Archivi del mese: giugno 2015

AUDIATUR ET ALTERA PARS


Anticipo il testo che serve da editoriale al numero 2014 di “Italian Poetry Review (IPR)” di prossima uscita.

AUDIATUR ET ALTERA PARS

(EDITORIALE, IPR, IX, 2014)

Coloro che si trovano in prima fila nella lotta per la libertà di espressione — i giornalisti; i filosofi; gli artisti (e in particolare gli scrittori d’immaginazione, e fra essi specialmente i poeti); i vignettisti; e le poche altre figure alle quali la società attraverso i tempi ha concesso spazi (avari) di libertà — lavorano sempre sotto una cappa di piombo che ondeggia a una certa altezza; e non è mai stata una consolazione, il fatto che questa copertura sia dorata all’esterno:

“Elli avean cappe con cappucci bassi

[…]

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia
ma dentro tutte piombo

[…]

al collegio de l’ipocriti tristi se’ venuto” [1] .

(Il gran tocco di Dante è quello della tristezza: non è obbligatorio amare il comico la satira il riso, non è necessario essere allegri di carattere, non ci si può comandare d’essere spiritosi — ma non si può coltivare la libertà e la critica senza dare un qualche spazio ai suddetti elementi, nel proprio foro interiore così come in quello esteriore.)

La bolgia degli ipocriti, Gustave Doré

La bolgia degli ipocriti, Gustave Doré

Ora, dal 7 gennaio 2015, la cappa si è notevolmente abbassata, così che l’atmosfera è divenuta più soffocante. Questa data dev’essere purtroppo considerata come il vero Capodanno del 2015, in quanto anno politico-culturale: la storia dell’annata si è aperta con una drastica riduzione della libertà d’espressione su scala internazionale. E la repressione continua: dopo quel funerale di prima classe mascherato da una retorica resistenziale che è stata la marcia dell’undici gennaio a Parigi, i vignettisti di “Charlie Hebdo” sono stati, per così dire, riesumati e risepolti a più riprese. Risepolti in quanto confusi con altri assassinii e stragi — egualmente tragici, naturalmente, ma non pertinenti al tema presente, che è quello della libertà d’espressione[2] — e risepolti sotto il peso dei distinguo: ridere e irridere, sì — però: non di tutto; comicità, sì —ma di buon gusto; ecc. ecc.

Charlie Hebdo direttore Gerard Biard e critico cinematografico Jean-Baptiste Thoret premiati per libertà di espressione al PEN American Center Literary Gala.

Charlie Hebdo direttore Gerard Biard e critico cinematografico Jean-Baptiste Thoret premiati per libertà di espressione al PEN American Center Literary Gala.

Se qualcuno avesse nutrito il dubbio (e naturalmente c’è stato chi l’ha nutrito) che i vignettisti parigini massacrati abbiano qualche cosa a che fare con la letteratura, dovrebbe essere stata sufficiente a dissipare questo dubbio la spaccatura nel Pen Club a proposito del premio a loro attribuito[3]. Per contro, c’è chi è andato al di là della letteratura in senso generico, stabilendo una diretta analogia (di cui non si pente) fra vignettisti e poeti[4].

“I poeti giungono a Rovigo per una grande festa da consumare lungo le strade e le piazze e non solo all’interno dei palazzi, per far risuonare la poesia nella condivisione, riportando al centro la marginalità, e forse la mendicità dei poeti”, scrive in questo numero Marco Munaro, introducendo la serie fotografica che illustra la festa in questione. La posizione della poesia fra centralità e mendicità è uno dei suoi principali paradossi, e richiederebbe un discorso troppo lungo. Ma si potrebbe (estrapolando dal testo appena citato) togliere la qualifica del “forse” all’attribuzione di mendicità alla poesia. A patto di liberare questa categoria, nel caso dei poeti, da ogni connotazione di, come dire, vergognosità. Se il poeta è un mendicante o accattone, egli è anche per fortuna un accattone “molesto” — non nel senso di una volgare aggressività, ma di una professionalità giullaresca.

E a patto, inoltre, di togliere a questo stato di mendicità l’atmosfera della rassegnazione romantica (pur essendo tuttora commovente, ma forse anche perché il suo tono è ormai tanto distante da noi, l’aria di Rodolfo nella Bohème pucciniana: “Chi son? Sono un poeta” ecc.). Il poeta rivendica, come si diceva, la centralità della sua marginalità; egli/ella ambisce giustamente a dare alla sua opera un rilievo anche mediatico; il poeta non si vergogna affatto di essere interessato al denaro — non per se stesso/a, ma per aiutare la causa della poesia: letture, manifestazioni varie, pubblicazioni ecc. (Ricordo, anni or sono, di un tassista abusivo di Fiumicino col suo largo sorriso: “Ah, i poeti, i poeti! I poeti vogliono l’oro!”. La frase, come tutte le affermazioni insieme assurde e significative, non fu mai spiegata: ma resta nel pensiero la parentela fra il luccichìo della poesia e il luccichìo dell’oro.)

