Le piccole metamorfosi

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  2 novembre 2017 col titolo “Francesco e il dono di scardinare le strutture prefissate”.

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LE PICCOLE METAMORFOSI

Una visita papale, per quanto breve, produce sempre nel luogo visitato alcune metamorfosi. Per esempio, durante la visita a Bologna di papa Francesco nel primo giorno d’ottobre è risuonato uno sparo; fortunatamente non diretto alla Sua persona, dunque in nessun modo collegato all’ottimo funzionamento della rete di sicurezza che avvolgeva la città. Ma si è purtroppo trattato di un suicidio, compiuto da un uomo di ben 89 anni. E, alla fine del pranzo con cui il Papa ha intrattenuto nella basilica di San Petronio in Piazza Maggiore (nel cuore della città) venti carcerati, due di essi si sono allontanati sfuggendo ai loro custodi. Cosa voglio dire? Un’ovvietà, forse, ma che merita un attimo di riflessione: nemmeno il Papa può cambiare l’incessante scorrere della vita tutt’intorno, con la sua spietata mescolanza di tragedia e commedia.

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Deserto o gabbia? La basilica di San Petronio in Piazza Maggiore a Bologna, la rossa

Quello che il Papa poteva fare era dare un senso generale all’evento, inquadrando la giornata nella cornice di un motto che era anche un’esortazione: “Pane, parole e poveri”. Tre P che sono sembrate la risposta costruttiva e misericordiosa alle ciniche tre F – “Feste, farina e forca” – attribuite ai Borboni di Napoli. E queste P sono tornate alla mente, di fronte alle centinaia di persone (donne e uomini di varie età e nazionalità) che camminavano nella tarda mattinata, fluendo verso la Piazza Maggiore e poi – trovandola piena e bloccata – rifluendo dentro le strette vie medievali tutt’intorno. Avevano facce assorte e insieme distratte, con un’espressione che era qualcosa di più della curiosità: i loro volti erano divisi tra la speranza e la perplessità. Veniva allora in mente la domanda martellante di Gesù: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? […] Allora, che cosa siete andati a vedere? […] Ebbene, che cosa siete andati a vedere?” (Mt 11, 6-9).

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Vicario di Cristo a Bologna

Che cosa siamo andati a vedere? Forse, un modo per tentare di figurarci nella mente quali fossero, nelle tre P, le “parole”; ma qui, ognuno doveva scegliere per conto suo. In effetti, in ciascuno di quei volti si intravedeva tutto un silenzioso lavorio mentale, per identificare le parole che meglio si adattassero a ciò che dietro il volto si muoveva.

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L’uomo della pace si fa un selfie

Uno dei cittadini là in mezzo ha trovato dentro di sé parole forse prevedibili, e che tuttavia gli sembrava di dire seriamente a se stesso per la prima volta: “Uomo della pace” e “Vicario di Cristo”. Il Papa, costui ha sentito allora, non è semplicemente un uomo di pace (nella retorica un po’ compiaciuta del pacifismo): è l’uomo che incarna la pace. Si pensa di solito alla diplomazia come tecnica, ma il Papa rappresenta la base metafisica della diplomazia in quanto conciliazione.

Quanto al “Vicario”, la tentazione cui il cittadino non ha resistito è stata quella di fare un salto mentale anche troppo audace; e immaginarsi per qualche momento (suggestionato in parte da alcune opere di fine Ottocento che gli erano rimaste impresse): Se Cristo stesso fosse entrato a Bologna? Un po’ come Dostoevskij aveva descritto, con “La leggenda del Grande Inquisitore”, il Suo silenzioso ingresso in città; o come il pittore belga James Ensor aveva dipinto con colori violenti in quel quadro-shock del 1888 che è “L’ingresso di Cristo a Bruxelles”.

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Il buon deserto della Bibbia

Ma poi quel cittadino si è reso conto che non si trattava di nascondersi dietro rievocazioni artistico-letterarie, bensì di rispondere francamente alla domanda: – Che cosa sei andato a vedere tu, nel deserto? E qui è avvenuta la (piccola) metamorfosi. Fino a quella strana giornata di inizio-ottobre, infatti, lui avrebbe continuato a pensare a Bologna, se non come un deserto, come a qualcosa di simile a una gabbia. Questa città troppo grande per riconciliarsi con il suo stato di provincia, e troppo piccola per illudersi di essere una delle tre o quattro (o due) grandi città italiane; questa città che (a eccezione di un pugno d’anni che non hanno cambiato nulla) non ha mai mutato il suo regime politico dal 1945 a oggi, tendendo così a imporre una plumbea mediocritas.

Ebbene, no: tutto può cambiare. Dove entra il Vicario di Cristo, si dissolvono spiritualmente tutte le strutture prefissate (urbanistiche, politiche ecc.). E forse è questo il deserto (un buon deserto) di cui parla il Vangelo; con la sua possibilità di ricominciare sempre di nuovo, di introdurre la modesta ma decisiva differenza dell’individuo.

Paolo Valesio

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Il deserto dell’individuo

 

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NEVADA, NEVADA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  4 ottobre 2017 col titolo “Panino, birra e tante armi: dentro la “normalità” che cova la violenza”.
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Insegna iconografica in lutto

NEVADA, NEVADA

È cominciato il bla-bla-bla sulla follia dell’uomo solitario congiunta alla follia di massa delle straripanti armi da fuoco, e sulla fragilità e le contraddizioni dell’impero (anche se l’impero non esiste più). E va bene così – dopo tutto, sono le frasi che ci rassicurano su come (non) va il mondo, quando scorriamo il giornale al momento del caffè e del cornetto. Ma proviamo a fare un piccolo passo di lato, e guardare per un istante uno dei tanti angoli di quello sfaccettato oggetto che è ogni evento o cosa nel mondo – e già: di quale oggetto stiamo parlando?

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Strati di storia nei nomi dei posti nel Sud-Ovest americano: Dai nativi al colonialismo spagnolo all’espansione anglo-americana

Ah, il Nevada Nevada come Sierra Nevada – Nevada come “nevicata” – Nevada il cui più grande e meglio conosciuto centro urbano è Las Vegas: las vegas ovvero “le pianure” – in questi Stati diciamo così Uniti in cui l’inglese, lingua imperiale qui e in tutto il mondo, si rivela a volte essere uno strato abbastanza sottile che copre lingue più antiche : come lo spagnolo, e sotto lo spagnolo le lingue dei nativi. Mojave, per esempio, che dà nome al deserto fra California e Nevada – una di quelle distese, come il deserto di Sonora più a sud, dove l’aridità diventa sublime e anche terribile (per le migrazioni disperate): sono i volti quasi-visibili di Dio nel Sud-Ovest americo / messicano.

 

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La notoria “Striscia”

Siamo arrivati (per via traversa) alla notoria “Striscia” tutt’altro che pura come neve (a meno che non si pensi alle strisce di “neve” che non è tanto difficile procurarsi a Las Vegas): lo Strip (soprannome di Las Vegas Boulevard) che inevitabilmente fa venire in mente anche lo strip tease – insomma, lo Strip della strage. Visto che certamente sta per cominciare il turismo stragistico (come se il turismo di Las Vegas non fosse già abbastanza pacchiano) che andrà a fotografare le tracce-ricordo del macello, qui si vorrebbe suggerire un modo molto economico, un modo da studente o da osservatore vagabondo, per visitare Las Vegas.

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Esercito di “banditi-con-un-braccio-solo”

Visitarla di carriera (più a lungo, non vale la pena) dopo ore e ore di viaggio in vecchia automobile, possibilmente intorno alle quattro del mattino. Così si è troppo stanchi per giocare seriamente d’azzardo e ci si limita a perdere qualche decina di dollari con le macchine a gettone – i cosiddetti “banditi-con-un-braccio-solo”, braccio che è poi la levetta che si abbassa sperando in un pioggia di monete – quando i ristoranti sono ormai chiusi, dunque ci si arrangia con un panino-e-birra. Senza trascurare di dare un’occhiata ai luoghi più interessanti della città: le cappelline simil-cattoliche o simil-protestanti dove c’è sempre qualcuno pronto a celebrare un rapidissimo matrimonio nuovo, magari sulla base di documenti di divorzio confezionati alla svelta (è la vita che si stabilizza, a fianco dell’esistenza destabilizzante negli hotel e nei casinò). E infine ci si abbatte sul materasso in qualche motel di terz’ordine (ci sono anche quelli, all’ombra degli albergoni mostruosi), in compagnia o no: si è comunque troppo stanchi per qualunque alternativa al sonno, in preparazione delle lunghe ore di viaggio che cominceranno all’alba. E poi, è passato il tempo delle comitive pittoresche descritte da Jack Kerouac: in questi viaggi attraverso il paese, le coppie servono essenzialmente a condividere le ore di guida e le spese della benzina.

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Emblema della serata “sulla strada”

Vabbè, ma che c’entra tutto ciò, con il massacro ancora fresco? C’entra, perché, primo: è in questi angoli di vita americana (anche gli angoletti carini, come pare sia la casetta in campagna dove abitava lo sparatore) che emergono le idee più pazze – siano esse poetiche (come quelle del citato Kerouac, e di tanti altri sognatori / narratori americani) o violente. Secondo: queste, e simili, quotidianità chiariscono come, nell’Occidente contemporaneo (in Europa non meno che negli Stati Uniti), le stragi rientrino ormai da tempo nella strategia istintiva della popolazione: l’assorbimento delle perdite. Sostanzialmente: ci si rassegna ai massacri localizzati di civili da parte dei vari terroristi, fino a che la quantità delle vittime non diventi tale da sconvolgere profondamente il ritmo della vita individuale, e il ritmo degli affari (commercio, turismo). È una situazione che si può descrivere con il topos del “bisogna continuare a vivere normalmente” (come prova della superiorità dell’Occidente liberale, e via bla-bla-blando), oppure come una forma di tragicità grigia contemporanea.

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Amanti della musica in fuga

Lasciamo questa scelta agli opinionisti di professione; qui si è voluto soltanto descrivere quello che una volta si chiamava uno squarcio di realtà. Distinguere fra massacri piccoli e grandi, fra quantità accettabili e quantità non accettabili di morti: tutto ciò è orribile – ma reale; è lo squarcio da cui emerge una realtà dentro la realtà. Ciò che è orribile, infatti, non è tanto il fatto oggettivo della violenza quanto il fatto soggettivo (ma fatto anch’esso, e reale quanto l’altro) della non-reazione – della rassegnazione alla violenza. Come reagire a questa non-reazione? È presto per dirlo: ma si può cominciare guardando dritto in faccia questo aspetto terribile della nostra povera – veramente povera – umanità.

Paolo Valesio

Morning light reflects off the Mandalay Bay hotel and the broken windows where shooter Stephen Paddock conducted his shooting spree from the 32nd floor in Las Vegas, Nevada

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Uno degli angoli dove emergono alcune delle idee più pazze: Una realtà dentro la realtà

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La lucidità necessaria

 

Riporto qui il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  2 settembre 2017 col titolo “Il silenzio ribelle dell’astensione: l’Italia e la profezia di Saramago

 

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Il silenzio quotidiano

La lucidità necessaria

Per chiarire un termine sul quale vale ancora la pena di riflettere, dopo il bel titolo del libro di saggi di Thomas Mann (1918), Considerazioni di un impolitico, attiro l’attenzione su un romanzo bello e originale, che arriva quasi a sancire il trionfo dell’impolitico, e che sembra, come dicevano una volta i critici, “scritto ieri” (o addirittura domani) anche se risale al 2004: Saggio sulla lucidità, del romanziere portoghese, premio Nobel, José Saramago (pubblicato da Feltrinelli nel 2013, dove nel titolo è mantenuta con scrupolo letterale l’espressione originaria; ma si tratta in realtà di un vero e proprio romanzo).

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Jose Saramago

Nella capitale innominata di un paese quasi innominato (a un certo punto l’autore si lascia sfuggire – e lo fa evidentemente apposta – la parola Portogallo, ma è evidente che il discorso di Saramago vuole andare ben al di là di quei confini) sono in funzione tre partiti: il p. d. d. = partito della destra, che è il più forte, il p. d. m. = partito della destra moderata, che lo tallona, e il minoritario p. d. s. = partito della sinistra. Il romanzo comincia con la descrizione della giornata delle elezioni, che si svolgono regolarmente. Ma quando si aprono le urne, sorpresa: il 70 per cento delle schede, regolarmente compilate, risultano essere bianche. Il governo, sconcertato, si aggrappa alla speranza che questo sia un incidente (nella mattina delle elezioni pioveva forte…), annulla le elezioni e ne indice di nuove. E qui arriva la catastrofe: le schede bianche adesso ammontano all’83 per cento!

Era prevedibile che la narrazione descrivesse il panico del governo. Ma quello che non era prevedibile è la brillante svolta del romanzo a questo punto: i dirigenti decidono di abbandonare in massa la città, accompagnati da tutte le istituzioni cittadine, dalla nettezza urbana fino alla polizia, e di costituirsi come una sorta di governo in esilio. A prima vista questa può apparire come una mossa addirittura puerile (“Allora non ci sto, e non gioco più con voi!”), ma la manovra politico-poliziesca non tarda a emergere. Il governo infatti conferma la tendenza profonda di ogni istituzione di questo tipo (almeno secondo l’idea che, a parte il romanzo di Saramago, noi abbiamo già trovato negli scritti di vari pensatori libertari e dissidenti): quella cioè di considerare alla stregua di avversari, se non nemici, prima di tutto i suoi stessi cittadini. Comincia dunque una campagna di, come suol dirsi, destabilizzazione: provocazioni, attentati esterni mascherati da conflitti interni alla città, infiltrazioni di spie, e poi addirittura interventi letali di agenti speciali contro i “biancosi” della città – questo è il termine di obbrobrio diffuso dai governativi per i votanti scheda bianca – che per qualche ragione appaiano più in vista.

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Basta! Non voto più.

Adesso il lettore si aspetterebbe dal romanzo una descrizione delle idee e dei sentimenti (o almeno di questi ultimi) degli “scheda-bianca” e dei loro modi di coesistenza con quella parte minoritaria della popolazione che ha ortodossamente votato riempiendo la propria scheda, e che anch’essa è rimasta nella città (la quale in effetti è bloccata tutt’intorno dalle truppe governative, in modo che nessuno possa uscirne). Ma qui avviene il secondo, brillante colpo di coda nella narrazione: non ci viene detto nulla delle idee e delle emozioni dei “non-votanti”; i quali continuano la loro esistenza normale, fianco a fianco con i votanti, senza scambiarsi nessuna comunicazione o discussione. Così il romanzo viene a organizzarsi, molto efficacemente, intorno a un nucleo di silenzio – che è tanto più misterioso quanto meno è parato di misteriosità; tutto si svolge dentro il realismo del quotidiano che noi tutti ben conosciamo – il quotidiano dove si tende a evitare ogni discorso complesso o impegnativo. Il grande risultato del romanzo, insomma, è mostrare il mistero della quotidianità (e della sua imprevedibile componente di stoicismo o addirittura eroismo), come essa si riflette anche nella vita politica.

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Onda di votanti che frange sullo scoglio dei non-votanti

Peccato che, nella parte finale, il romanzo cambia bruscamente stile e prospettiva, mettendo improvvisamente in scena due personaggi edificanti, che nell’ultima pagina vengono uccisi da un sicario governativo. (È come se questa debole coda del romanzo fosse stata pensata nei termini di una sceneggiatura cinematografica.) Ma allora, qual è il senso fondamentale del romanzo, che resta molto bello?

A me pare che tale senso risieda nel suo silenzio ribelle: gli scheda-bianca non si spiegano – e la loro non-spiegazione non è arcigna, ma mite e pervasa dalla (come si diceva) semplicità della vita quotidiana. Saggio sulla lucidità non è primariamente un romanzo fantapolitico, o utopico/distopico. È un romanzo profetico; come tale, è un romanzo che comprende se stesso soltanto in parte – che è corso, per così dire, in avanti a se stesso. Ed è proprio in questo che consiste, in ultima analisi, il suo valore.

