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LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

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“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

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Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

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Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

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Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

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È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

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ANTI-DIARIO USA, 1

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  22 giugno 2019 col titolo “Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali Usa”.
 

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ANTI-DIARIO USA, 1

Non era ancora finito lo spettacolo delle elezioni europee, che era già cominciato (e durerà molto a lungo) quello della campagna elettorale statunitense. Una bella stagione, per chi concepisce la politica come uno sport da spettatori. Ma la politica, prima o poi, in un paese o nell’altro, si rivela come qualcosa di più serio di un divertimento sportivo; tanto è vero che si parla a volte dell’alternanza o conflitto tra commedia e tragedia in politica [F. Scisci dalla Cina, nel “sussidiario” del 13.5.19].

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In realtà, ciò che è più caratteristico e più inquietante nella politica è che essa si pone come la versione, su larga scala sociale, di quel genere letterario tipicamente moderno che è la tragicommedia. Per esempio, è abbastanza comico che, nel quotidiano che ambisce a rappresentare tutta la migliore opinione statunitense (ma che in effetti resta essenzialmente confinato alla Costa Orientale del paese), cioè il New York Times, appaia un articolo in cui si arriva molto vicini ad accusare questo organo, la cui correttezza etnica è impeccabile, di nientemeno che antisemitismo (!) per avere osato pubblicare una vignetta ironica sul primo ministro israeliano; oppure un altro articolo in cui si spiega che ormai bisogna abbandonare la classe lavoratrice bianca al suo triste destino perché i suoi rappresentanti non votano nel modo giusto, e in ogni caso sono pochi (!).

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Di fronte a simili esternazioni involontariamente comiche si è tentati di sorridere, considerandole come gli ultimi sussulti di vita di un certo complesso mediatico-ideologico (per estendere ai tempi nuovi la vecchia ma sempre valida formula del “complesso militare-industriale”) in via di decadenza. Ma quando si tocca la comicità (volontaria o involontaria che sia) si scherza sempre col fuoco: le sue tinte forti sfiorano il pornografico, e la sua virulenza espressiva continua a proiettare l’ombra di una possibile violenza. Non si tratta, beninteso, di censurare nulla di tutto ciò: la protezione dell’espressione comica dà la misura di una civiltà. D’altra parte, ciò che incute sempre un poco di timore nel comico è una certa labilità del suo confine con il tragico. Non si può non guardare, allora, a ogni campagna elettorale come tragicomica, e alle campagne statunitensi come tali forse più che le altre.

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Del resto, gli aspetti propriamente tragici della politica americana sono grandi come montagne – anzi come fiumi: nel senso che vengono da, e vanno, lontano; e il loro comportamento è imprevedibile, come i loro meandri. Un aspetto in particolare, come infinito strascico pesante in cui continua a inciampare la vita americana: il lascito della schiavitù, che continuerà a essere lo sfondo di queste elezioni. Il solco divisivo è ancora lì, tanto più profondo nei casi in cui è accuratamente nascosto. Sempre ve n’è traccia, anche se impalpabile, in ogni interazione, anche la più banale, tra una persona di colore e una persona bianca, in ogni angolo degli Stati Uniti.

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Come si risolverà questo problema? Impossibile dirlo. E quando si risolverà? Forse, mai. D’altra parte, è consolante (se si può usare questo termine) rendersi conto che i grandi problemi storico-politici non si risolvono, in quanto tali, quasi mai. Le svolte decisive non sono collettive e ideologiche e chiaramente databili, o meglio: non ci sonosvolte decisive, bensì innumerevoli sforzi oscuri di innumerevoli persone singole, le quali non offrono soluzioni, bensì ricette di sopravvivenza dignitosa alla luce di una speranza non misurabile e quantificabile.

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Un poeta belga dell’Ottocento scrive, in due eloquenti versi alessandrini sonoramente rimanti:“Espérons. Mais hélas! Malheureux que nous sommes, / Les problèmes sont grands et petits sont les hommes” (Continuiamo a sperare. Ma ahimé, infelici che siamo! / I problemi son grandi, e gli uomini son piccoli). Ma che c’entra, si potrebbe obiettare, la letteratura con la politica? Si può rispondere a ciò con una variazione sull’aforisma attribuito a Georges Clémenceau (a proposito della guerra come cosa troppo grave per essere affidata ai militari), riformulandolo come: La politica è una cosa troppo grave per essere affidata ai politici. La poetessa americana di origini vietnamite Dao Strom, commentando una sua poesia scritta alla fine del 2016, e notando che allora dominava “una retorica che sfrecciava avanti e indietro, su come combattere e resistere, sui vari modi giusti e sbagliati di essere”, scrive: “Forse in reazione a tutto ciò, una parte di me desiderava intensamente di sviluppare una versione più tranquilla di me stessa, desiderava essere semplicemente una via di passaggio, e tenere aperti canali di comunicazione senza cader preda di (o semplicemente riflettere) le ansie che si addensavano intorno a me, a noi”. La poesia così commentata si intitola “Strumento”. Ora, io non saprei dire se vi sia qui un echeggiamento voluto oppure no della famosa preghiera tradizionalmente attribuita a san Francesco d’Assisi: “Signore, fammi strumento della Tua pace”. Ma insomma, una connessione c’è.