Città Poesia a Rovigo. Immagine di Marco Munaro.

Città Poesia a Rovigo. Immagine di Marco Munaro.

Si è parlato di accattoni “molesti”, di giullari, di vignettisti — e sono stati altrettanti modi per dire che, quando il tema della libertà d’espressione è coniugato con la poesia, la tensione (di parola e pensiero) sale, così come cresce la possibilità di fraintendimento; mentre diminuisce quella del fra-intendimento ovvero quella della (relativa, faticosa) intesa fra interlocutori molto diversi. Si prenda un caso estremo: quello della blasfemìa. Categoria che, naturalmente, non dev’essere confusa con quella della “bestemmia” nel suo significato corrente e volgare, la quale è chiaramente da respingere; ma semmai nel senso in cui Pasolini — non senza gusto di provocazione — si propone a un certo punto di apporre il titolo Bestemmia alla raccolta di tutte le sue poesie[5], anche se le ragioni di questa scelta non vengono esplicitate[6].

Pier Paolo Pasolini, blasfemo

Pier Paolo Pasolini, blasfemo

È una categoria che ha già fatto la sua apparizione, nella discussione corrente sulla libertà d’espressione[7]. Ma la blasfemia, con la sua connotazione di (se è permesso citare un verso di chi scrive) “libertà feroce” è qui evocata — nel rispetto dovuto a tutte le forme dell’espressione — solo per scartarla subito; anche per evitare equivoci col narcisismo della protesta. Caso mai si potrebbe parlare di “disfemìa”: ma non nel senso usuale e corrente del termine — che, com’è noto, descrive una patologia (“disturbo del linguaggio consistente nell’incapacità di pronunziare alcuni suoni’) — bensì in un senso neologistico; per cui si può citare (per la seconda e ultima volta) da una brevissima poesia di chi scrive appartenente ai tardi anni Novanta in cui alla blasfemìa veniva opposta dialetticamente la disfemìa — termine da intendersi come caratterizzazione di un uso del linguaggio che lo torce e lo (es)tende all’estremo[8].

Senonché, in quest’ultimo senso il linguaggio della poesia in fondo è sempre in qualche misura disfemico, in quanto fra l’altro esso si oppone all’eufemìa o eufemismo, che è la morte della poesia. Come funziona allora, fra i due estremi della blasfemìa (troppo ristretta in una certa retorica “maledettistica”) e della disfemìa (concetto che si rivela troppo ampio), la libertà d’espressione? Ribadisco che qui si sta parlando di libertà d’espressione nella prospettiva della poesia e dell’arte in generale, non nella dimensione politica, religiosa, ecc. (anche se naturalmente esistono rapporti fra i due tipi di libertà).

Bestemmia di P. P. Pasolini

Bestemmia di P. P. Pasolini

La libertà d’espressione in senso latamente sociale è più fondamentale e urgente di quella poetico-artistica, la quale richiede lo sviluppo di particolari capacità, e in questo senso può apparire più ristretta, più “tecnica”; eppure, è l’espressione di tipo artistico quella che meglio libera, per così dire, la voce delle altre libertà. È molto difficile arrivare alla libertà espressiva se qualcuno non ci insegna a esprimerci liberamente fin da piccoli — d’altro canto, l’unico vero modo di insegnare l’espressione è lasciare liberi di esprimersi. Non si pretende qui di sciogliere il paradosso, ma solo di mettere in evidenza la complessità della situazione in cui siamo immersi. Si potrebbe dire che nel campo di cui stiamo parlando il concetto di “espressione”, a connotazione estetica, prevale su quello di “libertà”, la cui connotazione è piuttosto etica — ma il confine fra le due idee è molto poroso, poiché in entrambe emergono immediatamente problemi di valori.

E è bene ribadire che qui si parla di tutta la poesia — della poesia in corso così come della poesia del passato, della poesia nei suoi vari livelli e registri, nelle sue inevitabili discontinuità. Nel nostro contesto (introduzione a una rivista di poesia) questa specificazione potrebbe sembrare ovvia; e invece non lo è, perché le più insidiose forme di diffidenza verso la poesia sono quelle espresse da spiriti nobili e sottili — quelli che trasmettono la loro sfiducia verso la poesia nel suo funzionamento effettivo e nella sua vita reale mettendosi al riparo dei Grandi Classici, i quali rappresenterebbero l’accesso diretto ai Grandi Valori (la bellezza, la verità, la bontà), laddove gli altri tipi di attività artistica si svolgerebbero in una zona mediana che potrebbe essere considerata moralmente inferiore. Per quanto alta sia la statura di questi moralisti[9], e per quanto complesse siano le loro motivazioni[10], qui bisogna essere chiari: la lotta artistico-poetica per la libertà d’espressione non si svolge solo sulle vette del Parnaso, ma anche (forse, soprattutto) nel modesto lavoro quotidiano di poeti, scrittori, critici.

