Archivi del mese: gennaio 2020

LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 24.12. 2019 con il titolo redazionale (ben diverso dal mio titolo originario) Si può uccidere due volte una studentessa (bianca) in un campus Usa?

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LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Tutti gli appartenenti alla comunità columbiana, anche se si trovano all’estero, ricevono per posta elettronica dall’ufficio sicurezza del campus una breve comunicazione con tanto di fotografia dalla telecamera, quando essa è disponibile, ogni volta che un crimine è commesso nel campus o nei suoi immediati dintorni; e non solo quando esso coinvolga i membri della comunità, ma anche quando colpisca i vicini di Columbia. La muta eloquenza dell’immagine (“Chi l’ha visto?”) risparmia l’imbarazzo di indicare in parole chiare il genere e l’etnia del sospettato. Che nel 98 per cento dei casi è un uomo, e nel cento per cento dei casi ha la pelle di quel colore che non si menziona: per non “prestarsi alle strumentalizzazioni”, per non “incoraggiare le speculazioni politiche” —  insomma per vivere “correttamente” le scaramucce esistenziali che sono parte della vita quotidiana a Manhattan e non solo.

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La scena del delitto

Ma il messaggio ricevuto alcuni giorni or sono, e che ha come bucato lo schermo, è stato e resterà se Dio vuole eccezionale: una matricola diciottenne di Barnard (il college prevalentemente femminile che è parte integrante di Columbia) è stata pugnalata a morte durante un tentativo di rapina nel parco che si trova sul lato orientale del campus.  Ora, la “buona notizia” (se si può usare questa espressione per un tale orrore) non è stata tanto la ovviamente rapida reazione della polizia quanto il comportamento sensibile e attento dei dirigenti di Columbia: lettere aperte del rettore e di altre autorità, subito dopo la notizia, alla famiglia della ragazza e a tutta la comunità, disponibilità immediata di psichiatri e assistenti sociali per parlare agli studenti sconvolti; e si è ribadita più volte l’informazione, peraltro già ampiamente nota agli studenti, che è disponibile ogni giorno un servizio di navetta e di scorta perché essi raggiungano in sicurezza i loro domicili dopo le lezioni. Efficienza, dunque, e trasparenza. Ma a questo punto le buone notizie finiscono, e cominciano le questioni scomode.

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Perché c’è bisogno di scorte, intorno a Columbia? E, che significano i due aggettivi mancanti: dopo il nome della studentessa e dopo il nome del sospettato? Si tratta di due calcolate lacune, opposte e complementari: se non si specifica nulla dopo il nome della ragazza, vuol dire che era bianca; e se del sospetto si dice soltanto “di sesso maschile”, vuol dire che non lo era, bianco. Ecco che comincia il gioco dell’eufemismo e della diplomazia, ecco che la trasparenza si appanna. Non è che questi silenzi siano privi di giustificazioni: ma bisogna essere chiari su di essi, se si vuole veramente capire la situazione, al di là delle opposte retoriche di propaganda.

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Una delle discese da Morningside Heights, quartiere universitario, per il parco

“Questo episodio demonizzerà l’immagine del parco”, dice una studentessa ai giornalisti che sono corsi al campus e che chiedono alle ragazze di Barnard impressioni a caldo. Verrebbe voglia di ribattere, un po’ cinicamente, che Morningside Park non aveva bisogno di questo episodio, per essere “demonizzato”: un tacito accordo generale insegnava ad evitarlo, specialmente verso il tramonto. Ma, appunto, questa percezione non poteva essere espressa direttamente, in omaggio all’ideologia. E forse la giovane vittima dagli interessi artistici che già eseguiva piccoli concerti e che doveva essersi subito (come non capirla?) innamorata di Manhattan, non sapeva o non si era curata di sapere che poteva essere pericoloso, attraversare da sola un parco cittadino al bordo della sua università intorno alle cinque del pomeriggio. D’altra parte, la sua collega appena citata sulla “demonizzazione”, stava offrendo una bella e concreta testimonianza: faceva parte di un gruppo di volontari che aveva dato una ripulita a certe zone del parco, e insomma intendeva cambiarne la reputazione.

