UTOPIE

 

Questo è il testo dell’editoriale del numero in corso (IPR X-XI, 2015-2016) della rivista «Italian Poetry  Review  –  IPR». Una versione abbreviata di questo saggio è apparsa nel quotidiano online «ilsussidiario.net» del 21 marzo 2017, Giornata Mondiale della Poesia

Abraham Ortelius's map of Utopia circa 1595 (Wikipedia Public Domain)

Abraham Ortelius, Utopia (circa 1595)

UTOPIE

«L’utopia della poesia (un’utopia di tipo ermetico o alchemico) è quella di un linguaggio autosufficiente; l’utopia della critica di poesia d’altro canto è doppia: c’è quella razionalista che mira all’esplicazione, e quella (chiamiamola alchemica) che invece ricerca una sorta di mimesi dell’autosufficienza poetica. Entrambe queste utopie critiche sono necessarie; e del resto i loro confini si rivelano a volte porosi». Ciò che intendo dire conquesta autocitazione[1] è che ogni forma di poesia – di qualunque tipo, in qualunque epoca – si presenta con le caratteristiche di una chiusura di tipo più o meno ermetico[2]; e tale chiusura ha varie conseguenze, per il discorso critico sulla poesia.

La prima di esse è che può nascere un’idea della poesia come impresa in ultima analisi impossibile (pensiero che traspare nella recensione-saggio di Salvatore Jemma – la quale, insieme con il saggio di Lorenzo Chiuchiù, rappresenta il contributo più filosoficamente intenso in questo numero); e a volte si tratta, più che di un’idea, di un sentimento di frustrazione che si esprime in vari modi dentro le poesie stesse. («L’autentica poesia è tortura», «e sono ciò che non ho mai avuto» – Davide Morelli; «Io sono colui che non è capace / di fare il suo mestiere» – Alberto Trentin; «Lev ha scritto qualcosa che non si può dimenticare, / ma non ho fatto in tempo a leggerlo bene» – Massimiliano Bardotti; ecc.).

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«Italian Poetry Review»

Sarebbe banalizzante descrivere questo atteggiamento come pessimistico; e troppo drammatico sarebbe, caratterizzarlo come una forma di nichilismo. In verità, il senso di questa fondamentale impossibilità – come se la poesia in certo modo si impossibilitasse da sola (parlando di poesia, i neologismi a volte sono necessari) – non esclude affatto, anzi può intensificare, la dedizione alla scrittura poetica; analogamente, le varie forme di teologia negativa e le molteplici esperienze di ineffabilità non hanno mai scoraggiato l’esplorazione teologica e in particolare quella mistica.

Quanto alla critica, la conseguenza della situazione descritta all’inizio è che essa viene a trovarsi spesso in una situazione difensiva, essendo esposta a obiezioni convergenti e di segno contrario (Damned if you do and damned if you don’t, come dice l’inglese): a volte è accusata di eccessivo ermetismo (mimesi, appunto, della poesia), mentre altre volte viene criticata per il suo intellettualismo metalinguistico che rischia di soffocare la voce della poesia stessa. Ancora una volta, tuttavia, questo non dovrebbe scoraggiare l’esercizio della critica ma al contrario, stimolarlo a insistere sulle rispettive linee di lavoro, militanti o accademiche che siano; e in effetti questo è ciò che accade, almeno nei casi migliori.

Insomma, la poesia e la sua critica prosperano – in Italia e altrove. E se le apparenze sembrano dire il contrario ciò accade a causa di un certo linguaggio negativo, che ha ancora troppa circolazione, specialmente in Italia (dove l’ – ismo più durevole lungo la sua storia, al di là di socialismo futurismo fascismo comunismo ecc. – sembra essere il disfattismo). Dicono: nessuno legge più poesia – e se ne scrive molto di più di quel che si legga;dicono; i giovani, al di là del caso specifico della poesia, non sanno più leggere; dicono: l’editoria è in crisi; dicono: la critica letteraria non ha più una funzione, e così via lamentando.Non è che queste affermazioni siano completamente false – sono qualcosa di quasi peggio: mezze verità. (Valutazione che potrebbe applicarsi a tutto il noioso ed essenzialmente inutile dibattito correntesulla così detta “post-verità”: le verità parziali sono sempre esistite, e sono sempre state coltivate dai mezzi di comunicazione di massa.)

La realtà, dunque, è più complessa. I modi di leggere oggi sono diversi, e passano soltanto in parte attraverso il filtro della carta stampata; le letture di poesia contemporanea nelle scuole (grazie allo sforzo personale di alcuni docenti, e di vari poeti) si moltiplicano – così come aumentano le letture poetiche negli ospedali, nelle carceri, e in altri luoghi dove l’essere umano è posto faccia a faccia con la sua sofferenza; da quando siamo nati abbiamo sentito dire che l’editoria è in crisi; la critica letteraria, attraverso vari modi di comunicazione, è più presente che mai.