Insegnante della libertà d'espressione

Insegnare la libertà d’espressione

L’inflazionato motto apocrifo su colui che si impegna a rispettare la libertà di parola di chi non la pensa come lui si applica solitamente a un’idea “liberale” di politica che, altrettanto solitamente, resta nel limbo delle pie intenzioni. In realtà, è la poesia l’ambito di attività spirituale che radicalizza il pensiero appena citato: lo radicalizza non in qualche senso politico-ideologico, bensì perché lo interiorizza. È nella poesia infatti che meglio si esprime una voce che non sia necessariamente d’accordo con le idee e i sentimenti che essa stessa enunzia; e ciò accade anche perché l’autentica poesia (a tutti i livelli, anche mediani — senza bisogno di scomodare ogni volta Omero, Dante, Shakespeare) non è suddita di ideologie, non ha opinioni o partiti presi.

La retorica dell’Altro è ormai divenuta nelle scienze umane, con passaggi continui dalla sociopolitica alla critica letteraria, qualche cosa di simile a un cliché; e l’iniziale maiuscola ha qui un tono laico anzi laicistico — in opposizione dunque, indiretta ma chiara, a quel riferimento trascendente che per alcuni si connette a tale maiuscola. Verrebbe quasi voglia, per chiarire le idee e distinguere il rapporto col trascendente da ciò che non lo è, di ricorrere alla risonanza latina; e citare quel valde aliud — ‘molto, molto diverso’ o ‘molto, molto altro’ — che è antico topos della letteratura teologica sul sacro. Ma la terminologia di per sé non scioglie l’intrico del pensiero (e il pensiero è sempre, in ultima analisi, l’elemento decisivo in poesia).

In realtà il poeta abbraccia il valde aliud in un modo che scavalca la distinzione fra sacro e profano. La voce della poesia che parla dentro di lui/lei va al di là dei pensieri e valori del poeta come autore — lo porta a solidarizzare anche con le cause in cui egli non crede; e ciò, non per esibizionismo o amore dello scandalo, ma in nome appunto della sua fedeltà alla voce amorosa e non ideologica della poesia. Da ciò risulta che il poeta non è mai completamente d’accordo con se stesso (donde la cautela con cui deve essere affrontata l’interpretazione di ogni testo autenticamente poetico). È in questo atteggiamento di intimo disaccordo che consiste fondamentalmente la blasfemìa o disfemìa della poesia in quanto tale — blasfemìa tutt’altro che bestemmiatrice, anzi “cattolica” nel senso etimologico del termine.

La multa servita

La multa servita

Audiatur et altera pars, dunque: ma non nel senso dell’audizione distaccata di due parti in causa ugualmente aliene — bensì nel senso dell’auscultazione di due parti interiorizzate nella loro opposizione, senza preoccuparsi necessariamente della loro coniunctio. In questo senso il poeta porta all’estremo (un estremo di sensibilità ed eloquenza) l’atteggiamento di apertura alla vita — la vita in tutta la sua intricatezza — che compare a volte perfino nei chiassosi dibattiti giornalistici sul nostro tema. Ma le occasioni in cui questo atteggiamento compare sono spesso (e non a caso) i momenti nei quali chi si trova a scrivere sulla stampa periodica è uno scrittore — narratore o poeta ch’egli sia — il quale come tale può parlare, per esempio, del “combat spirituel della ragione con se stessa”[11].

Certo, la filosofia e la teologia ammoniscono che non si dà libertà autentica senza l’intima etica di un controllo, di un limite interiorizzato; ed è difficile (anche se non impossibile) trovare un poeta che non sia in qualche modo sensibile a questo fondamentale senso spirituale della libertà. Ma il vero poeta porge almeno orecchio, e in molti casi anche voce simpatetica, alle espressioni che possono emergere di una libertà superficiale dunque non autentica. Si consideri per esempio un’affermazione come la seguente: “Se la libertà è potersi muovere, pensare e non fare quello che vogliono gli altri, secondo regole che non si capiscono, allora è vero che anche la pazzia è un volto della libertà”[12]. Questo aforisma resta ambiguo: non è chiaro infatti se la conclusione riguardo alla pazzia sia presentata come un modo di convalidare o invalidare il concetto di libertà di cui si parla. Ed è proprio da questa ambiguità che sprizza la piccola scintilla di poesia (poésie trouvée, per così dire) di questo pensiero — anche se la definizione di libertà come “non fare quello che vogliono gli altri” è chiaramente insoddisfacente. Questo ci riporta, per l’ultima volta, al caso di “Charlie Hebdo”.

