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«Esploratrici solitarie». Una recensione di Mauro Ferrari

Riporto qui la recensione di Mauro Ferrari al mio libro di poesie Esploratrici solitarie (Rimini, Raffaelli, 2018), originariamente apparsa sulla rivista «Nuovi Argomenti» — recensione che si connette dialetticamente a quella di Maria Grazia Calandrone in questo stesso blog.

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ESPLORATRICI SOLITARIE

di Mauro Ferrari

Credo che un libro che provoca riflessioni su tanti aspetti dell’uomo e della  vita sia un bene prezioso e dimostri, al di là di tanta retorica sul fare poesia (lampante quella manifestata un po’ ovunque il 21 marzo) la sua vitalità e necessità; un ottimo esempio di questa resilienza è l’ultima raccolta di Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, che si apre con un’auto-presentazione, o meglio, auto-spiegazione del libro, soffermandosi sulla metafora delle esploratrici solitarie. Spiega Valesio che l’idea nasce dal termine tecnico “Enfants perdus”, cioè ragazzi che, in guerra, avanzavano in territorio nemico a mo’ di commandos, quindi con poche possibilità di salvarsi. Già perduti in partenza, insomma.

Ma qui il sintagma diviene veicolo metaforico dei testi poetici: le Esploratrici solitarie sono quindi intuizioni, tentativi di sondare il mistero, e probabilmente nessuna esegesi arriverà dove loro sono state, in territori mai scoperti dai cui confini nessun viaggiatore torna davvero: il testo, se è autentico, ne sa sempre un po’ di più, e sa sempre qualcosa di diverso dalla “resa in prosa” – senza per questo scomodare derive dei significati e lodi all’oscurità, le quali non fanno che eliminare una responsabilità del testo e sul testo che Valesio pone invece al centro della propria poetica.

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Mauro Ferrari recensisce Paolo Valesio

Dico questo anche dopo aver meditato sulle tante e belle recensioni al libro, alcune per la verità più riflessioni generali a partire dal libro come occasione, e soprattutto sulla densa e centrata recensione di Maria Grazia Calandrone apparsa sul web, con cui non concordo solo su un punto centrale, laddove si afferma che Valesio è immune dal cô confessionale della poesia. Ovvio che questo sia un complimento, e non vorrei quindi che annotare un lato confessional in questa poesia sembrasse una critica negativa. Anzi, pur nelle tante differenze rispetto ai poeti confessionali (fin troppo facile citare Robert Lowell) trovo la stessa ansia conoscitiva, la stessa brama bruciante di autoanalisi. Ma in Valesio tutto sembra puntare a una idea di salvezza etica, di sanità per sé e per il mondo: un’operazione salutare insomma, che parte da un gap conoscitivo che il poeta cerca di colmare con intelligenza, attenzione e curiosità.

Anche l’adozione della terza persona è un modo originale per sfuggire alla trappola dell’Io lirico effusivo per guardarsi dal di fuori, per oggettivarsi, cioè vedersi e sentirsi parte di quell’umanità che ritrae con tanta attenzione: appunto per andare oltre l’aspetto confessionale e inscriversi nel mondo che descrive.

Valesio ci ha dato il suo libro più alto, in cui ogni apparentemente casuale o accidentale osservazione, ogni riflessione su di sé e sul mondo è un tassello di una ricerca condotta senza retorica, a bassa voce e quasi minimal, ma mai minimalista, su quella che definisce, con felicissima espressione, “la ferocia del vivere” (p. 65). L’aspetto quasi diaristico della raccolta, in cui ogni poesia riporta luogo e data di composizione (non di rado dandoci squarci interessanti sul proprio laboratorio poetico: alcune poesie sono composte in viaggio, nella metro, o in meditazione sul “laghetto”) non fa che enfatizzare la coerenza e la coesione di questo lavoro durato dal 1990 fino al 2017 e approdato a un libro composito (in tre sezioni, quasi indipendenti ma ben articolate in un unico discorso).