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Il re della baia, Luciano Rebay

Ciò è dimostrato fra l’altro, in questo numero, dal dossier “Omaggio a Luciano Rebay 1928-2014” (attentamente curato da Barbara Carle), dove giovani e anziani, ex-studenti e colleghi, hanno offerto testimonianze critiche,e poetiche, sull’opera e la personalità di un grande italianista, primo titolare della cattedra “Giuseppe Ungaretti” all’università di Columbia[3]. Quanto ai giovani, essi dimostrano che le loro attitudini alla poesia sono ben vive (Per esempio, a mio parere la più efficace poesia in questo numero proviene da quella che è probabilmente la più giovane fra gli autori qui presenti: Costanza Di Francesco Maesa, vincitrice della sezione “Poesia inedita” del Terzo Premio internazionale di poesia “Piero Alinari” 2014, con il testo A una sorella palestinese.)

Ecco perché certe dichiarazioni pessimistiche ormai suonano come una sorta di understatement rituale, in apertura di eventi nel corso dei quali poi si offrono prove concrete del fatto che poeti e critici continuano a lavorare, e anche bene. Cosa che, tanto per fare un solo esempio, è puntualmente accaduta il 6 febbraio scorso a Firenze, nel convegno sulla critica letteraria per il ventennale della rivista «Atelier». Dopo le abituali deplorazioni sullo stato delle cose, infatti, abbiamo ascoltato una serie di ottime relazioni, che hanno stimolato nuove idee.A questo punto, per tentare di ottenere gli appoggi pubblici e privati che la poesia merita e che non riceve in misura soddisfacente, sarebbe bene insistere su quantola poesia sia vitale oggi, quanto essa sia presente in tutti gli strati della società, quanto sia essenziale per quell’elemento indispensabile della vita umana che è la bellezza – e quanto essa, per conseguenza, meriti sostegno. Come tattica, questa avrebbe forse maggior successo della tattica del lamento. Ma il riconoscimento di tutto ciò che è positivo, nella situazione della poesia italiana oggi in tutto i suoi contesti (compreso, se mi è concesso dire, questo numero di IPR), non dev’essere naturalmente un’occasione per coltivare la compiacenza; ed ecco qui una serie di punti in cui il lavoro di IPR pare suscettibile di approfondimento.

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“Tutti i popoli poeti contro i loro critici pedanti.” Enrico Beltrami, Sintesi della guerra mondiale

Il rapporto, prima di tutto, cui si è già accennato, fra critica “accademica” e critica “militante” – termini che colloco entrambi fra virgolette per stabilire una certa distanza, in quanto nessuno dei due (e credo che su questo esista un ampio consenso) è veramente adeguato; eppure è difficile trovare equivalenti accettabili – a meno che non si rinunci a questa dicotomia terminologica, e si parli semplicemente di sperimentazione. Anche questo termine, tuttavia, non è privo di equivoci poiché esso oscilla tra il troppo generale (ogni vera poesia è un esperimento rischioso) e il troppo specifico, quando – sulla scia della neo-avanguardia – si pensi alla sperimentazione esclusivamente come fenomeno linguistico. Quest’ultimo concetto è certo riduttivo, ma non dev’essere completamente trascurato – e IPR potrà ampliare la sua accoglienza allo sperimentalismo linguistico.

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Alfredo De Palchi

Ma insomma, quello che IPR potrebbe sempre più esplorare è: la sperimentazione psicologica e spirituale, oltre la tecnica linguistica; l’espressività; la “militanza” come pratica di ciò che è “irregolare” e scavo di ciò che è nascosto, secondo uno dei sensi psicologici classici del concetto di ermeneutica: «aggiungere successivamente all’analogia data del simbolo altre analogie […] Questo procedimento estende ed arricchisce il simbolo iniziale, e ne risulta un quadro infinitamente complesso e variato da cui si diramano linee di sviluppo psicologico contemporaneamente individuali e collettive» [4].

Può sembrare che così si evochi un mondo di scrittura abbastanza misterioso, ma in realtà bastano un paio di paragrafi per portarlo alla luce (così come bastano un paio di paragrafi repressivi per appiattirlo e occultarlo). Penso per esempio alla Breve interpretazione psicologica di Luciano Rebay, come Alfredo De Palchi sottotitola il suo contributo al citato dossier – che è in effetti, sotto le apparenze aneddotiche, un’elegante combinazione della “interpretazione psicologica” del suo oggetto (Rebay) con l’intepretazione psicologica del soggetto che ne scrive, come dimostrato in particolare dalla rievocazione di un momento drammatico e un po’ assurdo di De Palchi nelle acque della Senna – che ricorda certe immagini di Charlie Chaplin e, come quelle, riesce a essere al tempo stesso comica e straziante. (Questo ironico coraggio dell’autorivelazione è uno dei sensi della critica “militante”.) E penso anche ai paragrafi di apertura della recensione di Silvia Rizzo alla recente edizione delle Elegie di Marullo – un passo che ci porta nel bel mezzo di una scena drammatica, con lo stile del romanzo storico. (Abbiamo già stampato, in passato, un paio di recensioni che riuscivano come questa a essere al tempo stesso scholarly e creative, ma dovremmo pubblicarne di più.)