La poesia di Charlie Hebdo

La poesia di Charlie Hebdo

Vale la pena di riprendere ciò che altri hanno già detto, e a cui anche sopra si è accennato: il punto non è se trovarsi o no d’accordo con questo settimanale: filosoficamente (sì, filosoficamente: o la filosofia emerge anche da fogli come “Charlie Hebdo”, oppure resta condannata alla mummificazione…); esteticamente; moralmente; o da altri punti di vista. Si tratta semplicemente (semplicemente?!) di difenderne la libertà d’espressione. Ma limitarsi a ribadire questa idea sarebbe, appunto, meramente ripetitivo, se non si precisasse un pensiero che travalica il tono cauteloso e freddino di tante difese professorali della libertà dell’altro/Altro[13].

In primo luogo, se non si è d’accordo con i valori sostenuti dall’altro/Altro, è bene che ciò sia detto chiaramente; oltretutto, tale dichiarazione di disaccordo conferisce maggior forza alla difesa della libertà d’espressione di questo Altro. In altri termini: avendo chiarito che si considerano i vignettisti di “Charlie Hebdo” come una specie di poeti, e testimoni all’estremo della libertà d’espressione, si può ben sperare di non essere fraintesi se al tempo stesso si dichiara la propria netta distanza dalle posizioni di quel settimanale. In fondo, “Charlie Hebdo” non è abbastanza radicale — il che è un paradosso soltanto in apparenza: il settimanale resta ancorato all’ideologia paralizzante e obsoleta della “sinistra” contro la “destra”. E soprattutto, “Charlie Hebdo” fa del laicismo una sorta di religione (come le religioni di cui esso è spietatamente critico), o culto quasi superstizioso; rivelandosi così molto tradizionale — nazionalisticamente tradizionale: siamo ancora al culto della Rivoluzione Francese, dove il laicismo rivela una vena di terrorismo culturale.

In secondo luogo e infine: è troppo poco parlare di empatìa o (parola terribilmente usurata) di solidarietà; queste sono posizioni fondamentalmente politiche, dunque inevitabilmente inficiate da un certo opportunismo diplomatico. Quando il poeta difende la libertà di un qualcuno o qualcosa che gli è alieno lo fa in nome di quella che si potrebbe definire una fascinazione-nonostante; una fascinazione dunque che si può ben chiamare amore — e torniamo alla posizione “cattolica” nella sua radice laicamente etimologica.

— Ma — ci si potrebbe chiedere — quand’è che si comincerà a parlare, dopo questo lungo prologo, del presente numero di IPR? La risposta è che in verità se ne è parlato continuamente, lungo/sotto le pagine precedenti; in cui era implicita una riflessione sulla poesia italiana, e in larga misura anche internazionale, oggi; a cominciare dal richiamo iniziale. La poesia odierna deve misurarsi contro le cappe di piombo dorato, contro il pensiero unico, contro l’estrema difficoltà di dar voce all’“altra parte”; e in questa situazione bisogna dire che la poesia si muove molto cautamente, a tentoni.

David Maria Turoldo

David Maria Turoldo

È abbastanza triste per esempio che, per trovare poeti che abbiano il coraggio di apostrofare le grandi figure di autorità, comprese le massime figure spirituali — scrivendo nel solco così profondamente italiano, non di Dante soltanto, ma di Iacopone da Todi e di Caterina da Siena e di altri — si debba continuare a ritornare a Pasolini (che ormai rischia di diventare, non per sua colpa, un logoro santino buono a tutte le letture), e a David Maria Turoldo: due poeti che hanno osato rivolgersi, con tono di discussione e dibattito, anche a papi. E che queste poesie di apostrofi al papa siano tenui non importa poi molto, nel presente contesto. Resta il senso metaforico di un gesto, una direzione espressiva generale. (Come nelle parole di Turoldo che sembrano, per ripiegare su una frase fatta, scritte ieri — quando egli parla di una vita la quale “pare che porti i segni di una maledizione. Intendo, di questo nostro modo di vivere, di queste furiose ideologie e feroci politiche. Da qui il grido di disperazione che sale dalla moltitudine” — per cui vedi in questo numero di “IPR” il saggio di Valentina Calista.)

Il problema non è certo esclusivo dell’Italia. Per esempio, chi riceve quotidianamente quel programma di eccezionale valore culturale che è il “Poem-a-Day” della statunitense Academy of American Poets, dovrebbe tuttavia riconoscere — se è sensibile al valore dell’Audiatur et altera pars — che non è esagerato parlare di una cappa di piombo (dorata, beninteso, dorata…) che pesa sul linguaggio della poesia nordamericana contemporanea — almeno, quella filtrata dall’Academy; una poesia che si distingue anche per i temi che essa evita di trattare, risultando molto spesso in un linguaggio anodino. (Meglio evitare il cliché “politicamente corretto” — espressione ipocrita che, sotto la maschera del tono critico, è in realtà auto-congratulatoria.)

