Archivi del mese: marzo 2018

IL GROSSO ANIMALE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” l’11 marzo 2018 col titolo “Simone Weil e il ‘grosso animale’: come limitare il male in politica?”
 

 

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Un grosso animale (tra i più grandi e pesanti)

IL GROSSO ANIMALE

Interrogarsi sulle reazioni emotive e soggettive, prima o invece di quelle ideologiche, di fronte al processo elettorale è un esercizio (nel senso antico e forte del termine) tutt’altro che ozioso. Sono certo di non essere la sola persona che nelle sue sue varie esperienze di votante e di non-votante ha sentito alternarsi in sé nel corso degli anni, e indipendentemente dallo specifico contenuto o non-contenuto del voto, sensazioni “laiche” di accresciuta vitalità (diciamo, un trionfalismo cittadino) con sensazioni “rituali”: come di fronte a un atto quasi troppo forte, che sfondi una misteriosa barriera.

“Quello vegetativo e quello sociale sono i due dominii dove il bene non entra. Cristo ha riscattato il vegetativo, non il sociale. Non ha pregato per il mondo. Il sociale è, irriducibilmente, il dominio del principe di questo mondo. L’unico dovere che si ha riguardo al sociale è quello di tentare di limitare il male. (Richelieu: ‘La salvezza degli stati si trova soltanto in questo mondo’)”. Così scrive Simone Weil nel capitolo intitolato “Il grosso animale” del piccolo libro intenso La pesanteur et la grâce, che io tradurrei La grevità e la grazia. (Esistono comunque varie traduzioni italiane del libro, alcune migliori delle altre). Si tratta com’è noto di un’opera pubblicata postuma da Gustave Thibon, il quale trasforma in capitoletti tematici secondo un ordine non cronologico (e con poche ma interessanti note a piè di pagina) appunti dallo stile aforistico che appartengono originariamente alla vasta raccolta di Quaderni della Weil. “Il grosso animale” richiama una lunga similitudine sviluppata dal personaggio Socrate nel libro VI della Repubblica platonica: e si riferisce in sostanza alla massa comunitaria, con tutti i suoi elementi buoni e cattivi. (Ma la Weil ne dà una definizione drammatica, ed enigmatica, scrivendo che il grosso animale è “il solo oggetto di idolatria, il solo surrogato di Dio, la sola imitazione di un oggetto che è infinitamente distante da me e che è me stessa”).

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Un grosso carnivoro

 

ll citato aforisma sul vegetativo e il sociale non è in-pertinente rispetto alle elezioni italiane; in particolare, potrebbe servire a riflettere su quel trenta per cento (pare) di aventi diritto al voto che hanno scelto, in vari modi, di non esprimerlo. Ma, sull’esempio di pensiero libero offerto dalla Weil, proviamo ad andare al di là degli “ismi” che hanno devastato il Novecento e che oggi sembrano essere ripetuti per inerzia – astensionismo, (anti-)fascismo, (anti-)comunismo, progressismo, conservatorismo, qualunquismo, sovranismo, populismo ecc. – e a interrogarci sul livello psicologico, o meglio spirituale, di base. Se in mezzo ai nostri procedimenti sociali si erge qualche cosa come un idolo (il Grosso Animale), come liberarci o almeno distanziarci da esso? Come aggirare l’ostacolo e guardare in faccia, senza veli, la società? Le possibilità sono divergenti, forse opposte; e chi pensa e riflette contempla queste divaricazioni senza cedere al rancore di parte ma anche senza ricercare a ogni costo un compromesso rassicurante.

Per rendersene conto basta rileggere quel breve passo. Una pensatrice geniale (e anche troppo assertiva) come la Weil ci dà un bell’esempio di come realizzare quel genere non facile che è l’aforisma. Un aforisma che si faccia rileggere dovrebbe essere un po’ enigmatico, e dovrebbe anche avere il coraggio di rischiare l’impertinenza o almeno l’apparente non-pertinenza – come per esempio l’apparizione improvvisa di quella frase più o meno apocrifa del cardinal Richelieu, la quale evoca (anche se a contrario) l’orgoglio francese per la tradizione del grand siècle che sopravvive anche in una scrittrice così spregiudicatamente modernista come la Weil. (Per fare un parallelo, pensiamo a come suonerebbe, nell’atmosfera così ben pettinata degli aforismi che imperversano oggi in Italia, l’irruzione di una frase di Guicciardini dentro il contesto di una riflessione di tipo religioso). Ma soprattutto, un vero aforisma deve realizzare un lungo viaggio nello spazio di un semplice paragrafo; e qui si viaggia – o si salta – da un’atmosfera di tipo gnostico (l’immagine della società come dominio luciferino, e quella strana frase su Gesù che non avrebbe “mai pregato per il mondo”) a un’atmosfera di impronta umilmente cristiana su come si debba “tentare di limitare il male”.

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Una preghiera ma non per questo mondo

 

Ecco: in quest’aria post-elettorale ancora agitata, tutti noi – quelli che hanno votato votando così come coloro che hanno votato non votando – siamo chiamati a interrogarci, andando oltre i cliché, non tanto sul modo in cui dovremmo camminare dentro la polis, quanto sul cammino che di fatto abbiamo già intrapreso. Stiamo cercando di raggiungere un “discernimento profetico” (come è stato detto di recente, con una frase molto bella), oppure ci occupiamo del tentativo di limitare il male? Entrambe le vie valgono la pena di essere percorse: basta essere consapevoli della scelta.

