Archivi del mese: novembre 2012

Fra due astri (Unerinnerlichkeit)

di Paolo Valesio

Il Testimone mùgina e rimùgina

e tìtuba

fra i due astri sospesi all’orizzonte

avvitandosi a volte su pensieri

che fluttuano in superficie

o forse si tuffano in fondo

come quando M. K. gli ricorda che Van Gogh secondo Gottfried Benn era  “ossessionato dalla non-ricordabilità (Unerinnerlichkeit)”  —  o quando trova una frasetta-scheggia in un racconto (di A. N.): “The problem with telling somebody something was that he wouldn’t  later be able to unhear it”

e così lui si perde nel pensare

se il ricordo sia il refrigerio

dal deserto della dimenticanza

o sia la costante graffiatura

che  poi tocca all’oblio addolcire.

L’Irricordabile e l’Indimenticabile:

quale dei due astri

rappresenta il pericolo più atro

di collisione con quel microcosmo

che è l’io?

Ricordo e rimorso : sembra esistere

fra i due assonanti

un’intima complicità

ma in realtà si tengono a distanza.

Il ricordo è a regime diurno

il rimorso invece si riserba

le ore fra vespero e alba.

L’Irricordabile

promette protezione dal rimorso

ma a patto

di sfigurare i ricordi

e l’Indimenticabile

offre ceste e fruttiere di ricordi

dove però si rischia di trovare

la vipera cleopàtrica  —

ma forse si commette un’ingiustizia

verso la regina nilòtica se si attribuisce al rimorso piuttosto che  alla difesa dell’onore regale la sua spettralizzazione suicidaria  —   o forse invece il rimorso è stato la vena velenosa che ha pre-agito al veleno della vipera — un veleno dell’anima che ha intenerito e vulnerabilizzato il suo corpo — d’altra parte: rimorso di che cosa? E chi lo sa — e che importa?  Ogni  rimorso è una distinzione un distintivo per cui bisogna donare il proprio impegno  —  l’aspide pendulo dalla mammella regale è in verità lo stemma  di lei doloroso  —

stemma che differenzia una regina

da una semplice macellaia o assassina .

E nel frattempo l’Indimenticabile

e l’Irricordabile

aleggiano ammonitori

in alto in alto sopra il capo chino

del Testimone deambulante

sopra il piancito,  sopra il terreno

trito e ribattuto del quotidie.

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LE IDEE NELL’AGORÀ

Fare teatro vuol dire, fra tante altre cose, mettere le idee in piazza.  E questo non è mai facile; soprattutto in un paese come gli Stati Uniti, dove le piazze sono virtualmente inesistenti. Il “Prato Comunale” al centro di tanti paesi e cittadine è un’entità  socialmente importante ma diversa, e una “piazza” come la famosa Times Square a New York è un’altra cosa ancora: è un crocicchio, una traversata tumultuosa, un insieme d’intersezioni   —  tutto, insomma, tranne che una piazza. (Ignoro l’origine dell’antica denominazione,  Boulevard d’Enfer, di quello che oggi a Parigi è conosciuto come Boulevard Raspail , ma ogni volta che passo per Times Square quel nome originario mi salta alla mente …). È anche vero che, quando si parla di mettere le idee in piazza, non si indica una localizzazione urbanistica concreta bensì un luogo mentale da cui erompe una comunicazione esuberante ed espansiva; e nella comunicazione teatrale non importa se le idee messe in piazza siano ideone o ideucce, se siano completamente chiare o un po’ confuse   —  basta che siano veramente idee, e in quanto tali distinte dalle pseudo-idee (in realtà, battutine) messe in piazza dalla maggioranza delle realizzazioni cinematografiche e televisive.

