Archivi del mese: aprile 2016

NON È VIETATO PENSARE (?)

Il saggio è qui presentato con il titolo originario e con il testo completo che aveva subito alcuni tagli nell’articolo a stampa.

32016-Elections-What-Are-Primaries-and-Caucuses-650x366

Primarie 2016

NON È VIETATO PENSARE (?)

C’è un momento, nel primo atto dell’opera Carmen di Georges Bizet, in cui Don José e Carmen cominciano a prendere la misura l’uno dell’altra: l’ufficiale intima a Carmen di non parlare, e la donna ribatte (nel libretto tratto dalla novella di Prosper Mérimée): “Io non parlo, io canto per me stessa!/ E penso, perché pensare non è proibito!”. Affermazione solo apparentemente ovvia e innocente. Perché – dicendo che lei non parla ma soltanto pensa, e che non è vietato pensare – Carmen in realtà fa capire a Don José (più suggestivamente che se avesse usato parole esplicite) le sue intenzioni seduttive; ma fa anche comprendere a noi spettatori che per lei, donna ai margini della società (una sigaraia di origini tzigane, e contrabbandiera a tempo perso), è già pericoloso anche solamente pensare. Ma che c’entrano le primarie dello stato di New York – e del suo cuore decentrato, New York City – con la Carmen ?. C’entrano – perché le primarie, come ogni altro fenomeno politico analogo (ma specialmente quelle americane, e particolarmente queste di New York) ripropongono il problema della libertà di pensiero/espressione – non tanto per ciò che concerne i loro protagonisti, quanto per quel che riguarda noi, che ci parliamo e ragioniamo sopra.

carmen-11

Elina Garanca interpreta “Carmen” a New York. Photo: Ken Howard/Metropolitan Opera

La maggior parte dei paesi del mondo non ha il lusso di preoccuparsi della libertà di pensiero in quanto ne ha già abbastanza di fare attenzione alle pericolose conseguenze della libertà di parola. Invece i paesi avanzati dell’Occidente – che hanno da tempo conquistato una relativa libertà di parola – hanno imparato a limitarla, interiorizzando una sorte di censura preventiva sui pensieri. (Ecco perché “relativa libertà”.) Noi tutti “godiamo” di una libertà condizionata di parola e di pensiero ; e si potrebbe aggiungere che la censura di parola è eteronoma, mentre la censura di pensiero è spesso, ahimé, autonoma; come Freud aveva intuito – così che oggi è particolarmente importante estendere questa intuizione al di là dell’ambito della psicologia individuale, dentro il campo della società e della politica.

Nei paesi cosiddetti avanzati il dominio poliziesco non è più quello che esercita un controllo esplicito e brutale sui media e perfino sulle conversazioni private; in effetti non si tratta nemmeno più di polizia nel senso tradizionale del termine, ma per così dire di un apparato speciale e informale, che esercita un controllo sottile, non-violento (ma sempre di controllo si tratta) – e che potremmo chiamare la P. P. U., ovvero la Polizia del Pensiero Unico. (È ora di collocare definitivamente a riposo il concetto ipocrita e contraddittorio di “correttezza politica”.)

La P. P. U. ha ormai ottenuto, in Europa e in America, il successo delle sue predecessore e sorelle nei regimi totalitari – il successo preconizzato da George Orwell nel suo mai invecchiato romanzo, 1984: la “vittima”, cioè, è diventata il suo stesso “carnefice” (come scrive Baudelaire: “Io sono la piaga e il coltello insieme”). Il controllo del pensiero non ha bisogno di procedimenti magici: è il cittadino che ha imparato, senza bisogno di esplicite sanzioni esterne, a reprimere il suo – per cosi dire – subconscio sociale; non solo nelle pubbliche esternazioni ma (come detto) anche nelle più intime conversazioni.

Ora, la città di New York è sempre stata un corpo alieno rispetto al resto del paese: cominciando dal suo stesso, vasto stato rurale che si estende fino ai confini del Canada (ecco perché ho parlato di cuore decentrato). Una volta, New York vibrava di una libertà espressiva a cui si guardava, oltre Hudson, con un misto di fascinazione e di ripulsa. New York infatti non è mai stata troppo “simpatica” agli altri americani. Ma dopo l’Undici Settembre c’è stato un irrigidimento dell’espressione, con implicito ampliamento dei poteri della P. P. U. È stato subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle che un portavoce delle sfere governative si è permesso di dire che: “D’ora in avanti, bisognerà stare attenti a come si parla”; e pochi (tra quei pochi, il poeta afro-americano Amiri Baraka) hanno avuto il coraggio di ribellarsi. Ecco, anche a New York si è cominciato a stare “più attenti” – con l’ironica conseguenza (come di solito accade in simili casi) che l’atmosfera espressiva della città è peggiorata, senza che per questo il resto del paese si sia sentito particolarmente rassicurato rispetto a New York.

Baraka-master675-v2

Amiri Baraka, poeta afro-americano ribelle

Tutte queste primarie sono un’ennesima dimostrazione (se mai ve ne fosse stato bisogno) che la classe politica americana non è superiore a quella europea, e che il tono del dibattito politico non è molto diverso. Si può anche dire dunque che, una volta superate le illusioni statunitensi di eccezionalismo, tutto il mondo è paese; e che, nella situazione attuale, c’è poco a da ridere. Eppure ogni tanto bisogna ridere, o meglio sorridere – piaccia o no alla P. P. U. È tutt’altro che inutile allora coltivare un pensiero libero e liberamente associativo, un po’ irriverente, che procede a briglia sciolta; un pensiero che interroga (ripeto) il subconscio della società – il pensiero di quelli che sono i “parenti poveri” nell’illustre famiglia dei leader della politica e dei media.

Questi parenti poveri sono i poeti, i comici (vedi sopra), i vignettisti [su “Charlie Hebdo”ho già scritto], i pochi saggisti e pubblicisti indipendenti; e più in generale si tratta del modesto pensiero di quelli che muovendosi sotto il radar di internet, non disdegnano – nel mondo delle conversazioni in famiglia, tra amici, tra colleghi – di fare delle battute; diciamo, i nipotini di Oscar Wilde. Anche se la P. P. U. è sempre in ascolto, e pronta con la sua censura morbida – la censura col bavaglio profumato: “battute di dubbio gusto”, “satira non proprio raffinata”, e così via scoraggiando.

Penso per esempio alla battuta che, in tempi non sospetti – Trump non era ancora apparso all’orizzonte – una delle editorialiste abituali del “New York Times” fece a proposito dei due grandi partiti americani: i Democratici (scrisse) sono insopportabili; e i Repubblicani sono impresentabili. Allora, ricordo, quella battuta mi irritò – la trovai “di dubbio gusto” – perché a quei tempi nutrivo ancora illusioni sopra la qualità del discorso politico, soprattutto di quello americano. Non avevo ancora compreso bene la straordinaria abilità statunitense di vendersi al disopra del proprio valore reale – in forte contrasto con l’eccezionale abilità italiana di svendersi. (Ma la conseguenza delle due manovre opposte è essenzialmente la stessa: mascherare la natura mercantile e compromissoria del discorso politico; il compromesso è l’equivalente in politica della dialettica in filosofia). In termini aristotelici, si potrebbe dire che la retorica della politica americana è quella della tragedia, nel senso che dipinge i loro protagonisti come più grandi di quello che veramente siano; e la retorica italiana è quella della commedia, che raffigura i loro protagonisti come più piccoli di quel che effettivamente siano. A quale teatrino, dunque, stiamo per assistere a New York? Tutti possiamo sbagliare nelle previsioni; ma i “parenti poveri” hanno meno paura di sbagliare degli altri, e in ogni caso l’essenziale è liberare il pensiero, metterlo in una buona comunicazione con il subconscio.

AmericasMeltingPot080213

Il crogiolo degli States

La funzione – che non è esagerato definire storica – di Donald Trump è stato di fare i passi avanti più radicali in questo senso, con tutti i pericoli etici e cognitivi connessi a questo dialogo quasi-diretto con il subconscio. Trump [ne ho già accennato nell’articolo del 3/3/16] è stato in tutta la campagna elettorale il candidato più creativo, in quanto ha cambiato i termini del linguaggio politico in un modo che avrà conseguenze per il futuro. Dopo il suo meteorico passaggio, il Partito Repubblicano si sposterà verso un discorso più moderato, mentre per bilanciato contrasto il Partito Democratico elaborerà un linguaggio meno eufemistico e ipocrita – il che, in quest’ultimo caso è stato anche l’effetto di un altro passaggio meteorico, quello di Bernie Sanders. Sarà interessante vedere se i poteri forti (o stato parallelo, o Deep State che dir si voglia) riusciranno a provocare qualche scivolone di Trump all’ultimo momento o se egli riuscirà ad arrivare alla nomination; ma in ogni caso il risultato di fondo è scontato, ed era scontato da tempo: i Repubblicani hanno già perso la loro corsa alla presidenza, e si accontenteranno dell’equilibrio già esistente fra il potere presidenziale e quello delle Camere.

