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Lo strano pensiero della pace

Una preghiera dopo i bombardamenti di San Lorenzo, Roma, luglio 1943

Lo strano pensiero della pace

Apparso con il titolo Russell e quel pensiero della pace che rifugge da ogni formula, in “IlSussidiario.net“, 21 April 2022.

“L’aspetto eticamente caratteristico del misticismo è l’assenza di indignazione e di protesta, la gioiosa accettazione, il rifiuto di ammettere come verità ultima la divisione in due campi ostili, il bene e il male. Questo atteggiamento è conseguenza diretta della natura dell’esperienza mistica: al suo senso di unità è legato un sentimento di pace infinita. Si può anzi sospettare che sia il sentimento di pace a produrre, come avviene nei sogni, l’intero sistema di convinzioni collegate”. 

Chi scrive queste parole è un filosofo la cui immagine dominante è quella della rigorosa razionalità: Bertrand Russell. L’autore specifica che si tratta di un saggio “a carattere divulgativo” – aggettivo che suona un po’ strano oggi, per uno scritto il cui titolo, Misticismo e logica, contiene due parolone difficili da maneggiare, anche se per ragioni quasi opposte: la maggior parte delle persone sono convinte di pensare in modo “logico”; e quanto al misticismo, nessuno sa esattamente che cosa sia.

Bertrand Russell

Forse questi termini avevano un suono un po’ diverso nel 1914, quando uscì quello scritto di Russell (ripubblicato quest’anno insieme a vari altri saggi in un volume il cui titolo collettivo è appunto Misticismo e logica, a cura del Corriere della Sera). Ma poco importa la terminologia: le questioni in gioco, che peraltro quel saggio discute in forma assai chiara, sono urgenti e fondamentali oggi come lo erano più di un secolo fa. Basti notare che queste parole su “un sentimento di pace infinita” apparivano all’inizio della Grande Guerra: è l’ironia della storia, che ovviamente si fa sentire anche quest’anno. Ed è proprio questo ciò che ne determina l’urgenza; perché non c’è bisogno di essere “mistici” per provare questi sentimenti: basta interrogare la propria sensibilità. 

Che cos’è il misiticismo?

Una docente di lingua italiana in un liceo cattolico di Brooklyn scriveva recentemente in una email: “Se tutti noi su questo benedetto pianeta terra dedicassimo più tempo e spazio alla nostra vita interiore, le situazioni di guerra, per esempio, sarebbero molto più rare. Se non si coltiva la pace interiore con il nostro Creatore e con noi stessi, come possiamo aspettarci di andare più o meno d’accordo con gli altri? Sembra una cosa banale e anche trita e ritrita, ma la verità a volte è anche molto semplice, più semplice di quanto ci si aspetti”. 

In effetti, potremmo chiamare questa affermazione una “briciola di filosofia” (e Briciole filosofiche, cioè una filosofia in briciole è il titolo di un libro di nientemeno che Søren Kierkegaard). Chi pensa deve prestare attenzione anche alle briciole del pensiero, proprie e altrui; e ogni pensiero ne stimola altri che possono anche prendere vie in parte diverse.

Nulla di banale, dunque, nelle frasi appena citate; ma guardiamoci dall’illusione che vi siano formule semplici e chiare, seguendo le quali la pace sia assicurata. Illusioni di questo tipo sono state coltivate anche da molti illustri filosofi, ma tali restano. È il caso per esempio del saggio rigorosamente laico di Immanuel Kant: Per la pace perpetua. Progetto filosofico, risalente al 1795. Sono pagine pensose, ovviamente (e rafforzate da una prefazione e un saggio postfatorio, nella riedizione Feltrinelli dell’anno scorso, con fior di citazioni da una vastissima bibliografia sulla pace e il pacifismo); ma anche pagine che oggi, francamente, suonano come un’esasperazione quasi grottesca del razionalismo illuministico.

Meglio dunque lasciare da parte un certo pacifismo astratto: la guerra (non ci sarebbe bisogno di dirlo) è “sporca”; ma anche la pace – il cui perseguimento ovviamente resta vitale – non è mai completamente “pulita”: per l’inevitabile ambiguità delle sue manovre e del suo linguaggio, per i suoi sempre ridotti e temporanei risultati (nei quali comunque emerge l’importanza spirituale dell’attività diplomatica). Sembrerebbe allora che non resti che ripiegare sullo scetticismo (le guerre ci saranno sempre) e, com’è stato detto, su un certo nichilismo, per cui l’unica soluzione sarebbe l’aumento continuo dei contrapposti poteri nucleari, il vecchio “equilibrio del terrore”.

Santa Teresa d’Avila

In verità la pace e la guerra a cui si pensa in tal modo sono essenzialmente strutture intorno alle quali noi costruiamo le nostre fantasie e paure; soprattutto in queste agitate notti europee in cui sperimentiamo il triste privilegio di sentire una traccia di quelle che sono state le sensazioni delle generazioni precedenti, tra il 1914 e il 1945. Ma qui la risorsa fondamentale è quella già menzionata: l’esperienza interiore; che, se orientata verso il desiderio di pace, è implacabile. Nel senso che non ci dà pace finché non produce qualche conseguenza all’esterno: offrendo ai nostri comportamenti, alle nostre vite quotidiane, una nuova dimensione di amorevolezza. La freccia del desiderio vola continuamente, senza che si sappia bene se vola verso la pace amorevole o vola in quanto scoccata dal desiderio di questa pace; e forse è lo stesso percorso, dentro una circolarità virtuosa.

San Juan de la Cruz

Tendiamo a vivere – e in particolare, abbiamo vissuto questi ultimi anni – in una linearità che si potrebbe quasi dire bellicosa: incenerendo il presente come passato nel momento stesso (Sant’Agostino diceva già qualcosa di simile) in cui lo bruciamo come futuro. Eppure è possibile coltivare una visione diversa del mondo. La linearità affannosa può essere modificata da un atteggiamento più contemplativo, e poco importa se vogliamo chiamarlo “mistico” oppure no: un atteggiamento che può condurci verso la calma. “L’importanza del tempo è pratica piuttosto che teorica” (scrive Bertrand Russell in quel saggio), “è in rapporto con i nostri sentimenti piuttosto che in rapporto con la verità […] Sia nel campo del pensiero sia in quello del sentimento, pur essendo il tempo qualcosa di reale, rendersi conto della non importanza del tempo è la porta verso la saggezza”.