C’era un’idea centrale, nello spettacolo “Giovanna d’Arco: Voci tra le fiamme” messo in scena recentemente alla Riverside Church  come prova di laurea del Master in Fine Arts di un gruppo di studenti della sezione teatrale della Scuola delle Arti all’ università di Columbia? Beh, se c’era risultava difficile trovarla. Dieci giovani attrici occupavano costantemente  il palcoscenico, in cui apparivano a volte anche alcuni attori, e il testo recitato era una sorta di centone tratto da vari drammi scritti attraverso i tempi sulla figura di Giovanna d’Arco; ma mentre gli  attori  maschi si alternavano in parti diverse, ognuna delle dieci ragazze (tutte brave)  era Giovanna, e solo Giovanna. Quello che non risultava chiaro era se quelle Giovanne realizzassero una voce collettiva, o se invece ognuna di esse dovesse essere percepita come individualità distinta e potenzialmente contrastiva rispetto alle altre. Tuttavia  ciò che è suggestivamente rimasto come eco dopo lo spettacolo più che un’idea è stata una parola  —  una parola sola: “Dio”. Che è risuonata più volte come sfida e testimonianza  nel corso degli interrogatori inquisizionali  —  e che ogni volta (nella freschezza di quelle voci) aveva il suono limpido di una campanella d’argento.

In quegli stessi giorni,  lo spettatore poteva passare dalla piazza-come-cripta di quella chiesa alla piazza-come-teatrino di un piccolo locale dalle parti di Times Square dove si ascoltava la prima di una serie di “letture rivelatrici” organizzate  (in  collaborazione con la New York University) dall’ottima Compagnia del Toro  Rosso: vale a dire  letture drammatiche (niente scenografia, niente costumi  —  attori in piedi dietro una fila di leggìi)  di testi poco rappresentati , appartenenti alla tradizione del teatro classico inglese fra il Barocco e l’Ottocento. E va notata intanto la capacità creativa di un micro-capitalismo flessibile (il sistema del teatro  in una grande città gremita di gruppi in competizione) , che ha imparato ad arrangiarsi e non esita a fare le nozze coi fichi secchi  —  eppure sono egualmente nozze  scintillanti cui  vale la pena di assistere. Ti trovi fra le mani dieci laureande da far lavorare? E allora ti inventi un ventaglio di Giovanne d’Arco. (Letteralmente: entrando nel  teatro a palcoscenico aperto, prima dell’inizio , lo spettatore si trovava davanti a tutte le attrici distese immobili a raggiera sulla scena deserta; la prima impressione era quella di una comunità del massacro  —  un’anticipazione del rogo  — ma poi le ragazze una dopo l’altra scattavano alla vita.)  Sei una compagnia seriamente impegnata sui classici che sperimenta la pressione della crisi? E allora ti inventi una stagione di sole letture drammatiche  —  ma senza compromessi sulla bellezza dei testi e sull’abilità dei recitanti,  che non sono “fini dicitori” ma attori di ottimo livello professionale.

La lettura che ha inaugurato la serie è stata la tragedia “Sardanapalo” di Lord Byron (pubblicata nel 1821); e qui l’idea-guida c’era, e come: era lo splendido flusso poetico creato da Byron, che conferiva  profondità umana alla storia dell’ultimo imperatore d’Assiria il quale , sconfitto, si autosacrifica su un rogo sontuoso. Pare che Byron definisse “teatro mentale” il  tipo di dramma molto detto e poco agito che lui e i suoi colleghi in Romanticismo praticavano accanto alle poesie. Quel che è certo è che il dramma si sentiva, lo scontro umano e morale penetrava gli spettatori/ascoltatori,  le lacrime  nel viso della protagonista mentre  —  attrice della sua lettura  —  si aggrappava al leggìo  nel momento finale erano un’autentica espressione emotiva; e in quei lunghi momenti infuocati si sentiva emergere  la tragedia contemporanea del Medio Oriente. Uscendo nella notte di Times Square, la poesia risuonava ancora (teatro mentale) e lottava contro lo squallore all’intorno: il Boulevard d’Enfer non era più tale.

