Archivi del mese: gennaio 2017

MASSACRO DELL’AMERICA?

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 22 gennaio 2017 col titolo “Da oggi comincia la metamorfosi di Donald”

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Il sogno americano

MASSACRO DELL’AMERICA?

Il discorso d’insediamento del presidente americano deve avere un requisito fondamentale: essere vacuo; e in quella democrazia tradizionale e conservatrice che sono gli Stati Uniti, tutti i presidenti finora, Donald Trump compreso, hanno rispettato questo requisito. Perché ogni sorpresa, nel contenuto così come nella forma, avrebbe effetti destabilizzanti – e Trump in particolare non ha certo bisogno di creare destabilizzazione. Ci stanno già lavorando abbastanza i suoi avversari intenti alla delegittimazione, dopo che sembrano svaniti i sogni del procedimento di destituzione (ovvero, per chi vuole parlare americano, impeachment ). Ma vacuità non è sinonimo di nullità o vuoto assoluto: quando il neo-presidente recita le poche pagine compilate dai suoi “scrittori”, lo deve fare con energica convinzione – e Trump l’ha fatto; e deve avere introdotto nel copione già scritto qualche espressione che ricordi le frasi e i concetti che l’hanno spinto alla vittoria – e sembra chiaro che questo è puntualmente accaduto.

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«Lady Liberty». Il parafulmine per eccellenza

Dopo tutto, era l’ultima occasione di Trump per farsi veramente sentire prima di essere imbalsamato, come ogni presidente prima e dopo di lui (la tradizione americana è implacabilmente coerente). Da quel momento in avanti infatti l’uomo politico (o donna) che ha vinto le elezioni diventa una sorta di mummia o totem o icona o parafulmine (si scelga pure l’immagine preferita). Non è più lui, non è più pienamente individuo; bensì è il punto – centrale, è vero, ma pur sempre un punto – di faticoso equilibrio e incessante compromesso tra personalità e gruppi e interessi in conflitto. Se ci riesce, sopravvive; se no, rischia letteralmente la vita (il precedente è ben noto). Il suo ultimo momento di piena presenza in quanto individuo politico, per ogni neo-eletto presidente, è quella dilazione di otto-nove settimane che intercorre fra l’elezione e l’insediamento (quello che si potrebbe chiamare le sursis, prendendo a prestito il titolo del romanzo di Jean-Paul Sartre che descrive l’attesa di un conflitto ben più grande di quelli di cui stiamo parlando). In quella dilazione o proroga di meno che Cento Giorni napoleonici il vincitore può essere ancora se stesso. E poi? Poi, comincia a correre davanti – non più dietro – alla valanga che egli stesso ha creato.

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L’altro tipo di «American Carnage»

L’unica espressione del discorso di Trump che ha fatto sobbalzare è stata American Carnage: la carneficina o strage o massacro americano. Altro che American Dream! E comunque lui non si riferiva (come sarebbe stato giusto, ma troppo destabilizzante) alla carneficina scatenata dagli Usa in tutta una zona del mondo allo scopo di infliggere ai non-colpevoli una vendetta laterale per lo smacco subito nel settembre del 2001; parlava invece della – molto, molto più metaforica – carneficina interna che sarebbe l’effetto di inerzie e di politiche sbagliate del precedente governo. Comunque, questa è stata l’unica zampata del leone. A parte il riferimento fortemente sillabato al “terrorismo islamico radicale”. (Quest’ultima frase, come si ricorderà, il Donald aveva sfidato Hillary a sottoscriverla – cosa che naturalmente lei non fece – in uno di quei dibattiti pre- elettorali per cui i più sentenziosi giornalisti americani e i loro imitatori in Italia si erano affrettati a dire che lì Trump aveva “perso”; e infatti, si è visto). E a parte i tre (salvo errore) riferimenti a Dio e alla Sua parola. E a parte la ripresa del concetto di “movimento” (già apparso nei famosi dibattiti).

Ma allora – adesso che uno comincia a contarle – queste zampate ci sono state … E poi ci sono anche le (per dirla alla Roland Barthes) zampate-zero; come la grande assenza dal discorso del partito repubblicano. A proposito del movimento, si sono già notate certe somiglianze fra lo stile di Trump e il linguaggio di un certo comico italiano inizialmente sottovalutato; ma in questo caso bisognerà pur dire che l’italiano, con la sua idea di movimento anti-partitico, era arrivato prima. (Senonché, come mi disse una volta ironicamente un illustre collega universitario : “Voi italiani siete arrivati primi in un’infinità di scoperte e invenzioni; ma poi, quasi ogni volta, sembra che vi siate stancati e non le abbiate sviluppate”; sul momento rimasi piccato – ma ripensandoci dovetti concludere che quel professore non aveva poi tutti i torti.)

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La visione del presidente del paese

Comunque, American Carnage: che titolo sarebbe, per un bel romanzo americano della prima metà del nostro millennio! Ma chi lo scriverà? Beh, non bisogna mai perdere speranza nella capacità degli intellettuali di assorbire le elezioni – e le loro lezioni. Dopo i primi e perfettamente comprensibili (siamo tutti umani) moti di esasperazione e disappunto elitari, ci sarà pure qualcuno, in qualche loft o scantinato di Manhattan – magari non lontano dalle Trump Towers – che comincerà ad abbozzarlo, questo romanzo politicamente eterodosso.