La strada che porta alla saggezza

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L’offerta della corona

L’offerta della corona

“L’offerta della corona”, published as “Mattarella bis, un evento venuto da lontano (Shakespeare lo sapeva)”, in IlSussidiario.net4 February 2022

La poesia, come ha già detto un poeta, può esprimere quello che i media (televisione, giornali ecc.) non riescono a trasmettere, anche se è difficile dire di che si tratti esattamente. Ma per capire che cosa sia, basta guardare ai conflitti del nostro tempo. Come per esempio le recenti elezioni presidenziali. Dove, come in tutti i drammi che si rispettino, il finale cosiddetto a sorpresa era sotterraneamente preparato fin dall’inizio della rappresentazione, così che lo spettatore attento fruiva di una duplice esperienza: mentre calava il sipario era ancora stupito dalla svolta improvvisa; ma poi, ripensandoci mentre usciva dal “teatro”, cominciava a collegare fra di loro i vari fili tessuti nel “testo”, e vedeva emergere la vera trama.

Inizio di settembre 2021: alla 78esima Mostra del cinema di Venezia Roberto Benigni, ricevendo il suo meritatissimo Leone d’Oro alla carriera, rivolge, con il suo stile peculiare, un invito al presidente della Repubblica là presente: “Rimanga con noi ancora un po’; perché porta fortuna, porta bene. Deve rimanere, deve rimanere presidente qualche anno in più”. E non si trattava di un commediante purchessia, ma di un comico istituzionale, che ben conosce il valore simbolico di ogni battuta.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la Sig.ra Laura in occasione della prima della stagione del Teatro alla Scala di Milano

7 dicembre 2021: apertura della stagione operistica alla Scala di Milano con il Macbeth di Giuseppe Verdi. Quando il presidente fa il suo ingresso nel palco reale è accolto da una lunga ovazione, nella quale risaltano varie grida di “Bis!”. E quello non era un pubblico qualunque, ma il pubblico della capitale europea dell’Italia – quello che legge i “grandi” giornali milanesi e romani, dunque è orgogliosamente consapevole di se stesso come rappresentante di un capitalismo in sincronia con il proprio tempo, cioè un capitalismo fondamentalmente di centrosinistra.

Però, però: lì serpeggiava qualcosa di simile a quella che in musica potrebbe chiamarsi una dissonanza. 

Anna Netrebko canta Macbeth

Se a guardare quell’opera, Macbeth, ci fosse stato nel palco reale un re vero – diciamo un re di primo Novecento, nel momento tumultuoso della monarchia italiana – come avrebbe reagito di fronte a quel dramma, che mette in scena quasi uno dopo l’altro due assassinii regali? Forse Sua Maestà si sarebbe conturbata e, avvolta nel mantello, sarebbe uscita bruscamente (come re Claudio nell’Amleto), lasciando tutti mortificati. E  – anche se in quel dicembre 2021 gli spettatori non erano un re e i suoi sudditi, bensì un presidente e i suoi cittadini  – come si poteva non avvertire, in quella messinscena e dentro quel contesto, un certo stridore, e un presagio di intrighi alquanto cupi? Tutto questo, per dire che il coup de théâtre dell’elezione del 29 gennaio scorso, è venuto da lontano.

Rileggendo oggi la tragedia Giulio Cesare (ancora Shakespeare; è indispensabile), uno nota la scena nel primo atto in cui Marco Antonio offre per tre volte a Cesare la corona, e per tre volte Cesare la rifiuta; ma, a ogni successiva offerta, con maggiore esitazione: “A quel che ho visto”, dice uno dei personaggi di quel dramma, “era molto restio a staccarne le dita”. 

Sembrerebbe difficile per un poeta (in senso lato: dunque anche drammaturgo, romanziere, regista cinematografico, compositore) resistere alla tentazione di prendere come soggetto la situazione drammatica appena descritta, tra finzione letteraria e realtà politica. Ma c’è poco da sperare che uno scrittore italiano oggi se ne occupi. E se anche lo facesse, chi avrebbe il coraggio  di pubblicare o rappresentare il suo lavoro, in una nazione dove vige ancora il reato di “vilipendio”, parola che sarebbe buffa se non suonasse minacciosa?

Si potrebbe dire che il nostro paese ha problemi ben maggiori di un mancato atto di scrittura. Ma sarebbe una risposta inadeguata. Perché il punto non è che queste elezioni presidenziali non abbiano avuto per molti un lieto fine: il “lieto fine” è sempre qualcosa di superficiale. Il problema vero è che le elezioni del 2022 resteranno essenzialmente prive di senso compiuto se non saranno, prima o poi, sottoposte all’intervento dell’immaginazione come critica del reale, che è come dire la poesia nel senso lato di cui sopra: la poesia, con la sua audacia di avvicinamento alla verità. E quando manca la ricerca (basta la sincera ricerca) della verità, un paese declina.

Indizi di un paese in declino

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Microscopia di un paese

Microscopia di un paese

“Microscopia di un paese”, published as “Da Leopardi ad Adorno: il Covid e le nostre ferite non rimarginabili”, in IlSussidiario.net31 January 2022

Si sono aperte ferite non rimarginabili, almeno nei prossimi anni, nella vita italiana. Non si parla qui di disuguaglianze sociali o di divergenze tecno-scientifiche: problemi molto gravi ma ormai annebbiati dal chiacchiericcio che continua a riscoprire gravi problemi peraltro discussi, alla frontiera tra Otto e Novecento, da vari pensatori: si parlava già allora di “superstizione della scienza”, di esercizio della pura amministrazione che elimina la politica e conduce alla “disumanizzazione dell’uomo” ecc. Ma c’è anche qualcosa d’altro, qualcosa che le omelie laiche ed ecclesiastiche che corrono per l’Italia non menzionano abbastanza chiaramente.