Paolo Valesio

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Auguries of Innocence

by William Blake
To see a World in a Grain of Sand
And a Heaven in a Wild Flower 
Hold Infinity in the palm of your hand 
And Eternity in an hour
A Robin Red breast in a Cage
Puts all Heaven in a Rage 
A Dove house filld with Doves & Pigeons
Shudders Hell thr' all its regions 
A dog starvd at his Masters Gate
Predicts the ruin of the State 
A Horse misusd upon the Road
Calls to Heaven for Human blood 
Each outcry of the hunted Hare
A fibre from the Brain does tear 
A Skylark wounded in the wing 
A Cherubim does cease to sing 
The Game Cock clipd & armd for fight
Does the Rising Sun affright 
Every Wolfs & Lions howl
Raises from Hell a Human Soul 
The wild deer, wandring here & there 
Keeps the Human Soul from Care 
The Lamb misusd breeds Public Strife
And yet forgives the Butchers knife 
The Bat that flits at close of Eve
Has left the Brain that wont Believe
The Owl that calls upon the Night
Speaks the Unbelievers fright
He who shall hurt the little Wren
Shall never be belovd by Men 
He who the Ox to wrath has movd
Shall never be by Woman lovd
The wanton Boy that kills the Fly
Shall feel the Spiders enmity 
He who torments the Chafers Sprite
Weaves a Bower in endless Night 
The Catterpiller on the Leaf
Repeats to thee thy Mothers grief 
Kill not the Moth nor Butterfly 
For the Last Judgment draweth nigh 
He who shall train the Horse to War
Shall never pass the Polar Bar 
The Beggars Dog & Widows Cat 
Feed them & thou wilt grow fat 
The Gnat that sings his Summers Song
Poison gets from Slanders tongue 
The poison of the Snake & Newt
Is the sweat of Envys Foot 
The poison of the Honey Bee
Is the Artists Jealousy
The Princes Robes & Beggars Rags
Are Toadstools on the Misers Bags 
A Truth thats told with bad intent
Beats all the Lies you can invent 
It is right it should be so 
Man was made for Joy & Woe 
And when this we rightly know 
Thro the World we safely go 
Joy & Woe are woven fine 
A Clothing for the soul divine 
Under every grief & pine
Runs a joy with silken twine 
The Babe is more than swadling Bands
Throughout all these Human Lands
Tools were made & Born were hands 
Every Farmer Understands
Every Tear from Every Eye
Becomes a Babe in Eternity 
This is caught by Females bright
And returnd to its own delight 
The Bleat the Bark Bellow & Roar 
Are Waves that Beat on Heavens Shore 
The Babe that weeps the Rod beneath
Writes Revenge in realms of Death 
The Beggars Rags fluttering in Air
Does to Rags the Heavens tear 
The Soldier armd with Sword & Gun 
Palsied strikes the Summers Sun
The poor Mans Farthing is worth more
Than all the Gold on Africs Shore
One Mite wrung from the Labrers hands
Shall buy & sell the Misers Lands 
Or if protected from on high 
Does that whole Nation sell & buy 
He who mocks the Infants Faith
Shall be mockd in Age & Death 
He who shall teach the Child to Doubt
The rotting Grave shall neer get out 
He who respects the Infants faith
Triumphs over Hell & Death 
The Childs Toys & the Old Mans Reasons
Are the Fruits of the Two seasons 
The Questioner who sits so sly 
Shall never know how to Reply 
He who replies to words of Doubt
Doth put the Light of Knowledge out 
The Strongest Poison ever known
Came from Caesars Laurel Crown 
Nought can Deform the Human Race
Like to the Armours iron brace 
When Gold & Gems adorn the Plow
To peaceful Arts shall Envy Bow 
A Riddle or the Crickets Cry
Is to Doubt a fit Reply 
The Emmets Inch & Eagles Mile
Make Lame Philosophy to smile 
He who Doubts from what he sees
Will neer Believe do what you Please 
If the Sun & Moon should Doubt 
Theyd immediately Go out 
To be in a Passion you Good may Do 
But no Good if a Passion is in you 
The Whore & Gambler by the State
Licencd build that Nations Fate 
The Harlots cry from Street to Street 
Shall weave Old Englands winding Sheet 
The Winners Shout the Losers Curse 
Dance before dead Englands Hearse 
Every Night & every Morn
Some to Misery are Born 
Every Morn and every Night
Some are Born to sweet delight 
Some are Born to sweet delight 
Some are Born to Endless Night 
We are led to Believe a Lie
When we see not Thro the Eye
Which was Born in a Night to perish in a Night 
When the Soul Slept in Beams of Light 
God Appears & God is Light
To those poor Souls who dwell in Night 
But does a Human Form Display
To those who Dwell in Realms of day

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Lunar Paraphrase

The moon is the mother of pathos and pity.