                                Paolo Valesio

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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 7 maggio 2017 

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La generazione né-né

CODEX ATLANTICUS XVI

Bologna, 7 maggio 2017 

Sul “Corriere della Sera” un articoletto riprende lo slogan che avevo citato nel lemma precedente e accenna al fenomeno che esso rappresenta. Il titolo redazionale è “La generazione né-né” (che ricorda un po’ troppo la “generazione yé-yé” di cui si parlava negli anni Sessanta). Ma il sottotitolo cita una formulazione propriamente politica: “Astensione militante” – e con questa categoria siamo giunti al cuore del problema, al di là dei dettagli pittoreschi.

Per capirci meglio, torniamo allo slogan “Né peste né colera” – che sembra ancora ferire (come dicevo) orecchie sensibili. Ma francamente non ne vedo la ragione – anche perché la genealogia di questo motto risale alla grande poesia rinascimentale e barocca. Noi tutti ricordiamo una delle scene culminanti della shakespeariana “Giulietta e Romeo” – quella in cui Romeo e Tebaldo, a spade sguainate, si affrontano in duello. Il caro amico di Romeo, Mercuzio, si intromette per evitare che si arrivi allo scontro, e viene mortalmente ferito dalla stoccata che Tebaldo destinava a Romeo (Romeo and Juliet, 3.1). Quando Romeo tenta di minimizzare il danno (forse anche per mascherare il suo rimorso, essendo stato la causa per quanto involontaria del ferimento dell’amico), e dice: “Coraggio, amico: questa ferita non può essere una gran cosa”, Mercuzio ribatte con una lunga battuta ironico-macabra spiegando che invece questa ferita è fatale – e in questa sua battuta emerge la frase capitale: “Che la peste colga entrambe le vostre casate!” (A plague o’ both of your houses!).

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“Che la peste colga entrambe le vostre casate!”

Come accade con tantissime altre frasi e versi di Shakespeare, anche questa ha avuto la fortuna/sfortuna di divenire proverbiale. Fortuna, perché è entrata a far parte del normale tessuto quotidiano della lingua inglese, e corre sulle bocche di tutti i parlanti, anche di quelli che non leggono Shakespeare. Sfortuna, perché la cristallizzazione e impersonalizzazione dell’uso le ha (come in tutti i casi simili) tolto qualcosa della forza originaria. D’altra parte, proprio questa estensione proverbiale ha chiarito la vastità di riferimento che in ogni caso era già presente nella frase shakespeariana. Se, infatti, il personaggio Mercuzio scaglia tutta la sua amarezza contro due particolari casate nobili, i Montecchi e i Capuleti com’è ben noto, che ingabbiano la vita politica della Verona a lui contemporanea, il suo autore William Shakespeare è ben consapevole di stare enunciando un’affermazione universale. Ma, universale in che senso? Qui le cose si complicano.

Prima di tutto, Mercuzio in tutto il suo comportamento sembra rappresentare la forza dell’amicizia – non solo come rapporto emotivo, ma anche (o, appunto per questo) come valore che trascende la politica. Forse Mercuzio vede in Romeo soltanto Romeo, non un Montecchi; e questo rivelerebbe una differenza, tanto significativa quanto delicatamente sfumata, fra il suo atteggiamento e quello di Giulietta, nel loro rispettivo rapporto con Romeo. Nella sua improvvisa scoperta della passione amorosa – che giustamente la allarma: “È una cosa troppo avventata, troppo sconsigliata, troppo improvvisa” – It is too rash, too unadvis’d, too sudden (Romeo and Juliet, 2.2) – Giulietta cancella d’un colpo la differenza, che fino ad allora per lei era stata fondamentale, fra Montecchi e Capuleti. (Vedi tutta questa scena, e specialmente la famosa battuta “Che cosa c’è in un nome?” What’s in a name? – che sotto le apparenze di una domanda retorica contiene in realtà una profonda questione filosofica.) Potremmo dire che quella di Giulietta è una cancellazione della politica – la quale svanisce come nebbia di fronte agli occhi dei due amanti.