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Simili sforzi non sono idealistici bensì realistici. Come il realismo di san Paolo quando (nella Prima Lettera ai Corinzi) esorta i fratelli: “aspettatevi gli uni gli altri”; che sembra un modo di dire: rispettate i diversi ritmi di sviluppo e crescita di persone differenti. Ma come è possibile ciò, senza una chiara critica interna a entrambele comunità in questione? Altrimenti la costante ostilità sotterranea (mascherata dagli eufemismi) fra le due popolazioni che convivono nelle stesse città,   l’ostilità che vibra ai margini dei luoghi della ricchezza e al tempo stesso della cultura dell’umano (a Columbia come a Yale come all’università di Chicago ecc.), finirà con l’avvelenare le acque di tutti i pozzi.

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Pare che l’assassino e i suoi complici avessero soltanto cinque o sei anni in meno che l’assassinata; la quale dev’essere stata circondata da quello che a volte il gergo della stampa chiama “un branco”. Ma qui come in tutti gli altri casi non c’è nessun “branco”, qui non ci sono “animali” (come si borbotta qualche volta negli angoli bui): ci sono esseri umani, giovani o giovanissimi che siano, ai quali dev’essere riconosciuta anche la dignità dei loro terribili errori. “Indicibile” (unspeakable) è il termine che ricorre nelle lettere addolorate delle autorità accademiche. L’unica reazione possibile di fronte a certi eventi sembrerebbe dunque essere quella più brutalmente corporea: “La mia compagna di camera sta vomitando in bagno”, dice senza fronzoli una delle intervistate alla quale era stato chiesto quanto la comunità fosse sconvolta dall’accaduto.

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Unspeakable … A volte, di fronte a certi orrori, si sente una stanchezza delle parole: che poi implica un’aridità, un’incapacità di commuoversi di fronte alla ripetizione della violenza da entrambe le parti. L’unica soluzione forse, per ritrovare un linguaggio che dica le cose, è concentrarsi per qualche attimo sui dettagli apparentemente “gratuiti” e marginali. Complimenti allora ai due cronisti del New York Times (Ed Shanahan e Matthew Sedacca) che, avendo colto al volo una frase apparentemente inane di una ragazza, non l’hanno censurata intellettualisticamente ma l’hanno citata: “Aveva i capelli verdi, e l’altro giorno in caffetteria le ho detto che i suoi capelli mi piacevano”. Resta l’immagine di un colore un po’ punk (come si sarebbe detto una volta), ma dolce: un colore del divertimento e dell’avidità della vita (e che importa che, se la ragazza avesse avuto il dono di vivere, l’avrebbe probabilmente cambiato dopo pochi mesi?). A volte, basta un dettaglio così per liberare quello che, nelle parole di Giorgio Caproni, si potrebbe chiamare “il seme del piangere”.

Paolo Valesio

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PLATONE, AMICO MIO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’11 dicembre 2019 col titolo “Quelle piazze anti-odio che dimenticano Platone”.

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PLATONE, AMICO MIO

In un discorso tenuto il 24 ottobre di quest’anno, James Jeffer, direttore esecutivo del Knight Institute per il Primo Emendamento presso l’Università Columbia di New York, ha dichiarato fra l’altro che: “Il valore di un sistema di libertà di parola dev’essere misurato non soltanto in base alla sua efficacia nel promuovere l’autonomia dell’individuo […] ma anche alla sua efficacia nell’aiutarci a scoprire la verità, comprenderci l’un l’altro, risolvere dispute civiche, e governare noi stessi”. E’ certamente una descrizione condivisibile di elementi fondamentali, eppure si sente che qualcosa manca. E l’impressione resta anche quando, nel discorso appena citato, si dice che: “La libertà di parola è un contenitore da riempire, non un piano di azione”.

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E se invece noi pensassimo la libertà d’espressione, non come un contenitore da riempire, e non come un piano d’azione, e nemmeno come un problema puramente pragmatico di “efficacia”; ma piuttosto come un’utopia necessaria, e una complessa questione etica dagli aspetti paradossali? Stiamo parlando infatti di un tipo di libertà che non è pienamente realizzato in nessun luogo al mondo: è un orizzonte verso il quale continuiamo a tendere. E ciò dovrebbe bastare per sviluppare in noi un atteggiamento di umiltà, e di rispetto per l’enormità di questo compito. Inoltre, la libertà d’espressione dovrebbe essere coltivata, non a dispetto del fatto che essa porta spesso a conseguenze imprevedibili e problematiche, ma proprio perché essa conduce a tali conseguenze. (L’etica, appunto, è qualcosa di essenzialmente paradossale.)

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Quando pensiamo alla libertà d’espressione, la vediamo predominantemente (sempre?) nella prospettiva di un soggetto che enuncia certe affermazioni, siano esse verbali o trasmesse attraverso altri media, compreso il linguaggio del corpo. (Ecco perché è meglio parlare di libertà di “espressione” piuttosto che di libertà di “parola”.) In sintesi: c’è un soggetto il quale si presenta come autore di un discorso significativo che richiede un uditorio; e si sente limitato o perfino minacciato da qualche altro soggetto che vuole oscurare o comunque diminuire la sua espressione. Questa è una prospettiva fondamentale che dev’essere coltivata e, se necessario, difesa. Ovvio, no? Così ovvio, in effetti, che si può restare insensibili a un certo elemento narcisistico, in tutto ciò. Ma c’è un’altra prospettiva, che non contraddice bensì integra quella appena descritta: la prospettiva dell’ascoltatore.

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L’ “altro” che dovremmo essere sempre disposti ad ascoltare, se vogliamo che la nostra esperienza di libertà significhi veramente qualcosa, è il radicalmente altro: in un senso non metafisico ma semplice e quotidiano. E’ l’altro con cui non ci troviamo d’accordo; l’altro che non ci piace, e che tendiamo a non rispettare e a volte addirittura a odiare; l’altro, dunque, non soltanto come il vittimizzato che possiamo esser tentati di considerare con una certa degnazione, ma anche l’altro che potrebbe rivelarsi come avversario forte e pericoloso. Soltanto quando accettiamo pienamente il diritto a essere ovvero le ragioni d’essere di questo “odiato” (odiato da chi?), al di là del problema se siamo o no d’accordo con lui/lei — soltanto allora possiamo veramente comprendere la necessità di lasciare che altri siano liberi di esprimersi, e possiamo sentirci veramente autorizzati a sviluppare la nostra propria libertà d’espressione. Che cosa è in giuoco, in tutto questo? Nientemeno che la completa accoglienza di un’intuizione tanto difficile quanto fondamentale: che, cioè, esseri umani diversi da noi effettivamente esistono, nel senso pieno di questo termine; è quella che potremmo chiamare l’evidenza dell’esistenza. (E’ terribilmente facile non vedere ciò che è evidente, ciò che è ‘nascosto in piena vista’, per dirla all’inglese; e potremmo chiamare questa non-percezione: “Sindrome della Lettera rubata”, con riferimento al famoso racconto di Edgar Allan Poe.)

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Ricordiamo un motto dalle lontane origini: Amicus Plato, sed magis amica veritas, cioè: ‘Platone è mio amico, ma la verità mi è ancora più amica’. Ebbene, con tutto il rispetto per la saggezza antica, ma tenendo presenti le varie esasperazioni dogmatiche dell’idea di verità in tempi moderni, sarebbe preferibile rovesciare questo detto, e dichiarare: Amica veritas, sed magis amicus Plato, ovvero: ‘La verità è mia amica, ma Platone mi è ancora più amico’; dove “Platone” sta per ognuno che entri con me in un incontro o scambio. L’inflessibile ricerca di una verità assoluta rischia di divenire presto o tardi nemica della libertà di espressione — libertà il cui significato più profondo non ha a che fare con un’asserzione potenzialmente narcisistica, ma con il riconoscimento e l’accoglienza della comune esistenza umana.