Osservazioni apparentemente casuali, dicevo: come quando, in Non è una natura morta (p. 57) – e dandoci una traccia da seguire citando di sbieco la non-pipa di Magritte – in realtà riflette sulla distanza tra l’oggetto reale e la sua trasfigurazione artistica, o come quando giunge alla succitata  “ferocia del vivere” a partire da una svagata annotazione sul sole emiliano (Autunno dentro estate, p. 65). “Basta guardare”, ci dice Valesio (p. 66): vero, questo è il retaggio romantico – non è casuale la dedica a Wordsworth, il massimo specialista delle poesie composte sui laghi… Ma è un guardare che non è solipsistico, bensì ha bene in mente sia la dimensione creaturale che quella sociale dell’uomo.

Anche i rapidi, lievi quadri urbani della seconda sezione ci parlano di identità e di comunità (Identitario, p. 78, nelle sue torsioni di imagery, è degna di John Donne). Ma un testo come La difficile solidarietà (in altra sezione, p. 132) ci dice una cosa in più:  “Lui ama gli uomini / solo se li vede come alberi / nella foresta di Dio”. Notiamo la sottile ambiguità: “alberi” in senso collettivo, in cui il singolo insomma sparisce, o presi uno per uno, come parte di un tutto? La differenza è sostanziale. E difatti qui parte la riflessione, avviata da un “Ma”: poi “li perde di vista”, perché un albero isolato nella foresta è invisibile; finché il dissidio è ricomposto, a un livello superiore ma ancora problematico (perché Valesio non ha e non ci dà certezze): lui solidarizza nel vedere “i patti e i sacrifici / con cui il singolo / placa la propria follia”; ed è la solidarietà verso la creatura singola, irredimibilmente imperfetta in cui ovviamente si riconosce.

Nella riflessione medievale sul sapere si parlava di curiosità, stupore, meraviglia, sorpresa, ciò che spinge l’uomo a conoscere, dice Aristotele; e Valesio ce ne dà infiniti esempi, come nell’osservare nella metro di Manhattan una donna “avvenente”, “forse-svenente”, che in realtà “stava / aspettando un messaggio telefonico” (p. 100): perché la realtà è fuorviante, ambigua, indecidibile, e quindi esige la nostra massima attenzione; il tentativo di afferrare la realtà nella sua essenza ultima è il motore di una ricerca espressiva discreta ma sempre viva, che ad esempio si esprime in composti audaci (“forse-svenente”), spesso calcata sulle possibilità dell’inglese (“cuore-lago”, p. 177), o in forme lessicali appena distorte o preziose, e che comunque trapela dalla tensione sintattica e dal gusto per il paradosso metafisico; o ancora, per esempio, dallo stravolgimento della forma-sonetto (Il sonetto di Maddalena, p. 140).

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Il critico riflette sulla poesia di Paolo Valesio

Ho il sospetto che ci sia un certo pudore nel definire la poesia di Valesio religiosa, quasi la definizione ne limitasse il valore. Forse perché il suo rovello non è esibito ma lasciato continuamente sotto traccia? Forse perché la sua “bruciante onestà” (prendo dalla recensione citata all’inizio) si permette, se non un dubbio, la sofferenza per la propria inadeguatezza, che ci riporta persino a Pascal? O perché Valesio parla di cose scomode come rimorso (si legga Stazione della Centoventicinque, p. 104, poesia appena bisbigliata ma altissima), colpa, responsabilità, coscienza – cose poco comuni nel minimalismo imperante?

Certo, l’aspetto di preghiera che era tanto in evidenza per esempio nei Dardi (2000, 2002) qui non c’è, come se Valesio avesse imparato a convivere con il dubbio della fede, ma sapesse bene che la sua è la ricerca continua di un senso ulteriore che si nasconde, come ho evidenziato in alcuni esempi, dietro le cose. Che sono quel che sembrano (l’esergo di Emerson a p. 128), ma sono anche altro, o meglio rivelano a chi vuole e sa osservare (elemento centrale in questa poetica) che in controluce c’è un’altra realtà – il che ci riporta appunto a quanto dicevo in apertura su quei tentativi di sondare il mistero che sono i testi poetici, che funzionano quando sono precisi, netti. Onesti.

