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Microscopia di un paese

Microscopia di un paese

“Microscopia di un paese”, published as “Da Leopardi ad Adorno: il Covid e le nostre ferite non rimarginabili”, in IlSussidiario.net31 January 2022

Si sono aperte ferite non rimarginabili, almeno nei prossimi anni, nella vita italiana. Non si parla qui di disuguaglianze sociali o di divergenze tecno-scientifiche: problemi molto gravi ma ormai annebbiati dal chiacchiericcio che continua a riscoprire gravi problemi peraltro discussi, alla frontiera tra Otto e Novecento, da vari pensatori: si parlava già allora di “superstizione della scienza”, di esercizio della pura amministrazione che elimina la politica e conduce alla “disumanizzazione dell’uomo” ecc. Ma c’è anche qualcosa d’altro, qualcosa che le omelie laiche ed ecclesiastiche che corrono per l’Italia non menzionano abbastanza chiaramente.

La “disumanizzazione dell’uomo”

Nel giorno stesso in cui durante una bella predica in Sant’Ambrogio a Milano si esortava (giustamente) a ringraziare Dio per le sue benedizioni nell’anno passato – così distinguendosi dalla quieta disperazione agnostica del ritornello: “Speriamo che l’anno prossimo sia migliore”, già ironizzata da Giacomo Leopardi nel suo Dialogo d’un venditore d’almanacchi e di un passeggere – in quello stesso giorno dunque appariva un video tedesco dove un teologo laico con studi psicoanalitici, in camicia e pullover (fa piacere, ogni tanto, vedere un teologo in pullover) parlava in modo più esplicito, avendo intitolato la sua riflessione per l’anno nuovo “Andare l’uno verso l’altro, nei tempi della divisione”. E allora ci si chiede, andando col pensiero al di là dell’immediato presente: Quando e come si richiuderanno le divisioni fra italiani, in questi tempi in cui la paura si è mutata in sospetto e ostilità, con una deriva verso l’odio?

Aldo Capitini, sostegno spirituale della nonviolenza

Nel mezzo di varie spinte e controspinte, coloro che si oppongono alle misure di controllo definiscono se stessi come “resistenti”; e si ripubblicava, proprio l’anno prima dell’inizio della pandemia, un libretto intitolato Elogio della disobbedienza civile, dove si ricorda fra l’altro l’epica esperienza di Danilo Dolci (il quale lasciò un’ impressione indelebile in chi l’ascoltò parlare nei primi anni Settanta, in un circolo culturale a pochi passi dall’Università di Harvard), e si citavano i classici in questo campo come Gandhi, Simone Weil, il non dimenticato Aldo Capitini: fonti non esauste di ispirazione, come sostegno spirituale per resistere a tutte le forme di discriminazione.

Superstizioni in tutte le salse

Ma il mondo descritto in quel piccolo libro – le vaste dimostrazioni, i cortei, i sit-in – sembra quasi scomparso, e non può essere rimpiazzato da qualche flashmob. Perché i partiti sono allo sbaraglio, e perché le nette (e pigramente ideologiche) distinzioni fra “sinistra” e “destra”, o addirittura fra chi sta “a sinistra della sinistra” (ancora presenti nel citato libriccino) stanno diventando obsolete. Anche per l’aumentata “efficienza” degli strumenti di controllo del cosiddetto “ordine pubblico”, in un’atmosfera politica in cui i raduni cittadini sono stati degradati con il termine questurino di “assembramenti” (tutto questo virgolettato sembra pesante, ma è necessario: le virgolette di avvertimento –  quelle che in inglese si chiamano scare quotes – sono una delle poche, timide, forme di critica oggi rimaste).

Il nuovo superstizioso. Le superstizioni e la scienza

È riemerso invece il problema già descritto negli anni Cinquanta da Adorno e compagnia: quello della “personalità autoritaria”. E non si sono ancora distinti abbastanza chiaramente due diversi livelli di questa personalità: il livello alto dei detentori di autorevolezza, i cosiddetti decisori (coloro insomma che l’autorità la creano); e quello subalterno – per usare un termine gramsciano – delle persone che debbono applicare, più o meno autoritariamente, l’autoritarietà o autoritarismo che viene dall’alto. Più o meno autoritariamente… La speranza di una piena ripresa della democrazia in Italia emerge anche da gesti tutt’altro che solenni, da microscopiche divergenze quotidiane fra quei subalterni che applicano le istruzioni con gusto e piacere autoritario (sembrano – ma si spera di sbagliare – essere la maggioranza), e quelli che ogni tanto sostituiscono il loro buon senso alla cieca obbedienza.

Jouissance in uno stato autoritario

La personalità autoritaria è quella per esempio di un’inserviente di teatro che, dopo aver disturbato lo spettatore rapito dal flusso della musica battendogli sulla spalla e indicandogli con il gesto che deve far risalire la mascherina esattamente sopra il naso, nota che colui ha obbedito con un’aria infastidita, e maliziosamente ripassa cinque minuti dopo battendogli nuovamente sulla spalla perché ha verificato il suo sospetto che lo spettatore (il quale è tornato nella sua resistenza al livello di uno scolaretto – e questo è ridicolo e triste insieme: gli autoritarismi provocano anche l’infantilizzazione) abbia riabbassato il bavaglio sotto il naso.

L’autorità non-autoritaria

Mentre la personalità non-autoritaria è quella della bigliettaia su un treno che, passando a verificare biglietti e lasciapassare di due coniugi anziani seduti l’uno dirimpetto all’altro, controlla i documenti del marito che è sveglio, ma passa avanti senza disturbare con la sua ispezione la moglie che dorme. Minuscoli aneddoti senza importanza? No, tutt’altro: anche questi micro-fenomeni rivelano la spiritualità di un paese.

Benvenuta a bordo!

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Foscolo e Leopardi, o compagni di banco o niente

Riporto qui il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  24 giugno 2017 col titolo “Foscolo e Leopardi, o compagni di banco o niente

INIZIA CON IL TEMA DI ITALIANO LA MATURITA AL LICEO CLASSICO BERCHET

Esami di Maturità

Foscolo e Leopardi, o compagni di banco o niente

Un piccolo commento in margine alla prima fase degli Esami di Maturità. Che qui scrivo con la maiuscola, perché rispetto a questo fenomeno mi sento patriottico – sì, patriottico; e non ho mai veramente apprezzato i sogghigni su quel gran libro che è Cuore di Edmondo De Amicis. Questi esami infatti sono una delle poche occasioni rimaste per sviluppare una conversazione nazionale (altro aggettivo fuori moda) fra cittadini e neo-cittadini. E poi: come si fa a parlarne senza interrogare dentro di noi un certo senso di amorosa nostalgia? Perché si può essere nostalgici anche della paura (soprattutto in confronto alle paure ben più pesanti che tutti noi, giovani e non, proviamo in questi anni). Comunque, dopo la paura noi da esaminati provammo anche il sollievo: non tanto il sollievo del confronto fra i promossi e i non promossi (che evoca sempre lo spettro dell’invidia), ma il sollievo primordiale delle prime ore di libertà dopo la tensione – le ore gioiose in cui si aprivano le porte non soltanto di quella mattina là ma di tutte le mattine future.

A parte ciò, che cosa ha imparato, un cittadino qualunque, da questa prima tornata di esami? Prima di tutto, ha constatato la maggiore articolazione del discorso intellettuale nella scuola, rispetto ai suoi tempi – soprattutto nell’apparato di informazioni che inquadrava le domande; e poi, gli è capitato di riscoprire con freschezza di percezione certi passi che per un anziano professore di quelle che una volta si chiamavano “belle lettere” rischiavano di sembrare triti.

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Ugo Foscolo

A proposito di questo secondo punto: tutti noi ripetiamo con rispetto l’idea che lo stupore è l’inizio di ogni autentico pensiero – ma una cosa è dirlo, e un’altra sperimentarlo veramente. Per esempio, raramente avevo sentito con tanta forza la vera differenza – la differenza tra due percezioni della realtà, due mondi spirituali – che separa due grandi autori quasi contemporanei come Foscolo e Leopardi; e ho sentito come certe etichette che negli anni mi erano sembrate antipaticamente pedanti (“romantico” e “classico”) continuassero tuttavia ad avere un certo senso. Ma al di là di queste etichette, e al di là della differenza fra il genere della narrativa (citazione di Foscolo) e quello della saggistica (citazione leopardiana), quello che è in gioco sono due modi profondamente diversi di scrivere prosa moderna. “Ho vagato per queste montagne” eccetera: la prosa di Foscolo è “romantica” nel senso che è contemporanea – entra immediatamente nell’adesso-e-qui della mia percezione di lettore. La prosa di Leopardi (“Ora sappi”, dice la Natura, “che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime” ecc.) è “classica” nel senso del suo eroico tentativo di dimostrare – e, lui, ci riesce – come sia possibile scrivere un’analisi dell’oggi colata dentro gli stampi della prosa trecentesca.

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Giacomo Leopardi

Tutto ciò, io l’avevo sempre sentito – ma forse mai così chiaramente come la scorsa mattina – grazie alla vicinanza e alla focalizzazione di questi due passi nelle tracce degli esami. Se non temessi di essere frainteso (e di essere bocciato all’esame) direi che la modernità foscoliana è la modernità delle emozioni, mentre la modernità leopardiana ha qualcosa di quasi spietatamente sperimentale. E chiedo: ci rendiamo conto della nostra buona sorte di lettori italiani quando, adesso che disponiamo di una monumentale e impeccabile e utilissima traduzione inglese integrale dello Zibaldone, possiamo verificare come ciò che si è appena notato venga inevitabilmente a perdersi nella traduzione? Ecco, io confesso di invidiare un poco i giovani e le giovani che l’altro giorno sedevano all’esame, e che hanno una vita davanti per sviluppare, se così desiderano e se ne vengono incoraggiati dai loro maestri, questi e simili pensieri. Se ne vengono incoraggiati dai loro maestri, ripeto; e il dubbio sorge dall’istruzione finale che segue i brani poetici proposti all’esame: “Puoi arricchire l’interpretazione della poesia con tue considerazioni personali”. Come, “puoi”? Cioè: a quell’età e nel giro di poche ore, come si può non intrecciare la propria “interpretazione” a “considerazioni personali” (ammesso e non concesso che questa distinzione sia valida in linea generale)?

­ – Paolo Valesio

 

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