          Paolo Valesio

[Dall’intervento al simposio internazionale “Crossing Boundaries / Entgrenzungen / Sconfinamenti” tenuto il 6 dicembre 2019 a Flensburg (Germania) e organizzato dalla Europa-Universität di Flensburg in collaborazione con il Centro Sara Valesio (CSSV) di Bologna]

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LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

Riporto qui il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 19 novembre 2019 che ha mantenuto il titolo originario.

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LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

La scena si svolge una decina d’anni or sono nella saletta dove si riunisce, in modo naturalmente riservatissimo, la commissione di concorso per una nomina a cattedra di ruolo in un dipartimento umanistico presso una grande università dell’area newyorchese. Tutti i membri hanno letto le pubblicazioni dei pochi candidati arrivati alla selezione finale, e hanno ascoltato le conferenze che ognuno di loro ha in giorni successivi tenuto di fronte ai professori e ai dottorandi; le impressioni dei quali (piccola nota comparativa rispetto alle università italiane), anche se non hanno una valenza ufficiale, sono già state ascoltate con attenzione. Si sta dibattendo il caso di uno dei migliori candidati, sul quale però le opinioni sono divise; e a un certo punto uno dei più autorevoli membri della commissione, non particolarmente favorevole a quel candidato, osserva con un sorriso lievemente ironico: “Beh, lui cita ancora Harold Bloom…”. (A proposito: il docente in questione non ottenne quella cattedra, ma adesso insegna serenamente e produttivamente in un’università del Sud negli Stati Uniti.)

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In conversazione con il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida

Sorgono allora spontanee un paio di domande: Come mai Harold Bloom (1930-2019), una delle star della critica letteraria internazionale, poteva, ancora vivo e attivo, essere diventato poco “citazionale” (come dicono i francesi) negli ambienti intellettuali più schizzinosi? E correlativamente: Come mai per questo grande personaggio, scomparso alla metà del mese scorso, il problema non è quello espresso dall’abituale linguaggio giornalistico: “E’ troppo presto per” (fare un bilancio della sua attività, esprimere un equilibrato giudizio critico, ecc.) bensì quasi l’opposto, cioè: Meglio affrettarsi a spiegarne l’importanza, prima che la sua opera venga dimenticata? Per comprendere come stia accadendo ciò, bisogna avere un’idea dell’atmosfera in cui vive la cultura statunitense, con la sua peculiare mescolanza di studiosità universitaria e mode mediatiche.

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La creazione di un grande studioso e critico

Harold Bloom ha cominciato la sua carriera di brillante giovane professore come autore di studi sui Romantici inglesi e su William Blake. Ma negli anni seguenti, mentre restava saldamente ancorato, proprio fino ai giorni della morte, alla sua istituzione universitaria (l’Università di Yale a New Haven, nello stato del Connecticut), Bloom compiva una svolta intellettuale tanto importante quanto difficile da definire. Da un lato sviluppava un eloquente stile discorsivo, saggistico e aforistico, nella grande tradizione della critica inglese rappresentata soprattutto dal suo eroe settecentesco Samuel Johnson (1709-1784) e dall’altro suo eroe tardo-ottocentesco Oscar Wilde (1854-1900), e già questa combinazione di modelli critici così diversi rivela la grande versatilità e raffinatezza del suo ingegno; dall’altro lato svolgeva un revisionismo, insieme estetico e teologico, della tradizione giudaico-cristiana (inventandosi una sua categoria di “giudaismo non-normativo”), che faceva leva su studi esoterici: soprattutto ma non solo la Kabbalah (nell’ultima visita che ebbi il privilegio di fargli durante la primavera scorsa vidi un Bloom stanco ed emaciato, che però stava preparando quelle che sarebbero state le sue ultime lezioni, e che aveva ancora l’eroica energia di guidare la sua assistente verso i titoli delle opere di Gioacchino da Fiore). Ma in fondo questa tendenza allo studio della letteratura come mito e mistero affiorava già nelle sue prime opere: il libro su Shelley parlava del suo mythmaking (“far mito”), l’opera sui Romantici era intitolata a una Compagnia visionaria, il libro su Blake si concentrava sulla Apocalisse creata da questo poeta.

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Il numero della bestia: L’apocalisse di Blake

Questa eccezionale combinazione di bellezza di stile, erudizione e varietà ermeneutica resta la cifra non riproducibile della grandezza di Bloom, e spiega anche perché sia difficile se non impossibile parlare di una sua scuola. Le opere che segnano le tappe del suo originale metodo critico, e che sono in generale libri piuttosto brevi e molto intensi, si snodano nel ventennio fra i primi anni Settanta (L’angoscia dell’influenza; Una mappa della dislettura) e gli anni Ottanta fino alle soglie dei Novanta (Agone. Verso una teoria del revisionismo; I vasi infranti). E questa per così dire sinfonia critica aveva come accompagnamento il basso continuo delle sue analisi dei drammi di Shakespeare, che Bloom ha esaltato come il creatore della coscienza dell’uomo moderno.

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Ma poi Bloom ha avuto una fortuna che si è tradotta al tempo stesso (come purtroppo accade quasi sempre in questi casi) in un fatale salto di qualità. E’ diventato cioè quello che in USA si chiama un public intellectual: insomma un famoso opinionista (ruolo che peraltro egli ha gustato e svolto con brio fino all’ultimo), dopo che invece era stato un maestro di pensiero. Ma anche come opinionista, Bloom (a conferma della sua straordinaria agilità mentale), ha coltivato un doppio registro, non limitandosi alle interviste giornalistiche irte di frecciate contro le correnti critiche alla moda e i mostri sacri della scrittura letteraria contemporanea, dove affioravano a volte anche le sue personali (e quale intellettuale non ce le ha?) angosce o almeno ansie dell’influenza — come la sotterranea emulazione rispetto al grande teorico della letteratura di una generazione precedente, il critico e pastore evangelico Northrop Frye studioso fra l’altro di Blake; o come il senso di competitività verso colui che fu per un paio d’ anni (anni di cui si parlò a lungo) suo collega a Yale: il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida. Ma, a proposito di doppio registro, Bloom ha anche coltivato un’inesauribile attività di tipo pedagogico: edizioni di drammi shakespeariani, curatele di raccolte di saggi scritti da altri critici sui più svariati autori, antologie.

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Il sorriso di Falstaff

L’opera forse più nota di Bloom è (ironie della storia letteraria), un libro monumentale ma debole: Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età. (Fra parentesi: le traduzioni italiane di Bloom rendono spesso opaca la grande eleganza della sua scrittura; la bizzarra resa italiana di quel sottotitolo, “I libri e le scuole delle età”, che fa pensare a libri di testo per ragazzi, si riferisce in realtà a “I libri e le scuole di pensiero che sopravvivono attraverso i tempi”.) Ecco: questo diluviare di opere mediatiche aiuta a spiegare (ma non a giustificare) lo snobismo dei critici di nuova generazione cui si riferiva l’aneddoto iniziale. In fondo c’è una rassomiglianza conturbante (uncanny: uno degli aggettivi preferiti da Bloom, sulle orme di Freud) fra la parabola di Bloom e quella del suo personaggio shakespeariano preferito (e qui il critico ironizzava allegramente sulla propria corpulenza negli anni migliori), Sir John Falstaff. Falstaff è il battutista ricco di ingegno e finezza che si muove confidenzialmente alla corte del futuro re d’Inghilterra solo per essere brutalmente rinnegato da quest’ultimo, quand’egli ascende al trono col nome di Enrico Quinto. Non potrò più rileggere gli straordinari e commoventi dettagli dell’agonia di Falstaff così come Shakespeare ce la presenta in Henry V: “sorrideva alle estremità delle sue stesse dita […] il suo naso era appuntito come una penna”, senza pensare al viso affilato del mio mentore e amico, in quella mattina di aprile a New Haven.

Paolo Valesio

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