http://www.nuoviargomenti.net/poesie/esploratrici-solitarie-2/ 

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Paolo Valesio, autore del libro qui recensito da Mauro Ferrari

 

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Commento a un libro di poesie

Presentazione di Maria Grazia Calandrone a Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, Rimini, Raffaelli, 2018, presso lo “Spazio Pagliarani”, Roma, 22 febbraio, 2019. 
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Maria Grazia Calandrone legge e commenta le poesie di Paolo Valesio

Commento a un libro di poesie

Ad apertura di libro, colpisce immediatamente che la poesia di Valesio sia rimasta immune alla sua lunga residenza americana, sia alla novecentesca versione confessional, sia all’oggettività quotidiana degli ultimi esiti. Se ne può dedurre che la poesia di Valesio provenga da un altro luogo, probabilmente interiore, che non è la contingenza – e neanche, forse, la cosiddetta “realtà”, perché quelle di Valesio sembrano essere poesie di vita ardente dietro la grata obbligata di segni grafici, visto che ciascuna poesia, come lo stesso Valesio precisa nella sua bella e onesta introduzione, ha trovato da sé la propria strada.

Ogni poesia sta sola sul cuor della pagina – e la luce che la trafiggerà viene dall’occhio di chi guarda, che posa (illusoriamente, ma pensarlo serve a partecipare con fiducia) su di esse uno sguardo di peso uguale a quello di chi scrive, talmente le poesie sono lasciate al vivo come offerte. E questo neanche basta, se Valesio scrive, più avanti, nel Sonetto del colpo di vento(p. 61), che la sola possibilità di non perdere la vita stessa è offrirla. Dunque parliamo di una coincidenza desiderata tra la materia vivente e la sua traduzione in poesia, perfettamente consapevoli che, come ogni traduzione, neanche questa di vita in poesia possa davvero aderire all’originale. E non è nemmeno auspicabile, se la poesia ci serve a rivelare quel che lo stesso originale non svela.

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Dico questo perché la caratteristica più rilevante delle poesie di Valesio è la loro bruciante onestà, che sembra davvero “arricciare” le pagine sotto i nostri occhi come cartigli nel focolare, o solidificarle come ferro di spada: entrambe immagini incontrate nel libro, a conferma di come l’apparente tono pacato nasconda ferro e fuoco – elemento che tempra e che viene temprato, fin che, con il trascorrere del tempo, il detestabile “io” diviene un vaso pronto ad accogliere l’altro da sé e il mistero del mondo, il cui “mistero / è: come fa a sembrare così vero?” (Sonetto della vista immaginaria, p. 45)

L’apparentemente vero mondo fuori dall’io, sembra dunque essere la meta del gesto poetico ed esistenziale di Valesio, un “entrar dentro di sé” che “sfonda il dentro e in fuori lo rovescia” (Identitario, p. 78); un fuori insieme sacro e profano, perché Valesio tende qui e là a svelare coincidenze tra l’inginocchiarsi delle prostitute e quello dei santi (La putto-santità, p. 82); o a trovare poesia nelle macchine sessuali disegnate dal marchese de Sade (I libri più sfogliati, se non letti, p. 91), rivelando anche a se stesso l’inutile esegesi dello sconosciuto, come la bella signora dal mento pronunciato che, in metro, aspettava un messaggio (La forse-svenente, pp. 100-101) – che diventa occasione per discutere del bello e del buono e dell’immaginazione, che sempre slitta fuori dal binario della semplice e nuda realtà. Poiché invece “le cose sono realmente quello che sembrano essere”, come scrive Valesio in un esergo, citando Ralph Waldo Emerson (Duologo a distanza, p. 128), conviene tenersi alle cose come ci si tiene a un mancorrente – e anche a questo sembrano servire note, date e indicazioni topografiche, che ancorano il testo poetico a un momento e a un luogo determinati, come onesti e necessari documenti di realtà.