La “disumanizzazione dell’uomo”

Nel giorno stesso in cui durante una bella predica in Sant’Ambrogio a Milano si esortava (giustamente) a ringraziare Dio per le sue benedizioni nell’anno passato – così distinguendosi dalla quieta disperazione agnostica del ritornello: “Speriamo che l’anno prossimo sia migliore”, già ironizzata da Giacomo Leopardi nel suo Dialogo d’un venditore d’almanacchi e di un passeggere – in quello stesso giorno dunque appariva un video tedesco dove un teologo laico con studi psicoanalitici, in camicia e pullover (fa piacere, ogni tanto, vedere un teologo in pullover) parlava in modo più esplicito, avendo intitolato la sua riflessione per l’anno nuovo “Andare l’uno verso l’altro, nei tempi della divisione”. E allora ci si chiede, andando col pensiero al di là dell’immediato presente: Quando e come si richiuderanno le divisioni fra italiani, in questi tempi in cui la paura si è mutata in sospetto e ostilità, con una deriva verso l’odio?

Aldo Capitini, sostegno spirituale della nonviolenza

Nel mezzo di varie spinte e controspinte, coloro che si oppongono alle misure di controllo definiscono se stessi come “resistenti”; e si ripubblicava, proprio l’anno prima dell’inizio della pandemia, un libretto intitolato Elogio della disobbedienza civile, dove si ricorda fra l’altro l’epica esperienza di Danilo Dolci (il quale lasciò un’ impressione indelebile in chi l’ascoltò parlare nei primi anni Settanta, in un circolo culturale a pochi passi dall’Università di Harvard), e si citavano i classici in questo campo come Gandhi, Simone Weil, il non dimenticato Aldo Capitini: fonti non esauste di ispirazione, come sostegno spirituale per resistere a tutte le forme di discriminazione.

Superstizioni in tutte le salse

Ma il mondo descritto in quel piccolo libro – le vaste dimostrazioni, i cortei, i sit-in – sembra quasi scomparso, e non può essere rimpiazzato da qualche flashmob. Perché i partiti sono allo sbaraglio, e perché le nette (e pigramente ideologiche) distinzioni fra “sinistra” e “destra”, o addirittura fra chi sta “a sinistra della sinistra” (ancora presenti nel citato libriccino) stanno diventando obsolete. Anche per l’aumentata “efficienza” degli strumenti di controllo del cosiddetto “ordine pubblico”, in un’atmosfera politica in cui i raduni cittadini sono stati degradati con il termine questurino di “assembramenti” (tutto questo virgolettato sembra pesante, ma è necessario: le virgolette di avvertimento –  quelle che in inglese si chiamano scare quotes – sono una delle poche, timide, forme di critica oggi rimaste).

Il nuovo superstizioso. Le superstizioni e la scienza

È riemerso invece il problema già descritto negli anni Cinquanta da Adorno e compagnia: quello della “personalità autoritaria”. E non si sono ancora distinti abbastanza chiaramente due diversi livelli di questa personalità: il livello alto dei detentori di autorevolezza, i cosiddetti decisori (coloro insomma che l’autorità la creano); e quello subalterno – per usare un termine gramsciano – delle persone che debbono applicare, più o meno autoritariamente, l’autoritarietà o autoritarismo che viene dall’alto. Più o meno autoritariamente… La speranza di una piena ripresa della democrazia in Italia emerge anche da gesti tutt’altro che solenni, da microscopiche divergenze quotidiane fra quei subalterni che applicano le istruzioni con gusto e piacere autoritario (sembrano – ma si spera di sbagliare – essere la maggioranza), e quelli che ogni tanto sostituiscono il loro buon senso alla cieca obbedienza.

Jouissance in uno stato autoritario

La personalità autoritaria è quella per esempio di un’inserviente di teatro che, dopo aver disturbato lo spettatore rapito dal flusso della musica battendogli sulla spalla e indicandogli con il gesto che deve far risalire la mascherina esattamente sopra il naso, nota che colui ha obbedito con un’aria infastidita, e maliziosamente ripassa cinque minuti dopo battendogli nuovamente sulla spalla perché ha verificato il suo sospetto che lo spettatore (il quale è tornato nella sua resistenza al livello di uno scolaretto – e questo è ridicolo e triste insieme: gli autoritarismi provocano anche l’infantilizzazione) abbia riabbassato il bavaglio sotto il naso.

L’autorità non-autoritaria

Mentre la personalità non-autoritaria è quella della bigliettaia su un treno che, passando a verificare biglietti e lasciapassare di due coniugi anziani seduti l’uno dirimpetto all’altro, controlla i documenti del marito che è sveglio, ma passa avanti senza disturbare con la sua ispezione la moglie che dorme. Minuscoli aneddoti senza importanza? No, tutt’altro: anche questi micro-fenomeni rivelano la spiritualità di un paese.

Benvenuta a bordo!

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Piccola meditazione di Natale

Apparso con il titolo «Da Dickens all’Ue, chi svuota il senso (cristiano) del Natale»,  in IlSussidiario.net, 25 December 2021.

Piccola meditazione di Natale

Caro direttore,

la recente tempesta in un bicchier d’acqua in quel Palazzo dei Passi Perduti e Atti Mancati che è la sede dell’Unione Europea, a proposito della circolare poi “ritirata” che scoraggiava gli auguri di Natale, ha causato la solita piccola tempesta mediatica poi subito dimenticata. Ma forse non è inutile azzardare un’ulteriore precisazione. Lo svuotamento di senso del Natale non è cominciato nell’inverno 2021 a Bruxelles, ma ha avuto inizio molto molto tempo fa – probabilmente nei primi secoli dell’Era Volgare, quando (con il genio sincretistico che ha sempre caratterizzato la vita della Chiesa) potrebbe essersi diffuso anche in ambito cristiano l’uso romano di scambiarsi piccoli regali in occasione di certe feste.

