LA VENDEMMIA DEL FURORE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’8 gennaio 2021 col titolo “Trump, il furore e la profezia di Malcolm X”.

La processione della pace, Ara pacis

LA VENDEMMIA DEL FURORE

Di fronte allo scorrere del sangue, c’è una sola parola umana che si possa dire, prima di ogni altra: la parola “pace”; e occorre ripeterla – anche se è un’ovvietà – di fronte ai tragici avvenimenti del 6 gennaio, al Campidoglio di Washington. Ma parlare di pace non significa rinunciare all’analisi, limitandosi a far da velina alle dichiarazioni della CNN e della “grande” stampa statunitense. “Pensare non è proibito”, come esclama la Carmen di Bizet rivolta all’ufficiale che l’ha arrestata. E il pensiero va seguito dovunque esso ci porti.

Sangue scorre sui gradini del Campidoglio di Washington

Nel turbine di lunghe (a volte vivaci) conversazioni telefoniche con amici americani, è emersa una visione degli eventi che si potrebbe definire (senza alcun desiderio di sminuirla) cospirazionista: Come mai la polizia si è fatta trovare così impreparata, di fronte all’irruzione dei dimostranti? Domanda importante – che resta aperta, e certo merita risposta; anche se bisogna dire che la polizia capitolina, o chi per essa, sembra essersi più che ripresa dalla sua debolezza iniziale. In ogni caso, questa visione dei fatti si concentra su ciò che è accaduto in quelle ore: una violenta, assolutamente condannabile, aggressione al Congresso degli Stati Uniti che stava pronunciandosi sulla legittimità delle elezioni. 

I Trumpisti vengono a chiamare

Ma il problema della verità (più che il suo contrasto con la falsità) è che essa è inevitabilmente parziale rispetto al suo contesto. Chiunque abbia visto e udito buona parte del dibattito congressuale delle ore precedenti alla giornata della violenza sa che esso è stato duro (duro, ma non scurrile e non violento: parliamo, dopotutto, del Congresso degli Stati Uniti, non dell’arena di Montecitorio). La contestazione della trasparenza e della regolarità delle elezioni ha trovato largo spazio, e gli applausi che seguivano gli interventi sulle numerose, diciamo così, criticità sono stati più numerosi e convinti di quelli che accoglievano gli interventi a favore. La popolazione ha percepito l’incertezza e imbarazzo di questo potere in via di insediamento: e ciò ha rafforzato lo slogan (chiaramente inesatto, ovvero iperbolico: ma quale slogan non è iperbolico?) delle elezioni “rubate”. Il presidente uscente – che ha continuato a essere avventato e spericolato anche quando era chiaro da settimane che il tempo di quegli impeti era ormai passato – ha tentato di cavalcare questa tigre, che invece l’ha buttato gambe all’aria; e la sua parabola politica sembra essenzialmente conclusa. Allora, è finito il dies horribilis, dunque non resta che spazzare i cocci e prepararsi al trionfo inaugurale? Beh, non funziona esattamente così – e non solo perché morti e feriti non sono cocci da buttare nella spazzatura o sotto il tappeto; ma perché quello che è successo è stato un evento storico – come del resto si è già detto e si ripeterà ampiamente. E, come ogni avvenimento storico (qui cominciano le distinzioni “delicate”), esso non è cominciato ieri, e non finirà il 20 gennaio.

Radical black activist Malcolm X. (Photo by Truman Moore/The LIFE Images Collection via Getty Images/Getty Images)

Quando, nel 1963, Malcolm X commentò l’assassinio di Kennedy con una vecchia frase popolare americana: “Le galline tornano al pollaio” (che in italiano equivarrebbe a “I nodi vengono al pettine”), la dirigenza del movimento politico-religioso a cui egli allora apparteneva, gli vietò di parlare in pubblico per qualche mese, perché aveva ben colto la portata “sovversiva” di quell’allusione allo sfondo imperialista del mito kennediano. Ora, questi tumulti dell’inverno 2020 sono anche i figli dei tumulti della primavera ed estate dello stesso anno; ciò non giustifica il 6 gennaio, ma richiede una prospettiva più critica su tutto quello che era accaduto nei mesi precedenti. Ci troviamo sempre di fronte al fiume in piena della storia americana, per cui resta sintomatico il titolo del gran romanzo (poi divenuto film) di John Steinbeck del 1939, che in italiano suona Furore; e rende bene la parola centrale, ma non chiarisce il riferimento biblico del suo titolo completo: The Grapes of Wrath, che allude a una delle frasi più terribili di quel terribile libro che è l’Apocalisse: “L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue” (14, 19-20). 

Le galline mandate al pollaio con furore alla vendetta

A volte noi dimentichiamo quanto forte, direi viscerale, sia la presa della religione sulla popolazione americana; dove un certo tipo di laicismo un po’ intellettualistico e un po’ supponente è assai meno diffuso che in Europa. Non si evoca, certo, questa coscienza religiosa (o subconscio religioso) come tale che legittimi il ricorso alla violenza; ma non si può sottovalutare la forza di questo oscuro sentimento di umiliazione e offesa. La distinzione dunque non è primariamente fra i colti e gli incolti, come tanti alfieri della élite si compiacciono di ripetere – è fra due tipi di consapevolezza dei valori della vita: quella che ha gli strumenti per giungere a piena (a volte accondiscendente) coscienza; e quella invece che, non sapendo esprimere bene le sue credenze, sente tuttavia profondamente questi suoi valori, ed è pronta a entusiasmarsi per chi li enunci a voce chiara – non importa con quanto semplicismo e sommarietà.

L’ira di Dio

La cerimonia inaugurale che si prepara sarà la più triste da molti molti anni, perché non ci si può rifiutare di vedere il suo sfondo sanguigno. Chi però continua ad aver fiducia negli Stati Uniti come grande stato di diritto, sa che sono subito cominciate inchieste meticolose e decise su chi e come abbia sparato e ferito, anche a morte. Non è possibile prevedere i loro risultati, ma le conseguenze di queste inchieste marcheranno a fondo tutta la stagione politica che sta aprendosi; e questo è il fatto fondamentale che il chiacchiericcio televisivo di queste ore non può nascondere completamente. “La pace è fragile, la pace è furtiva”, ha detto un pastore (Christian Kriegler) nel suo intervento del 13 dicembre 2018 alla cerimonia ecumenica tenutasi nella cattedrale di Strasburgo in ricordo dell’attentato terroristico al mercatino di Natale di quella città, due giorni prima (e sembra già storia antica…). Di fronte a quegli aggettivi tutti i discorsi di parata e di circostanza sulla Pace con l’iniziale maiuscola suonano un po’ falsi: una pace fragile e furtiva è l’unica pace in cui possiamo realisticamente sperare.

       Paolo Valesio

La pace è fragile, la pace è fragile, la pace è fruttifera, Ara pacis, Roma.

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