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Mercuzio, da parte sua, non è che ignori le divisioni politiche: egli si pone come loro esplicito avversario, le maledice. In ogni caso, si apre qui tutta una problematica sul rapporto di somiglianza e rivalità tra l’amore e l’amicizia – problematica molto sentita, dai tempi classici fino al Rinascimento; e sentita in particolare da quello mi pare chiaro (lasciando i filologi alle loro dispute) essere effettivamente stato uno dei modelli e ispirazioni fondamentali, sia filosoficamente sia stilisticamente, per Shakespeare: cioè Michel de Montaigne. (Quel Montaigne che dedica il capitolo “Sull’amicizia” dei suoi Essais al grande amico Étienne de La Boétie, giovane teorizzatore dell’amicizia come elemento fondamentale della società, e poeta; quel Montaigne inoltre che, a proposito dell’amico La Boétie, privilegia il rapporto d’amicizia rispetto al doveroso rapporto coniugale.)

Non è chiaro se Mercuzio – lo scettico, l’ironico Mercuzio – sia sempre stato critico verso le divisioni politiche, o se la sua delusione sia dovuta al suo improvviso trovarsi schiacciato, come vittima innocente, tra due sistemi di potere. (A proposito, mi chiedo se qualcuno abbia mai pensato a “riscrivere” questo interessantissimo personaggio drammatico che è Mercuzio come eroe di un moderno dramma post-shakespeariano, in modo analogo a quello che Tom Stoppard ha fatto negli anni Sessanta con Amleto, virtuosisticamente componendo, con il suo Rosencrantz e Guildenstern sono morti, una commedia “nera” che parte dal più famoso dramma di Shakespeare.)

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La ragione irrazionale dell’impolitico Mann

Ma ciò che qui importa non è l’esegesi shakespeariana e post-shakespeariana, bensì l’importanza delle intuizioni poetiche come genealogia degli esperimenti di pensiero intorno alla politica – esperimenti che prima o poi hanno conseguenze molto concrete. Certo, siamo ammoniti alla prudenza, quando si tratta di applicare il linguaggio (per non dire il gergo) della politica corrente alla psicologia così come essa si rivela nella poesia. D’altra parte, il pensiero autentico è sperimentale – e non si può sperimentare senza rischiare… Si potrebbe dire, allora, che Giulietta sia “apolitica”, mentre Mercuzio sarebbe “impolitico” (unpolitisch), in un senso analogo a quello del bel titolo del libro saggistico del 1918 di Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico – titolo che resta ispiratore ancor oggi (al di là della maggiore o minore forza di convinzione di quei saggi).

Può sembrare risaputo (è materiale di tanta letteratura e filmografia pop ben inferiori ai testi che ho citato) che l’amore e l’amicizia intrattengano da sempre dei rapporti per lo meno difficili, se non ostili, con la politica. Ma io non sto parlando di quella “divisione del lavoro” che celebra più o meno leziosamente queste emozioni belle, confinandole in un’area domestica e così rafforzando e contrario il dominio della politica, la quale in tal modo vede confermato il suo controllo della “realtà”. Parlo invece dell’amore e dell’amicizia come modi di svolgere una critica della politica.

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C’è un’unica risposta politica possibile

Non ho usato finora (né intendo usare) la parola “antipolitico”, perché questo termine ha una connotazione amara e un po’ maligna – come la politica ha subito compreso; posando, di fonte a questo aggettivo, come se essa politica fosse vittima di pregiudizi. E non insisterò sull’“apolitico”, che si presta troppo facilmente alle prediche moralistiche contro l’indifferenza civica. No: il termine chiave, come ho già indicato, è “impolitico”: che non designa tanto un modo di volgere le spalle alla politica, quanto piuttosto un modo di viverla dal basso (guardandola, per così dire, dal basso verso l’alto) – o dai margini. Ciò è confermato anche dall’uso corrente del termine, che designa un comportamento poco diplomatico.

Insomma: l’impolitico si muove dentro la polis ma tenendosi fuori dalla regolamentazione strettamente politica; così che di volta in volta esso apparirà come troppo dimesso (e allora viene rimosso) o troppo impertinente – e allora può essere disprezzato dai funzionari dell’ideologia preposti a guardiani del buon gusto. E invece, questi movimenti apparentemente contradditori dell’impolitico sono fra le poche risorse rimaste alla singola persona umana per farsi valere come tale nella polis, al di là del ruolo ormai ampiamente svuotato (non sono più i tempi di Rousseau) di una cittadinanza ridotta a formalismo.