La battaglia di New York metterà in chiaro, più flagrantemente che mai, come il segreto peggio nascosto della vita politica americana sia che l’elemento essenziale di ogni gara politica negli Usa è la manovra dei blocchi etnici in competizione fra di loro; anche se la P. P. U. fa del suo meglio per conservare il semi-segreto, limitando l’uso della parola “razza” alla sua utilizzazione sotto forma di accusa di “razzismo” alla parte politica di volta in volta avversa. (Come di solito accade, i comici sono stati primi ad accorgersi che il re è nudo, e a parlare di “razzismo dell’antirazzismo”.) Tutti sappiamo che è tramontata l’idea del “crogiolo” o melting pot che avrebbe dovuto fondere tra di loro nella società americana le appartenenze etniche, religiose, ideologiche più diverse. Invece di questa fusione, quello cui effettivamente ci troviamo di fronte sono blocchi etnici – ma blocchi sgretolati, con numerose fenditure interne; e allora la sfida che ogni parte politica affronta è quella di sfruttare a proprio vantaggio le sgretolature presenti nel blocco potenzialmente avverso a lei. Come al solito, questo segreto non-segreto sarà mantenuto fino all’ultimo momento; poi, appena arrivati i risultati delle elezioni, il “New York Times” (maestro dell’eufemismo sornione) si sentirà libero di analizzare sistematicamente i risultati, distinguendo il voto ebraico da quello cattolico, il voto nero da quello bianco, ecc. Intanto, forse, un paio di considerazioni (“non è vietato pensare”) si possono avanzare.

Andrew Cuomo,

New York Democratic Gov. Andrew Cuomo looks over a crowd after giving a campaign speech in New York’s Times Square. (AP Photo/Mark Lennihan)

New York è la città (ce lo ha ricordato una fonte non sospetta di pettegolezzi anti-italiani come il governatore dello Stato, Andrew Cuomo, dando il benvenuto a Manhattan lo scorso febbraio al nostro Presidente della Repubblica) la cui popolazione di origine italiana equivale pressapoco alla popolazione della città di Roma. Ed è anche la città (ce lo ha menzionato una fonte non sospetta di gossip antisemitico come una rubrica del “New York Times”) in cui la popolazione ebraica è la più numerosa, dopo Tel Aviv, di ogni altra città al mondo. Quanto alla popolazione nera e a quella ispanica, non c’è nemmeno bisogno di fare cifre. Si tratta dei quattro blocchi sulle cui alternanze si giocano le elezioni a sindaco della città – con qualche occasionale spazio per quella che si avvia a essere la nuova minoranza: la popolazione bianca di radice più o meno cristiana, e prevalentemente protestante.

Queste primarie, allora, si giocano in buona parte sui passaggi di voti causati dalle fenditure fra questi blocchi. Per esempio, il risultato di Sanders dipenderà dalle crepe dentro il blocco ebraico (difficoltà di Sanders, ebreo “laico” e progressista), che la Clinton tenterà di sfruttare insistendo sul lato duro del suo discorso internazionale; e anti-simmetricamente il risultato della Clinton (che vive– in questo come in altri rispetti – all’ombra del marito, il quale com’è noto fu definito “il miglior presidente nero nella storia degli Stati Uniti”) dipenderà dalle fenditure dentro il blocco dei neri, che Sanders sta corteggiando sulla base del suo populismo. Comunque, anche qui (come nel caso di Trump) i giochi sono sostanzialmente fatti. Dopo il passaggio della meteora Sanders (che se non altro ha tolto la patina demoniaca, per gli Usa, dalla parola “socialismo”, con più di mezzo secolo di ritardo rispetto all’Europa), la Clinton si avvia alla sua non-gloriosa vittoria presidenziale. Da New York (qualunque siano i suoi risultati alle primarie), Hillary Clinton può guardare a Washington; dove porterà, fra tante altre cose, la definitiva mediocrizzazione (in stile di “brand” commerciale) dell’ideologia femminista.

— Paolo Valesio

 

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Codex Atlanticus XIV


Questo è il testo del numero XIV della rubrica Codex Atlanticus pubblicato in  “Anfione e Zeto:  rivista di architettura e arte”, 26 (2016): 287-295.

Codex Atlanticus è un romanzo-diario filosofico, ovvero romanzo-diario in pubblico.

CODEX ATLANTICUS XIV

Manhattan, 21 agosto 2014

Cito da uno dei mini-saggi nella pagina “Op Ed” (gli “opinion editorials”) del New York Times di oggi.

“Lo stato del Montana non ha mai avuto una rappresentante donna al Congresso degli Stati Uniti, con l’eccezione di Jeannette Rankin : una suffragetta e pacifista eletta nel 1916. Rankin prestò giuramento il giorno stesso in cui Woodrow Wilson richiese al Congresso di dichiarare guerra alla Germania. Lei votò “No” e fu attaccata da un giornale della capitale dello stato come “uno zimbello del Kaiser, un membro dell’esercito degli Unni negli Stati Uniti, e una scolaretta con le lacrimucce agli occhi”. E su di lei calò il sipario. Ma Rankin si ripresentò con successo alle elezioni più di due decenni dopo, fu eletta poco prima che i giapponesi bombardassero Pearl Harbor, e colse immediatamente l’occasione per deporre il solo voto contrario all’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. ‘Il Montana è al cento per cento contro di te’, le telegrafò, a mo’ d’incoraggiamento, il fratello. L’evento segnò la fine della sua carriera al Congresso. Ma Jeannette continuò a tener alta la sua fiaccola, e nel 1968, a 87 anni, fece ritorno a Washington per mettersi alla testa di 5.000 dimostranti, in una marcia delle donne contro la guerra in Vietnam”.

Ecco un tipo di “No” che esprime un valore fortemente positivo – un modo di dire “Sì” a qualche cosa d’altro. Ci si può aspettare qualcuno di questi “No”, nella vita politica italiana di oggi? Beh, tutto è possibile (dopo Pannella e pochissimi altri), e non si deve mai perdere la speranza, ma il conformismo regnante sembra rendere tali “No” abbastanza implausibili. Un’analogia: Quando un comico (orrore!) osò alcuni anni or sono gridare il suo “No”(che allora era creativo e adesso si è abbondantemente logorato – ma questa è un’altra storia), la gran parte dei politici e dei commentatori autorevoli reagirono quasi con la bava alla bocca. Sì, lo so: questa analogia è abbastanza distante (ma si fa quel che si può). La maggior differenza comunque è che quel comico pensava in termini di un partito-movimento, mentre il gesto “alla Rankin” è profondamente solitario – e appunto per questo riesce a essere, al tempo stesso, profondamente sociale.

Codicillo. L’autrice dell’articolo da cui ho citato (Gail Collins) fa seguito a quel paragrafo con questo commento: “Mi fa sempre piacere ricordare Jeannette Rankin, la quale ci insegna che combattere per una causa perdente certamente non fa di voi una perdente”. Apprezzo la frase eloquente, ma mi sento alieno dalla distinzione perdente / non perdente. Non mi pare giusto infatti parlare di “cause perdenti” o “cause destinate alla sconfitta” – e tanto meno mi pare giusto designare certe persone come dei “perdenti”. Una simile terminologia ha un tono normativo – essa scoraggia dal sostenere certe cause, e bolla negativamente certe persone una volta per tutte. A me pare che esistano solo cause che vincono (in un certo momento) e altre che perdono (in un certo momento), così come esistono persone che a volte vincono e a volte perdono. Questa può parere una banalità, ma in realtà la differenza è significativa.

Mi ricordo una sfortunata cena bolognese dell’anno scorso… Un’autrice stava descrivendo un suo progetto teatrale, e io osservai che il tema mi pareva rientrare in un certo diffuso genere o tipo di discorso (senza aggiungere alcuna valutazione in pro o in contro). L’autrice allora scattò immediatamente, mangiandomi la faccia, come suol dirsi, e gridando che io la trattavo da “deficiente omologata”. L’effetto fu raggelante – e non per la virulenza dell’attacco; quello che era venuto fuori era qualcosa di simile a una proiezione in senso freudiano: costei attribuiva a me (che non avevo mai impiegato e mai impiegherò il termine “omologato”) un apprezzamento sprezzante che evidentemente lei era abituata a usare contro altri.