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Una realtà resa reale sviluppando a volte onomatopee e mimesi, a volte ritagliando frasi in presa diretta dal quotidiano, ma anche adoperando neologismi e brevissime ossessioni stilistiche, per esempio gli accenni di plurilinguismo, che erotizzano il tessuto della pagina come l’odore di un vaso di gigli (Intimità, p. 29).

Ma, se abbiamo fin qui detto dell’onestà del reale, adesso diciamo anche del pudore, che sparge ovunque la propria regola, pudore anche di pregare troppo e d’invocare troppo, pudore che fa scorrere a tratti sulla pagina come l’acqua di geyser – anche questo caldissimo, anche questo sommerso – l’invito mai davvero placato al silenzio, che sta sotto la poesia di tutti i poeti e che, per fortuna, i poeti non ascoltano mai.

Nel cammino che si svolge sotto i nostri occhi nella parte finale del libro – e che possiamo dire di “fede”, ovvero ricerca di senso che salva la terza persona singolare autoriale da sperdimento e follia, la suddetta terza persona sente che, per amare davvero, gli mancano le virtù piccole, non quelle eroiche: chi tende a una più o meno metaforica umiltà, deve dunque superare l’ambizione stessa dell’umiltà, la grandiosità della virtù, il lusso sfrenato di essere povero o addirittura l’estetizzazione sottintesa alla deformità (Monacus Aestheticus, p. 154), deve infine riconoscersi semplicemente misero fra gli ugualmente miseri perché – com’è detto a chiusura di libro – nessuna porta, al buio, è mai davvero chiusa (Ogni porta richiusa somiglia a una aperta, p. 182).

E allora, va forse rintracciata proprio la nostra percentuale di buio e di miseria, per trovare il super-potere grazie al quale riusciamo ad attraversare (almeno provvisoriamente) la porta di noi stessi e trovarci, finalmente, nell’aperto animale di Rainer Maria Rilke (nell’Ottava elegia: “L’animale, qualsiano gli occhi suoi, vede l’Aperto”).

 

Presentazione di Maria Grazia Calandrone a Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, Rimini, Raffaelli, 2018, presso lo “Spazio Pagliarani”, Roma, 22 febbraio, 2019.

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Esploratrici Solitarie. Poesie (1990-2017)

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Esploratrici Solitarie. Poesie (1990-2017)

Walter Raffaelli Editore di Rimini ha appena pubblicato la ventunesima raccolta di versi (circa 200 pagine) di Paolo Valesio, “Esploratrici Solitarie. Poesie 1990-2017”, raccolta che contiene versi inediti o finora editi soltanto in riviste e che si pone come un vero e proprio libro, non come una raccolta eterogenea.

Il libro è ordinabile dal sito della casa editrice (link).

ES copertina retro

 

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Ricordi, 2

RICORDI, 2

Il Testimone, quando un ricordo
lo colpisce diretto, geme

(breve lamento, e subito
si volta in giro per verificare
che non l’abbiano udito):

è il fisico dolore,
quello dello stomaco;
per l’occasione perduta, l’instante
non pienamente vissuto
dunque offeso, sacrificato
nel suo potere di essere

(ma il gemito è forse riscattato
come seme di pentimento).

Treno New Haven-New York
2 marzo 2015

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Ricordi, 1

RICORDI, 1

L’Idiota sorride ai ricordi:
un largo, con denti malcurati, sorriso
accoglitore e semi-felice
per il semplice fatto crudo e nudo
che sono esistiti e che lui
è ancora lì a camminarli.
Gli appaiono, a tratti e balenìi,
come i surrogati
della Resurrezione.

Treno New York-New Haven
2 marzo 2015

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L’ESERCITO INFINITO DEGLI ESTRANEI

Questa è la mia più recente aggiunta alla raccolta in corso Esploratrici solitarie

L’ESERCITO INFINITO DEGLI ESTRANEI

Per la gran solitudine in cui vive
il Testimone è un fantasma.
Una volta lui era
un fantasma cattivo:
non agli altri ma a sé – un captivus
della sua ombra e colore oscuro;
la faccia della sua melancolia
era una taciturna amaritudine.
Ma adesso il Testimone sta mutandosi
in quasi-buono fantasma:
melancolia placata
e sfociata
in elegia di vita.