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Studiando la democrazia totalitaria dal basso con Rousseau

 

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LA STORIA SI RIPETE, O FORSE NO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  3 ottobre 2018 col titolo “Da Bork a Kavanaugh, 30 anni di conformismo killer”.

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LA STORIA SI RIPETE, O FORSE NO

Quello che i giornali francesi chiamano L’affaire Kavanaugh viene da lontano, e forse un poco di “storia orale” può non essere inutile.

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La dottoressa Ford e l’onorevole Brett M. Kavanaugh

23 ottobre 1987: il senato Usa respinge la nomina, avanzata dal presidente Ronald Reagan, di un importante giurista e autore di numerosi libri, Robert Bork. Le ragioni sono squisitamente politico-legali (sì, “squisitamente” è un avverbio un po’ antiquato, ma vedremo perché qui ci sta). Insomma, Robert Bork è considerato troppo conservatore. Normale partigianeria politica, dunque. Ma già allora si avvertiva un tono nuovo, nel suo livore.

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L’onorevole Robert Bork

A quell’epoca avevo la fortuna di frequentare un importante centro di studi (il Centro Whitney per gli Studi Umanistici) presso l’Università di Yale: ogni mese a turno dovevamo presentare di fronte a tutti i membri una relazione pertinente alle nostre ricerche, cioè un compassato esercizio universitario. Ma ricordo ancora il mio stupore quando uno dei membri – giovane e brillante giurista in carriera – presentò come relazione un suo rapporto “dal campo di battaglia” come suol dirsi, non tentando nemmeno di considerare i vari punti di vista sull’argomento (come i miei colleghi si vantavano di saper fare così bene), ma semplicemente riferendo sui progressi del suo lavoro politico a Washington, teso a distruggere a tutti i costi la candidatura di Bork. Io non avevo un’opinione precisa in proposito, ma quello spettacolo poco accademico fu per me uno shock, e una lezione; i miei confratelli americani qui facevano squadra, senza nemmeno fingere il fair play: volevano soltanto godersi nei suoi particolari la distruzione di una candidatura scomoda. E così, avevo sperimentato di prima mano il connubio di attivismo politico, scienze sociali e scienze umane.

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La criminalità sessuale e il potere

Ottobre 1991: dibattito televisivo, acceso e seguitissimo, fra Clarence Thomas, intellettuale nero (allora si diceva ancora così, non afro-americano) e conservatore, candidato dal presidente George Bush al posto allora libero di giudice della Corte Suprema, e Anita Hill sua ex-assistente, che lo accusava di comportamenti poco corretti – ma già si diceva “molestie”, con un pericoloso ampliamento del concetto: le asserzioni in effetti vertevano soltanto su parole e immagini, non su atti concreti. Queste accuse dunque, tutt’altro che “squisitamente”, non erano politico-legali, ma di tipo scandalistico a sfondo sessuale; donde il grande successo mediatico del dibattito. In cui veniva già sperimentata la tattica che vediamo funzionare ancor oggi nel caso Kavanaugh: i particolari piccanti esposti da chi accusa acquistano un’aura di solennità, mentre se l’accusato tenta di ribattere su tali dettagli pruriginosi, viene stigmatizzato come volgare. Così il fango schizza fra entrambe le parti in causa e di lì trabocca gioiosamente tutt’intorno – quel fango che è un ingrediente essenziale nella cucina dei media.

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Una seconda tappa nella battaglia tra i sessi: Prof. Anita Hill e Clarence Thomas

Sotto lo sbandieramento dei grandi valori si cela il prurito delle rivelazioni erotiche, con gran godimento del pubblico che si sente libero una volta tanto di portare a galla tante pulsioni inconsce. Per rendersi conto di questa ipocrisia nel cosiddetto dibattito delle idee, basterebbe rileggere quell’opera eccellente, non invecchiata dal 1923 e ben più leggibile dei tomi del suo maestro Freud, che è Il libro dell’Es del medico e psichiatra tedesco Georg Groddeck, in cui anche la traduzione italiana ha conservato il pronome tedesco es, equivalente al latino id – come dire, “esso” (o forse è meglio dirlo in modo vernacolare: “isso”?). Insomma: il magma oscuro che gorgoglia dentro ognuno di noi e spiega tanti aspetti della nostra vita che di solito ci guardiamo bene dal dire a noi stessi, nonché agli altri.