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Michele Marullo Tarcaniota (1453-1500)

Il problema che fa da sfondo a tutto ciò è quello della libertà d’espressione, a cui si rivolge l’epigrafe in testa a questo numero di IPR[5], che «è dedicato a tutti i poeti in ogni luogo che sono esposti alla censura e a pericoli ancora più gravi nella loro lotta per la libertà d’espressione». Sembra un pensiero chiaro e indiscutibile, al limite dell’ovvio – ma non lo è affatto; e non soltanto perché va pur sempre sottolineato che “freedom of expression” esplicita ciò che comunque era implicito nella classica espressione “freedom of speech” della Costituzione degli Stati Uniti – che cioè la libertà espressiva non si riduce soltanto agli atti linguistici.

Ma, al di là di questa specificazione tecnica, ciò che importa è rendersi conto che la libertà d’espressione, prima di rivolgersi più o meno polemicamente al mondo esterno, alla società, dovrebbe svilupparsi da quel lavoro di scavo interiore di cui si diceva prima. Altrimenti, “la lotta per la libertà d’espressione” rischia di riprodurre alcuni degli elementi negativi delle forze che a essa si oppongono. Liberare l’espressione significa prima di tutto rispettare l’umano – ciò che nell’uomo è propriamente persona – in sé e negli altri, con tutte le loro idiosincrasie.

Infine, c’è un fenomeno che dev’essere chiaramente identificato: mi riferisco all’illusione abbastanza patetica, molto diffusa in Occidente, che i poeti i quali hanno la fortuna di vivere in regimi (più o meno) democratici coltivino con particolare energia la libertà d’espressione, così affrontando rischi. In un suo saggio del 1937 (Miseria e splendore della traduzione), il grande filosofo spagnolo José Ortega y Gasset scriveva: «Non è forse […] verosimile che l’intellettuale esiste per contraddire l’opinione pubblica, la doxa, scoprendo e sostenendo, in opposizione al luogo comune, l’opinione vera, la paradoxa? Può accadere che la missione dell’intellettuale sia fondamentalmente impopolare». Oggi noi possiamo dire che è un fenomeno chiaro e universalmente diffuso, quello secondo cui la missione dell’intellettuale (nella limitata misura in cui tale categoria ha un senso oggi) è «fondamentalmente impopolare».

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José Ortega y Gasset

Ma ciò che è veramente preoccupante è che la maggior parte degli intellettuali in Occidente, compresi i poeti, hanno da tempo scoperto il trucco per diventare essenzialmente “popolari” (nei loro vari ruoli di maîtres à penser, pundits, grilli parlanti e simili), pur atteggiandosi spesso a vittime incomprese: hanno assunto la posa di sostenere come paradoxa quella che in realtà è una doxa. Ecco la trappola celata sotto l’etichetta, ormai abbastanza nauseante, della “correttezza politica”; che sarebbe ora di chiamare con il suo vero nome: conformismo repressivo; e che, come tale, tende al totalitarismo delle idee, ovvero a una sorta di “terrorismo” ideologico: morbido certo (rispetto al terrorismo “duro”), ma che tende a schiacciare le possibilità di esprimersi liberamente. I poeti, in Italia come nel resto dell’Europa, come negli Stati Uniti e altrove, tendono a sostenere tutte le cause “corrette” – dunque, a cantare gli elogi della doxa pur fingendo (come si è detto) di correre i rischi della paradoxa.

E qui torno per un momento a Luciano Rebay. Nel suo intervento come parte del dossier, Jo Ann Cavallo scrive: «Andare contro corrente e dire verità che altri preferirebbero non ascoltare richiede una grande forza di carattere. E’ molto più facile cercare di andare d’accordo a tutti i costi (go along to get along). Luciano invece era disposto a rischiarel’impazienza, l’irritazione, addirittura la collera della persone più accondiscendenti, nel nome delle sue convinzioni». C’è qui, fra l’altro, l’eco di uno dei motti più rappresentativi della religiosità quacchera, cioè l’esortazione a: Speak truth to power (Dire la verità in faccia al potere). E vedo un certo rapporto fra questo atto di dire la verità che è difficile ascoltare e il più sconvolgente dei due Racconti di Giovanni Maurizi.

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Giovanni Testori

Quali sono stati i casi, nel nostro presente millennio, in cui un poeta italiano ha causato scandalo – o se è per questo, quali sono stati i casi nel secolo passato, dopo David Maria Turoldo, Giovanni Testori e Pier Paolo Pasolini (ma quest’ultimo, post mortem, è ormai divenuto un’icona del conformismo repressivo)? Di fronte a tutto ciò è possibile una risposta dotata del finto fascino scientifico degli apprezzamenti sociologici: i poeti non possono più dare scandalo perché nella società attuale essi ed esse non contano più nulla. Peccato che questa rassicurante spiegazione sia smentita (come notato) dalla grande diffusione e dalla permanente fascinazione di cui gode oggi il fenomeno della poesia. La verità forse è un’altra: troppi poeti sono stati essenzialmente intimiditi dalla doxa (che consente l’accesso alle gloriuzze letterarie), e scoraggiati dall’esprimere veramente la paradoxa. Allora, è aperta la ricerca dei poeti “paradossali” – ricerca a cui IPR è pronta a dare il suo contributo.

– Paolo Valesio

[1]Poesia ateologica, nel volume di saggi con una piccola antologia poetica: Emilio Villa, La scrittura della Sibilla, a cura di Daniele Poletti (Viareggio, Edizioni Cinquemarzo / dia-foria, 2017, pp. 13-25). Sulla raccolta di poesie villiane del 2014, vedi la recensione di Niccolò Scaffai in questo volume di IPR.

[2]Uso il termine nel suo senso più corrente, senza necessariamente implicare né la storia della poesia italiana nel Novecento, né la storia dell’alchimia e discipline affini. Non intendo però scartare l’allusione a queste ultime, e in effetti la considero non impertinente: la tormentata storia dei rapporti fra la poesia e le altre “scienze umane” non è priva di somiglianze con l’ancor più tormentata storia dei rapporti fra l’alchimia e la filosofia (da un lato), l’alchimia e la chimica (dall’altro).C’è nella lingua poetica un “processo di occultamento” meno drastico ma non del tutto dissimile dallo sviluppo analogo nella storia dell’alchimia: «il processo di occultamento, legato all’impossibilità epistemologica di accogliere l’alchimia nell’ambito delle discipline scolastiche, aveva prodotto lo sviluppo di strategie comunicative a prevalente o esclusivo contenuto simbolico» (vedi l’ampio saggio introduttivo di Michele Pereira a Alchimia. I testi della tradizione occidentale, Milano, Mondadori «I Meridiani», 2012 [2006], p. XX).

[3] Mi sono permesso, in questo numero, di fare un’eccezione all’uso di IPR, in cui di solito i redattori della rivista non pubblicano loro poesie.Ho fatto ciò confidando nella natura particolare del contesto: un dossier di omaggio a un importante collega scomparso. Ma aggiungo che, nel mio omaggio a Luciano, c’è qualcosa di più che un gesto dovuto.Questi miei versi, così lontani dai gusti poetici di Luciano Rebay, sono un modo – di modesta entità, certamente – in cui esprimo la mia gratitudine a un uomo che mi ha sempre incoraggiato a esprimere l’ amore per la poesia in modo totale, al di là di ogni tendenza di scuola e predilezione personale.

[4] Jung, come citato in Romano Màdera, Carl Gustav Jung, Milano, Feltrinelli, 2016, pp.113-114 (corsivo nel testo originale).

[5] Ricordo che a Luciano Rebay era stato già dedicato, quando lui era ancora in vita, il numero conclusivo (VIII, 2004-2005) della rivista «Yale Italian Poetry – YIP», a cui poi è succeduta a Columbia la presente «Italian Poetry Review – IPR».

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BOLOGNA: L’ISTANTANEA DELLA STORIA


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 18 febbraio 2017 col titolo “Bologna, la rossa mediocrità della provincia che si vuole capitale”

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Segni di vita su via Zamboni

BOLOGNA: L’ISTANTANEA DELLA STORIA

Non so se sia esatto dire (come qualcuno, in procinto di trasferirsi a Roma da Bologna, ha recentemente buttato lì) che quest’ultima “è la più grossa città di provincia in Italia” – ma poi non importa molto, anche perché l’ossessione di (non) essere in provincia è una delle più noiose tematiche italiane. Ciò che conta è che Bologna, fra le città a lei simili – qualitativamente e quantitativamente – è probabilmente la più sporca, disordinata e vandalizzata. Ora, sarebbe esagerato dire che a Bologna regna la paura. Più semplicemente, questa città è un po’ preoccupata dall’imperversare della piccola-media delinquenza, e dalla radicalizzazione violenta della vita politica: preoccupata, insomma, dalle costanti incrinature della legalità e dell’ordine pubblico.

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Il bersaglio del recente episodio

La recente occupazione della Biblioteca di Discipline Umanistiche da parte di rappresentanti del Cua (cioè Collettivo Universitario Autonomo – e già il nome è un po’ gaglioffo) è solo l’episodio più recente, che non sarà l’ultimo, nell’occupazione illegittima e illegale di spazi dell’università. Il recente episodio è significativo soprattutto per il nome del suo bersaglio; le parole infatti sono simboli, e i simboli sono la realtà – o almeno una parte molto importante di essa. Devastare una biblioteca intitolata a nientemeno che le discipline umanistiche significa vibrare un ceffone ai valori sbandierati dall’ Alma Mater (nome ufficiale dell’università bolognese) e smascherare la sua attuale fiacchezza come organismo civico.

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L’istantanea della storia recente

Restare però sul terreno della lamentatio significa collaborare involontariamente all’aria di depressione e mediocrismo che circola a Bologna. Proviamo a volare per un momento un po’ più in alto – all’altezza della storia. Il 2017 è nipote del 1977 – il quale è figlio del 1968 – che a sua volta è erede del 1945, quando Giuseppe Dozza riceve, pare, l’incarico ufficiale di sindaco di Bologna da parte del Governo Militare Alleato (le elezioni seguiranno nel 1946). La scelta del ’45 fu probabilmente la più saggia, date le circostanze; e Dozza è entrato nella leggenda come il miglior primo cittadino che la città abbia mai avuto.

Ma nella mela c’era il baco. Quando una città è governata, per 67 dei suoi 72 anni di vita repubblicana, dalla stessa parte politica (l’eccezione com’è noto è la giunta di centrodestra guidata da Giorgio Guazzaloca fra il 1999 e il 2004) – quando ciò accade, la mediocrità è inevitabile. E, nonostante le apparenze, questa rubea mediocritas non garantisce un pacifico tran tran: al contrario, è una palude da cui affiorano tutte le forme di malcontento, tutte le rivalse della violenza opportunistica e sorniona.

Manifestazione per chiedere le dimissioni del rettore Ubertini e del questore Coccia

il Diciassette a Bologna

Per esempio: a differenza, ancora una volta, da ciò che appare, il Sessantotto a Bologna non rappresenta (come esso amava automitizzarsi) una rottura con il PCI, bensì porta alla luce e sviluppa ulteriormente quella idolatria del potere accompagnata da un rozzo machiavellismo (senza la spiritualità di Machiavelli, naturalmente) che è connaturata all’ideologia del Partito con la maiuscola – quell’ idolatria e quella rozzezza su cui fin da subito (fino dal preveggente discorso di Togliatti del 1946 a Reggio Emilia su “ Ceto medio ed Emilia rossa”) si era tentato di passare una bella mano di vernice rosa senza veramente cancellare il colore originario; e come si sarebbe mai potuto, se questa idolatria rozzamente machiavellica era la ragion d’essere di tutta la compagine?

L’appena detto riguarda evidentemente, in qualche misura, tutta l’Italia; ma la differenza bolognese è la differenza di un particolare mediocrismo, dovuto al dominio schiacciante del post-Partito (non è vero che, come proclamano certi giornali, “l’Emilia non è più rossa”). Il quale post-Partito continua a non volere (a non potere?) fare i conti con il proprio passato. Non ho la supponenza di proporre rimedi; faccio soltanto (per quel poco-o-nulla che conta) una previsione: nulla veramente cambierà a Bologna, fino a che non ci sarà un reale mutamento nel regime politico della città.

Paolo Valesio

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Crestomazia minima quotidiana

La politica è un lavoro intellettuale creativo che si sviluppa giorno dopo giorno, guardando la realtà attentamente, e non può ridursi a un programma elaborato e promesso schematicamente per i prossimi venti anni. Le complicazioni si moltiplicano, con una facilità incredibile.

Gianluigi Da Rold, in «ilsussidiario.net», January 7, 2017

 

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MASSACRO DELL’AMERICA?

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 22 gennaio 2017 col titolo “Da oggi comincia la metamorfosi di Donald”

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Il sogno americano

MASSACRO DELL’AMERICA?

Il discorso d’insediamento del presidente americano deve avere un requisito fondamentale: essere vacuo; e in quella democrazia tradizionale e conservatrice che sono gli Stati Uniti, tutti i presidenti finora, Donald Trump compreso, hanno rispettato questo requisito. Perché ogni sorpresa, nel contenuto così come nella forma, avrebbe effetti destabilizzanti – e Trump in particolare non ha certo bisogno di creare destabilizzazione. Ci stanno già lavorando abbastanza i suoi avversari intenti alla delegittimazione, dopo che sembrano svaniti i sogni del procedimento di destituzione (ovvero, per chi vuole parlare americano, impeachment ). Ma vacuità non è sinonimo di nullità o vuoto assoluto: quando il neo-presidente recita le poche pagine compilate dai suoi “scrittori”, lo deve fare con energica convinzione – e Trump l’ha fatto; e deve avere introdotto nel copione già scritto qualche espressione che ricordi le frasi e i concetti che l’hanno spinto alla vittoria – e sembra chiaro che questo è puntualmente accaduto.

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«Lady Liberty». Il parafulmine per eccellenza

Dopo tutto, era l’ultima occasione di Trump per farsi veramente sentire prima di essere imbalsamato, come ogni presidente prima e dopo di lui (la tradizione americana è implacabilmente coerente). Da quel momento in avanti infatti l’uomo politico (o donna) che ha vinto le elezioni diventa una sorta di mummia o totem o icona o parafulmine (si scelga pure l’immagine preferita). Non è più lui, non è più pienamente individuo; bensì è il punto – centrale, è vero, ma pur sempre un punto – di faticoso equilibrio e incessante compromesso tra personalità e gruppi e interessi in conflitto. Se ci riesce, sopravvive; se no, rischia letteralmente la vita (il precedente è ben noto). Il suo ultimo momento di piena presenza in quanto individuo politico, per ogni neo-eletto presidente, è quella dilazione di otto-nove settimane che intercorre fra l’elezione e l’insediamento (quello che si potrebbe chiamare le sursis, prendendo a prestito il titolo del romanzo di Jean-Paul Sartre che descrive l’attesa di un conflitto ben più grande di quelli di cui stiamo parlando). In quella dilazione o proroga di meno che Cento Giorni napoleonici il vincitore può essere ancora se stesso. E poi? Poi, comincia a correre davanti – non più dietro – alla valanga che egli stesso ha creato.

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L’altro tipo di «American Carnage»

L’unica espressione del discorso di Trump che ha fatto sobbalzare è stata American Carnage: la carneficina o strage o massacro americano. Altro che American Dream! E comunque lui non si riferiva (come sarebbe stato giusto, ma troppo destabilizzante) alla carneficina scatenata dagli Usa in tutta una zona del mondo allo scopo di infliggere ai non-colpevoli una vendetta laterale per lo smacco subito nel settembre del 2001; parlava invece della – molto, molto più metaforica – carneficina interna che sarebbe l’effetto di inerzie e di politiche sbagliate del precedente governo. Comunque, questa è stata l’unica zampata del leone. A parte il riferimento fortemente sillabato al “terrorismo islamico radicale”. (Quest’ultima frase, come si ricorderà, il Donald aveva sfidato Hillary a sottoscriverla – cosa che naturalmente lei non fece – in uno di quei dibattiti pre- elettorali per cui i più sentenziosi giornalisti americani e i loro imitatori in Italia si erano affrettati a dire che lì Trump aveva “perso”; e infatti, si è visto). E a parte i tre (salvo errore) riferimenti a Dio e alla Sua parola. E a parte la ripresa del concetto di “movimento” (già apparso nei famosi dibattiti).

Ma allora – adesso che uno comincia a contarle – queste zampate ci sono state … E poi ci sono anche le (per dirla alla Roland Barthes) zampate-zero; come la grande assenza dal discorso del partito repubblicano. A proposito del movimento, si sono già notate certe somiglianze fra lo stile di Trump e il linguaggio di un certo comico italiano inizialmente sottovalutato; ma in questo caso bisognerà pur dire che l’italiano, con la sua idea di movimento anti-partitico, era arrivato prima. (Senonché, come mi disse una volta ironicamente un illustre collega universitario : “Voi italiani siete arrivati primi in un’infinità di scoperte e invenzioni; ma poi, quasi ogni volta, sembra che vi siate stancati e non le abbiate sviluppate”; sul momento rimasi piccato – ma ripensandoci dovetti concludere che quel professore non aveva poi tutti i torti.)

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La visione del presidente del paese

Comunque, American Carnage: che titolo sarebbe, per un bel romanzo americano della prima metà del nostro millennio! Ma chi lo scriverà? Beh, non bisogna mai perdere speranza nella capacità degli intellettuali di assorbire le elezioni – e le loro lezioni. Dopo i primi e perfettamente comprensibili (siamo tutti umani) moti di esasperazione e disappunto elitari, ci sarà pure qualcuno, in qualche loft o scantinato di Manhattan – magari non lontano dalle Trump Towers – che comincerà ad abbozzarlo, questo romanzo politicamente eterodosso.

– Paolo Valesio

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CHI VA E CHI RESTA

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 12 gennaio 2017 col titolo “OBAMA vs TRUMP / Chi è il nero e chi è il bianco
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Eugenio Montale apre la strada a chi va e chi resta

CHI VA E CHI RESTA

“Ed io non so chi va e chi resta”, scriveva famosamente Montale con una profonda incertezza psicologica (e spirituale); ma che c’entra questo verso con il passaggio di potere che sta prendendo forma in questi giorni negli Stati Uniti quando noi lo sappiamo bene, chi è che va e chi è che resta? (E aspetta un momento, dai.) Dovremmo comunque sapere che una comparazione adeguata tra il discorso dell’uscente e quello del restante (o più precisamente, il subentrante) potrà essere compiuta, a rigore, soltanto alla fine del discorso inaugurale di Donald Trump, fra nove giorni – perché il discorso di addio alla nazione che abbiamo appena udito da Barack Obama ha una struttura retorica completamente diversa dalla conferenza stampa con cui Trump si è cimentato.

Eppure, al di là delle regole della retorica, si sono appena sovrapposte non tanto le parole (che contano quel che contano, come tutte le parole politiche) ma i modi di parlare (che è ciò che veramente importa) dei due uomini che ancora si considerano – sempre più illusoriamente – i più potenti al mondo. Un minimo di confronto è inevitabile, e allora diciamolo subito: Obama è sempre stato eloquente, e Trump non lo sarà mai. Ma attenzione a non attribuire automaticamente un segno “più” all’eloquenza e un segno “meno” alla mancanza di essa. Obama è eloquente, vero, e l’ha provato anche in quest’ultimo discorso; solo che la sua eloquenza è un po’ opaca, un po’ ingessata, un po’ ore rotundo: insomma, un po’ troppo impostata. E non da oggi (il che sarebbe peraltro comprensibile, vista l’occasione cerimoniale del discorso). No: io ricordo ancora vividamente l’impalpabile ma percepibile atmosfera di lieve delusione che si diffuse nel campus di Columbia otto anni or sono quando, appollaiati dappertutto (sulle gradinate, sulle balaustre) guardavamo gli schermi televisivi giganti che trasmettevano da Washington il discorso inaugurale di Barack Obama. E quello, si badi, era un pubblico che non chiedeva di meglio che di entusiasmarsi. Ma già allora avevamo sentito che Obama si stava vestendo di una nuova spoglia, dopo gli ardenti discorsi con cui aveva strappato la vittoria a Hillary Clinton.

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Fran Ross, “Oreo”, e la generazione di quelli che sono nero fuori, bianco dentro

In breve: Obama stava diventando un “nero bianco”, per prendere a prestito il titolo del fortunato saggio di Norman Mailer del 1957, The White Negro (allora, prima di Malcolm X, si diceva ancora “negro”). Solo che qui i termini dell’equazione di Mailer vanno rovesciati: quel focoso romanziere e saggista (forse il saggista americano più vicino allo stile provocatorio di Pasolini) parlava del supposto mutamento per cui gli hipsters (altro termine ormai storico) bianchi, in preda ad angoscia esistenziale e sotto l’influsso soprattutto della musica jazz, tendevano a identificarsi in un certo senso – sosteneva iperbolicamente Mailer – come ‘neri che in realtà sono bianchi’. A Obama, invece, fin dall’inizio è successo il contrario: è diventato un ‘bianco che in realtà è un nero’ (ed era il prezzo da pagare per essere accettabile come presidente). Cambiamento facilitato dal fatto che Obama come tutti sanno mescola in sé l’eredità delle due razze. Ma qui non si parla di razze bensì di linguaggio: quello che si era già avvertito più o meno subliminalmente, da quegli anni lontani nel campus di Columbia, è che Obama aveva iniziato a guidare con il freno a mano – aveva cominciato a reprimere la “negritudine” della sua espressione.

Trump invece, parla come mangia: e non mi riferisco a quelle battutacce che ormai sono scomparse dal suo repertorio (è questo il prezzo della sua, ancora relativa, accettabilità presidenziale); parlo di un discorso semplice e diretto – il discorso con cui si parla tra amici – il discorso che era stato di Bossi e che adesso è di Grillo. Sono sfumature, certo: ma sarà bene abituarcisi, perché definiranno lo stile della presidenza Trump. Come la ripetizione pari pari, per rafforzare un concetto nel modo più semplice possibile : i suoi collaboratori hanno fatto “cose splendide – cose splendide”; “David è fantastico – fantastico”. O anche il linguaggio della morale di tutti i giorni, piuttosto che delle elucubrazioni etiche: la pirateria informatica “è una brutta cosa, e non bisogna farla”. E così via – queste (ripeto) non sono piccolezze: sono gli effetti subliminali che decidono, in buona parte, del rapporto fra il leader e la popolazione.

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Norman Mailer

Ma che cosa c’entra con tutto ciò il “chi va e chi resta”? Beh, agli inizi della presidenza Obama era molto forte, soprattutto nella popolazione nera, il timore dei pericoli di assassinio che correva il primo presidente nero degli Stati Uniti. Ma adesso Obama è sopravvissuto, è ancora giovane e vigoroso: insomma, con ogni probabilità, “resta”. Contro Trump invece si è scatenata una campagna (avvertibile anche nel tono stridulo delle domande nella conferenza stampa di oggi) non semplicemente di opposizione o contestazione, ma di veri e propri tentativi di delegittimazione. E ogni tentata delegittimazione porta con sé il pericolo della violenza.

Paolo Valesio

 

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A VOLTE, BASTA UNA PAROLA


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 10 novembre 2016 col titolo “TRUMP PRESIDENTE USA/ ‘The Donald’, la fine è (già) dietro l’angolo”

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Incomincia la tragedia

A VOLTE, BASTA UNA PAROLA

Mattina di mercoledì 9 novembre: una vasta sala disadorna dentro il ventre dell’albergo Hilton sulla Avenue of Americas a Manhattan (un albergo di lusso ma non veramente lussuoso; cioè, come spesso sono gli alberghi americani, un po’ pacchiano – ma vi si può bere un buon “Bloody Mary”). La sala brulica di persone di ambo i sessi e che appartengono a varie generazioni. Di fronte a questa folla che agita i soliti cartelli e che è vestita come a un picnic in spiaggia si erge un palco sul quale cominciano a sfilare il vice-presidente e il presidente degli Stati Uniti, freschi freschi di elezione, accompagnati dalle rispettive e numerose famiglie; con le donne che a un occhio italiano (perfino all’occhio di un uomo) sembrano sempre un po’ infagottate – perfino le signore Trump, con i loro abitini bianchi. Dopo poche parole del neo-vice-presidente Mike Pence, Trump tiene un discorsetto alla buona, occupato per la maggior parte dai ringraziamenti ai familiari e ai colleghi.

Così, in questo modo dimesso (è da molte settimane che Trump si è lasciato alle spalle la sua fase infuocata), comincia un nuovo periodo nella storia politica degli Stati Uniti. Ogni vera novità è dirompente, e suscita immediate emozioni; a cui uno si sente comunque partecipe, specialmente se non è un professionista dell’ideologia. E per esempio, mi ero sentito quasi commosso venendo a sapere di mie ex-colleghe che mercoledì erano venute a far lezione con gli occhi rossi. Ma (com’era da aspettarsi) il linguaggio dell’emozioni è stato subito reclamato dall’ideologia: ho appena ricevuto una lettera ufficiale, rivolta a tutto il campus, dal rettore di una grande università dell’Ivy League di cui per carità di patria taccio il nome, in cui questa autorità dichiara di impegnarsi a far sì che, nel suo campus, “le persone addolorate possano avere le opportunità adatte per menzionare e discutere tutta l’angoscia che esse sentono in questo momento”! Ecco l’effetto di infantilizzazione su cui il discorso della cosiddetta “correttezza politica” – cioè del totalitarismo ideologico dell’eufemizzazione – basa il suo potere. E ci vorrà qualche tempo ancora prima che le classi chiacchierone (the chattering classes , come qui sono chiamate ironicamente) si rendano conto che uno dei significati di questa elezione è che è cominciato il tramonto di questo pensiero unico.

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Anche se perde il voto popolare, il Donald prende il campo 

Ma la novità non si definisce soltanto in termini negativi, e guardando indietro: essa si pone soprattutto come un tentativo di costruzione che guarda in avanti. Si può trovare qualcosa di simile, nel discorsetto diplomatico di Trump, martedì allo Hilton? Beh, si è rintracciata una sola parola (ma è già qualcosa): il termine “movimento”, che Trump ha pronunziato tre volte (“la nostra non è stata una campagna, ma piuttosto un incredibile e vasto movimento” ecc.). E’ una parola che segnala una trasversalità rispetto alle divisioni partitiche (e anche l’inizio della resa dei conti che Trump , il non-politico che sta diventando politico, comincerà a fare con il “suo” – si fa per ridere – partito); ed esprime anche il suo desiderio di dar forma al magma sociale che lo ha portato alla vittoria: cioè a tutto quel complesso di cittadini che sono stati finora disprezzati dagli ideologi di professione arroccati nelle università, dal mondo dei media in generale e da Wall Street.

Ma non si può rispondere al disprezzo con il disprezzo: se il “movimento” non sarà in grado di recuperare quegli elementi sociali che finora lo avevano scomunicato, esso finirà ancor prima di cominciare.

Paolo Valesio
Bologna / New York

 

 

 

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LA SOLITUDINE DEL COMMENTATORE APOLITICO DELLA POLITICA


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” l’8 novembre 2016 col titolo “CLINTON vs TRUMP/ Qualcuno si è accorto che ‘The Donald’ ha già vinto?”. Non posso non notare che questo articolo è stato scritto sabato 5 novembre, dunque quattro giorni prima che si conoscessero i risultati delle elezioni presidenziali americane. 

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LA SOLITUDINE DEL COMMENTATORE APOLITICO DELLA POLITICA

Chi si ricorda di un racconto inglese poi diventato film (siamo negli anni Sessanta), che si potrebbe tradurre “La solitudine del corridore sulle lunghe distanze” (The Loneliness of the Long-Distance Runner), dove il correre a lungo era sostanzialmente una metafora per “chiarirsi le idee muovendosi da solo e in silenzio”? Vorrei, con permesso, applicare questa immagine a chi occasionalmente scrive di politica senza essere un “professionista”, e spesso finisce col sentirsi un po’ solo.

Non è impossibile, anche se non probabilissimo, che The Donald vinca le elezioni presidenziali americane di quest’anno – ma, ecco: pregherei di rileggere la frase appena scritta, che credo sarebbe facilmente accettata oggi da quasi tutti i commentatori: “Non è impossibile ecc.” Il fatto che si possa dire ciò senza essere derisi significa una cosa sola: a quasi tutti gli effetti, Trump ha già vinto. E’ un bene o un male? E’ una questione che lascio ai commentatori politici. Mi limito a spiegare in che senso io intendo questa asserzione sulla “vittoria” di Trump: che non è una previsione su chi sarà il prossimo presidente/a degli Usa; è semplicemente una descrizione obiettiva di qualcosa che è già successo. Un imprenditore edile non ricchissimo e i cui affari non sono in perfetto ordine ha, in rapida successione: messo in ginocchio il gruppo dirigente del suo stesso partito, e spinto contro il muro il gruppo dirigente del partito avversario, compreso il presidente in carica.

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Chi l’avrebbe mai detto?

“Chi l’avrebbe mai detto?”sembra essere il ritornello della maggior parte dei giornalisti e commentatori italiani (e non solo). Al che io mi permetto timidamente di osservare che si poteva già dirlo (e che infatti era stato già detto, o almeno suggerito) vari mesi or sono, senza bisogno di guardare in una sfera di cristallo. Quando Trump era ancora una macchietta politica, e poco più che un puntolino nero all’orizzonte, un osservatore dilettante aveva scritto, a proposito di costui, che: “Nella politica americana contemporanea è emerso uno spartiacque: prima di Trump, e dopo Trump” [vedi, in questo blog, Il Coperchio della pentola, 6/4/16]. Perché (quasi) nessuno ha discusso di ciò seriamente, a suo tempo? Perché non si è nemmeno tentato di fingere un minimo di equidistanza fra i due candidati?

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Il Trump di prima.

Ecco alcune delle domande che si dovrebbero porre in queste ultime ore – prima che si conoscano i risultati – quando le bocce non sono ancora ferme – quando non si è ancora scatenato il cinguettìo (o il gracchiare) dei commenti post factum. Forse la pericolosa combinazione della banalizzazione hollywoodiana proveniente dalla Costa Ovest (Los Angeles) con l’arroganza neocolonialistica che arriva dalla Costa Est (New York) ha convinto ogni televedente che ormai tutto il mondo capisca gli Stati Uniti – e questo è abbastanza comico; ma non solo: la combinazione di cui sopra ha finito col persuadere anche gli americani che essi comprendano il loro stesso paese – e ciò rischia di diventare piuttosto tragico. Ma la lezione di fondo è quella dell’umiltà: nessuno può conoscere completamente quel mistero che è il proprio paese.

Paolo Valesio
Bologna / New York

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