 

adieu5

Jean-Luc Godard, Adieu au langage (2014)

Bologna, 28 novembre 2014

In una delle occasioni in cui lo spettatore riesce a evitare “l’atrocità del doppiaggio” (come ha ben scritto il critico cinematografico David Denby sul “New Yorker”) vedo al cinema Lumière di Bologna (della cui suggestiva atmosfera ho parlato altrove in questo “Codex”) la versione originale di Adieu au langage, l’ultimo film (2014) di Jean-Luc Godard. Lungi da me l’idea di farne una recensione. E’ solo che questo film sghembo frammentario sfilacciato e pieno di rumori sgradevoli (colpi di suono che sembrano una caricatura di colonna sonora, scoppi di motore, pistolettate, rumori corporali solido-liquidi) ha esercitato tuttavia una provocazione di pensiero. E questo, anche se si tratta di un film stanco (un film con la faccia consumata, per usare un certo gergo politico): un Godard derivativo rispetto a se stesso, un Godard fatto dei suoi déchets (scarti o resti o rifiuti) come artista. Ma, anche prescindendo dalle connotazioni psicoanalitiche dell’idea di déchet, non posso non chiedermi perché questo film abbia generato in almeno uno degli spettatori una certa adesione – perché costui si è abbandonato senza resistenza al flusso delle sue immagini?

Perché: in primo luogo, Adieu au langage è stato il pre-testo che ha aiutato a capire il mio distanziamento dal famoso motto dostoevskiano sulla bellezza che salverà il mondo – motto che è divenuto il segnacolo di tutto un movimento spirituale, per cui comunque sento ammirazione e che mi ha regalato alcuni amici di grande valore, il cui esempio continua a ispirarmi. Ma distanziamento non vuol dire rifiuto: quella che è necessaria, nelle fenomenologie spirituali, è la prudenza della misura .

Senza un costante dialogo col “brutto”, il bello si priverebbe di senso; più ancora: entrambi – il bello e il brutto – non dovrebbero rifiutare il loro dialogo sotterraneo ed essenziale con un certo elemento oscuro, un elemento dell’ombra. Elemento strategico da tanti punti di vista: psicologico (l’idea junghiana dell’ombra è ancora indispensabile), letterario ( basti ricordare il Notturno dannunziano), teologico, ecc. Peraltro già l’idea di salvare il mondo è abbastanza, come dire, umbratile. In che senso, infatti il mondo è salvabile? Chi ha una possibilità di salvezza siamo noi singoli, in quanto siamo nel mondo ma non del mondo. Tutt’al più, l’eterno dialogo / duello del bello versus il brutto è uno di quei fenomeni che – concentrando la nostra attenzione, stimolando l’immaginazione e la riflessione, – ci consolano del mondo.

Il secondo “perché” di questa attrazione per il film di Godard, ha a che fare con la stanchezza della comunicazione umana; che ultimamente si è, in questo spettatore, approfondita. Egli sta ritornando alla riflessione sul silenzio che aveva sviluppato negli anni Ottanta; e insiste anche sulla sua recente ipotesi riguardo al fraintendimento come tratto fondamentalmente distintivo della comunicazione fra esseri umani: fraintendimento che, nei migliori (e più rari) casi può trasformarsi in fra-intendimento, cioè in un modo (parziale e precario) di quasi-intendersi.

Tutto questo, io una volta lo pensavo e lo dicevo con serenità – con quel tono che, chi sa perché, si chiama spesso “filosofico”. Adesso lo sento con impazienza, con una certa esasperazione. Mi annoio a metà delle frasi che io stesso pronunzio, e non mi viene più voglia di completarle. Spesso, quando parlo, sento come se fosse un’altra persona – che non conosco se non in parte – a parlare. Mi interessano di più le frasi degli altri – ma poi non so come rispondere a esse. Dopo un po’ che parlo con i rarissimi amici, con le persone a me più vicine, mi coglie la sensazione di stare sprecando il loro tempo, e il mio. Dopo un’ennesima conversazione fallita, e da me interrotta con un brontolio o un balbettio, mi trovo più tardi a tentar di riprendere contatto con loro (e lo sforzo risulta inevitabilmente maldestro), per spiegare che nella mia impazienza non vi era nulla di polemico verso di essi come interlocutori. Era semmai un’insofferenza di me stesso; quella che parlava (interrottamente, in modo anacolutico) in me era la mia stanchezza della lingua. Non so se questo sia l’inizio della saggezza, o la prima fase di un rischioso – ma, a un certo punto, necessario – addentramento nella nostra dimensione irrazionale (comunque, il confine fra queste due condizioni non è sempre chiaro).

Ho cominciato a sviluppare lunghi discorsi mentali sopra il mondo nella parte “bianca” (la parte insonne) delle mie notti, e qualcuno mi ha ammonito che il mio dialogo interiore deve esteriorizzarsi, altrimenti corro il pericolo di restare imprigionato in un monologo che potrebbe portarmi verso la tenebrosità. Ho meditato su questi suggerimenti, e apprezzo la generosità spirituale che essi esprimono – ma debbo ritornare all’idea che il dialogo o monodialogo (come scrive Unamuno) con l’ombra è indispensabile per lo scrittore. Certo, questo monodialogo dev’essere prudente – timoroso – addirittura, oso dire, timorato; altrimenti c’è il pericolo dell’abisso. Questa esigenza del dialogo pericoloso, comunque, non è semplicemente un portato della modernità, perché (per esempio) essa è già presente nel dialogo/duello che fonda la musica moderna: penso al contrasto fra il costante dialogo con Dio (Bach) e il dialogo creato da Mozart, in cui dentro la musica divina si insinua spesso –- molto spesso, ed è questo che rende la sua opera indispensabile – una certa coda o zampino…

Ma non intendo certo paragonare il film di Godard con le opere di Bach e di Mozart. Il filo che mi ha ricondotto a quel film quasi-muto il cui titolo Adieu au langage non potrebbe essere più chiaro, è il dialogo (ripeto) con l’elemento ombroso. Per spiegarmi meglio debbo menzionare un altro elemento significativo del film: accanto alla stanchezza del linguaggio c’è il linguaggio del corpo – e anche qui, ciò che emerge è soprattutto la stanchezza del linguaggio del corpo. Elemento di cui è più difficile parlare, e non perché sia più complesso, ma al contrario perché potrebbe a prima vista apparire più superficiale; mentre invece esso permette, se lo si affronta, di scendere in uno strato più profondo (più basso) della nostra psiche.

In questo film ci sono due amanti (o meglio, quelli che inizialmente mi erano sembrati essere solo due amanti). Ho detto “ci sono”, e non ho parlato di una storia; perché in effetti non c’è una vera storia. Gli amanti parlano solo con poche frasi frammentarie, di solito pronunziate da una voce fuori campo, e non c’è quello che si potrebbe definire uno sviluppo drammatico o emotivo. Essi sono semplicemente mostrati, e in modo brutale: nudi di fronte e di retro; spesso l’inquadratura “taglia” la testa degli attori, e lui qualche volta è ripreso mentre sta seduto sul cesso. Questa brutalità, non so se la si possa descrivere come una forma di “bellezza brutta”. Certo essa esclude il compiacimento o ammiccamento che caratterizza la pornografia; e non ha nemmeno la teatralità che a volte è connessa all’osceno. Insomma, queste immagini di amanti sono al di sopra della pornografia e al di sotto dell’osceno (il quale ultimo è garantito, come noto, da una sua estetica già ampiamente elaborata, analogamente all’estetica del brutto).

Le inquadrature non frontali della ragazza mostrano spesso glutei snelli e aggraziati, quasi efebici. Come tali, queste immagini rientrano in quella che si può definire un’estetica classica, statuaria; sono, cioè, riscattate verso una forma di contemplazione. Ma a un certo punto del film, in una delle solite inquadrature che cominciano dalle spalle senza mostrare il viso – ragazza nuda in primo piano vista di schiena, immagine un po’ sfocata di uomo nudo visto a mezzo busto sullo sfondo – si nota che il sedere della donna ha una struttura nettamente diversa; è opulento, con una forma che evoca un violoncello e con due tenere fossette, come su guance soffici. Ne rimasi scandalizzato: non, evidentemente, per il nudo in sé; ma per una ragione, come dire, di cura del prodotto. Cioè, pensai inizialmente a una negligenza di montaggio: il regista aveva adoperato due attrici diverse per la stessa parte, senza curarsi di evitare le inquadrature che potevano mostrare troppo chiaramente le differenze dei due corpi.

Tornato a casa, però, un’occhiata alle descrizioni in rete mi rivelò che, mentre alcune sinossi del film parlavano di una coppia di amanti, altre menzionavano l’esistenza di due coppie. Ma che cosa c’entra, tutto questo, con il dialogo estetico all’orlo dell’ombra? C’entra, perché questa estetica del detrito, questa descrizione di coppie quasi senza parole, non chiaramente distinguibili in base a criteri psicologici, ma soprattutto per la forma dei loro sederi, delinea un paesaggio spirituale che ormai non è molto significativo chiamare “postmoderno”; è , propriamente, un paesaggio infero.