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Criminale sessuale. Bill Cosby, ottuagenario incarcerato

Il dibattito Hill-Thomas in quegli anni Novanta mi fornì la prima esperienza di qualcosa di inaudito fino ad allora, nel paesetto rurale – un villaggio, in realtà – a cui facevo ritorno ogni sera (a circa 25 minuti d’auto da Yale, sembrava già un altro mondo): il luogo idillico dove noi vicini, al massimo potevamo avere una garbatissima e sfumata divergenza di opinioni sulla lunghezza alla quale potare le siepi per evitare che i rami producessero sgraffiature sulle fiancate delle nostre auto quando passavano lungo il vialetto. E invece in un certo pomeriggio, mentre assistevamo in gruppetto a quella lite televisiva, i toni finirono col diventare più stridenti (con una ahimé prevedibile divergenza di opinioni fra i due sessi – allora non si diceva ancora “generi”), e ci separammo abbastanza freddamente. Fu la mia prima, come dicevo, esperienza di una discussione politica fra vicini di casa, nel cuore dell’America pastorale. Piccolo, piccolissimo episodio, certo: ma è con esperienze come questa che il neo-cittadino prende veramente la temperatura di un paese, e identifica i mutamenti da una stagione politica all’altra.

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Georg Groddeck sonda squisitamente l’es

E’ difficile prevedere che cosa succederà nel caso Kavanaugh. Ma forse è utile ricordare che nei due precedenti già menzionati si verificò il fenomeno che quasi sempre ha luogo (anche se molti continuano a esserne sorpresi) in simili frangenti: Bork (il candidato perdente) si amareggiò e si radicalizzò nel suo conservatorismo; mentre Thomas, il candidato vincente, è ancora al lavoro coi suoi colleghi nella Corte Suprema e ha subito imparato l’arte dell’empiria e del caso-per-caso: seguendo liberamente di volta in volta le sue analisi squisitamente giuridiche, a volte vota in senso progressista, e a volte in direzione conservatrice. A parte ciò resta valida la lezione del saggio Groddeck, che si potrebbe parafrasare in questo modo: prima di occuparci dei piani alti, è bene fare una bella ispezione in cantina.

– Paolo Valesio

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Fare una bella ispezione in cantina, l’onorevole preferisce di no

 

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L’ADDENTRO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 febbraio 2018 col titolo “L’astenuto, un cittadino “inutile” che pone domande troppo radicali”.
 

 

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La vita politica: I Quaccheri hanno il loro da dire. Jan de Bray, «The Regents of the Children’s Orphanage in Haalem», 1663

 

 

L’ADDENTRO

Forse gli intellettuali – questi eremiti laici delle città (les intellos, come li definiscono i francesi con scorciatura ironica) – esistono ancora. E forse sono ancora pronti a “dire la verità in faccia al potere” (speak truth to power), secondo lo scultoreo motto dei Quaccheri; o almeno, a sostenere (come scriveva José Ortega y Gasset già negli anni Trenta) la paradoxa contro la doxa – cioè la visione criticamente meditata (la paradoxa) contro l’opinione acriticamente massificata (la doxa). Comunque sia, questa peculiare campagna elettorale può essere un banco di prova, per capire se l’intellettuale (quello che Alfredo Panzini chiamava il “povero letterato”) ha ancora qualcosa da dire.

I politici sono tenuti dal loro mestiere a parlare sempre in zona di esteriorità – stanno sistematicamente nel “fuori”. È il mestiere loro, appunto; e criticarli per questo è una delle manovre moralistiche a cui ricorrono i molti (troppi) commentatori i quali sembrano cosi voler giustificare il loro star fuori dai fenomeni pur avendo la possibilità di andare più addentro. Non si tratta di star dentro o fuori da centri più o meno segreti di informazioni e di potere; bensì di ritrarsi ogni tanto dal turbine sociale particolarmente coltivato dai politologi, e adottare la prospettiva del soggetto. Questo potrebbe ancora essere compito degli intellettuali, e non soltanto di essi.