When, at the wearier end of November,
Her old light moves along the branches,
Feebly, slowly, depending upon them;
When the body of Jesus hangs in a pallor,
Humanly near, and the figure of Mary,
Touched on by hoar-frost, shrinks in a shelter
Made by the leaves, that have rotted and fallen;
When over the houses, a golden illusion
Brings back an earlier season of quiet
And quieting dreams in the sleepers in darkness-

The moon is the mother of pathos and pity

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Lines: ‘When the Lamp is Shattered’

I
When the lamp is shattered
The light in the dust lies dead-
When the cloud is scattered
The rainbow’s glory is shed.
When the lute is broken,
Sweet tones are remembered not;
When the lips have spoken,
Loved accents are soon forgot.

II
As music and splendor
Survive not the lamp and the lute,
The heart’s echoes render
No song when the spirit is mute:-
No song but sad dirges,
Like the wind through a ruined cell,
Or the mournful surges
That ring the dead seaman’s knell.

III
When hearts have once mingled
Love first leaves the well-built nest;
The weak one is singled
To endure what it once possessed.
O Love! who bewailest
The frailty of all things here,
Why choose you the frailest
For your cradle, your home, and your bier?

IV
Its passions will rock thee
As the storms rock the ravens on high;
Bright reason will mock thee,
Like the sun from a wintry sky.
From thy nest every rafter
Will rot, and thine eagle home
Leave thee naked to laughter,
When leaves fall and cold winds come.

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Constancy to an Ideal Object

by
Samuel Taylor Coleridge

Since all that beat about in Nature’s range,
Or veer or vanish; why should’st thou remain
The only constant in a world of change,
O yearning Thought! that liv’st but in the brain?
Call to the Hours, that in the distance play,
The faery people of the future day-
Fond Thought! not one of all that shining swarm
Will breathe on thee with life-enkindling breath,
Till when, like strangers shelt’ring from a storm,
Hope and Despair meet in the porch of Death!
Yet still thou haunt’st me; and though well I see,
She is not thou, and only thou are she,
Still, still as though some dear embodied Good,
Some living Love before my eyes there stood
With answering look a ready ear to lend,
I mourn to thee and say-‘Ah! loveliest friend!
That this the meed of all my toils might be,
To have a home, an English home, and thee!’
Vain repetition! Home and Thou are one.
The peacefull’st cot, the moon shall shine upon,
Lulled by the thrush and wakened by the lark,
Without thee were but a becalméd bark,
Whose Helmsman on an ocean waste and wide
Sits mute and pale his mouldering helm beside.

And art thou nothing? Such thou art, as when
The woodman winding westward up the glen
At wintry dawn, where o’er the sheep-track’s maze
The viewless snow-mist weaves a glist’ning haze,
Sees full before him, gliding without tread,
An image with a glory round its head;
The enamoured rustic worships its fair hues,
Nor knows he makes the shadow, he pursues!

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The Voice

 

Woman much missed, how you call to me, call to me,
Saying that now you are not as you were
When you had changed from the one who was all to me,
But as at first, when our day was fair.

Can it be you that I hear? Let me view you, then,
Standing as when I drew near to the town
Where you would wait for me: yes, as I knew you then,
Even to the original air-blue gown!

Or is it only the breeze in its listlessness
Travelling across the wet mead to me here,
You being ever dissolved to wan wistlessness,
Heard no more again far or near?

Thus I; faltering forward,
Leaves around me falling,
Wind oozing thin through the thorn from norward,
And the woman calling.

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