Questo ambiente comunque esiste, ed è intensamente descritto (con l’intensità che è connaturata a ogni descrizione veramente estetica, non importa quale sia il suo genere e stile e grado di “bellezza”), nel film citato così come in tante altre, e molto più riuscite, opere simili (ma l’ho già detto, che il film ha funzionato come un interessante pre-testo). Ora, tutto ciò che è intensamente descritto pone una sfida allo spirito, il quale deve in qualche modo rispondere alla descrizione – deve reagire ad essa. Certo, il rifiuto radicale è sempre possibile; esempio estremo: “Tutta l’arte moderna non è che una secolarizzazione dell’inferno e un luogo di esperimenti satanici”. (Così Elémire Zolla in Che cos’è la tradizione, libro originariamente apparso nel 1971, a ridosso di un rifiuto anti-sessantottino, e poi parzialmente ridimensionato nella “prefazione” alla ristampa del 1998; ma ho voluto ricordare una posizione datata che almeno è più originale di quella opposta, l’entusiasmo acritico per la modernità.)

Queste però sono contrapposizioni sterili. Oggi non è possibile, per chi è seriamente coinvolto nell’analisi e nella creazione intellettuale, evitare il dialogo con l’ombra. (C’è una frase fulminante, nel dramma Les parents terribles di Jean Cocteau: “C’est la nuit du corps humain qui fonctionne”; funziona in che senso? Come ogni frase dotata di uno spessore filosofico-poetico, conviene lasciarla aperta alla riflessione.)

 

 

 

c20_01-018533_trans_2

Codex Atlanticus

Bologna, 14 gennaio 2015

(Oggi ho visto e sentito improvvisamente due personaggi che dialogavano; trascrivo questa minuscola scena di un teatro di vita, perché riguarda il lavoro del ‘Codex’)

OBIETTORE. Ma, non parli un po’ troppo di te stesso? Dopo tutto, questo Codex Atlanticus

è un “diario in pubblico” …

 

AUTORE. Francamente, non trovo. Prima di tutto, la doppia natura del diario in pubblico

è inscritta nella sua stessa definizione: è vero che un tale diario dev’essere in certa

misura rivolto a temi di interesse pubblico; ma è vero anche che queste considerazioni

pubbliche sono scritte nel genere del diario.

 

OBIETTORE. Insomma, qui c’è una situazione ambigua.

 

AUTORE. Chiamala pure “ambigua” se vuoi – ma è un’ambiguità presente nelle cose

stesse. E poi, c’è un’altra e forse più importante considerazione…

 

OBIETTORE. E quale sarebbe?

 

AUTORE. Chi percepisce un oggetto è sempre un soggetto che inevitabilmente investe

questo oggetto della propria soggettività.

 

OBIETTORE. Ti dispiacerebbe parlare un po’ più chiaro?

 

AUTORE. Voglio dire semplicemente che qualche volta rendere esplicita la propria

soggettività nel discorso “in pubblico” può essere il contrario di una mossa egocentrica.

 

OBIETTORE. Non vorrai raccontarmi che è una prova di umiltà!

 

AUTORE. E invece è proprio questo che suggerisco. Il discorso del diarista-in-pubblico,

a differenza per esempio del discorso del giornalista, riconosce – per il fatto stesso di

evocare la soggettività di chi lo scrive – una prospettiva necessariamente parziale ed

esposta all’errore; dunque, sì, questo discorso non è indegno di essere

considerato come un piccolo omaggio a quella difficilissima virtù che è l’umiltà.

 

OBIETTORE. Un’ultima domandina: perché ogni tanto passi, nel corso della stessa pagina,

dalla terza alla prima persona?

 

AUTORE. Perché, da che mondo è mondo (moderno), il soggetto – e specialmente il

soggetto che scrive, diari o simili testi – non è monolitico. (“Spesso, quando parlo,

sento come se fosse un’altra persona – che non conosco se non in parte – a parlare”.)

 

jjj

Jeanette Rankin

Bologna, 31 gennaio 2015

Stamattina il Parlamento italiano ha eletto, a seduta congiunta, il dodicesimo presidente nella storia della Repubblica. Il suo nome non importa – perché poi, quanto veramente importa quello che è successo? La cerimonia, più tardi, dell’insediamento presidenziale è stata abbastanza deludente – e come avrebbe potuto essere altrimenti, quando quest’uomo non è stato eletto dal popolo italiano? Dice: il sistema costituzionale italiano ha certe sue caratteristiche, e bla-bla-bla. L’unica risposta seria è: – Se così è, allora cambiamolo, e senza perdere ulteriormente tempo. Dopotutto, i politici italiani non hanno esitato a insediare uno dopo l’altro tre governi che non sono risultati da regolari elezioni, e hanno anche digerito l’elezione di un presidente (il predecessore di costui) oltre il mandato previsto dalla costituzione. Allora, perché questo finto rispetto delle regole?

Tornando alla cerimonia: è stata fredda, rigida – senza il senso della presenza popolare, e al tempo stesso priva dell’aura che ancora circonda, in Europa e altrove, l’incoronazione di un monarca. Il presidente della Repubblica italiana si comporta a volte come un re non unto, a volte come un politico non responsabilizzato di fronte alla sua base. Non credo di essere il solo, a trovare incomprensibile questo suo ruolo; ma tanti miei concittadini hanno trovato una soluzione peculiare, quella di considerarlo come un Grande Nonno. E’ una via d’uscita rispettabile, un modo di reagire umanamente a una situazione, appunto, incomprensibile; ma io non riesco a sentirlo, questo ruolo nonnistico – e sento, ripeto, di non essere il solo.

Di fronte a questa e simili situazioni, non pare possibile (ripeto) dire un grande “No” nello stile di Jeannette Rankin. Questi “No” si possono dire di fronte a un sistema democratico (come era, ed è, quello in cui è vissuta la Rankin); o all’altro estremo – e con grande rischio, ovviamente – al cospetto di una dittatura. Il sistema italiano non è propriamente né l’una né l’altra cosa. E’ un’oligarchia in cui i ruoli sono calcolatamente confusi; dunque, non si sa a chi dire “No”, e d’altra parte dire “Sì” è inutile, perché questo “Sì” non è nemmeno richiesto; tutto quello che si esige è un assenso passivo.

A questo punto, non è possibile non chiedermi che cosa faccia io, in questa situazione (vedi dialogo del 14 gennaio); non mi piace infatti seguire l’abitudine di tanti italiani, che parlano dei problemi dell’Italia come se ne fossero semplici spettatori da un altro paese o pianeta. (C’è una pagina molto bella di Borgese a questo proposito, nel suo fondamentale romanzo Rubè, dove si parla della “distanza” di molti italiani addirittura nel momento in cui vivevano la Grande Guerra.)

Allora, che cosa faccio io, nel mio piccolo anzi nel mio piccolissimo? Obbedisco all’apparato, inevitabilmente repressivo, di questo stato perché sono anziano e perché non sono eroe. Ma la mia posizione – che è quella di tantissimi miei concittadini – è tutt’altro che cinica. Continuo a lavorare a testa bassa (in entrambi i sensi di questa espressione) perché credo nel ruolo sussidiario dell’individuo – dell’uomo “qualunque” che si sforza di fare qualche cosa nella polis e per la polis – insomma credo nell’individuo e nella sua testimonianza. “Il sociale è, irriducibilmente, dominio del principe di questo mondo. Verso il sociale, uno non ha altro dovere che quello di provarsi a limitarne il male” (Simone Weil, La pesanteur et la grâce [1947]).

 

delian-problem-or-doubling-cube-equivalence-among-various-parts-of-circle-from-atlantic-codex-leonardo-da-vinci

Codex Atlanticus

 

Bologna, 3 febbraio 2015

L’OBIETTORE. L’altra sera a cena tu ti sei definito un “prigioniero politico” per ciò che

riguarda anche semplicemente la possibilità di conversare di politica – con amici,

conoscenti, interlocutori occasionali – in Italia. Vabbè che l’hai detto in tono

scherzoso, ma anche così, non ti sembra di essere stato un po’ troppo enfatico?

 

L’AUTORE. Hai perfettamente ragione e chiedo scusa, a te e a tutti gli altri. Intendevo

questa espressione come un’iperbole “poetica”; ma era un’immagine che rischiava

(mi ci hai fatto pensare tu) di sembrare cinica rispetto alla situazione, drammatica

e ben reale, di tutti coloro oggi che sono prigionieri politici nel senso proprio del

termine – e di coloro che lo sono stati, come i prigionieri politici al tempo del

fascismo. D’altra parte si trattava di una metafora – e le metafore sono parole

che corrono più veloci del pensiero.