Ma non si tratta, naturalmente, di prescrivere tematiche specifiche ai poeti; e bisogna anche essere comprensivi verso una situazione in cui lineamenti della società contemporanea, i suoi elementi di divisione e di dialogo (due termini che non sono necessariamente opposti), si intravedono con sempre maggiore difficoltà. Per esempio, uno degli sviluppi di cui il massacro di Parigi e i vari fenomeni analoghi sono un segnale, è la crisi del concetto di “poesia civile” (ammesso che tale concetto abbia mai avuto un senso pieno — e la sua debolezza non cambia anche giocando con i sinonimi: poesia civica, impegnata, engagée, ecc.). Il che non significa che nobili testimonianze in questa direzione siano impossibili: per esempio, in questo numero, i versi di Luigia Sorrentino dedicati alle vittime del Vajont.

Roberto Morpurgo

Roberto Morpurgo

La poesia che sta apparendo su “IPR” sembra non voler più dare voce diretta al succitato “grido di disperazione che sale dalla moltitudine” (e forse vi è in ciò una forma non del tutto negativa di prudenza). E si concentra piuttosto sull’aggiornamento del gran tono lirico della genealogia romantica in senso forte (Inni alla notte di Arrigo Colombo) o sulla invectiva generalizzata contro il mondo (vedi Antonio Bux, nel solco di Leopoldo María Panero)[14]; o su un arrovellamento di conoscenza intorno al valde aliud nel senso più pieno e alto del termine, come nei versi di Andrea Ponso. Questo rovello sulla presenza/assenza del divino si ritrova anche — con più ironico distacco — nella serie di “prose” brevi Gli uccelli di Borges di Roberto Morpurgo. Il termine è qui collocato tra virgolette perché questi testi appaiono nella sezione della rivista intitolata Tra prosa e poesia.

Questo titolo dà un’indicazione significativa, perché tiene conto della porosità di confini tra il genere “poesia” e il genere “prosa” che è una delle caratteristiche fondamentali della poesia contemporanea in quanto poesia sperimentale — porosità che ancor oggi ha bisogno di essere ribadita nella pratica poetica, anche se da un punto di vista storico le sue radici tardo-ottocentesche e modernistiche sono ben note. In effetti, questa circolazione di energia poetica nei vari generi di scrittura è forse, per il momento, il più chiaro contributo di “IPR” allo sperimentalismo poetico — uno sperimentalismo che si estende anche al venerabile genere della recensione: la rivista infatti ospita (come risulta particolamente chiaro nel presente numero) recensioni scritte in stili molto diversi, oltre a riflessioni metodologiche sulle implicazioni del genere breve (si veda la recensione al libro di Alan Ziegler).

Non vi è qui, d’altra parte, nessuna ambizione di speculare su “dove vada” la poesia: la poesia soffia dove vuole, sempre uguale e sempre diversa (ovvero, per dirla all’inglese: “Poetry is as poetry does”). La politica innalza il livello dell’umanità nella misura in cui essa è la diga che trattiene gli uomini (tutti gli uomini) dal saltare alla gola l’uno dell’altro; la poesia dal canto suo è uno dei più forti argini di difesa che trattengono gli uomini (almeno, alcuni tra essi) dal ridurre le relazioni tra persone ai calcoli politici dentro la dicotomia: alleati versus avversari. Ma la poesia non è soltanto una misura difensiva; il suo contributo è rinnovare costantemente il senso del mistero, del fascino (a volte anche esasperante) delle relazioni fra esseri umani.

Paolo Valesio
Bologna/New York

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[1] Inf. XXIII 61, 64-65, 91-92.

[2] Mentre questa rivista va in stampa esce il numero speciale, Dite quel … bip …che vi pare, di “Nuovi argomenti” 70 (aprile-giugno 2015) dedicato al tema della libertà d’espressione, con un questionario di dieci domande a cui risponde più d’una settantina di poeti, scrittori, intellettuali italiani.

[3] Si tratta del “Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award”. Vedine alcune eco sulla stampa italiana, fra cui mi limito a ricordare Pierluigi Battista: Il caso Charlie Hebdo: Quando l’Occidente è stanco della libertà, nel “Corriere della Sera” del 3/5/1015; Antonio Monda: “Ecco perché io non sarò mai Charlie” (con riferimento alla posizione di Joyce Carol Oates) nella “Repubblica” dell’11/5/15; vedi anche il resoconto diligente di Gérard Biard, L’Amérique découvre “Charlie Hebdo” in “Charlie Hebdo” n. 1190 del 13/5/15. (Di altri aspetti del dibattito aveva già scritto Giulio Meotti, “Charb” firma dalla tomba un libro contro i suoi nemici: la gauche, nel “Foglio quotidiano” del 16/4/15.)

[4] Vedi il mio breve articolo: Che cos’è un vignettista?, apparso sul quotidiano online “Ilsussidiario.net” del 12/1/15. Quando scrivevo quel testo, non avevo ancora letto il n. 1178 del 14/1/15 di “Charlie Hebdo” dove Antonio Fischetti, nell’articoletto Même pas morts (p. 4), parlando di uno dei suoi compagni caduti, scrive: “D’Honoré, je garde l’image d’un poète et d’un conteur”.