Da quel momento in poi una certa vena politeistica si è inserita nella risposta cristiana al Natale (“politeistico”, in stile neo-junghiano, non è una pedanteria ed è un termine preferibile a “pagano”, che ha una connotazione di disprezzo; non c’è bisogno di sacrificare sugli altari degli dei olimpici per nutrire un certo rispetto riguardo alle forme di religiosità pre-cristiana). Insomma, il tempo delle scomuniche è passato, e comunque è inutile lacerarsi le vesti di fronte al fatto acquisito che il Natale resta una festa inizialmente cristiana che si svolge in un’atmosfera politeistica.

Il presepe di Greccio

L’unica risposta realistica alla prevedibile domanda su che cosa allora ci sia rimasto di cristiano nel politeismo natalizio è: nulla che sia visibile, proprio nulla. Nemmeno quell’antico e misterioso archetipo che è la capanna o grotta, nemmeno il Bambinello nella culla. Idea geniale, quest’ultima (forse di San Francesco nel 1223 a Greccio, come sappiamo); che però può essere vista come un gesto di esasperazione metafisica: di fronte alla quasi impossibilità di capire – dunque di far capire – ciò di cui si sta parlando, la si trasforma in una scena teatrale. Già infatti in questo straordinario gesto di devozione si annidava (sia detto con venerante rispetto per il Santo, ammesso che sia stato veramente lui l’inventore) il pericolo dello slittamento o svuotamento: si creava cioè una scena così eloquente e commovente che correva il rischio di distrarre dall’evento.

«Il canto di Natale» di Charles Dickens (attraverso Disney)

Da allora il politeismo (Babbo Natale e compagnia cantante) scatena le forze dell’immaginazione: della quale non si può mai sottovalutare l’energia psicologica e addirittura spirituale (una spiritualità magico-estetica). Se poi si volesse fissare la data più significativa nella storia dello svuotamento moderno in Occidente del senso del Natale, il candidato più plausibile sarebbe la metà dell’Ottocento in Inghilterra, e precisamente quell’anno 1843 in cui appare il cosiddetto Racconto di Natale di Charles Dickens; il cui titolo originale, così barocco che un teorico della letteratura potrebbe addirittura definirlo come metalinguistico, suona: Una caròla di Natale in prosa, cioè Un racconto natalizio di fantasmi. Si può ipotizzare che il genio di Dickens (collocato da una moderna romanziera inglese di formazione filosofica accanto a Balzac e a Dostoevskij in una sua triade di “semidei” della narrativa) abbia popolato con tanta vivacità la nostra immaginazione del Natale da averla quasi “spopolata” del suo elemento propriamente cristiano (Dickens svuota il Natale di ogni metafisica per appiattirlo tutto sulla beneficenza; mossa non del tutto sconosciuta anche alla mentalità di alcuni contemporanei comunicatori del cristianesimo).

Incarnazione. Dio diventa uomo.

Il Natale è terribilmente arduo da capire, e virtualmente impossibile da rappresentare e visualizzare, perché il suo termine-concetto centrale, l’Incarnazione, è uno di quei pesanti vocaboli teologici che restano (diciamolo francamente) abbastanza scoraggianti nella loro opacità. E forse buona parte dell’alta e meritata reputazione del tedesco come lingua filosofica è il suo coraggio nel trasformare in linguaggio moderno certi latinismi medioevali: quando il tedesco dice, invece di Incarnazione, “il Divenir-Uomo di Dio”, la frase risulta più lunga ma almeno è inequivocabile.

Pare che i fisici si accaniscano, non da oggi, nel cercare di capire quali siano state le conseguenze del Big Bang a partire dal secondo successivo al suo verificarsi. Il che incoraggia ad azzardare l’idea non irriverente (e perché mai dovrebbe esserlo?) che tutto quello che ha seguito il “Big Bang” indefinibile se non impensabile (anche da parte degli Angeli) del “Divenir-Uomo di Dio”, sia stato e sia una bella celebrazione e una nobile allusione che ci edifica, ma nell’istante stesso ce ne distrae: distrazione profonda, suggestiva – e conturbante.

Paolo Valesio

Natività stilizzata. La sacra famiglia

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PLACARE “L’IRA DELL’UNIVERSO”?

PLACARE “L’IRA DELL’UNIVERSO”?

Qualche giorno or sono, in una delle tante piazze d’Italia, si è tenuta una delle tante manifestazioni al grido di “Free Palestine!”. Per chi assiste a questi eventi, ciò che più importa è aderire a quello che effettivamente si vede e si sente: cosa apparentemente semplice, ma in realtà molto difficile. (Si tratta di guardare a quello che accade come, appunto, una “manifestazione”, cioè il rapido disvelamento di un lembo di realtà senza filtri ideologici, piuttosto che come una “dimostrazione”, che ha un tono astratto e dottrinario.) 

Sono passate le otto della sera, ma la luce è densa come miele, così che persone e cose acquistano un risalto particolare. Da una delle principali vie del centro sfocia dentro la piazza (una delle più belle d’Italia) un lungo corteo composto quasi completamente da giovani e irto di bandiere palestinesi, con una spruzzata di bandiere rosse appartenenti a un gruppuscolo di estrema. Apre il corteo un camion imbandierato, che procede a passo d’uomo e si ferma su uno dei lati della piazza, quello opposto alla chiesa più simbolica della città.

Il primo a sporgersi dal bordo del camion è un giovanotto in maniche di camicia; e quando comincia a parlare gli slogan si vanno spegnendo, e le braccia alzate con le due dita a V restano incerte e pian piano si abbassano: non perché il giovane parla arabo (qualcuno accanto lo traduce in simultanea, e comunque si tratta di tre o quattro minuti), ma perché cita i versi iniziali del Corano, dove si parla di Dio come “il Compassionevole, il Misericordioso”. Pochi minuti: ma sono bastati per creare un’atmosfera nuova. 

Che è intensificata dal secondo e ultimo intervento: di una giovane donna che parla un italiano da madrelingua, e presenta se stessa come nata da padre palestinese e madre marocchina. La giovane parla esclusivamente delle vittime civili, senza alcun accenno al nemico o alla vendetta, ma chiedendo di ricordare tutti quei morti (compresi, come sappiamo, i molti bambini); e conclude anche lei rapidamente, puntando un braccio verso il cielo e invitando a un minuto di silenzio per quelli che guardano da lassù. Con questo, la dimostrazione è finita, e si scioglie pacificamente.