 

L’OBIETTORE. Allora, però: o la cambi, o la spieghi meglio.

 

L’AUTORE. Hai ragione ancora una volta – e scelgo la seconda via. Definendomi

un “prigioniero politico” non alludo a un’idea di costrizione esterna: voglio dire

che mi sono messo in prigione da me stesso, dentro il labirinto o rete o groviglio

della politica italiana. Seguo quotidianamente (anche nei periodi, sempre più

rari e brevi, che trascorro nell’altro mio paese) la politica italiana. Vorrei dire

che la seguo appassionatamente, e non direi una cosa inesatta – se non fosse

che questa è una passione fredda…

 

L’OBIETTORE. E questo tuo gioco adesso cos’è? Un ossimoro?

 

L’AUTORE. Può anche darsi che sia un ossimoro, ma non è affatto un gioco. E

questa volta sto a piè fermo e non mi ritiro, come se dovessi chiedere scusa

per conto del linguaggio.

 

L’OBIETTORE. Ma qui non si tratta del linguaggio tout court: tu stai riversando

sulla politica espressioni che andrebbero riservate alla poesia.

 

L’AUTORE. E chi l’ha stabilita, questa riserva indiana? Comunque, lasciamo

perdere la poesia e la non-poesia. La situazione, che sono sicuro non è

mia soltanto, è quella di chi è appassionato alla vita della polis (e tanto più

appassionato quanto più la sua vita è raccolta e ritirata), ma trova la sua passione

raffreddata dalla drammatica mancanza di connessione fra la sovrastruttura

politica e la vita civica in questa polis.

 

L’OBIETTORE. Il tuo discorso procede un po’ a zig-zag: prima suonavi poetico,

adesso suoni marxista.

 

L’AUTORE. Guarda che io, come la maggior parte (credo) delle persone, non riesco

a guardarmi la lingua mentre parlo. Tutto quello che posso prometterti è che

farò del mio meglio per non usare più espressioni come “prigioniero politico”,

“confinato agli arresti domiciliari”, “esule in patria” e simili. Resta il fatto che,

comunque la si voglia descrivere, vivo una situazione reale, e condivisa da

tanti italiani: una situazione in cui tutti i discorsi correnti dei signori della

polis risultano irripetibili…

 

L’OBIETTORE. Addirittura! Sembra che tu parli di una forma di turpiloquio …

 

L’AUTORE. … risultano irripetibili, così che il cittadino (il citoyen di cui

parlava Rousseau) è costretto al mutismo, o per lo meno alla taciturnità.

 

Christian_Anarchist_Blot_alt.svg

Anarchismo cattolico

Manhattan, 8 febbraio 2015

Per un po’ sono stato tentato di definirmi “cattolico anarchico”, come fanno alcuni miei amici, che rispetto. Ma poi ho deciso che questo per me non funziona. Dopotutto, l’anarchico vuole sostituire un altro tipo di società a quella in cui vive, e io invece accetto la società e il sistema statale in cui sono stato gettato. Mantengo la mia resistenza dai margini, la mia ossimorica resistenza sottomessa, pacifica e auto-ironica (per esempio, deporre scheda nulla nelle elezioni dei due paesi di cui sono cittadino – decisione di cui peraltro ho già scritto); ma non ritengo che tutto ciò meriti il pittoresco attributo di “anarchico”; e in fondo non riesco a brandire nemmeno questo aggettivo ingombrante: “cattolico”.

Quando si parla di cattolici progressisti o conservatori, di psicoanalisti o poeti o scrittori cattolici ecc., la specificazione che così si introduce è limitativa, da entrambi i lati (opposti) in cui la si voglia considerare. Cioè: cattolico può essere un’etichetta restrittiva (‘poeta ecc., va bene, ma poi come cattolico mi riservo l’altolà – l’altolà dell’aldilà – e il controllo superiore’), o al contrario apologetica (‘poeta ecc., va bene, ma chiedo in anticipo la vostra comprensione per i miei confini confessionali’). Anche la vecchia e giudiziosa distinzione (la prima volta che la incontrai, era attribuita a Graham Greene) sull’essere un cattolico che è anche scrittore, piuttosto che uno scrittore cattolico, lascia aperto un problema che, rischiando una rozza semplificazione, si può esprimere così: – Allora, perché specificare che sei cattolico?

A questo punto non si può non ritornare a un cliché ancora più antico di quello appena citato – che poi non è semplicemente un cliché, ma un concetto che richiede di essere ulteriormente esplorato e discusso: il rapporto che a prima vista sembra un gioco di parole, fra cattolico nel senso etimologico di ‘universale’ e cattolico nel senso di ‘uno, apostolico e romano’. La Chiesa ha essenzialmente eliminato la differenza, ponendosi come Chiesa universale. E per questa unitarietà io non ho che rispetto.

Ma è possibile – e nel campo artistico forse necessario – sviluppare una posizione alquanto diversa (anche se non contraria a quella appena riassunta), per cui si arrivi a mantenere una tensione dialettica fra i due significati del termine chiave. L’intellettuale di esperienza cristiana è spesso un più-o-meno cristiano, un apprendista in cristianesimo, una persona – come è stato detto – che continuamente si allena al cristianesimo. Un(a) intellettuale di questo tipo si pone come radicalmente cattolico in quanto si mantenga completamente aperto/a alla riflessione su, alla contemplazione e rappresentazione di, ogni tipo di esperienza, senza essere giudicatorio (penso all’aggettivo inglese judgemental). Del resto, questa posizione di apertura non dovrebbe essere riservata soltanto agli intellettuali (si rischierebbe allora di ricadere nell’atteggiamento restrittivo/apologetico di cui sopra). Se questo tipo di radicalità – una radicalità che nasce da un radicamento – è possibile, dev’essere una possibilità aperta a ogni cristiano.

 

new-charlie-hebdo-coverjpg-a9ad9675cd23fc1c

Manhattan, 25 febbraio 2015

In questo pomeriggio grigio e nevoso di Manhattan mi è sorto improvvisamente alla mente un altro mercoledì, non tanto lontano nel tempo, ma lontanissimo nello spazio geografico e culturale: un giorno di quell’Europa che (come sta diventando, dalla prospettiva USA, sempre più chiaro) prima era soltanto un altro continente, e adesso comincia ad assomigliare a un altro pianeta. Dopo qualche istante però mi rendo conto che non è poi stata tanto improvvisa, questa irruzione di pensiero: nelle ultime mie schegge di romanzo-diario o diario in pubblico era cominciato a emergere, senza che me ne accorgessi, un certo filo – che tortuosamente mi riportava al 7 gennaio di quest’anno, al mercoledì nero di Parigi. Non so se qualcuno l’abbia mai chiamato così: ma l’avrebbe meritato, e in ogni caso il nome importa poco; basta non definirlo (come molti hanno fatto e fanno) “l’attacco”: non è stato un attacco, ma un massacro, un’operazione di macelleria.

Ho visto poche e confuse immagini e molto chiacchiericcio (come al solito) alla televisione, quel 7 gennaio in cui ero a Bologna; ho comprato (come tantissimi) il n. 1178 del 14 gennaio di “Charlie Hebdo” (bel titolo perché privo di senso preciso – dunque adatto a quello che si definisce nel sottotitolo un “journal irresponsable”). E’ l’unico numero di quella rivista che io abbia mai letto, e forse non ne leggerò altri. (Non si sa se il settimanale riesca a sopravvivere: e vari avversari europei della piena libertà d’espressione, più o meno mascherati, stanno sogghignando.) Ma non l’ho comprato e letto per spirito turistico e collezionistico, bensì perché considero il 7 gennaio come il vero inizio del 2015 – l’inizio dell’anno 2015 in quanto storia. “Varie volte ho provato il rimpianto per non aver vissuto in certi luoghi in determinate epoche. Ora so che sono nel posto giusto al momento giusto. Qui si fa la storia”, mi ha scritto A. G. da Parigi; ma lui parlava della grande marcia ufficiale di domenica 11 gennaio. Rispetto la sua reazione (forse con una punta d’invidia: avrei voluto esserci), ma non sono d’accordo: la storia si è fatta il sette gennaio, non l’undici.

La marcia di Parigi è stata, in fondo, un funerale di prima classe. Ma poi è successo di peggio (e qui ci vorrebbe la penna, e il coraggio politico, di Victor Hugo): i redattori di “Charlie Hebdo” sono stati, in un certo senso, sepolti per la seconda volta. Le loro morti non si prestano bene al discorso del conformismo mascherato da ’”correttezza”, inoltre la continuazione del loro tipo di attività risulta pericolosa; e allora giù, giù, via. La storia internazionale del 2015, come storia politica e culturale, è cominciata dunque con la drastica riduzione della libertà d’espressione. La quale, o è piena, o non è veramente libertà. Dove esiste, la piena libertà d’espressione? In nessuna parte del mondo, naturalmente (nemmeno nel paese in cui sto scrivendo queste righe).