             –  Paolo Valesio

 

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L’ADDENTRO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 febbraio 2018 col titolo “L’astenuto, un cittadino “inutile” che pone domande troppo radicali”.
 

 

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La vita politica: I Quaccheri hanno il loro da dire. Jan de Bray, «The Regents of the Children’s Orphanage in Haalem», 1663

 

 

L’ADDENTRO

Forse gli intellettuali – questi eremiti laici delle città (les intellos, come li definiscono i francesi con scorciatura ironica) – esistono ancora. E forse sono ancora pronti a “dire la verità in faccia al potere” (speak truth to power), secondo lo scultoreo motto dei Quaccheri; o almeno, a sostenere (come scriveva José Ortega y Gasset già negli anni Trenta) la paradoxa contro la doxa – cioè la visione criticamente meditata (la paradoxa) contro l’opinione acriticamente massificata (la doxa). Comunque sia, questa peculiare campagna elettorale può essere un banco di prova, per capire se l’intellettuale (quello che Alfredo Panzini chiamava il “povero letterato”) ha ancora qualcosa da dire.

I politici sono tenuti dal loro mestiere a parlare sempre in zona di esteriorità – stanno sistematicamente nel “fuori”. È il mestiere loro, appunto; e criticarli per questo è una delle manovre moralistiche a cui ricorrono i molti (troppi) commentatori i quali sembrano cosi voler giustificare il loro star fuori dai fenomeni pur avendo la possibilità di andare più addentro. Non si tratta di star dentro o fuori da centri più o meno segreti di informazioni e di potere; bensì di ritrarsi ogni tanto dal turbine sociale particolarmente coltivato dai politologi, e adottare la prospettiva del soggetto. Questo potrebbe ancora essere compito degli intellettuali, e non soltanto di essi.

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Una visione delle tane dei eremiti laici dell’Italia di oggi

Per esempio: le speculazioni sui sondaggi finalmente si sono taciute, non senza aver procurato qualche danno con la loro apparente obiettività. A chi giova infatti l’insistenza, sotto le apparenze scientifiche di una certa numerologia, riguardo alla futura “ingovernabilità”? Alla compagine filogovernativa, la quale indirettamente lancia un avvertimento con una leggera vena minatoria: ‘E vabbè, questa volta perdiamo – ma tanto non vale, e si tornerà a votare un’altra volta’. Senza contare (ma forse anche questo era stato messo in conto) che ripetuti avvertimenti di questo tipo possono incoraggiare il voto-no; così chiamato per raccogliere sotto un termine solo la vera e propria astensione, il voto bianco e il voto nullo – tre opzioni che comunque andrebbero distinte accuratamente dopo le elezioni, in vista di un’analisi seria la quale difficilmente avrà luogo perché non è nell’interesse del potere. Si potrebbe anche parlare di un “voto bianco”, ma non conviene: collocare tra i colori in gioco – che si rifanno all’eterna coppia di quel bel titolo di Stendhal, “Il rosso e il nero” – il bianco, evocherebbe un’immagine troppo molle, fra la castità e l’impotenza. Comunque, con il voto-no si esce dalla politica come aneddotica e si solleva una questione le cui implicazioni di fondo riguardano la filosofia della politica, o semplicemente la filosofia.

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La filosofia della politica del momento

Due sono le mosse con cui lo Stato Profondo para il cosiddetto pericolo del cosiddetto astensionismo: mantenere un muro esterno di silenzio intorno al silenzioso muro interno dei potenziali ribelli, senza provare a scavare varchi in quest’ ultimo; e al tempo stesso, trattarli come una massa più o meno patologizzata, usando termini-chiave come “la rabbia” o il suo contrario e complementare, “l’inerzia”. Proviamo invece a pensare che cosa sarebbe successo se – in ogni rissa serale alla televisione, in ogni rassegna di interviste ai politici – si fosse lasciato uno spazio anche per un rappresentante del voto-no. (A onor del vero, alcuni pochissimi organi, come questo giornale, hanno fatto parlare un “astensionista”; il quale non è parso né rabbioso né inerte.) Le conseguenze di questo autentico dialogo avrebbero meritato un aggettivo che ormai è relegato in soffitta: rivoluzionarie (nel senso, beninteso, pacifico e umanista di Gandhi, Martin Luther King e simili personalità).

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Martin Luther King, Jr. e sua moglie e la dura lotta per la conquista e la difesa del voto

Mi è appena sfuggito il termine “rappresentante” per parlare di un individuo che sostenga il rifiuto pacifico: ma questo aggettivo è fuorviante – ed è qui che emerge la questione filosofica. Il votante-no infatti, se parlasse, parlerebbe per sé – nel suo modo particolare e idiosincratico. Lui o lei si pone come individuo nel pieno senso del termine, fuori dalla logica massificata, dunque esposto al rischio di essere bollato come cittadino “inutile” – e qui affiora la categoria evangelica del “servo inutile” (Luca 17, 10). Ma inutile a chi, a che cosa? Come “il servo inutile” descrive in realtà la fondamentale condizione umana, così che l’aggettivo (la cui traduzione comunque è discutibile) risulta in fondo pleonastico, e resta soltanto l’idea di uno che serva una realtà superiore; così il cittadino “inutile” definisce in effetti la condizione fondamentale di ogni cittadino nella polis, intellettuale o no che sia: il semplice cittadino, senza sovrastrutture e concrezioni ideologiche. Ma dove va, questo cittadino? Ecco la questione filosofica (e politica): che come tale pone una domanda radicale, sulla cui risposta è aperta la riflessione.

  Paolo Valesio

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