Ma resta a lungo, dietro la rètina e nella retrocamera del cervello, l’immagine di quella specie di Giovanna d’Arco disarmata e in t-shirt, con il braccio levato verso le nubi. Iperbolica? Incongrua? Anacronistica? — Tutte queste cose insieme? — Nessuna di queste cose? Questa mescolanza potenzialmente contraddittoria di elementi è uno dei tratti distintivi di ciò che, in mancanza di parole più adatte, potremmo chiamare spiritualità. E’ una spiritualità delle vittime (non vittimistica), in cui si apre uno spiraglio sulla categoria del martirio; e la meditazione sul martirio è uno degli elementi comuni alla spiritualità di tutte e tre le grandi religioni monoteistiche nate nel Vicino Oriente. (Se poi la parola “martire” sembrasse troppo enfatica, si pensi alla parola opposta, “eroe”: che l’aggressiva retorica negli Usa appiccica a ogni vittima americana, compresi i caduti durante l’attacco dell’Undici Settembre.)

Un articolo del “Washington Post” di qualche giorno fa citava un padre palestinese sopravvissuto, con una sua bimba di sei anni, a una bomba aerea che aveva ucciso la moglie insieme con gli altri loro quattro loro figli, a Gaza. “Mi sentii ricolmo di tutta l’ira dell’universo”, diceva il padre — ma poi subito smorzava l’iperbole: “Mi sentii ricolmo di tutta l’ira dell’universo, ma quando seppi che una delle mie figlie era ancora viva resi grazie a Dio, perché quella bambina potrà conservare qualcosa del sorriso delle sue sorelle”. Ecco: la capacità di cambiare direzione a metà di una frase e di un pensiero mostra come questo concetto che a volte può sembrare troppo pesante (“spiritualità”) sia in effetti la descrizione realistica di tante piccole o minime sfumature della realtà.

P. S. La città in questione è Bologna, che è stata un po’ maliziosamente descritta come “la più importante città di provincia in Italia”. Qualunque cosa ciò significhi, il piccolo episodio appena descritto è stato il primo — nella serie di dichiarazioni abbastanza superficiali che per il momento punteggiano la campagna elettorale — che abbia dato il senso dell’anima multiforme della città.

Paolo Valesio

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LETTERA AL DIRETTORE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’22 gennaio 2021 col titolo “La lezione del nostro Machiavelli agli americani”.

Il vostro futuro siamo noi!

LETTERA AL DIRETTORE 

Un collega universitario con cui non andavo sempre d’accordo usava ripetere (e ormai sono passati tanti anni) che: “Tutto il mondo sta andando verso l’Italia”; e con questa battuta alquanto cinica egli intendeva dire che certi difetti dello stile italiano, ai quali di solito gli altri paesi dell’Occidente avanzato guardavano (e guardano) con una certa degnazione, stavano contagiando anche i suddetti paesi nonostante il loro considerarsi come superiori.

Mi è venuto da ripensare oggi a quella frase senza pretese politologiche mentre assistevo al congedo mattutino e ovviamente non trionfale dell’ormai ex-presidente degli Stati Uniti, all’aeroporto. Il suo atteggiamento era, una volta tanto, pacato; anche se l’accenno al futuro (“Ritornerò, in una qualche forma”) è suonato un po’ grottesco, con il suo tono messianico-resurrezionale. Ma quello che forse da oggi è venuto a mancare, al di là di ogni differenza ideologica e politica, è qualcosa che meriterebbe la penna di Alexis de Tocqueville, e che comunque richiederà una seria analisi nell’immediato futuro. In due parole: è venuto a mancare, per la prima volta in tante contese elettorali statunitensi, l’elemento della personalità singola e forte.

Ritornerò, in una qualche forma

Nel 2016 questo fattore era ben presente, perché si fronteggiavano due personalità forti: dunque idiosincratiche, dunque discutibili in tanti aspetti, dunque suscitatrici di forti entusiasmi e di altrettanto forti ostilità. Nell’autunno del 2020 questa simmetria è scomparsa. Da un lato c’era la personalità del vincitore nel 2016: più deciso, più idiosincratico e discutibile, più riconoscibile (questa è la parola chiave), in bene o in male, che mai. Di fronte a lui stava un apparatcik ripescato da un comitato elettorale, un politico di anche troppo lungo corso: cioè una figura tipica della politica italiana (ecco in che senso quel mio collega era stato profetico). 

La lezione di Machiavelli

Ciò di cui una larga parte del popolo americano ha sentito la mancanza è stata una figura (di uomo o di donna) che desse la sensazione di essere emerso dall’apparato di partito dopo una lotta con l’apparato stesso – la sensazione che questa persona avesse fino a un certo punto piegato un meccanismo impersonale in nome della sua singola e singolare personalità. E’ mancato, in altre parole, quello che si potrebbe chiamare l’effetto-Coriolano, nel senso del protagonista dell’omonima tragedia di William Shakespeare (la sua ultima tragedia, che è anche il suo dramma più foscamente e genialmente politico)

 Moltissimi americani hanno tradotto (male) il concetto di “delusione” con il concetto di “tradimento”; è questa è stata una delle cause dell’assalto di Capitol Hill: un’azione da condannare legalmente, moralmente e politicamente. Ma la condanna politica non può prescindere dal tentativo di comprendere come un certo meccanismo politico abbia mal-funzionato in quanto meccanismo politico. E’ questa, in sostanza, la lezione che Niccolò Machiavelli ha insegnato all’Europa; e, salvo errore, noi come commentatori italiani abbiamo perduto l’occasione di ricordare (senza paternalismi, ma come doveroso elemento di riflessione) questa lezione ai nostri confratelli americani.