Ma il punto è proprio questo: se l’individuo non ambisce a una libertà d’espressione completa (senza preoccuparsi delle accuse di utopismo), non otterrà nemmeno una libertà parziale. Sono d’accordo una volta tanto con Roger Cohen quando elenca: “libertà di coscienza, libertà di stampa, libertà di blasfemìa, libertà sessuale – in breve, le caratteristiche fondamentali delle democrazie” (in “The New York Times” del 17/2/15; il corsivo è mio). D’accordo, peraltro, fino a un certo punto: prima di tutto perché, come si diceva, “le caratteristiche fondamentali delle democrazie” non esistono ancora da nessuna parte (compresa la redazione del “New York Times”); e in secondo luogo perché queste varie libertà restano pur sempre alla superficie del concetto fondamentale di libertà – la cui natura è spirituale e metafisica (ma qui il discorso si farebbe troppo lungo).

Coloro che si trovano in prima fila nella lotta per la libertà d’espressione – i vari tipi di giornalisti, vignettisti, scrittori – hanno sempre lavorato sotto una cappa di piombo ondeggiante a una certa altezza sopra di loro; dal 7 gennaio, la cappa si è notevolmente abbassata – e poco importa che essa sia dorata all’esterno: “Elli avean cappe con cappucci bassi” – “Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia / ma dentro tutte piombo […]” – “[…] al collegio / de l’ipocriti tristi se’ venuto” (Inf. XXIII 61, 64-65, 91-92) – e il tocco dantescamente geniale è quello della tristezza: chi teme il comico e il riso non teme semplicemente l’allegria – teme la critica. Ma ci sarà sempre chi cercherà di regolamentare il comico: ridere sì, però non di tutto; comicità sì, però di buon gusto; ecc.

Libertà di blasfemìa… è un’idea importante perché è inquietante – un’idea che non può essere maneggiata a cuor leggero, un’idea rispetto alla quale il soggetto può (direi, deve) sentirsi diviso. Ed è proprio questo senso di divisione interna che mi è sembrato assente dalla quasi totalità degli articoli che hanno commentato il massacro di Parigi. (Mi ritorna alla mente quello che si diceva a proposito del discorso giornalistico nel dialogo del 14 gennaio.) Non a caso, è soltanto nel breve elzeviro di uno scrittore che trovai in quei giorni l’esplicita ammissione delle proprie incertezze, così necessaria per sviluppare la dialettica che caratterizza un vero pensiero: “Possiamo stare a guardare quel che accade come spettatori impotenti e continuare a emettere condanne senza nessun effetto, oppure c’è bisogno di qualcosa d’altro?”, scrive Raffaele La Capria nel “Corriere della sera” del 23/1/15; subito aggiungendo: “Ed è qui, a questo punto che comincia il combat spirituel della ragione con se stessa, della ragione illuminista con se stessa”.

Ma non è solo la ragione illuminista, che combatte con se stessa. Ho suggerito (nell’articolo “Che cos’è un vignettista?” apparso sul quotidiano online “Ilsussidiario.net” del 12/1/15) che un punto di vista (non il solo) da cui considerare i redattori massacrati è quello di vedere la dimensione poetica della loro attività. (Quando avevo scritto questo, non avevo ancora letto il numero citato di Charlie Hebdo dove uno dei sopravvissuti, parlando di uno degli uccisi, scrive: “Di Honoré, io conservo l’immagine di un poeta e di un narratore”.) E, naturalmente, estetica ed etica si combinano indissolubilmente. Fra le reazioni (alcune positive, altre no) all’articolo del giornale online ricordo quella di G. S., che parlando del potere di riscatto della poesia, menziona addirittura la classica triade: “Il bello, il bene, il vero”. Connessione provocatoria: che cosa è più lontano in apparenza da questi grandi concetti edificanti, che certe vignette?

Ma in verità il caso Charlie Hebdo è degno di servire da pre-testo a una riflessione su come la poesia e in generale l’arte moderna ci spingano a ripensare dialetticamente queste luminose idee nel momento stesso in cui questa poesia e quest’arte incrinano la continuità della triade e anche la sostanza di ciascuna delle tre componenti: il bello può anche essere il brutto (se ne è parlato nel lemma del 28 novembre 2014), il bene è aggrovigliato con il male, il vero è impigliato con il soggetto (Quid est veritas?); e le linee di comunicazione fra i tre valori non sono più lineari: a volte sembra che l’artista sia costretto a sceglierne uno e trascurare gli altri.

Con un effetto di sincronicità, mentre riflettevo su tutto ciò ho ricevuto la reazione di E. P., la quale riporta una frase di Kierkegaard che comincia così: “La vista del peccato può salvare un individuo e far perdere invece un altro”. In mancanza del contesto (sempre importante, e particolarmente in un pensatore labirintico come il danese), questa frase si staglia nella mente, in rapporto al massacro di cui sto parlando, con la forza di un dilemma. Di chi è il peccato che qui si offre alla vista: i vignettisti/poeti, “irriverenti” e “irresponsabili”, o i loro assassini – oppure vogliamo ripiegare sul conformismo ‘salomonico’ di una ripartizione dei rischi? Chi è che può, o non può, esserne salvato: i loro lettori? E qui mi fermo, per non perdermi nella vertigine di un labirinto: basti aver evocato la sfida, che come sempre è la sfida del pensiero – il quale, dal canto suo, non si ferma.

Un’ultima, però, precisazione. In una lettera inviata da un’università francese, accompagnando un’altra copia di quel numero del settimanale, M. D. C. scrive che le scelte estetiche di quei vignettisti le sembrano “indissociabili dalle loro implicazioni etiche e dalla lotta, portata avanti da sempre, per la laicità. Allora mi chiedo, qual è il risultato della convergenza di questi due aspetti? Che differenza c’è fra un poeta e un poeta “engagé” Tra la poesia e la poesia “engagée”? La combinazione tra la ricerca estetica del cattivo gusto e la lotta per la laicità, come si intrecciano? La ricerca del cattivo gusto, come influenza la natura della laicità veicolata da questi poeti?”.

Sono domande pensose, che metto in evidenza senza la pretesa di offrire una risposta. Mi limito a dichiarare una relativa distanza da (certo non un rifiuto di) questa nozione, così ambigua e tanto discussa, della laicità (e altrettanto discusso è il concetto inglese equivalente, quello del secularism). Essendo risultato chiaro che considero i redattori di Charlie Hebdo come una specie di poeti, e testimoni-all’estremo della libertà d’espressione, spero di non essere frainteso se dichiaro al tempo stesso la mia netta distanza dalle posizioni di quel settimanale.

Quello che (se non fosse accaduta la strage, che richiede innanzi tutto rispetto) avrei osato criticare in Charlie Hebdo è – il paradosso è solo apparente – di non essere abbastanza radicale, nel senso di essere limitato da un’ideologia: il settimanale resta sostanzialmente gauchista (anche se non evita la comico-critica della sinistra); e soprattutto, fa del laicismo una sorta di religione o culto quasi superstizioso (come le religioni di cui è spietatamente critico); rivelandosi così molto tradizionale – direi, nazionalisticamente tradizionale: siamo sempre al culto della Rivoluzione Francese, dove il laicismo ha una vena di terrorismo culturale.

Ma va benissimo così: non faccio prediche, e non pretendo cambiamenti. Mi limito a dare testimonianza di un omaggio. E’ proprio perché muovo da una posizione divergente, è proprio perché sento la profonda alterità di Charlie Hebdo, che posso dar voce alla mia empatia e solidarietà. (Ma come sempre, trovo la parola “solidarietà” troppo debole, troppo ‘laica’, per ciò che voglio esprimere: nel solco dell’aspirazione cattolica descritta nel lemma dell’otto febbraio, oserei parlare di un sentimento di amore per i testimoni di umanità all’estremo, anche quando la reazione iniziale verso di essi è la riserva, la diffidenza, la critica.)

Adesso, quando mi capita, a proposito di tanti eventi (politici e di altro genere) del mondo che ci circonda, di fare una battuta grottesca, uno sberleffo che costeggia la buffonata e il cattivo gusto, mi fermo un momento, alzo la mano con un segno che è insieme di scusa e di omaggio, e avverto: “Charlie Hebdo, Charlie Hebdo…”. Non è un gran che come omaggio, lo so: è una specie di lumicino nel crepuscolo. Ma è la testimonianza che posso rendere.

