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Commento a un libro di poesie

Presentazione di Maria Grazia Calandrone a Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, Rimini, Raffaelli, 2018, presso lo “Spazio Pagliarani”, Roma, 22 febbraio, 2019. 
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Maria Grazia Calandrone legge e commenta le poesie di Paolo Valesio

Commento a un libro di poesie

Ad apertura di libro, colpisce immediatamente che la poesia di Valesio sia rimasta immune alla sua lunga residenza americana, sia alla novecentesca versione confessional, sia all’oggettività quotidiana degli ultimi esiti. Se ne può dedurre che la poesia di Valesio provenga da un altro luogo, probabilmente interiore, che non è la contingenza – e neanche, forse, la cosiddetta “realtà”, perché quelle di Valesio sembrano essere poesie di vita ardente dietro la grata obbligata di segni grafici, visto che ciascuna poesia, come lo stesso Valesio precisa nella sua bella e onesta introduzione, ha trovato da sé la propria strada.

Ogni poesia sta sola sul cuor della pagina – e la luce che la trafiggerà viene dall’occhio di chi guarda, che posa (illusoriamente, ma pensarlo serve a partecipare con fiducia) su di esse uno sguardo di peso uguale a quello di chi scrive, talmente le poesie sono lasciate al vivo come offerte. E questo neanche basta, se Valesio scrive, più avanti, nel Sonetto del colpo di vento(p. 61), che la sola possibilità di non perdere la vita stessa è offrirla. Dunque parliamo di una coincidenza desiderata tra la materia vivente e la sua traduzione in poesia, perfettamente consapevoli che, come ogni traduzione, neanche questa di vita in poesia possa davvero aderire all’originale. E non è nemmeno auspicabile, se la poesia ci serve a rivelare quel che lo stesso originale non svela.

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Dico questo perché la caratteristica più rilevante delle poesie di Valesio è la loro bruciante onestà, che sembra davvero “arricciare” le pagine sotto i nostri occhi come cartigli nel focolare, o solidificarle come ferro di spada: entrambe immagini incontrate nel libro, a conferma di come l’apparente tono pacato nasconda ferro e fuoco – elemento che tempra e che viene temprato, fin che, con il trascorrere del tempo, il detestabile “io” diviene un vaso pronto ad accogliere l’altro da sé e il mistero del mondo, il cui “mistero / è: come fa a sembrare così vero?” (Sonetto della vista immaginaria, p. 45)

L’apparentemente vero mondo fuori dall’io, sembra dunque essere la meta del gesto poetico ed esistenziale di Valesio, un “entrar dentro di sé” che “sfonda il dentro e in fuori lo rovescia” (Identitario, p. 78); un fuori insieme sacro e profano, perché Valesio tende qui e là a svelare coincidenze tra l’inginocchiarsi delle prostitute e quello dei santi (La putto-santità, p. 82); o a trovare poesia nelle macchine sessuali disegnate dal marchese de Sade (I libri più sfogliati, se non letti, p. 91), rivelando anche a se stesso l’inutile esegesi dello sconosciuto, come la bella signora dal mento pronunciato che, in metro, aspettava un messaggio (La forse-svenente, pp. 100-101) – che diventa occasione per discutere del bello e del buono e dell’immaginazione, che sempre slitta fuori dal binario della semplice e nuda realtà. Poiché invece “le cose sono realmente quello che sembrano essere”, come scrive Valesio in un esergo, citando Ralph Waldo Emerson (Duologo a distanza, p. 128), conviene tenersi alle cose come ci si tiene a un mancorrente – e anche a questo sembrano servire note, date e indicazioni topografiche, che ancorano il testo poetico a un momento e a un luogo determinati, come onesti e necessari documenti di realtà.

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Una realtà resa reale sviluppando a volte onomatopee e mimesi, a volte ritagliando frasi in presa diretta dal quotidiano, ma anche adoperando neologismi e brevissime ossessioni stilistiche, per esempio gli accenni di plurilinguismo, che erotizzano il tessuto della pagina come l’odore di un vaso di gigli (Intimità, p. 29).

Ma, se abbiamo fin qui detto dell’onestà del reale, adesso diciamo anche del pudore, che sparge ovunque la propria regola, pudore anche di pregare troppo e d’invocare troppo, pudore che fa scorrere a tratti sulla pagina come l’acqua di geyser – anche questo caldissimo, anche questo sommerso – l’invito mai davvero placato al silenzio, che sta sotto la poesia di tutti i poeti e che, per fortuna, i poeti non ascoltano mai.

Nel cammino che si svolge sotto i nostri occhi nella parte finale del libro – e che possiamo dire di “fede”, ovvero ricerca di senso che salva la terza persona singolare autoriale da sperdimento e follia, la suddetta terza persona sente che, per amare davvero, gli mancano le virtù piccole, non quelle eroiche: chi tende a una più o meno metaforica umiltà, deve dunque superare l’ambizione stessa dell’umiltà, la grandiosità della virtù, il lusso sfrenato di essere povero o addirittura l’estetizzazione sottintesa alla deformità (Monacus Aestheticus, p. 154), deve infine riconoscersi semplicemente misero fra gli ugualmente miseri perché – com’è detto a chiusura di libro – nessuna porta, al buio, è mai davvero chiusa (Ogni porta richiusa somiglia a una aperta, p. 182).

E allora, va forse rintracciata proprio la nostra percentuale di buio e di miseria, per trovare il super-potere grazie al quale riusciamo ad attraversare (almeno provvisoriamente) la porta di noi stessi e trovarci, finalmente, nell’aperto animale di Rainer Maria Rilke (nell’Ottava elegia: “L’animale, qualsiano gli occhi suoi, vede l’Aperto”).

 

Presentazione di Maria Grazia Calandrone a Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, Rimini, Raffaelli, 2018, presso lo “Spazio Pagliarani”, Roma, 22 febbraio, 2019.

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