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Una visione delle tane dei eremiti laici dell’Italia di oggi

Per esempio: le speculazioni sui sondaggi finalmente si sono taciute, non senza aver procurato qualche danno con la loro apparente obiettività. A chi giova infatti l’insistenza, sotto le apparenze scientifiche di una certa numerologia, riguardo alla futura “ingovernabilità”? Alla compagine filogovernativa, la quale indirettamente lancia un avvertimento con una leggera vena minatoria: ‘E vabbè, questa volta perdiamo – ma tanto non vale, e si tornerà a votare un’altra volta’. Senza contare (ma forse anche questo era stato messo in conto) che ripetuti avvertimenti di questo tipo possono incoraggiare il voto-no; così chiamato per raccogliere sotto un termine solo la vera e propria astensione, il voto bianco e il voto nullo – tre opzioni che comunque andrebbero distinte accuratamente dopo le elezioni, in vista di un’analisi seria la quale difficilmente avrà luogo perché non è nell’interesse del potere. Si potrebbe anche parlare di un “voto bianco”, ma non conviene: collocare tra i colori in gioco – che si rifanno all’eterna coppia di quel bel titolo di Stendhal, “Il rosso e il nero” – il bianco, evocherebbe un’immagine troppo molle, fra la castità e l’impotenza. Comunque, con il voto-no si esce dalla politica come aneddotica e si solleva una questione le cui implicazioni di fondo riguardano la filosofia della politica, o semplicemente la filosofia.

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La filosofia della politica del momento

Due sono le mosse con cui lo Stato Profondo para il cosiddetto pericolo del cosiddetto astensionismo: mantenere un muro esterno di silenzio intorno al silenzioso muro interno dei potenziali ribelli, senza provare a scavare varchi in quest’ ultimo; e al tempo stesso, trattarli come una massa più o meno patologizzata, usando termini-chiave come “la rabbia” o il suo contrario e complementare, “l’inerzia”. Proviamo invece a pensare che cosa sarebbe successo se – in ogni rissa serale alla televisione, in ogni rassegna di interviste ai politici – si fosse lasciato uno spazio anche per un rappresentante del voto-no. (A onor del vero, alcuni pochissimi organi, come questo giornale, hanno fatto parlare un “astensionista”; il quale non è parso né rabbioso né inerte.) Le conseguenze di questo autentico dialogo avrebbero meritato un aggettivo che ormai è relegato in soffitta: rivoluzionarie (nel senso, beninteso, pacifico e umanista di Gandhi, Martin Luther King e simili personalità).

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Martin Luther King, Jr. e sua moglie e la dura lotta per la conquista e la difesa del voto

Mi è appena sfuggito il termine “rappresentante” per parlare di un individuo che sostenga il rifiuto pacifico: ma questo aggettivo è fuorviante – ed è qui che emerge la questione filosofica. Il votante-no infatti, se parlasse, parlerebbe per sé – nel suo modo particolare e idiosincratico. Lui o lei si pone come individuo nel pieno senso del termine, fuori dalla logica massificata, dunque esposto al rischio di essere bollato come cittadino “inutile” – e qui affiora la categoria evangelica del “servo inutile” (Luca 17, 10). Ma inutile a chi, a che cosa? Come “il servo inutile” descrive in realtà la fondamentale condizione umana, così che l’aggettivo (la cui traduzione comunque è discutibile) risulta in fondo pleonastico, e resta soltanto l’idea di uno che serva una realtà superiore; così il cittadino “inutile” definisce in effetti la condizione fondamentale di ogni cittadino nella polis, intellettuale o no che sia: il semplice cittadino, senza sovrastrutture e concrezioni ideologiche. Ma dove va, questo cittadino? Ecco la questione filosofica (e politica): che come tale pone una domanda radicale, sulla cui risposta è aperta la riflessione.

  Paolo Valesio

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Le piccole metamorfosi

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  2 novembre 2017 col titolo “Francesco e il dono di scardinare le strutture prefissate”.

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LE PICCOLE METAMORFOSI

Una visita papale, per quanto breve, produce sempre nel luogo visitato alcune metamorfosi. Per esempio, durante la visita a Bologna di papa Francesco nel primo giorno d’ottobre è risuonato uno sparo; fortunatamente non diretto alla Sua persona, dunque in nessun modo collegato all’ottimo funzionamento della rete di sicurezza che avvolgeva la città. Ma si è purtroppo trattato di un suicidio, compiuto da un uomo di ben 89 anni. E, alla fine del pranzo con cui il Papa ha intrattenuto nella basilica di San Petronio in Piazza Maggiore (nel cuore della città) venti carcerati, due di essi si sono allontanati sfuggendo ai loro custodi. Cosa voglio dire? Un’ovvietà, forse, ma che merita un attimo di riflessione: nemmeno il Papa può cambiare l’incessante scorrere della vita tutt’intorno, con la sua spietata mescolanza di tragedia e commedia.