— Paolo Valesio, Bologna/New York

2 commenti

Archiviato in Atlanticus, Prosa

Il piacere e il terrore di una poesia che svela l’anima


Riporto qui, con il suo titolo originario, un articolo apparso sul quotidiano online ilsussidiario.net del 22 marzo 2016.

IL PIACERE E IL TERRORE DI UNA POESIA CHE SVELA L’ANIMA

William Shakespeare, a quattrocento anni dalla sua morte. Rendere omaggio al genio – in qualunque ambito esso si manifesti – significa prima di tutto, in una cultura artistica matura, attribuirgli il più grande degli omaggi: quello della critica. Ma non necessariamente quello della critica come lavorìo accademico – che, anche se innegabilmente utile, può avere un effetto alquanto agiografico. (Si potrebbe dire in effetti che, nella nostra epoca di agnosticismo generalizzato, la descrizione venerante delle bellezze nell’opera di un genio artistico sia divenuta l’equivalente laico delle antiche vite dei santi.)

Samuel_Johnson

Samuel Johnson, lettore appassionato

L’“omaggio” di cui parlo è quello che rima con “coraggio”: il coraggio di dichiarare (e argomentare) una combinazione di assenso e dissenso, un’alternanza di momenti di adesione appassionata con momenti di rifiuto. Pare, per esempio, che il critico più maestoso nella storia letteraria inglese, Samuel Johnson, fosse sconvolto da alcuni aspetti della tragedia shakespeariana del Re Lear. E al contrario Simone Weil, la grande pensatrice e mistica francese del Novecento, dichiara senza sfumature che tutto il teatro shakespeariano è di second’ordine, eccezion fatta per il Re Lear. Che queste siano opinioni di interesse ormai storico (e che il sottoscritto sia nettamente in disaccordo con entrambe) non ha particolare importanza. Ciò che è significativo è il gesto in sé, come manifestazione di coraggio critico: queste e simili reazioni restano degne dell’attributo di “critiche” (e non dell’etichetta un po’ spregiativa di “impressionistiche”) perché, al di là di ogni storicismo, esse hanno un valore per così dire ontologico: possono a loro modo rivelarci qualcosa, sulla natura della letteratura e in particolare della poesia.

1418060877820

Simone Weil

“Una delle qualità che definiscono l’arte”, scrive un critico saggista (Richard Brody nel “New Yorker”), “è la sua implacabilità: la sua rappresentazione di emozioni pericolose e violente, la sua ardente inclinazione per – e perfino la sua incarnazione di – il negativo, il distruttivo, il ripugnante. L’arte è un luogo di altissimo pericolo; mette a rischio l’anima dell’artista non meno che l’anima del lettore o ascoltatore o spettatore”. Rendere omaggio a Shakespeare, dunque, vuol dire anche riconoscere la pericolosità della sua arte. Ma non in un antiquato senso repressivo per cui i versi di Shakespeare sarebbero pericolosi per la nostra sanità morale, cioè moralistica; bensì nel senso in cui i suoi versi, come tutta la grande poesia, ci pongono faccia a faccia con noi stessi – ci spingono a scavare dentro di noi, in quella zona profonda dove svanisce il moralismo e affiora l’etica.

In che misura tutto ciò – questo piacere e terrore della poesia shakespeariana (se posso variare la formula aristotelica della pietà e terrore) – è percepibile nello Shakespeare tradotto in italiano? La storia della traduzioni italiane di Shakespeare è lunga e illustre, e il lettore italiano d’oggi dispone di riferimenti più che adeguati. Ma non riesco a dimenticare la franchezza di un mio collega universitario di Bologna, decenni or sono, il quale mi diceva che lui riusciva ad apprezzare il teatro shakespeariano essenzialmente nella sua azione e movimento; mentre la poesia verbale di Shakespeare, resa in italiano, gli restava alquanto distante. E continuo a pensare che il traduttore italiano ideale dei drammi shakespeariani sarebbe un impossibile incrocio di Torquato Tasso, Pietro Aretino e Giovanni Testori. E’ già stato osservato peraltro (rivendicando l’intuizione di quel mio collega) che l’indebolimento di poesia che ha luogo in ogni traduzione di Shakespeare può essere compensato da “un recupero del testo teatrale nel suo aspetto drammaticamente primordiale” (Rebecca Mead, ancora nel “New Yorker”). Ovvero: c’è una lingua del teatro che necessariamente si identifica con singoli contesti nazionali; e poi c’ è il linguaggio universale della rappresentazione teatrale. Del resto, come Dante ha incoraggiato generazioni di lettori angloamericani a studiare l’italiano, così Shakespeare potrebbe ben essere una grande occasione per cominciare a studiare l’inglese, accanto ai pur legittimi desideri di, per esempio, allargare il proprio business. E chissà che questo anniversario non serva da stimolo in tale senso. Ma, come dare un’idea dell’inglese di William Shakespeare? Una specifica esperienza può forse servire a questo scopo.

maxresdefault

William Shakespeare

Un paio di mesi fa, a New York, ho avuto la ventura di ascoltare, nell’arco di una settimana, due diversi drammi in due diversi generi – il primo una tragedia, il secondo una commedia – dello stesso drammaturgo elisabettiano, Thomas Middleton: uno di quegli autori che gli accademici spesso schedano, in maniera un po’ irritante, come ”minori”, ma senza i quali Shakespeare sarebbe inconcepibile (e che con Shakespeare è probabile abbia occasionalmente collaborato). Come sempre, mi aveva colpito la raffinatezza linguistica del pubblico anglofono: voglio dire, la capacità degli spettatori di seguire senza cali di concentrazione i testi recitati nella loro versione integrale, senza “aggiornare” una sola parola; assorbendo tutti gli arcaismi, i barocchi giochi di parole, le giravolte vertiginose nel dialogo, il martellamento dei colpi di scena. In quelle serate, rincasando verso la mezzanotte nell’ambiente tutt’altro che rinascimentale della ferrovia metropolitana di Manhattan, avevo sentito con particolare forza la potenza e intensità della voce poetica di Shakespeare. La quale si faceva sentire, per così dire, a fortiori : tralucendo, cioè, nella voce di un altro drammaturgo (Middleton, appunto) – e inoltre attraverso la pronunzia statunitense, così diversa dall’asciuttezza tagliente della dizione britannica.

Sembrava insomma che l’eco del suono profondo (mentale più che fisico) dell’inglese, in tutta la sua forza ed eleganza, si percepisse al di là delle conversazioni espressivamente povere di noi viaggiatori metropolitani. E lo strascico, per così dire, di quello scintillìo elisabettiano rivelava quanto antica fosse la genealogia perfino di quelle scritte pubblicitarie abbastanza banali che si leggono nei riquadri lungo le pareti di tutte le carrozze della metropolitana. Cioè: il teatro shakespeariano mostra tra l’altro come l’energia inesauribile dell’inglese nei giochi di parole abbia la sua origine nella sua grande letteratura cinque-secentesca.

In fondo l’inglese (o angloamericano che dir si voglia) ha pagato un certo prezzo per l’invadenza imperiale con cui ha colonizzato il modo in cui il mondo si esprime; a cominciare dall’Europa, dove esso ha battuto, come mezzo principale di comunicazione, le sue grandi lingue di cultura (l’italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo – perfino il russo). Cioè: l’inglese ha scontato questo suo trionfo banalizzando troppo spesso se stesso come lingua – divenendo uno strumento impersonale, un gergo da aeroporto. E’ per questo che l’inglese ha oggi più che mai bisogno di Shakespeare e di tutto il linguaggio che egli rappresenta: non solo per riconoscere il discorso che corre sotto tutta la poesia angloamericana che viene dopo, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, fino a oggi; ma anche, diciamolo pure, per non dimenticare la sua anima.

farrermap

La cartina di John Ferrar che raffigura Virginia nel Nuovo Mondo (1651)

Al di là, comunque, dell’inglese, dell’italiano ecc., la posta in gioco è il destino universale della poesia; la cui forza è prima di tutto il suo rapporto con la sensorialità. La nostra società – così spesso criticata per l’eccesso e la banalizzazione dei suoi richiami sensoriali, fino alla sensualità – è in realtà una civiltà dell’astrazione, perché depersonalizza e meccanicizza i rapporti umani, mescolando un individualismo superficiale a un altrettanto superficiale collettivismo. A forza di reprimersi senza esprimersi, ogni persona umana rischia di soffocare. La poesia è uno degli elementi fondamentali nella vita che possano soddisfare, nella singola persona, la sete di esprimere il proprio rapporto con la pelle del mondo; e attraverso ciò di dar voce alla sua speranza di salvezza. La poesia teatrale di Shakespeare è una delle realizzazioni fondamentali della poesia come servizio umanistico (dunque, umano) all’altro: il corpo di una persona si apre e piega a servire altre persone (gli spettatori) che stanno nell’ombra – ma che sono presenti, sono vicini.