[5] Quando Pasolini pensava, pur tra varie incertezze, a pubblicare “tutto l’intero corpus delle mie poesie, scritte in trent’anni”, precisava: “il titolo di questo volumone sarebbe Bestemmia, perché vi comprenderei anche un lungo frammento inedito intitolato appunto così” (in una lettera del 1970, scritta da Roma a Livio Garzanti, e ripresa nella Nota al testo di Walter Siti, a p. LIX dell’edizione garzantina in 3 volumi del 1993, curata da Graziella Chiercossi e dallo stesso Siti, il quale specifica: “Abbiamo voluto obbedire a questo suo desiderio”). Il titolo dell’edizione succitata è dunque: Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie — e si noti la particolare drammaticità di quella titolazione, vista l’assenza dalla garzantina di quel “lungo poema in forma di sceneggiatura” (pp. LIX-LX, ed. cit.) che ne avrebbe messo in luce l’aspetto eponimico.

[6] La dichiarazione, infatti, di Pasolini nella lettera citata alla nota precedente non spiega veramente il titolo, ma si limita a menzionarne la funzione di eponimia. E’ lievemente paradossale allora la situazione per cui, nell’ampliata edizione dei “Meridiani” che riporta fra l’altro tutto il testo disponibile di Bestemmia, (interessante poema-sceneggiatura-romanzo-in-versi ) e che dunque potrebbe giustificare il drammatico soprattitolo dell’opera in versi, tale soprattitolo è caduto, e resta soltanto: Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie , 2 tomi, a c. di Walter Siti, Milano, Mondadori, 2003; per il testo intitolato Bestemmia vedi tomo 2, pp. 927-1115). Non ho elementi per spiegare questo cambiamento; che tuttavia oggettivamente (e senza mia valutazione in positivo o in negativo), elimina l’effetto drammatico del titolo precedente, e conferisce alla raccolta un’immagine più asettica. Peraltro esistono indicazioni autoriali che rivelano la complessa connotazione di quell termine, cominciando dal fatto che Bestemmia non è un sostantivo astratto, ma il soprannome del protagonista; e la tematica di quel poema è quella di un misticismo eretico e sottoproletario (vedi le note al testo nel tomo 2, pp. 1723-1742) — elemento pertinente alla riflessione poetologica che qui si tenta di sviluppare.

[7] Già l’opinionista Roger Cohen aveva elencato: “libertà di coscienza, libertà di stampa, libertà di blasfemìa, libertà sessuale — in breve le caratteristiche fondamentali delle democrazie” (vedi Islam and the West at War, “The New York Times”, 17/2/15); e sarebbe ingeneroso soffermarsi sul fatto che questa coraggiosa dichiarazione era alloggiata in un organo moderato e benpensante come “The New York Times” dove non si vede ombra, non diciamo di blasfemìa, ma nemmeno di irriverenza di tipo vignettistico. In un video rilasciato in occasione del conferimento dell’Urbino Press Award al nuovo direttore di “Charlie Hebdo” quest’ultimo, il succitato Gérard Biard, parla in tono non solo calmo ma addirittura dolce della blasfemìa come libertà radicale d’espressione (vedi anche l’intervista a lui fatta da Giovanni Lani, La seconda vita di Charlie Hebdo: “Siamo blasfemi, è la democrazia”, in “Il Resto del Carlino”, 16/4/15).

[8] Fra l’altro, il titolo di una delle raccolte poetiche di un autore presente in questo numero (Antonio Bux) è Disgrafie. Il prefisso dis- (disfemìa, disgrafìa, magari anche disfonìa) può far pensare allo stridìo prodotto dal lento e sistematico graffiare di uno strumento tagliente su una superficie — fenomeno che potrebbe rappresentare metaforicamente tutto un modo di fare poesia. Ci sono infatti varie maniere — e questa rivista le accetta tutte — di descrivere il rapporto fra il linguaggio della poesia e la lingua in generale; e una di esse potrebbe essere appunto quella, molto significativa per la poesia dell’oggi, di guardare al linguaggio poetico come una punta dura che graffia la superficie piatta della lingua umana. Ma un discorso sulla poetica disfemica risulterebbe troppo lungo — un esempio fra i tanti: le Diafonie del poeta e traduttore svizzero di lingua italiana Antonio Rossi (Milano, Scheiwiller, 1995) sono tutt’altro che diafane, anzi sono molto graffianti. (In questa poetica del dis- potrebbe rientrare, fino a un certo punto, anche la poetica del dispatrio — vedi per esempio l’antologia Sempre ai confini del verso: Dispatri poetici in italiano, a c. di Mia Lecomte, Paris, Éditions Chemins de tr©verse, 2011 — anche se in questo contesto il prefisso dis– ha una valenza più concettuale e meno concreta.)