Alchimia, metamorfosi e la resurrezione di un apparatcik

L’occasione, comunque, si può recuperare. E, a proposito di recuperi: una delle grandi risorse di quella misteriosa entità che sono gli Stati Uniti d’America è la sua capacità, che si potrebbe definire alchemica, di trasformare per il fatto stesso dell’elezione presidenziale la personalità dell’eletto: che entra nel dramma della realtà con un certo carattere, e ne esce quasi irriconoscibile. Ci sono stati momenti oggi, nel suo discorso inaugurale come presidente, in cui l’alquanto pallida figura che aveva doverosamente marciato lungo tutta la campagna elettorale, ha dato il senso di entrare in una metamorfosi, trasformandosi in una personalità autenticamente singola: dunque idiosincratica e controversa; dunque veramente riconoscibile. Non è esagerato dire che i prossimi quattro anni nella vita degli Stati Uniti e non solo dipenderanno dal completamento di questa trasformazione alchemica.

              Paolo Valesio

La Resurrezione

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LA VENDEMMIA DEL FURORE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’8 gennaio 2021 col titolo “Trump, il furore e la profezia di Malcolm X”.

La processione della pace, Ara pacis

LA VENDEMMIA DEL FURORE

Di fronte allo scorrere del sangue, c’è una sola parola umana che si possa dire, prima di ogni altra: la parola “pace”; e occorre ripeterla – anche se è un’ovvietà – di fronte ai tragici avvenimenti del 6 gennaio, al Campidoglio di Washington. Ma parlare di pace non significa rinunciare all’analisi, limitandosi a far da velina alle dichiarazioni della CNN e della “grande” stampa statunitense. “Pensare non è proibito”, come esclama la Carmen di Bizet rivolta all’ufficiale che l’ha arrestata. E il pensiero va seguito dovunque esso ci porti.

Sangue scorre sui gradini del Campidoglio di Washington

Nel turbine di lunghe (a volte vivaci) conversazioni telefoniche con amici americani, è emersa una visione degli eventi che si potrebbe definire (senza alcun desiderio di sminuirla) cospirazionista: Come mai la polizia si è fatta trovare così impreparata, di fronte all’irruzione dei dimostranti? Domanda importante – che resta aperta, e certo merita risposta; anche se bisogna dire che la polizia capitolina, o chi per essa, sembra essersi più che ripresa dalla sua debolezza iniziale. In ogni caso, questa visione dei fatti si concentra su ciò che è accaduto in quelle ore: una violenta, assolutamente condannabile, aggressione al Congresso degli Stati Uniti che stava pronunciandosi sulla legittimità delle elezioni. 

I Trumpisti vengono a chiamare

Ma il problema della verità (più che il suo contrasto con la falsità) è che essa è inevitabilmente parziale rispetto al suo contesto. Chiunque abbia visto e udito buona parte del dibattito congressuale delle ore precedenti alla giornata della violenza sa che esso è stato duro (duro, ma non scurrile e non violento: parliamo, dopotutto, del Congresso degli Stati Uniti, non dell’arena di Montecitorio). La contestazione della trasparenza e della regolarità delle elezioni ha trovato largo spazio, e gli applausi che seguivano gli interventi sulle numerose, diciamo così, criticità sono stati più numerosi e convinti di quelli che accoglievano gli interventi a favore. La popolazione ha percepito l’incertezza e imbarazzo di questo potere in via di insediamento: e ciò ha rafforzato lo slogan (chiaramente inesatto, ovvero iperbolico: ma quale slogan non è iperbolico?) delle elezioni “rubate”. Il presidente uscente – che ha continuato a essere avventato e spericolato anche quando era chiaro da settimane che il tempo di quegli impeti era ormai passato – ha tentato di cavalcare questa tigre, che invece l’ha buttato gambe all’aria; e la sua parabola politica sembra essenzialmente conclusa. Allora, è finito il dies horribilis, dunque non resta che spazzare i cocci e prepararsi al trionfo inaugurale? Beh, non funziona esattamente così – e non solo perché morti e feriti non sono cocci da buttare nella spazzatura o sotto il tappeto; ma perché quello che è successo è stato un evento storico – come del resto si è già detto e si ripeterà ampiamente. E, come ogni avvenimento storico (qui cominciano le distinzioni “delicate”), esso non è cominciato ieri, e non finirà il 20 gennaio.

Radical black activist Malcolm X. (Photo by Truman Moore/The LIFE Images Collection via Getty Images/Getty Images)

Quando, nel 1963, Malcolm X commentò l’assassinio di Kennedy con una vecchia frase popolare americana: “Le galline tornano al pollaio” (che in italiano equivarrebbe a “I nodi vengono al pettine”), la dirigenza del movimento politico-religioso a cui egli allora apparteneva, gli vietò di parlare in pubblico per qualche mese, perché aveva ben colto la portata “sovversiva” di quell’allusione allo sfondo imperialista del mito kennediano. Ora, questi tumulti dell’inverno 2020 sono anche i figli dei tumulti della primavera ed estate dello stesso anno; ciò non giustifica il 6 gennaio, ma richiede una prospettiva più critica su tutto quello che era accaduto nei mesi precedenti. Ci troviamo sempre di fronte al fiume in piena della storia americana, per cui resta sintomatico il titolo del gran romanzo (poi divenuto film) di John Steinbeck del 1939, che in italiano suona Furore; e rende bene la parola centrale, ma non chiarisce il riferimento biblico del suo titolo completo: The Grapes of Wrath, che allude a una delle frasi più terribili di quel terribile libro che è l’Apocalisse: “L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue” (14, 19-20). 

Le galline mandate al pollaio con furore alla vendetta

A volte noi dimentichiamo quanto forte, direi viscerale, sia la presa della religione sulla popolazione americana; dove un certo tipo di laicismo un po’ intellettualistico e un po’ supponente è assai meno diffuso che in Europa. Non si evoca, certo, questa coscienza religiosa (o subconscio religioso) come tale che legittimi il ricorso alla violenza; ma non si può sottovalutare la forza di questo oscuro sentimento di umiliazione e offesa. La distinzione dunque non è primariamente fra i colti e gli incolti, come tanti alfieri della élite si compiacciono di ripetere – è fra due tipi di consapevolezza dei valori della vita: quella che ha gli strumenti per giungere a piena (a volte accondiscendente) coscienza; e quella invece che, non sapendo esprimere bene le sue credenze, sente tuttavia profondamente questi suoi valori, ed è pronta a entusiasmarsi per chi li enunci a voce chiara – non importa con quanto semplicismo e sommarietà.