Di fronte all’infinito
esercito di estranei
che sciama lungo le avenues
il Testimone è ormai libero
da timore
e (con punta d’invidia) disagio.
Semplicemente, è curioso:
con un sorriso lieve e la fronte spianata,
camminando o seduto su una panca.
Venerabili padri hanno detto:
Curiositas è peccato.
Ma lui la sente
come una porta al bello
e un timido primo
gradino alla caritas. 

3 febbraio 2015
Bologna (verso New York)

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AL FUORI-DENTRO MARGINE

Questa poesia inedita è l’aggiunta più recente alla mia raccolta poetica in corso, Esploratrici solitarie.

AL FUORI-DENTRO MARGINE

     A volte nei momenti
in cui galoppano gli scrupoli
il Testimone osa
rivolgersi all’Altissimo:
“Si possono pregare
preghiere che suonino stonate
rispetto a quelle
che il Vescovo di Roma predica?
E poi: come posso continuare
a essere la voce roca e fioca

(ogni giorno m’illudo
che forte e chiara possa ritornare
e a ogni nuova giornata la ritrovo
debole, incurabilmente)

che è fuori dal coro?”

Nessuna, naturalmente, risposta si fa udire;
solamente parole non venienti
dall’alto e dall’Alto
ma striscianti fuori da un sogno
dove non si comprende chi è che parli:
“Non devi preoccuparti più di tanto –
la tua voce comunque è inaudibile
e tale resterà fino alla fine.
Continua a camminare capo-chino
stringendo con la punta delle dita
il lembo del cappotto
e non preoccuparti
se è lo stile della rondine o quello
del pipistrello”.
Poi il sogno comincia a evaporare
e lui era sul punto di dire:
“Ma – non c’è altro?”
quando ode le ultime parole
prima dello svanimento
che preclude il sogno
e prelude al risveglio:
“Non importa se sei fuori dal coro
ma bada a non scivolare
nel sottocuore”.

Bologna                                                                 15-18 gennaio 2015

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Non da quel dove

Comunico (scusandomi per la reiterazione) l’aggiunta di un’altra poesia, ‘Non da quel dove’  alla raccolta Esploratrici solitarie.

NON DA QUEL DOVE

Il Testimone è desto e vestito
e sta ritto davanti alla finestra
lunga della sua camera da letto
regge in mano una tazza di caffè
(scudo per affrontare la giornata)
dunque resta in stupore
quando ode parole
che non (come di solito gli accade)
spiovono dal soffitto
mentre sotto egli giace
ancora nel veglia-e-dormi –
no, queste
sorgono dal fiume
là sotto in fondo:

“Guarda, anche se non vedi:
Lui sopra giunge rapido
e silente coma la luce –
è la nube della luce,
non quella della tenebra
che Lo involge invisibile”.

Riverside Drive
Manhattan                                   12 ottobre 2014

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Fra due astri (Unerinnerlichkeit)

di Paolo Valesio

Il Testimone mùgina e rimùgina

e tìtuba

fra i due astri sospesi all’orizzonte

avvitandosi a volte su pensieri

che fluttuano in superficie

o forse si tuffano in fondo

come quando M. K. gli ricorda che Van Gogh secondo Gottfried Benn era  “ossessionato dalla non-ricordabilità (Unerinnerlichkeit)”  —  o quando trova una frasetta-scheggia in un racconto (di A. N.): “The problem with telling somebody something was that he wouldn’t  later be able to unhear it”

e così lui si perde nel pensare

se il ricordo sia il refrigerio

dal deserto della dimenticanza

o sia la costante graffiatura

che  poi tocca all’oblio addolcire.

L’Irricordabile e l’Indimenticabile:

quale dei due astri

rappresenta il pericolo più atro

di collisione con quel microcosmo

che è l’io?

Ricordo e rimorso : sembra esistere

fra i due assonanti

un’intima complicità

ma in realtà si tengono a distanza.