[9] E valga un esempio per tutti: quello di Simone Weil. Con tutta la (profonda) ammirazione per la sua santa genialità, è bene prendere chiaramente le distanze dalla sua estetica alquanto puristica e dogmatica, con le vecchie accuse (che corrono il rischio di configurare un anti-intellettualismo) agli artisti del moderno e del contemporaneo — diciamo pure, a tutti gli artisti che non occupino l’angusto spazio di qualche pantheon: “[…] sono proprio gli artisti e gli scrittori più inclini a considerare la propria arte come sviluppo della loro persona a essere effettivamente i più sottomessi al gusto del pubblico. Hugo non aveva difficoltà a conciliare il culto di se stesso e il ruolo di ‘eco sonora’. Esempi come Wilde, Gide e i surrealisti sono ancora più eloquenti”. (Vedi Simone Weil, La persona e il sacro, Milano, Adelphi, 2012, p. 21). E molte sono le allusioni e frecciate simili, sparse nella grande raccolta postuma (risalente anch’essa agli anni postremi et mirabiles della Weil, cioè i primi anni Quaranta) La pesanteur et la grâce, per cui si veda l’edizione con testo a fronte, L’ombra e la grazia, trad. di Franco Fortini, Milano, Bompiani, 2014 (1951) — anche se il titolo italiano non è adatto, nonostante la giustificazione del traduttore (p. V).

[10] Ai francesisti, il compito di mettere in risalto i numerosi echi vittorughiani che si avvertono nello stile aforistico della Weil; e ai biografi e agli studiosi di psicologia del profondo, la cura di studiare la tensione nella Weil fra il suddetto moralismo e i suoi rari esperimenti poetici (soprattutto il bel torso drammatico incompiuto, Venise sauvée).

[11] Cito dall’articolo Il senso del limite che la ragione deve avere di Raffaele La Capria, nel “Corriere della Sera” del 23/1/15.

[12] Dal quadro eseguito con tecnica mista, e intitolato Anche la pazzia è un volto della libertà, di Luciano Benati, esposto in mostra nel Cortile dell’Archiginnasio a Bologna (aprile 2015).

[13] Ma esiste anche il pericolo opposto: per esempio, lo slogan di breve vita “Je suis Charlie” rappresentava la banalizzazione commerciale in stile “americano” di una drammatica realtà — dunque, qualche cosa di nettamente anti-poetico.

[14] Per cui vedi anche il volume terzo nella collana “Ungarettiana” emanante da “IPR”: Leopoldo María Panero e Ianus Pravo, Senz’arma che dia carne all’ “imperium”, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2011.

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Tra quella italiana e quella americana, Ovidio preferisce la seconda

Riporto qui un articolo apparso sul quotidiano online “Ilsussidiario.net” del 29 maggio 2015. Il titolo con cui esso appare riflette una scelta redazionale, mentre il mio titolo originario era “Il grilletto facile”

Tra quella italiana e quella americana, Ovidio preferisce la seconda

Paolo Valesio

Chiunque abbia insegnato materie umanistiche in università americane nell’ultimo decennio o giù di lì, e abbia seguito (anche semplicemente leggendo i titoli delle relazioni e tavole rotonde che vengono organizzate) l’attività delle varie associazioni professionali d’ambito umanistico — in primo luogo naturalmente la colossale macchina della “Modern Language Association” (Mla), ma anche specificamente la “American Association of Italian Studies” (Aais) che (buona notizia) è cresciuta molto negli ultimi anni — ha dovuto fare i conti con un fenomeno per cui la vecchia etichetta di “correttezza politica” si rivela ormai pateticamente insufficiente.

La facciata della biblioteca di Columbia University

La facciata della biblioteca dell’Università di Columbia

Quello che è da tempo cominciato è un vasto processo sociale: come reazione al sospetto generalizzato di irrilevanza verso le scienze umane (sospetto che può avere conseguenze tangibili sui fondi assegnati alle università), molti docenti e studenti hanno cominciato a premere per trasformare le discipline umanistiche in qualcosa di simile al braccio ideologicamente agguerrito (con le armi della cultura più raffinata) dell’attivismo progressista. In un classico sviluppo storico-dialettico che sarebbe molto interessato a Marx ed Engels, questa radicalizzazione ha avuto peraltro anche l’effetto di aumentare la tradizionale sospettosità di vasti strati dell’opinione pubblica, e di molti nuclei del capitalismo più conservatore, verso gli studi umanistici — ma questa è un’altra storia.

Il preambolo può esser sembrato lungo, ma era necessario per collocare in una prospettiva seria lo scandaletto che ultimamente è rimbalzato anche sui giornali italiani: la diffusione cioè, in varie università, di richieste, da parte di gruppi studenteschi appoggiati da vari comitati di controllo sul multiculturalismo, di segnalare all’attenzione ammonitoria di docenti e discenti quei passi di opere ormai inscritte nel canone letterario antico e moderno (dalle Metamorfosi di Ovidio ai grandi romanzi della modernità americana) che possano provocare “traumi” o apparire men che rispettose delle diverse “identità”.