Paolo Valesio

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Foscolo e Leopardi, o compagni di banco o niente

Riporto qui il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  24 giugno 2017 col titolo “Foscolo e Leopardi, o compagni di banco o niente

INIZIA CON IL TEMA DI ITALIANO LA MATURITA AL LICEO CLASSICO BERCHET

Esami di Maturità

Foscolo e Leopardi, o compagni di banco o niente

Un piccolo commento in margine alla prima fase degli Esami di Maturità. Che qui scrivo con la maiuscola, perché rispetto a questo fenomeno mi sento patriottico – sì, patriottico; e non ho mai veramente apprezzato i sogghigni su quel gran libro che è Cuore di Edmondo De Amicis. Questi esami infatti sono una delle poche occasioni rimaste per sviluppare una conversazione nazionale (altro aggettivo fuori moda) fra cittadini e neo-cittadini. E poi: come si fa a parlarne senza interrogare dentro di noi un certo senso di amorosa nostalgia? Perché si può essere nostalgici anche della paura (soprattutto in confronto alle paure ben più pesanti che tutti noi, giovani e non, proviamo in questi anni). Comunque, dopo la paura noi da esaminati provammo anche il sollievo: non tanto il sollievo del confronto fra i promossi e i non promossi (che evoca sempre lo spettro dell’invidia), ma il sollievo primordiale delle prime ore di libertà dopo la tensione – le ore gioiose in cui si aprivano le porte non soltanto di quella mattina là ma di tutte le mattine future.

A parte ciò, che cosa ha imparato, un cittadino qualunque, da questa prima tornata di esami? Prima di tutto, ha constatato la maggiore articolazione del discorso intellettuale nella scuola, rispetto ai suoi tempi – soprattutto nell’apparato di informazioni che inquadrava le domande; e poi, gli è capitato di riscoprire con freschezza di percezione certi passi che per un anziano professore di quelle che una volta si chiamavano “belle lettere” rischiavano di sembrare triti.

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Ugo Foscolo

A proposito di questo secondo punto: tutti noi ripetiamo con rispetto l’idea che lo stupore è l’inizio di ogni autentico pensiero – ma una cosa è dirlo, e un’altra sperimentarlo veramente. Per esempio, raramente avevo sentito con tanta forza la vera differenza – la differenza tra due percezioni della realtà, due mondi spirituali – che separa due grandi autori quasi contemporanei come Foscolo e Leopardi; e ho sentito come certe etichette che negli anni mi erano sembrate antipaticamente pedanti (“romantico” e “classico”) continuassero tuttavia ad avere un certo senso. Ma al di là di queste etichette, e al di là della differenza fra il genere della narrativa (citazione di Foscolo) e quello della saggistica (citazione leopardiana), quello che è in gioco sono due modi profondamente diversi di scrivere prosa moderna. “Ho vagato per queste montagne” eccetera: la prosa di Foscolo è “romantica” nel senso che è contemporanea – entra immediatamente nell’adesso-e-qui della mia percezione di lettore. La prosa di Leopardi (“Ora sappi”, dice la Natura, “che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime” ecc.) è “classica” nel senso del suo eroico tentativo di dimostrare – e, lui, ci riesce – come sia possibile scrivere un’analisi dell’oggi colata dentro gli stampi della prosa trecentesca.

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Tutto ciò, io l’avevo sempre sentito – ma forse mai così chiaramente come la scorsa mattina – grazie alla vicinanza e alla focalizzazione di questi due passi nelle tracce degli esami. Se non temessi di essere frainteso (e di essere bocciato all’esame) direi che la modernità foscoliana è la modernità delle emozioni, mentre la modernità leopardiana ha qualcosa di quasi spietatamente sperimentale. E chiedo: ci rendiamo conto della nostra buona sorte di lettori italiani quando, adesso che disponiamo di una monumentale e impeccabile e utilissima traduzione inglese integrale dello Zibaldone, possiamo verificare come ciò che si è appena notato venga inevitabilmente a perdersi nella traduzione? Ecco, io confesso di invidiare un poco i giovani e le giovani che l’altro giorno sedevano all’esame, e che hanno una vita davanti per sviluppare, se così desiderano e se ne vengono incoraggiati dai loro maestri, questi e simili pensieri. Se ne vengono incoraggiati dai loro maestri, ripeto; e il dubbio sorge dall’istruzione finale che segue i brani poetici proposti all’esame: “Puoi arricchire l’interpretazione della poesia con tue considerazioni personali”. Come, “puoi”? Cioè: a quell’età e nel giro di poche ore, come si può non intrecciare la propria “interpretazione” a “considerazioni personali” (ammesso e non concesso che questa distinzione sia valida in linea generale)?

­ – Paolo Valesio

 

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Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)

 
Riporto qui il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  18 giugno 2017 col titolo “Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)”
 

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Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)

Brani di una conversazione al bar del ristorante “Le Monde”, dalle parti di Columbia University, fra due cervelli-in-fuga italiani a New York.

Lei – Che cosa pensi della sparatoria anti-repubblicana dell’altro giorno?

Lui – Da qualche parte in questo mondo ci dev’essere una vecchia talpa marxista che sta crepando di risate dentro uno dei suoi cunicoli, in questo vecchio mondo che barcolla da un luogo comune all’altro. Prima, il dogmatismo marxista che ha impolverato di noia la vita della mia generazione, ma che almeno ci ha incoraggiato a ricercare connessioni tra le astrazioni filosofiche e le concretezze politico-economiche (anche se poi ci siamo resi conto che la filosofia in questione era una forma rozzamente polemica di filosofia, e che la pretesa concretezza politica ed economica era una serie vertiginosa di astrazioni). E poi, il “superamento” del marxismo, con la ricerca affannosa dei surrogati …

Lei – Senti, giovane talpa, sei troppo tortuoso per i miei gusti; comunque, arrivederci in giro.

Lui – No, scusa, aspetta: vabbè, l’ho presa un po’ alla larga, ma un nesso c’era. E’ da parecchi mesi che in questo paese si stanno facendo le prove di un balletto che si potrebbe chiamare ”La Nuova Guerra Civile”.

Lei – Ah, perché non ci sono più Marinetti e Majakovskij? Loro sì che avrebbero vivacizzato questo balletto.

Lui – Sì, ma c’è poco da stare allegri, quando si arriva alla violenza.

Lei – Ho capito: hai voglia di dirmi la tua teoria in proposito; ma fai presto per favore, perché stasera debbo finire di scrivere una relazione.

Lui – Sarò brevissimo. Il marxismo è stato la più grande eresia giudaico-cristiana dei tempi moderni. La sua decadenza ha creato una generazione di orfani intellettuali, che si sono consolati con le rivoluzioni soft: ecologia, femminismo, post-umanesimo robotico, ossessione dell’identità sessuale, ecc.

Lei – Ho capito, ti riferisci alla tua solita bestia nera: la correttezza politica.

Lui – In verità, sto parlando di qualcosa di più. Quando il Nuovo Ordine Mondiale del Pensiero Unico – l’Ordine Mondiale della politica alla moda, dei media, delle università – si sente minacciato, allora si mette a combattere con le unghie e coi denti. Il potere delle parole ha essenzialmente la stessa natura del potere economico e militare (le parole sono pietre, ha detto uno scrittore italiano), e quando appare sulla scena qualcuno che dice parole diverse, costui rappresenta una minaccia che dev’essere neutralizzata.

Lei – Guarda: per me la bestia nera lo sai bene chi è, e il suo covo è la Casa Bianca.

Lui – Vedi come sono trascinanti e pericolose le metafore? Segui la pista di una metafora, e prima o poi senti l’odore del sangue.

Lei – Cosa vuoi dire, con questa frase che spero sia soltanto poetica?

Lui – Guarda, io non so cosa sia poetico e cosa no. Quello che so è che ognuno di noi ha la sua teoria – la teoria inespressa, la teoria di cui vive – una teoria che non è affatto astratta perché fa corpo con il suo corpo, e con la sua anima. E presto o tardi può capitare l’occasione in cui il teorico anti-teorico si sente pronto a dare testimonianza con, appunto, il suo corpo, senza tante belle parole.

Lei – Beh, dopo queste frasi rassicuranti, ti auguro una buona serata.