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Deserto o gabbia? La basilica di San Petronio in Piazza Maggiore a Bologna, la rossa

Quello che il Papa poteva fare era dare un senso generale all’evento, inquadrando la giornata nella cornice di un motto che era anche un’esortazione: “Pane, parole e poveri”. Tre P che sono sembrate la risposta costruttiva e misericordiosa alle ciniche tre F – “Feste, farina e forca” – attribuite ai Borboni di Napoli. E queste P sono tornate alla mente, di fronte alle centinaia di persone (donne e uomini di varie età e nazionalità) che camminavano nella tarda mattinata, fluendo verso la Piazza Maggiore e poi – trovandola piena e bloccata – rifluendo dentro le strette vie medievali tutt’intorno. Avevano facce assorte e insieme distratte, con un’espressione che era qualcosa di più della curiosità: i loro volti erano divisi tra la speranza e la perplessità. Veniva allora in mente la domanda martellante di Gesù: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? […] Allora, che cosa siete andati a vedere? […] Ebbene, che cosa siete andati a vedere?” (Mt 11, 6-9).

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Vicario di Cristo a Bologna

Che cosa siamo andati a vedere? Forse, un modo per tentare di figurarci nella mente quali fossero, nelle tre P, le “parole”; ma qui, ognuno doveva scegliere per conto suo. In effetti, in ciascuno di quei volti si intravedeva tutto un silenzioso lavorio mentale, per identificare le parole che meglio si adattassero a ciò che dietro il volto si muoveva.

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L’uomo della pace si fa un selfie

Uno dei cittadini là in mezzo ha trovato dentro di sé parole forse prevedibili, e che tuttavia gli sembrava di dire seriamente a se stesso per la prima volta: “Uomo della pace” e “Vicario di Cristo”. Il Papa, costui ha sentito allora, non è semplicemente un uomo di pace (nella retorica un po’ compiaciuta del pacifismo): è l’uomo che incarna la pace. Si pensa di solito alla diplomazia come tecnica, ma il Papa rappresenta la base metafisica della diplomazia in quanto conciliazione.

Quanto al “Vicario”, la tentazione cui il cittadino non ha resistito è stata quella di fare un salto mentale anche troppo audace; e immaginarsi per qualche momento (suggestionato in parte da alcune opere di fine Ottocento che gli erano rimaste impresse): Se Cristo stesso fosse entrato a Bologna? Un po’ come Dostoevskij aveva descritto, con “La leggenda del Grande Inquisitore”, il Suo silenzioso ingresso in città; o come il pittore belga James Ensor aveva dipinto con colori violenti in quel quadro-shock del 1888 che è “L’ingresso di Cristo a Bruxelles”.

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Il buon deserto della Bibbia

Ma poi quel cittadino si è reso conto che non si trattava di nascondersi dietro rievocazioni artistico-letterarie, bensì di rispondere francamente alla domanda: – Che cosa sei andato a vedere tu, nel deserto? E qui è avvenuta la (piccola) metamorfosi. Fino a quella strana giornata di inizio-ottobre, infatti, lui avrebbe continuato a pensare a Bologna, se non come un deserto, come a qualcosa di simile a una gabbia. Questa città troppo grande per riconciliarsi con il suo stato di provincia, e troppo piccola per illudersi di essere una delle tre o quattro (o due) grandi città italiane; questa città che (a eccezione di un pugno d’anni che non hanno cambiato nulla) non ha mai mutato il suo regime politico dal 1945 a oggi, tendendo così a imporre una plumbea mediocritas.

Ebbene, no: tutto può cambiare. Dove entra il Vicario di Cristo, si dissolvono spiritualmente tutte le strutture prefissate (urbanistiche, politiche ecc.). E forse è questo il deserto (un buon deserto) di cui parla il Vangelo; con la sua possibilità di ricominciare sempre di nuovo, di introdurre la modesta ma decisiva differenza dell’individuo.

Paolo Valesio

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Il deserto dell’individuo

 

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DIARIO DI NEW YORK: IL NEO-BORBONISMO

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 19 aprile 2017 col titolo “Meglio stupidi o borbonici? Così New York ritorna di provincia”
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Potere e bellezza. I Borboni

DIARIO DI NEW YORK:
IL NEO-BORBONISMO

Chi sa chi ha detto veramente (Talleyrand, Chateaubriand?): “Non hanno imparato nulla e non hanno dimenticato nulla”, e chi sa se questa frase fosse proprio rivolta originariamente ai Borboni … Ma insomma, è un aforisma che appartiene alla serie del “Se non è vero è ben trovato”; e poi i Borboni, poveretti, si prestano (magari ingiustamente) a essere icone di incorreggibilità.