Il ricordo è a regime diurno

il rimorso invece si riserba

le ore fra vespero e alba.

L’Irricordabile

promette protezione dal rimorso

ma a patto

di sfigurare i ricordi

e l’Indimenticabile

offre ceste e fruttiere di ricordi

dove però si rischia di trovare

la vipera cleopàtrica  —

ma forse si commette un’ingiustizia

verso la regina nilòtica se si attribuisce al rimorso piuttosto che  alla difesa dell’onore regale la sua spettralizzazione suicidaria  —   o forse invece il rimorso è stato la vena velenosa che ha pre-agito al veleno della vipera — un veleno dell’anima che ha intenerito e vulnerabilizzato il suo corpo — d’altra parte: rimorso di che cosa? E chi lo sa — e che importa?  Ogni  rimorso è una distinzione un distintivo per cui bisogna donare il proprio impegno  —  l’aspide pendulo dalla mammella regale è in verità lo stemma  di lei doloroso  —

stemma che differenzia una regina

da una semplice macellaia o assassina .

E nel frattempo l’Indimenticabile

e l’Irricordabile

aleggiano ammonitori

in alto in alto sopra il capo chino

del Testimone deambulante

sopra il piancito,  sopra il terreno

trito e ribattuto del quotidie.

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INCARNADINE

Macbeth:

What hands are here! Ha  —   they pluck out my eyes!

Will all great Neptune’s ocean wash this blood

clean from my hand? No, this my hand will rather

the multitudinous seas incarnadine,

making the green one red

(Macbeth, 2.2.59-64)

Macbeth:

“Che sono queste mani? Ah, mi strappano gli occhi!

Potrà l’intero oceano del potente Nettuno

lavare il sangue da questa mia mano? No, la mano, piuttosto,

tingerà d’incarnato i mari innumerevoli:

farà del loro verde un solo rosso”

(trad. Guido Bulla).

La scena mostra  la caffetteria “Joe”, luminosa per via dei finestroni alti quanto le pareti. Tre personaggi: due giovani seduti a un tavolino e l’Idiota, solo, seduto a un tavolino accanto.  La coppia è immersa in una conversazione animata. Lui è un giovane-incerto-se-votare [vedi “il sogno dell’impero” da Esploratrici solitarie], mentre la  sua amica è fortemente convinta che bisogna votare: per evitare il pericolo di ecc., per impedire che, ecc. Alla fine lei lo persuade al voto, e i due si allontanano allegri a braccetto. L’Idiota resta seduto e  solo. Ha origliato tutta la conversazione, fingendo di scrivere in un suo taccuino; e adesso monodialoga, come gli ha insegnato Unamuno, senza che alcun suono gli esca dalle labbra.

Chiunque è post-infante ha già compreso

che la storia è una macelleria:

all’odore del sangue bisogna accostumarsi.

Ma io a poco a poco

sto disabituandomi:

comincio ad annusarmi

sempre più spesso le mani.

E’ vero: non vi è alcuna traccia rossa.

E’ vero: il rosso, quando me lo sogno,

diventa color rosa  — enrosadira

            di tramonti su rocce dolomitiche.

Ma di giorno non trovo più rifugi

onirico-ideologici

(deliri della politologia).

Io  so soltanto

che continuo a fiutarmi dorso e palmo:

l’odore  non svanisce, e contagia

di un colore mentale,

colore carnale,

l’acqua dell’esistenza quotidiana.

E basta basta basta coi massacri.

Le nostre mani risentono

del clima nazionale  —

vento della superbia che trasforma

in regola l’eccezione —

sono impozzangherate e immelmate

sotto la pelle, anche se lavate.

Ma d’altronde è patetico ribattere

al rosso con il rosso

di stracci imbandierati.

E io non ho l’audacia

di quelle suore anziane

che rovesciano borse di sangue

sugli schedari

nucleari e militari.

Il mio non è allora

un “basta” di ribellione

ma un “basta” di esaustione.

Non posso incarnadine,

            posso solo rispondere

al rosso con il bianco

del voto muto e vuoto.   

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di | ottobre 21, 2012 · 2:09 am