Lui – Concedimi un momento soltanto: propongo un brindisi alla pace.

– Paolo Valesio

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Recensione a «Il Servo rosso»

Questa è una recensione inedita a Il Servo rosso. L’autore è Alessandro Ramberti: editore, animatore culturale e poeta in Rimini

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«Il Servo rosso»

Il verso del servo (di Dio)

Paolo Valesio
IL SERVO ROSSO
POESIE SCELTE 1979-2002
THE RED SERVANT
SELECTED POEMS 1979-2002
A cura di Graziella Sidoli
Traduzione inglese
Michael Palma e Graziella Sidoli
Prefazione di Piero Sanavìo
Nota dell’Autore
puntoacapo 2016, pp. 330, € 30,00

Come l’Apostolo di cui porta il nome, Valesio è animo inquieto e cercatore di assoluto: la sua poetica ben riflette la tensione fra carne e spirito, realtà quotidiana e Regno dei Cieli, parola e Silenzio (con la maiuscola perché non è tanto assenza di rumore o vuoto abisso ma, ossimoricamente, lo spazio illimitato-tempo immisurabile che rende possibile l’esistere del creato, dell’universo, dello spazio-tempo e della parola che sempre porta con sé, specie se parola creativo-poetica, le stigmate di un oltre misterioso, ineffabile eppure persistente e pervasivo, nonostante i tentativi dell’uomo moderno di surrogarlo con avatar epidermici ed effimeri). Il servo rosso è un’autoantologia ottimamente curata da Graziella Sidoli con versione inglese a fronte (della stessa Sidoli e di Michael Palma) che ci offre le “lastre” più significative (almeno a giudizio dell’autore) dell’uomo, poeta e credente (sì perché la fede si nutre nel dubbio, purché si abbia l’umiltà di riconoscersi increduli e bisognosi di aiuto) Paolo Valesio. La raccolta si apre con questi versi tratti da “Pregando a Manhattan (ivi, p. 16): «Può l’ateo rassegnarsi ad essere insipiens? / No: / il credente, sì, può ignorare i particolari e la storia della legge sotto la quale egli vive. / Ma l’ateo non ha via d’uscita: / egli deve essere sempre anche teologo.»

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Paolo il poeta

Come in san Paolo la ricerca del trascendente è quasi totalmente priva della figura di Maria, forse un segnale della minore necessità del lato materno di Dio o, al contrario, rimozione di un aspetto di cui ci si è da sempre sentiti privati? Solo l’autore può rispondere e comunque una risposta non è necessaria alla fruibilità di una voce poetica di forte originalità, paolina parresia e kirkegaardiana inquietudine benché declinata in maniera più fisica, materica, immaginifica: «Chi ascolta le parole di preghiera da altri recitate non può o poi o prima non vedersi sorgere nella mente e distendersi un sentiero di pietre consunte (…)» (ivi, p. 18; dalla raccolta Prose in poesia); «rimarrò casto, se da te violato.» (ivi. p. 20; dalla medesima raccolta); «Adesso l’aurea crosta si è staccata, / e tra le sbarre della gabbia fradicia / la scimmia del pensiero è ormai fuggita» (ivi, p. 22; dalla raccolta La rosa verde); «Gli avvoltoi sono filosofi nudi / (…) / prima di ogni altro membro, / ingoiano gli occhi» (ivi, p. 34; dalla raccolta Il dialogo del falco e dell’avvoltoio); «afferriamoci almeno / al tocco che rende diversi; / fosse pure soltanto uno sgorbio, / una “i” accecata del puntino» (ivi, p. 44; dalla raccolta La Campagna dell’Ottantasette).

A p. 68 troviamo tre “Versi scritti su un bottone che applicano, credo, l’insegnamento evangelico di amare i propri nemici, in maniera esistenzialmente provata: «È triste veder piangere un amico / ma è atroce vedere un nemico / che piange.»