– Paolo Valesio

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CHI VA E CHI RESTA

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 12 gennaio 2017 col titolo “OBAMA vs TRUMP / Chi è il nero e chi è il bianco
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Eugenio Montale apre la strada a chi va e chi resta

CHI VA E CHI RESTA

“Ed io non so chi va e chi resta”, scriveva famosamente Montale con una profonda incertezza psicologica (e spirituale); ma che c’entra questo verso con il passaggio di potere che sta prendendo forma in questi giorni negli Stati Uniti quando noi lo sappiamo bene, chi è che va e chi è che resta? (E aspetta un momento, dai.) Dovremmo comunque sapere che una comparazione adeguata tra il discorso dell’uscente e quello del restante (o più precisamente, il subentrante) potrà essere compiuta, a rigore, soltanto alla fine del discorso inaugurale di Donald Trump, fra nove giorni – perché il discorso di addio alla nazione che abbiamo appena udito da Barack Obama ha una struttura retorica completamente diversa dalla conferenza stampa con cui Trump si è cimentato.

Eppure, al di là delle regole della retorica, si sono appena sovrapposte non tanto le parole (che contano quel che contano, come tutte le parole politiche) ma i modi di parlare (che è ciò che veramente importa) dei due uomini che ancora si considerano – sempre più illusoriamente – i più potenti al mondo. Un minimo di confronto è inevitabile, e allora diciamolo subito: Obama è sempre stato eloquente, e Trump non lo sarà mai. Ma attenzione a non attribuire automaticamente un segno “più” all’eloquenza e un segno “meno” alla mancanza di essa. Obama è eloquente, vero, e l’ha provato anche in quest’ultimo discorso; solo che la sua eloquenza è un po’ opaca, un po’ ingessata, un po’ ore rotundo: insomma, un po’ troppo impostata. E non da oggi (il che sarebbe peraltro comprensibile, vista l’occasione cerimoniale del discorso). No: io ricordo ancora vividamente l’impalpabile ma percepibile atmosfera di lieve delusione che si diffuse nel campus di Columbia otto anni or sono quando, appollaiati dappertutto (sulle gradinate, sulle balaustre) guardavamo gli schermi televisivi giganti che trasmettevano da Washington il discorso inaugurale di Barack Obama. E quello, si badi, era un pubblico che non chiedeva di meglio che di entusiasmarsi. Ma già allora avevamo sentito che Obama si stava vestendo di una nuova spoglia, dopo gli ardenti discorsi con cui aveva strappato la vittoria a Hillary Clinton.

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Fran Ross, “Oreo”, e la generazione di quelli che sono nero fuori, bianco dentro

In breve: Obama stava diventando un “nero bianco”, per prendere a prestito il titolo del fortunato saggio di Norman Mailer del 1957, The White Negro (allora, prima di Malcolm X, si diceva ancora “negro”). Solo che qui i termini dell’equazione di Mailer vanno rovesciati: quel focoso romanziere e saggista (forse il saggista americano più vicino allo stile provocatorio di Pasolini) parlava del supposto mutamento per cui gli hipsters (altro termine ormai storico) bianchi, in preda ad angoscia esistenziale e sotto l’influsso soprattutto della musica jazz, tendevano a identificarsi in un certo senso – sosteneva iperbolicamente Mailer – come ‘neri che in realtà sono bianchi’. A Obama, invece, fin dall’inizio è successo il contrario: è diventato un ‘bianco che in realtà è un nero’ (ed era il prezzo da pagare per essere accettabile come presidente). Cambiamento facilitato dal fatto che Obama come tutti sanno mescola in sé l’eredità delle due razze. Ma qui non si parla di razze bensì di linguaggio: quello che si era già avvertito più o meno subliminalmente, da quegli anni lontani nel campus di Columbia, è che Obama aveva iniziato a guidare con il freno a mano – aveva cominciato a reprimere la “negritudine” della sua espressione.

Trump invece, parla come mangia: e non mi riferisco a quelle battutacce che ormai sono scomparse dal suo repertorio (è questo il prezzo della sua, ancora relativa, accettabilità presidenziale); parlo di un discorso semplice e diretto – il discorso con cui si parla tra amici – il discorso che era stato di Bossi e che adesso è di Grillo. Sono sfumature, certo: ma sarà bene abituarcisi, perché definiranno lo stile della presidenza Trump. Come la ripetizione pari pari, per rafforzare un concetto nel modo più semplice possibile : i suoi collaboratori hanno fatto “cose splendide – cose splendide”; “David è fantastico – fantastico”. O anche il linguaggio della morale di tutti i giorni, piuttosto che delle elucubrazioni etiche: la pirateria informatica “è una brutta cosa, e non bisogna farla”. E così via – queste (ripeto) non sono piccolezze: sono gli effetti subliminali che decidono, in buona parte, del rapporto fra il leader e la popolazione.

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Norman Mailer

Ma che cosa c’entra con tutto ciò il “chi va e chi resta”? Beh, agli inizi della presidenza Obama era molto forte, soprattutto nella popolazione nera, il timore dei pericoli di assassinio che correva il primo presidente nero degli Stati Uniti. Ma adesso Obama è sopravvissuto, è ancora giovane e vigoroso: insomma, con ogni probabilità, “resta”. Contro Trump invece si è scatenata una campagna (avvertibile anche nel tono stridulo delle domande nella conferenza stampa di oggi) non semplicemente di opposizione o contestazione, ma di veri e propri tentativi di delegittimazione. E ogni tentata delegittimazione porta con sé il pericolo della violenza.

Paolo Valesio

 

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