Per dire: il borbonismo è molto forte, nell’opinione mediatico-intellettuale che ancora domina il discorso pubblico, oggi negli Stati Uniti – basti pensare al tono neo-borbonico (non hanno ancora dimenticato le elezioni, e non hanno imparato quasi nulla nel frattempo) di organi come il quotidiano “The New York Times” e la rivista “The New Yorker”, che stanno contribuendo a trasformare New York in una delle più grosse metropoli di provincia sulla scena internazionale. (Qualcuno dei citatori seriali del “New York Times” si è accorto che “The Wall Street Journal” è un’alternativa credibile, e abbastanza moderata?).

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La testata di un quotidiano provinciale. Parere condiviso anche da altri

E’ interessante notare, d’altro canto, come la velenosità anti-presidente Usa sia invece molto minore in Italia e, direi, nell’Europa in generale. (Maggiore distanza dal teatro degli avvenimenti? Maggiore sensibilità politica – l’efficienza è un altro discorso – dell’Europa? Differenza fra il protestantesimo americano e il cattolicesimo italiano? Antico cinismo italico-opportunista del “Franza o Spagna, purché se magna”? Va’ a sapere – e poi, è probabile che si tratti di una mescolanza di tutti questi fattori.)

Ora, quella che sto per menzionare è probabilmente l’ultima delle preoccupazioni del presidente Trump (che è più intelligente di quel che pensino i neo-borbonici, ma non è certamente un intellettuale), e invece dovrebbe essere un suo urgente tema di riflessione: cioè, lo stato di crisi polarizzante della vita intellettuale negli Stati Uniti – un fenomeno profondo e grave, che minaccia il tessuto stesso dell’Unione. (Altro che “sovrastrutture” rispetto alle “strutture”, come dissertava la vulgata marxistica!). Una vasta minoranza della cittadinanza statunitense (che una volta, al tempo delle categorie scolastiche, si sarebbe chiamata di “sinistra”) nega alla risicata maggioranza – che una volta si sarebbe detta di “destra” – il ben dell’intelletto (anche perché questa minoranza laicistica tende a non vedere la componente spirituale della vita intellettuale). E la maggioranza dal canto suo si arrocca in difesa, e sottolinea troppo marcatamente il lato settario-moralistico della sua spiritualità.

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Nicholas Kristof. Progressista al disopra di ogni sospetto

Al centro della vita mentale degli Usa c’è un enorme fossato (una marana, si direbbe a Roma), o palude indistinta, dove ogni discorso sfumato affonda nel nulla – col rischio che non soltanto l’umanesimo (questo ormai è diventato un termine archeologico) ma anche il senso di umanità, sia relegato alla categoria del “c’era una volta”, del pre-moderno. Un primo tentativo di migliorare il tono (ma questa è semplicemente una descrizione, non una prescrizione) potrebbe essere la buona vecchia ricerca dell’equilibrio. Come per esempio: evitare, da parte di chi predica costantemente contro l’odio, di usare il linguaggio dell’odio (“Odio questa gente. Sono stupidi ed egoisti. Vadano a farsi fottere. Che perdano il lavoro, si chiudano in casa, e crepino”: cito testualmente una delle e-mail di protesta, riportate in un articolo sul “New York Times” del 6 aprile, contro un opinionista di quel giornale, Nicholas Kristof – progressista al disopra di ogni sospetto – che in un articolo precedente aveva osato esprimersi in modo non completamente antipatetico verso l’elettorato di Trump).

E poi: evitare l’uso sproporzionato del termine “resistenza” per designare l’opposizione al governo. (Non sono il primo a notare che si tratta di una scelta di non ottimo gusto, per chi abbia presente che cosa sia stata storicamente la Resistenza in Europa.) E inoltre: evitare l’abuso del termine “razzismo” per bloccare qualsivoglia discorso. (Sono forse io il primo a notare che lo slogan autorevolmente diffuso, “Odio il razzismo” ha già la connotazione violenta che è tipica del razzismo?).

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Un “soldato” dei Khmers Rouges sventola la sua pistola

Tutto ciò, si dirà, è un invito abbastanza ovvio al dialogo, al compromesso, alla moderazione. Ma proprio questo è il nodo: siamo arrivati, negli Stati Uniti, al punto in cui certi innocui richiami risultano quasi inauditi. D’altra parte, i problemi delle università (che troppo spesso diventano cortili della ricreazione in cui monelli di varie età giocano a fare i Khmers Rouges) e di altri protagonisti della creatività artistica e intellettuale sono più complessi, e richiedono un discorso a parte.

         – Paolo Valesio

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