— Paolo Valesio

(Estratto dalla comunicazione presentata il 19 marzo 2016, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, all’Accademia Mondiale della Poesia, nella Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico di Verona)

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Il coperchio della pentola


Riporto qui con il suo titolo originario e in una versione ampliata e ritoccata l’articolo apparso originariamente su “ilsussidiario.net” di giovedì 3 marzo 2016 col titolo “Donald Trump / Chi è l’uomo che ha fatto saltare il ‘coperchio’ dell’America?”

IL COPERCHIO DELLA PENTOLA

L’unico mio vanto, per cosi dire, come osservatore delle correnti elezioni in Usa (un vanto con cui ormai ho annoiato tutti gli amici) è di non aver mai sbeffeggiato Donald Trump. E il motivo per cui l’ho sempre preso sul serio – che non vuol dire ovviamente essere d’accordo con lui – è una piccola epifania (chiedo scusa per questa iperbole in stile trumpiano) che ho avuto mesi prima che Trump acquistasse vera visibilità sulla scena elettorale. Ero in una trattoria popolare ai confini fra Harlem e la zona di Columbia University – una trattorietta di quelle che fanno una cucina chiamata “Asian Fusion” (insomma, una mescolanza di vari stili di cucina asiatica): gustosa e anche economica, frequentata soprattutto da giovani di varie razze, tipici di quel nuovo proletariato che spazia – in una gamma entro la quale è difficile stabilire confini – dai giovani professori e dai dottorandi dell’università di Columbia ai lavoratori che costruiscono lì intorno i nuovi palazzoni di uffici e residenze, e che rappresentano l’inperiosa espansione di questa università (una delle potenze immobiliari di Manhattan) dentro la vecchia Harlem.

01DINELI2-articleLarge

Asian Fusion a New York

I camerieri erano tutti giovani, e multirazziali come la loro clientela: due o tre asiatici, un paio di neri, un paio di latinos, e uno che non apparteneva a nessuna delle razze precedenti. Perché ho appena usato questa elaborata perifrasi diplomatica? Il fatto è che, in questo paese in cui ci si riempie la bocca di prediche contro il razzismo perché si è inevitabilmente ossessionati dalle differenze razziali, bisogna fare attenzione al contesto in cui si usa qualunque aggettivo che designi un’appartenenza di razza. (Esempio: nel protocollo politicamente corretto del diplomaticissimo “New York Times”, esiste un codice binario per descrivere il sospetto di un crimine; o si dice che il sospetto è “bianco” o non si dice nulla del suo colore: altrimenti sorgerebbero immediatamente proteste e accuse di discriminazione; e così l’”ipocrita lettore” – per usare la celebre frase di Baudelaire – del giornale, capisce che il sospetto era un nero o un latino o un asiatico.)

baudelaire_wide

Lo sguardo di Charles Baudelaire

Il cameriere che mi aveva servito era arrivato alla fine del suo turno, e sul conto che mi stava presentando aveva scarabocchiato una frase per indicare a quale altro cameriere avrei dovuto versare il mio pagamento. “Give it to the white guy”, aveva scritto; ovvero : “Dallo al tipo bianco”. E ci misi un po’ di tempo, per capire le implicazioni di quell’espressione. Quel cameriere non si sarebbe mai permesso di dirmi o scrivermi, per esempio, “Dallo a quel nero là”. Uno degli effetti del conformismo oppressivo (oserei dire, soffocante) il cui campione è il Partito Democratico è di aver reso “innominabili” tutte le razze – salvo che la nominazione avvenga da parte di un membro della stessa razza, o all’interno di una cornice di eufemizzazione. “Give it to the white guy” era l’indizio minimo ma significativo dell’emergenza della nuova minoranza razziale negli Stati Uniti.

Una cosa è leggere sui media o ascoltare alla televisione che, nel giro di non molti anni, quella che prima si chiamava “la razza di maggioranza” (cioè la bianca) diventerà inevitabilmente una “razza di minoranza”; e una cosa è provare questa esperienza sulla propria pelle. Ricordo ancora il brividino di sorpresa che provai una ventina d’anni or sono a New Haven nel Connecticut, quando una collega mi invitò al matrimonio di un suo amico – e mi trovai in un’enorme sala da ballo in cui la mia era l’unica faccia bianca. Ma quella era ancora, per così dire, un’esperienza di lusso, una percezione esotica che si prestava a un auto-sermoncino moralistico (“Ecco, così senti direttamente l’esperienza di essere una minoranza”). Adesso, non si tratta più di un esercizio pittoresco: qui siamo di fronte alla nuova e prosaica realtà.

Ma – dice – : Quando ti decidi a parlare di Trump? In realtà, fin dall’inizio io non ho fatto altro che parlare di Trump. Non sono certo il primo a dire che Donald Trump incanala la paura e la rabbia dei bianchi impoveriti che cominciano ad avere paura; solo che questo apprezzamento è di solito pronunciato in punta di labbra e con un sorrisetto di superiorità da parte di bianchi agiati che non hanno (ancora) nulla da temere per quello che riguarda la loro situazione lavorativa. La mia piccola testimonianza, dopo anni trascorsi alla frontiera di Harlem (lungo la storica Centoventicinquesima Strada), è quella di coloro che sentono ogni giorno la sorda vibrazione di un indiretto (ma non per questo meno reale) conflitto di poveri: la piccola borghesia semiproletaria bianca da una parte, i neri dall’altra.

150925_POL_TrumpRally-03

La “razza di maggioranza” che sta dalle parti di Trump

Ho appena finito di leggere un sermone anti-Trump, il quale spiega che ciò che determina il successo di Donald Trump è “la mentalità della folla” (the mob mentality – ma mob, in inglese, è un termine molto più forte di “folla”: mob è la folla come qualcosa che viene assimilato alla “plebaglia”). E quale sarebbe, questa mob mentality? La mentalità degli scontenti, la cui infelicità ha basi reali, ma che poi (ci viene detto) cominciano ad esprimere il loro malcontento in forme irrazionali: cioè, (ci spiegano) invece di concentrarsi sulle persone o istituzioni particolari attaccano interi gruppi della società. Il problema è che questa descrizione in verità non si applica solo ai sostenitori di Trump, ma a tutte le folle tumultuanti che in questi giorni appoggiano l’uno a l’altro candidato/a.

Quello che è relativamente (e inquietantemente) inedito in Trump è che non si tratta di un politico professionista, ma di un homo novus; e occorre, mi sembra, fare attenzione a non stabilire equivalenze frettolose con certi homines novi della politica italiana. Trump è nato come palazzinaro furbo e disinvolto (e del resto, quale palazzinaro, sotto qualunque latitudine, non è in qualche misura furbo e disinvolto?), ma poi ha subito una sorte di metamorfosi: da furbo è diventato astuto; da astuto, intelligente. Insomma, è diventato un politico. E c’è di più: uno degli elementi della eccezionalità di Trump è (come è già stato notato) che Donald Trump viene da New York. New York: la Babilonia sul fiume Hudson, la città molle e decadente, senza veri contatti con la”vera” America, rurale e popolare… E invece, no: Trump ci ha costretto a rivedere molti cliché. Certo, per parlare alla pancia dell’America bisogna disimparare il linguaggio newyorchese: un modo di discorrere che è ironico e auto-ironico, raffinatamente allusivo. Bisogna invece tuffarsi senza pudore nel sermo vulgaris. È un linguaggio che ribolliva sotto la superficie come sotto il coperchio di quella pentola a pressione che è il discorso della correttezza politica; ma adesso il coperchio è saltato.

mbh07hfxy8qkzv9u4amf

La pentola bolle, e la nave va

A proposito di linguaggio: non so se sia stato notato finora che trump come sostantivo si applica alla trump card – insomma, al briscolone. A chi gioverà questa briscola? Più al Partito Democratico (lo si è già capito) che a quello Repubblicano. Ma Trump c’entra fino a un certo punto, con il sistema dei partiti. Donald Trump rappresenta una meteora politica il cui maggior contributo sarà probabilmente linguistico (elemento ironico, se vogliamo, per un politico il cui linguaggio sembra essere oggetto d’ilarità). Nella politica americana contemporanea è emerso uno spartiacque: prima di Trump, e dopo Trump. Sembra di vederli, i candidati repubblicani dell’establishment, in maniche di (sudata) camicia e in qualche albergo di Washington, che studiano i video di Trump per posizionarsi – come suol dirsi – di fronte alla novità. Dopo di lui (e quando lui sarà dimenticato – il che potrebbe anche accadere più presto di quello che sembra) tutta la politica americana parlerà un po’ più populista.

 

— Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized