quanto poco queste nozioni siano applicabili alle odierne peripezie parlamentari. Eppure c’è almeno un concetto importante che si impone all’attenzione come raccordo fra due esperienze così diverse: l’idea  di modernità. Essa è già apparsa, in alcuni commenti sul gran gesto di Benedetto XVI   — anche se accompagnata da una certa, comprensibile, diffidenza. E  non soltanto perché la renuntiatio non può evidentemente essere letta come una sorta di ammodernamento ai vertici di un qualche partito o di una  qualche industria; ma per una ragione più profonda.

La Chiesa ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la modernità  —  e va detto chiaramente che questo è uno dei più importanti aspetti  del (come scriveva  Chateaubriand)  genio del cristianesimo, e più specificamente del cattolicesimo. Il culto della modernità come valore assoluto, che poteva avere una funzione dirompente al crinale fra  Ottocento e Novecento,  ha finito con il logorarsi e superficializzarsi  —  e il “post-moderno” non ha saputo veramente cambiare la situazione (la sua stessa denominazione è il simbolo di un rapporto di dipendenza). I momenti in cui il moderno è stato pensato e vissuto in profondità sono i momenti in cui si è riconosciuta l’indispensabilità di un  dialogo costante e di un rispettoso confronto con l’antimoderno, con la tradizione. Il cattolicesimo ha continuato saggiamente a vivere il moderno nella sua dialettica con l’antimoderno.

E questo ci porta alla renuntiatio  —  che giustamente continua a essere oggetto di discussioni teologiche e politiche (e magari di teologia politica); ma sulla quale io propongo un piccolo pensiero che ha piuttosto a che fare con l’estetica.Vi è, nel gesto del Papa, un elemento di imprevedibilità, di seria provocazione, che riporta alla mente l’atmosfera di discorso artistico-filosofico rappresentato da quella che si chiama l’avanguardia storica. Allora, sto parlando di un Papa futurista? Ma no, al contrario: una delle componenti della gran rinuncia è che essa ci fa riscoprire l’intensità spirituale che stava dietro quei movimenti (futurismo, dadaismo, surrealismo e simili), sotto le apparenze in larga misura ingannevoli del loro materialismo e anticleralismo. Il Papa ci ha aiutato a ripensare il momento dello strappo, il rischio del desiderio che si butta a creare una situazione nuova e non ancora pienamente calcolabile. Ultima precisazione, allora: così come non sto parlando di un Papa avanguardista, bensì della spiritualità dell’avanguardia, allo stesso modo non sto parlando di un (per esempio) Grillo pontificale, ma al contrario del desiderio  di trascendenza  —   nel senso più semplice e fondamentale di trascendere una situazione  —  che sta alla base di quello scatto, di quello strappo, di quella lacerazione che le elezioni politiche hanno portato alla luce; il desiderio che nutre la vocazione, quasi commovente nella sua evidenza narcisistica (ma pur sempre vocazione), dell’attore. Che errore, allora, guardare con degnazione a chi viene dalla professione del comico!  Ma, beninteso, la differenza  permane: il Papa è garantito dal retaggio dello spirito, che resiste; il politico laico può perdere da un momento all’altro il senso della trascendenza-di-situazione, e scomparire nel vuoto   — come il funambolo cantato da  Nietzsche.

Paolo Valesio             New York

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Una terra sotto dittatura militare: l’America Latina? No, il Meridione d’Italia

di Danilo Breschi

C’era una volta a Casal di Principe, in provincia di Caserta, e purtroppo non c’è più, anche se la sua anima e il suo esempio aleggiano per quei luoghi, un prete di nome Giuseppe Diana, chiamato anche Peppe Diana o Peppino Diana. Era nato lì, trentasei anni prima, e quel giorno di marzo del 1994 fu assassinato da un killer della camorra, nel mentre si accingeva a celebrare la messa. Fu colpito da cinque proiettili: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Don Diana muore all’istante, punito per avere aiutato i casalesi onesti negli anni del dominio assoluto del clan camorristico capeggiato dal boss Francesco Schiavone, detto “Sandokan”.

A Casal di Principe la camorra era arrivata a controllare gli enti locali e quote rilevanti di economia legale. Una vera e propria cosca “imprenditrice”. Don Peppe fu assassinato per la sua azione e la sua testimonianza, culminata nel 1991 con uno scritto di mirabile forza, di splendore cristiano e di esempio per ogni laico che ami il buono e il giusto. Si tratta della lettera “Per amore del mio popolo non tacerò”, un documento diffuso nel giorno di Natale di ventidue anni fa in tutte le chiese di Casal di Principe e delle zone circostanti. Un manifesto dell’impegno contro il sistema criminale campano. Ne riporto ampi stralci perché le sue parole risuonino ancora una volta e ci aprano i cuori e illuminino ragione e volontà.

“Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori […] ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere ‘segno di contraddizione’. […] La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”.

Vi sono anche responsabilità politiche, riassumibili nella crisi dello Stato: “È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc., non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; […] l’azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”.

A distanza di vent’anni constatiamo che il fenomeno della grande criminalità organizzata dilaga ben oltre il Meridione e prospera fuori dalla penisola. La più attiva sul piano internazionale pare ultimamente essere la ‘ndrangheta che dalla Calabria è giunta persino oltreoceano, in Canada, Australia e Sud America. Ma restiamo entro i confini del nostro Belpaese. È di pochissimi giorni fa la notizia di un’operazione condotta dalla Divisione investigativa antimafia di Roma, e coordinata dalla procura capitolina, che ha portato alla luce la presenza della ‘ndrangheta nell’economia della ristorazione romana, e non solo. In tutto sono stati sequestrati beni per un valore di circa 20 milioni di euro. Tra gli indagati anche qualche consueto “cittadino al di sopra di ogni sospetto”: notai, immobiliaristi, direttori di banca, che fungevano da complici per la classica opera di riciclaggio di denaro sporco reinvestito nell’acquisto e gestione di decine di appartamenti, locali, bar, pasticcerie, situati quasi tutti in pieno centro, persino ai piedi delle mura del Vaticano.

Il fenomeno dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia della capitale, in particolare nel settore della ristorazione, è esploso dal 2000 ed oggi appare estremamente difficile sradicarlo. Nonostante queste ultime importanti operazioni, la presenza dei clan calabresi a Roma resta forte e allarmante. Questi clan sono padroni, tra l’altro, dei subappalti nei cantieri dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, esempio storico di malapolitica, la cui conclusione è stata fissata al 2013, ma ad oggi solo circa il 40% dell’intero percorso è stato portato a termine. I lavori, già intrapresi tra 1962 e 1974, furono ripresi nel 1997. Non aggiungo altro commento; troppo noto, vergognoso e doloroso il caso…

Roma, dunque, attira capitali mafiosi. Ma lo stesso dicasi per Milano e la Lombardia, come altre recenti indagini della magistratura hanno messo tristemente in luce. Il virus si sta diffondendo ed è letale. Il tessuto civile dell’intero nostro Paese è a rischio di contagio, anzi, possiamo dire che la contaminazione è già in corso.

Il contrasto messo in atto dalle forze dell’ordine, in questo caso come in tanti altri, è fondamentale. E negli ultimi anni ha prodotto risultati encomiabili. Degni della stima dei cittadini onesti. Si pensi che nel corso del 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 3,8 miliardi di euro alle mafie: il 26,6% in più rispetto al 2011. Al primo posto c’è la camorra, a cui sono stati sottratti beni per 1,3 miliardi di euro. Alla mafia sono stati sottratti 1,2 miliardi, alla ‘ndrangheta 846 milioni, e alla sacra corona unita 139 milioni. Alle altre organizzazioni criminali, anche straniere, sono stati sequestrati 301 milioni. Sempre la Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 30 tonnellate di droga e 294 tonnellate di sigarette di contrabbando.

È evidente che l’Italia non vive solo un distacco tra “paese reale” e “paese legale”, secondo una celebre distinzione introdotta già negli anni Settanta dell’Ottocento da Stefano Jacini, distacco che i recenti scandali del malaffare politico e bancario e la campagna elettorale in corso stanno evidenziando con il crescente consenso di tematiche e slogan all’insegna dell’antipolitica e della “rottamazione” dell’intera classe politica.

L’Italia vive anche una quotidiana guerra civile, che resta per ora prevalentemente strisciante per chi vive da Roma in su. Da Roma in giù è drammaticamente e pienamente emersa, e in superficie si manifesta da tempo uno scontro per il monopolio dell’uso della violenza, o della sua minaccia, quello scontro che da sempre definisce chi è Stato e chi non lo è. Un monopolio che se fosse di pertinenza di carabinieri e polizia sarebbe legittimo, perché sotto il segno della legge e del rispetto dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. Dunque un monopolio sindacabile dai cittadini, legittimo e legale, tale per cui è la forza del diritto che regola i comportamenti. Dall’altra parte, abbiamo un monopolio illegittimo e illegale, insindacabile, in cui la forza della violenza bruta impone regole di appartenenza a questo o quel clan, l’un contro l’altro armati. Ci sono eserciti “stranieri” in terra d’Italia, e l’esigenza di una nuova Liberazione affiora quale grido trattenuto sulle labbra di molti onesti cittadini abitanti delle terre martoriate del Sud. C’è una dittatura dai tratti totalitari, tant’è la sua capacità di penetrazione nella società fino a produrre l’interiorizzazione dei suoi disvalori, e il radicato consenso ad essi.

Pochi giorni fa, di prima mattina, all’ingresso della caserma dei carabinieri di Casal di Principe, il paese nativo di don Diana, è stato trovato un cartello con su scritto: “Grazie del lavoro che state facendo […] noi casalesi onesti crediamo nel cambiamento”. Come ha detto il comandante della Compagnia, Michele Centola, “questi piccoli gesti significano veramente tanto e ci danno ulteriore motivazione e forza per il lavoro che svolgiamo al fine di liberare queste terre in cui vive tanta gente onesta”. È da qui che dobbiamo ripartire: le istituzioni riacquisteranno fiducia se mostreranno coraggio e impegno fattivo nella lotta senza se e senza ma alla dittatura mafiosa. I cittadini dovranno allora dare tutto il loro sostegno, sicuri di una protezione nel nome della legge.

Riponete però ogni speranza fino a che non compariranno forze politiche di rilievo nazionale, capaci di guadagnare cospicui consensi elettorali, le quali porranno al primo posto la “questione delle questioni” nazionali, ovvero la lotta senza quartiere alle mafie per il pieno, totale ripristino del dominio della legge su tutto il territorio italiano, a partire da quelle regioni del Mezzogiorno da sempre presenti nella vuota retorica della classe politica. La guerra alle mafie va pretesa come primo improcrastinabile punto dell’agenda delle cose da fare e risolvere una volta per tutte.

Niente di nuovo dal fronte meridionale? Allora, non aspettatevi niente di niente per un futuro più roseo nel resto d’Italia. Ci sarà solo il nero della piovra mafiosa con i suoi lunghi paralizzanti tentacoli dispiegati sull’intera penisola. È però anche vero che l’inchiostro nero è espulso dalla piovra quando viene attaccata. Ciò significa che potremmo anche esser disposti a sopportare un po’ di sere nere nel presente, se ciò fosse preludio del godimento di molte mattine rosee nel futuro.

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The Moods

by W. B. Yeats

Time drops in decay,
Like a candle burnt out,
And the mountains and the woods
Have their day, have their day;
What one in the rout
Of the fire-born moods
Has fallen away?

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Con Venezia in Paradiso

 

            Chissà, forse  le attività di studio cominciate nel 2009  —   anniversario  centenario della nascita ufficiale (con il Manifesto di fondazione del 1909) del Futurismo, il primo grande movimento internazionale d’avanguardia artistica e non solo, dell’epoca moderna  —  non sono state particolarmente “futuriste”:  nel senso che, fra tanti lavori significativi e meticolosi, fra tante iniziative prudentemente localizzate, è sembrato mancare qualcosa che si possa definire una svolta, o significativa novità di cambiamento, nella nostra immagine del  Futurismo. D’altra parte, insistere su  questo senso di mancanza o nostalgia sarebbe in fondo una manifestazione d’ingenuità. Indietro non si torna, e quando il Futurismo viene definito (come di solito si fa) un’avanguardia “storica”, è bene tener presente che  esso  appartiene alla storia in due sensi differenti: il Futurismo  ha un ruolo fondamentale (come detto) nella storia dell’avanguardia, ma al tempo stesso deve essere storicizzato come fenomeno che non si può ripetere.          Certo, questo vale essenzialmente per tutti i movimenti culturali, artistici, ideologici: i quali sono astrazioni più o meno determinate, come frutto delle combinazioni di varie circostanze; e ciò che ne resta (quando merita di restare) sono essenzialmente i singoli contributi di personalità individuali. Ma appunto qui sta il problema: il problema, non tanto del Futurismo , quanto del suo fondatore.

Filippo Tommaso Marinetti si è dedicato con tanta generosità e tanto brillante esito al  movimento che a un certo punto della sua vita egli fonda e che generosamente sostiene fino (letteralmente) alla morte, che l’identificazione fra lui e tale movimento risulta completa. Questa fortuna è stata anche in un certo senso la sua sfortuna, e si potrebbe dire che l’autore Marinetti è stato vittima del suo  stesso successo come grande animatore culturale: alla fama del suo nome non si è ancora accompagnata un’adeguata conoscenza dei suoi scritti, così che la vasta e brillante  opera letteraria di Marinetti   —  che non è stato solo un saggista un organizzatore un traduttore e un polemologo, ma anche un drammaturgo un romanziere un novelliere e soprattutto un poeta —  è stata  sovente ridotta a un manipolo di citazioni ad effetto (spesso e volentieri decontestualizzate, dunque esposte a fraintendimenti).

A questa ingiustizia si sta ponendo gradualmente rimedio. (Il ritmo della storiografia letteraria, come di ogni storiografia, è necessariamente più cauto e lento della storia che essa descrive  —  anche quando si tratta della storia di un’opera come il futurismo marinettiano, dominato dal culto della velocità.) La difficoltà e la sfida nascono anche dal fatto che  —  come  da tempo si parla di vari Futurismi piuttosto che  di un monolitico Futurismo  —  così gli scritti di Marinetti rappresentano aspetti differenti, e a volte divergenti, della sua eccezionale personalità. Ed eccoci all’ultima “scoperta” in campo marinettiano: il romanzo finora inedito Venezianella e Studentaccio, scritto  —  o più precisamente,  in larga parte dettato  —   nell’ultimo anno di vita dell’autore, tra l’autunno del 1943 e l’estate del 1944. (Marinetti muore nel dicembre del ’44.) Ho posto il termine “scoperta” tra virgolette perché, come spesso accade in questi casi, l’esperienza decisiva non è quella della percezione immediata dell’oggetto, ma quella della sua valutazione appropriata e della lunga esplorazione che a essa necessariamente consegue. Gli studiosi non ignoravano che fra le carte marinettiane inedite conservate nella biblioteca dei libri rari e dei manoscritti dell’università di Yale si trovava una coppia di versioni dattiloscritte di un testo chiamato appunto Venezianella e Studentaccio  —  un testo però così crivellato da errori di trascrizione che la sua stessa natura e  completezza non risultavano chiare.  Tale testo sarebbe potuto restare ancora per decenni ben custodito, certo (le biblioteche americane non lasciano che le carte letterarie marciscano nella polvere), ma reso invisibile proprio da questo diligente inscatolamento: una curiosità archivistica cui fare riferimento ogni tanto, e da cui citare  qualcuno dei passi meno incomprensibili.

Ma a un certo punto un dottorando (Amerigo Fabbri) e un docente piegano la testa su questo sbiadito dattiloscritto dai caratteri saltellanti,  lo leggono pian piano  —  e  “scoprono” l’evidenza, che (similmente a tutte le evidenze)  è difficile, come si diceva,  da vedere attraverso il reticolo dei luoghi comuni e delle sistemazioni manualistiche: questo è un grande romanzo sperimentale, che sembra composto da uno scrittore nel pieno di una maturità vigorosa, non (come accade in realtà) da un uomo anziano e malato. Passano gli anni, passano i dottorandi;  e a un certo punto, dopo varie visite e prudenti contatti, salta fuori da un archivio privato italiano il manoscritto originario  — un fascio di fogli rilegati dentro un quadernone in pelle  —   vale a dire la fonte attendibile di quelle poco attendibili  trascrizioni dattiloscritte conservate a Yale; comincia allora tutto un lavorìo di decifrazione e trascrizione che consente infine di ricostruire, una settantina d’anni dopo, il romanzo così come esso essenzialmente riflette la voluntas dell’autore. (Filippo Tommaso Marinetti, Venezianella e Studentaccio, a cura di Patrizio Ceccagnoli e Paolo Valesio, introdotto da Paolo Valesio, Milano, Mondadori, 2013.) A questo punto ci sarebbe molto da dire, nel solito e indispensabile contesto critico-filologico (analizzato, peraltro, nell’edizione citata): sulle fonti, il contesto sociale e letterario, lo stile ecc.

Ma qui si vuole cogliere l’occasione e la sfida di una sintesi: Qual è veramente la posta in gioco  —  ovvero (ed è questa la domanda centrale,  che ci trasporta dalla critica letteraria come tecnologia  alla critica in senso pienamente umanistico  —   la critica non solo della letteratura ma anche della vita); questo gioco “veneziano”, vale la candela? La risposta è “Sì”  —  nettamente e, oso dire (anche se viene da un diretto interessato), obiettivamente “Sì”. Fra i primi recensori, è stata una poeta colei che  ha avuto il coraggio di dire quello su cui  i professori nella loro distaccata cautela spesso non amano sbilanciarsi, quando ha parlato di “una scrittura instancabile […] alimentata da un’energia segreta, quella del genio, per una simmetria sorprendente fra città e romanzo”. Ma l’elemento essenziale dell’originalità di questo  romanzo è l’empito e l’impeto verso la trascendenza. Un elemento a prima vista sorprendente, per un  autore la cui immagine sembrava definitivamente consegnata a un certo discorso all’estremo, da poète maudit del modernismo; ma che in realtà era venuto maturando lungo tutto il corso dell’opera marinettiana. Marinetti è stato un profondo poeta della materia, ma non è mai stato un materialista nel senso radicale e filosofico del termine.

Ciò che accade nelle composizioni dei suoi ultimi anni (fra le più importanti in tutta la sua opera) è  in sostanza questo: la vena spirituale che sempre era scorsa attraverso i suoi scritti fin dagli inizi pre-futuristi  —   una spiritualità sauvage, sincretistica, tardoromantica e per così dire spietatamente estetica,  ma in cui l’anelito alla trascendenza era autentico  —  qui viene incanalata e concentrata in un senso più chiaramente religioso. Venezianella e Studentaccio sono protesi verso una fede che non si identifichi più totalmente con la progettualità estetica e con il patriottismo. Il fatto poi che questi due affascinanti personaggi siano raffigurati realisticamente anche nelle loro debolezze e contraddizioni, li rende psicologicamente credibili nella loro ricerca del trascendente. L’ultima parola (una parola ritmata in corsa, in questo romanzo che rigorosamente rifiuta i segni di punteggiatura) spetta a Studentaccio, il quale a un certo punto della narrazione  “fa da cantastorie” ed esclama: “ Poiché un giorno Venezia entrerà anch’essa in paradiso sia raffinata la sua bellezza e quando sarà perfetta santificata e non vi stupite se siamo noi futuristi a voler compiere il miracolo poiché soli detentori dell’avvenire”.

 

Paolo Valesio

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