L’ira di Dio

La cerimonia inaugurale che si prepara sarà la più triste da molti molti anni, perché non ci si può rifiutare di vedere il suo sfondo sanguigno. Chi però continua ad aver fiducia negli Stati Uniti come grande stato di diritto, sa che sono subito cominciate inchieste meticolose e decise su chi e come abbia sparato e ferito, anche a morte. Non è possibile prevedere i loro risultati, ma le conseguenze di queste inchieste marcheranno a fondo tutta la stagione politica che sta aprendosi; e questo è il fatto fondamentale che il chiacchiericcio televisivo di queste ore non può nascondere completamente. “La pace è fragile, la pace è furtiva”, ha detto un pastore (Christian Kriegler) nel suo intervento del 13 dicembre 2018 alla cerimonia ecumenica tenutasi nella cattedrale di Strasburgo in ricordo dell’attentato terroristico al mercatino di Natale di quella città, due giorni prima (e sembra già storia antica…). Di fronte a quegli aggettivi tutti i discorsi di parata e di circostanza sulla Pace con l’iniziale maiuscola suonano un po’ falsi: una pace fragile e furtiva è l’unica pace in cui possiamo realisticamente sperare.

       Paolo Valesio

La pace è fragile, la pace è fragile, la pace è fruttifera, Ara pacis, Roma.

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Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

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Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

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Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

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Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

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Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

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Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

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NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

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ULTIMI GIORNI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 22.01. 2020 con il titolo redazionale ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA/ Cosa sta cambiando in una ex Germania Est in crisi
 

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Bandiera della Repubblica Democratica Tedesca

ULTIMI GIORNI

Emilia-Romagna (nome composto che già evoca l’ombra di un contrasto). L’aria che si respira in questi ultimi giorni pre-elettorali, sotto la superficie delle risse e dei gossip mediatici, o delle raffiche di statistiche incomprensibili, ha qualcosa di tragico. Dicono: Esagerato! Risposta: No, non è un’esagerazione, e per spiegarne il perché basti dire che, comunque vadano le elezioni, si tratta della fine di questa tranquilla e bonacciona “Repubblica Democratica Tedesca”, dunque della fine di un’epoca. Dicono: Esagerazione doppia, e quasi una bestemmia! Come si può osar di paragonare quel regime schiacciasassi e schiaccia-anime con una regione prospera, civile e democratica?! Risposta: il linguaggio è una forma di conoscenza che va al di là delle singole parole. L’espressione è iperbolica, sissignore; e si può anche ammettere che l’analogia sia un po’ forzata. Ma tutte le analogie sono leggermente forzate, senza che per questo perdano nulla della loro energia conoscitiva. Perché le iperboli, le analogie, le metafore ecc. sono gli strumenti degli scrittori. I quali dovrebbero – il tempo è più che venuto – andare al contrattacco verso l’atmosfera di compatimento se non di disprezzo che circonda gli intellettuali (rimasti quasi completamente invisibili durante questa campagna elettorale).

La verità è che i poeti e simili persone sono, fra altre cose, interpreti indispensabili della politica, proprio con quei loro strumenti delle iperboli analogie metafore e via dicendo; perché anche questi sono mezzi d’indagine della realtà sociale. Dunque torniamo per un momento, senza chiedere scusa, al paragone con la DDR. Tutti sanno che, a Berlino, la differenza fra la ex-zona Est e la ex-zona Ovest è ancora palpabile, in tanti dettagli. Ma forse non tutti sanno (almeno, alcuni di noi lo ignoravano) che ci sono ancora a Berlino alcuni anziani signori e signore i quali continuano a trascorrere tutta la loro esistenza nella zona Est senza mai sentire il bisogno di recarsi nella zona Ovest. Saranno pochissimi, certamente: ma è lecito chiedersi che significhi questo tipo di esistenza auto-confinata; che cosa significhino le vite per le quali, in un certo senso, il Muro non è mai caduto.

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Bologna, la rossa

Allora, ecco l’analogia (“forzata” solo nel senso che fa forza contro la barriera dei luoghi comuni): c’è chi ha trascorso tutta la vita, e si prepara a concluderla, in una città come Bologna (qui rappresentativa di tutta la regione) la quale da 70 anni, a parte la parentesi 1999-2004 – eccezione che ha confermato la regola – vive sotto lo stesso regime politico. Dicono, con la tipica (?) bonarietà bolognese: E con ciò? Bologna, con l’Emilia, la Romagna e altre regioni ha vissuto pacificamente, e dottamente, per secoli (con alcuni incidenti di percorso), sotto lo Stato Pontificio. Vero: e infatti, questa atmosfera da stato pontificio si è trasmessa tranquillamente – saltando al di là del fascismo e dello stato unitario, e ignorando le baruffe (anti)clericali – al regime (post/para)comunista dell’ultimo settantennio. Dicono (e cominciano a scaldarsi): Embè? Che ci vedi di male tu, scrittorello-untorello? E lo scrittore timidamente risponde: Nulla di male, per carità; ma qualcosa di un po’ bruttino, qualcosa che respira un’aurea mediocritas, questo sì che lo sento.

Dicono: Guarda, se volevi parlare di estetica potevi dirlo subito, così ce ne andavamo a dormire. Risposta: Un momento, un momento. Chi ha detto che l’estetica sia cosa soltanto per artisti e professori? L’estetica (la bellezza) è una dimensione fondamentale della vita; è uno degli elementi che distinguono, in quello che ci circonda, l’aria buona da quella cattiva; fa parte insomma (per usare un termine alla moda) della nostra ecologia di cittadini. E qui, in questa Regione che è l’ultima inter pares (prima fra le regioni del Centro, ultima fra le regioni del Nord), è da un bel po’ che si respira un’aria alquanto viziata; ed è venuta l’ora di arieggiare gli ambienti. Intere esistenze passate sotto lo stesso regime politico hanno un effetto negativo sulla qualità di vita: la qualità dei cittadini così come la qualità dei governanti.