Apollo e Dafne: Il ratto fallito

Apollo e Dafne: Il ratto fallito

Parlando di letteratura, non è fuor di luogo una noterella terminologica: l’italiano tende a designare queste marche di avvertimento con parole come “bollini” o “bollini rossi”, mentre in inglese — con la mescolanza tipica della cultura americana fra gergo para-scientifico e linguaggio bellicoso — si parla di trigger warnings. È vero che il termine trigger è qui usato nel senso di “evento che fa precipitare altri eventi” (e in questo senso la parola inglese mi risulta essere usata oggi anche in italiano, nell’ambito delle scienze mediche e psicologiche), ma è innegabile la suggestione di violenza che il termine possiede nella lingua originaria: trigger è soprattutto usato in inglese nel significato di “grilletto” di un’arma da fuoco (e, com’era prevedibile, coloro che fortunatamente hanno cominciato a opporsi a questi eccessi, hanno cominciato a parlare di contestatori trigger-happy, ovvero “con il grilletto facile”).

Ultima osservazione. Non è un caso che queste forme di intolleranza — esistenti, come detto, da tempo nelle università americane — siano giunte in questi giorni all’attenzione italiana per via di una miscela, diciamo così, esplosiva: un famoso classico latino (le già citate Metamorfosi) contestato nella prestigiosa Università di Columbia — abilissima (come tutte le università della “Ivy League”) a “vendere” la propria immagine in termini pubblicitari (e non importa poi molto, come noi italiani abbiamo imparato già ai tempi del Futurismo, se la pubblicità sia positiva o negativa). Allora, fine della storia? Beh, sì e no: dove finisce un aneddoto, può cominciare un ragionamento.

Prima di buttarsi a capofitto nell’ultima moda (a quando i bollini rossi nelle università italiane?) o (all’altro estremo) prima di stracciarsi le vesti per l’indignazione, sarebbe bene ricordare qualcosa che — con il costante lavaggio hollywoodiano del cervello e il diffondersi dei viaggi aerei low-cost — è facile dimenticare (con conseguenti fraintendimenti): nonostante le apparenze, gli Stati Uniti e l’Europa — soprattutto l’Italia — restano due mondi molto differenti.

In sintesi. Negli Stati Uniti esiste un pieno stato di diritto — con conseguente rispetto della proprietà privata e della civiltà del dialogo — e un sistema universitario selettivo, bilanciato fra istituzioni private e istituzioni a base regionale (i singoli States) con ambienti protetti da sistemi di sicurezza (ogni campus universitario ha il proprio corpo di polizia, che sa distinguere fra gli studenti e gli agitatori esterni), sistema che, d’altra parte, è molto attento al dialogo costante con gli studenti. Esiste inoltre una separazione netta fra l’ambiente degli undergraduates (gli studenti dei primi anni, più intellettualmente avventurosi, ma anche più insicuri e con tendenze iper-protettive e alquanto narcisistiche, dunque col “grilletto” psicologicamente “facile”) e l’ambiente professionalizzato dei graduate students.

E tutto questo, sullo sfondo di una situazione sociopolitica in cui il radicalismo classicamente di sinistra (fondato su gruppuscoli con un’ideologia palingenetica sempre pronta a civettare con la violenza) è in profondo declino; e lo spazio lasciato quasi libero è stato occupato da un’ideologia ibrida: un coacervo di femminismo, ecologismo, psicoterapismo igienistico, cultismo religioso, retorica identitaria.

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Low Library a New York

Inutile sottolineare (ma forse non è poi tanto inutile) le differenze del pianeta Italia: uno stato solo parzialmente di diritto, un sistema universitario statalistico, pseudo-campus senza sicurezza, persistente confusione nei passaggi professionali. Il tutto, sullo sfondo del solito vecchio radicalismo, dove predominano, da un lato i gruppetti sempre pronti a spaccare tutto, e dall’altro una retorica sindacalistica un po’ svelta nel dire “no” alle innovazioni.

Che significa, in fondo, tutto ciò — al di là dell’aneddotica su Ovidio, i bollini e tutto il resto? Significa che le università statunitensi hanno già cominciato a sviluppare gli anticorpi contro gli eccessi anacronistici descritti sopra: ricercando l’equilibrio appropriato fra la coltivazione dei classici e l’applicazione a essi degli strumenti della modernità. Sono in grado, le università italiane, di gestire le inquietudini più o meno demagogiche sviluppando i necessari anticorpi? La risposta non può che restare aperta: forse tutto quello che si può dire è che, in questo come negli altri campi, l’università italiana è impegnata in uno sforzo che — nonostante le sue tentazioni di cinismo — non si può che definire eroico.

venerdì, 29 maggio 2015

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