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l’Emilia-Romagna, orizzonte di possibilità

Allora, qual è la “tragedia”? E’ che ormai l’hanno capito tutti, che un cambiamento (altro che continuità!) sarà inevitabile. Una parte di loro è triste per un passato che non tornerà più; e tutti, poi, da qualunque parte stiano, sono comprensibilmente preoccupati se non spaventati, come accade di fronte a qualunque grande mutamento. Perché una cosa è certa: che l’estetica della vita (cioè il ritmo, lo stile, il sapore della vita) qui cambierà. Se vincono (di misura) i rappresentanti del regime, si troveranno ad amministrare una regione ribollente di scontento, dove tanti hanno finalmente scoperto la possibilità di dire: No. Se vincono (com’è probabile) gli altri, dovranno lavorare dentro quello che in larga parte sarà un paesaggio punteggiato da trabocchetti e pozzi avvelenati. Che Sant’Apollinare, patrono dell’Emilia-Romagna, protegga la sua Regione.

          Paolo Valesio

 

 

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ANTI-DIARIO USA, 1

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  22 giugno 2019 col titolo “Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali Usa”.
 

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ANTI-DIARIO USA, 1

Non era ancora finito lo spettacolo delle elezioni europee, che era già cominciato (e durerà molto a lungo) quello della campagna elettorale statunitense. Una bella stagione, per chi concepisce la politica come uno sport da spettatori. Ma la politica, prima o poi, in un paese o nell’altro, si rivela come qualcosa di più serio di un divertimento sportivo; tanto è vero che si parla a volte dell’alternanza o conflitto tra commedia e tragedia in politica [F. Scisci dalla Cina, nel “sussidiario” del 13.5.19].

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In realtà, ciò che è più caratteristico e più inquietante nella politica è che essa si pone come la versione, su larga scala sociale, di quel genere letterario tipicamente moderno che è la tragicommedia. Per esempio, è abbastanza comico che, nel quotidiano che ambisce a rappresentare tutta la migliore opinione statunitense (ma che in effetti resta essenzialmente confinato alla Costa Orientale del paese), cioè il New York Times, appaia un articolo in cui si arriva molto vicini ad accusare questo organo, la cui correttezza etnica è impeccabile, di nientemeno che antisemitismo (!) per avere osato pubblicare una vignetta ironica sul primo ministro israeliano; oppure un altro articolo in cui si spiega che ormai bisogna abbandonare la classe lavoratrice bianca al suo triste destino perché i suoi rappresentanti non votano nel modo giusto, e in ogni caso sono pochi (!).

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Di fronte a simili esternazioni involontariamente comiche si è tentati di sorridere, considerandole come gli ultimi sussulti di vita di un certo complesso mediatico-ideologico (per estendere ai tempi nuovi la vecchia ma sempre valida formula del “complesso militare-industriale”) in via di decadenza. Ma quando si tocca la comicità (volontaria o involontaria che sia) si scherza sempre col fuoco: le sue tinte forti sfiorano il pornografico, e la sua virulenza espressiva continua a proiettare l’ombra di una possibile violenza. Non si tratta, beninteso, di censurare nulla di tutto ciò: la protezione dell’espressione comica dà la misura di una civiltà. D’altra parte, ciò che incute sempre un poco di timore nel comico è una certa labilità del suo confine con il tragico. Non si può non guardare, allora, a ogni campagna elettorale come tragicomica, e alle campagne statunitensi come tali forse più che le altre.

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Del resto, gli aspetti propriamente tragici della politica americana sono grandi come montagne – anzi come fiumi: nel senso che vengono da, e vanno, lontano; e il loro comportamento è imprevedibile, come i loro meandri. Un aspetto in particolare, come infinito strascico pesante in cui continua a inciampare la vita americana: il lascito della schiavitù, che continuerà a essere lo sfondo di queste elezioni. Il solco divisivo è ancora lì, tanto più profondo nei casi in cui è accuratamente nascosto. Sempre ve n’è traccia, anche se impalpabile, in ogni interazione, anche la più banale, tra una persona di colore e una persona bianca, in ogni angolo degli Stati Uniti.

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Come si risolverà questo problema? Impossibile dirlo. E quando si risolverà? Forse, mai. D’altra parte, è consolante (se si può usare questo termine) rendersi conto che i grandi problemi storico-politici non si risolvono, in quanto tali, quasi mai. Le svolte decisive non sono collettive e ideologiche e chiaramente databili, o meglio: non ci sonosvolte decisive, bensì innumerevoli sforzi oscuri di innumerevoli persone singole, le quali non offrono soluzioni, bensì ricette di sopravvivenza dignitosa alla luce di una speranza non misurabile e quantificabile.

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Un poeta belga dell’Ottocento scrive, in due eloquenti versi alessandrini sonoramente rimanti:“Espérons. Mais hélas! Malheureux que nous sommes, / Les problèmes sont grands et petits sont les hommes” (Continuiamo a sperare. Ma ahimé, infelici che siamo! / I problemi son grandi, e gli uomini son piccoli). Ma che c’entra, si potrebbe obiettare, la letteratura con la politica? Si può rispondere a ciò con una variazione sull’aforisma attribuito a Georges Clémenceau (a proposito della guerra come cosa troppo grave per essere affidata ai militari), riformulandolo come: La politica è una cosa troppo grave per essere affidata ai politici. La poetessa americana di origini vietnamite Dao Strom, commentando una sua poesia scritta alla fine del 2016, e notando che allora dominava “una retorica che sfrecciava avanti e indietro, su come combattere e resistere, sui vari modi giusti e sbagliati di essere”, scrive: “Forse in reazione a tutto ciò, una parte di me desiderava intensamente di sviluppare una versione più tranquilla di me stessa, desiderava essere semplicemente una via di passaggio, e tenere aperti canali di comunicazione senza cader preda di (o semplicemente riflettere) le ansie che si addensavano intorno a me, a noi”. La poesia così commentata si intitola “Strumento”. Ora, io non saprei dire se vi sia qui un echeggiamento voluto oppure no della famosa preghiera tradizionalmente attribuita a san Francesco d’Assisi: “Signore, fammi strumento della Tua pace”. Ma insomma, una connessione c’è.

                                Paolo Valesio

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