A p. 78 troviamo questi versi così splendidamente provocanti tratti dalla poesia intitolata “La nona giornata della Novena di Santa Teresa di Lisieux: «Siamo soltanto un piccolo /popolo dentro a un cuore. / A ogni alba parliamo con qualcuno / che mai risponde / (…) / ma che pure non cessa di ascoltarci». Abbiamo a che fare con il mistero del Dio nascosto che pure il fedele sa (sempre) in ascolto, e con la prassi delle preghiera che acquista senso (facendosi appunto ascoltare da un Tu comunque accogliente), anche se pronunciata da labbra aride, incredule, ferite, colpevoli e magari distratte: «”(…) / ognuno tra di noi chiede soccorso / per la sua povera / anima crudele”» (dalla raccolta Avventure dell’Uomo e del Figlio).

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Dove l’anima del poeta si mette a nudo

Il poeta è un’anima che sa mettere e mettersi a nudo: «Stamattina ha cavato fuori l’anima. / (…) / Ha affondato pian piano la mano / dentro la gola / (…) / (gli sembrava di mordersi la gola / con i suoi stessi denti), / e ha posato il minuscolo uomo / rosso come lacca / (era unto di sangue) / sul tavolo; l’ha ripulito, / (…) / Al momento di riporlo, le mani hanno un poco tremato: / se non avesse più trovato il posto?» (ivi, p. 82: “Il Servo Rosso”, dalla raccolta Anniversari). Ogni esposizione è dolorosa e rischiosa, ma chi canta al ritmo dei versi non può evitare di porgersi e porgerli con la loro anche cruenta verità.

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Le preghiere e le orazioni

La dimensione orante e teologica è sempre una tensione (tragica ma a tratti venata di umorismo), un ponte tibetano gettato non solo sull’abisso ma pure proiettato in direzione di una sponda-che-non-c’è (se non appunto ricorrendo alla fede): «le orazioni scavano la melma / e il legno e i frantumi / lavorano per la sopravvivenza / son opera del sottosuolo» (ivi, p. 88: “Le orazioni” dalla raccolta Piazza delle preghiere massacrate).

E ancora: «Dopo la Resurrezione, / (…) / vi è ancora chi muore dopo aver vissuto / ma adesso vi è anche / chi prima di vivere muore / e chi soltanto dopo morto vive. / Saltando e risaltando oltre il confine, / cavallette della vita attiva, / tentiamo di trascendere la morte; / e il sublime genera commedia» (ivi, p. 90; “Uno strano trionfodalla medesima raccolta); «una bella mattina ho sentito / l’aridità della mia vita al trivio / mi sono dietro-volto / al Dio di mio padre / al Dio che qualche volta si epifana / in cruciforma / al Dio poco di moda» (ivi, p. 96: “La fede firmatadalla raccolta già citata); «io e la vita mia, / mai ci siamo incontrati. Ma poi penso: / queste albe, qualcuno le ha mandate; / queste albe, qualcuno le deve accogliere» (ivi, p. 100: “La tentazione”, dalla citata raccolta).

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«Chi debbo ringraziare per le rondini / a gara con il cembalo e i violini?»

A metà del libro abbiamo la faretra che accoglie i “dardi” di Volano in cento (tradotta da Graziella Sidoli), una delle due raccolte, assieme a Ogni meriggio può arrestare il mondo (tradotta da Michael Palma), offerte integralmente nell’antologia: sia per la posizione che per la completezza, è evidente che abbiamo a che fare con una tappa importante del cammino poetico di Valesio; ne riporto alcuni lacerti: «Ascoltami se vuoi: la preghiera / è un intraversabile burrone» (ivi, p. 106: “Dardo 4”); «Signor fa’ che ogni ruga del reale / mi torni interessante – e non basta: / che sia strana, che sia perplessante» (ivi, p. 127: “Dardo 23”); «Bel torace di Cristo, fa’ da scudo / al tronco della croce bruto e nudo;» (ivi, p. 134: Dardo 31); «Se non mi dai risposta questo è il segno / che mi stai ascoltando» (ivi, p. 158: “Dardo 56”); «Il dono della preghiera / (…) / è dato in dotazione ai non dotati» (ivi, p. 178: “Dardo 71”); «A ogni alba lo stesso tentativo / a ogni alba lo stesso tenta-vivo: / tentare di decidere / se la vita è al di qua o al di là / della linea del risveglio» (ivi, p. 194: “Dardo 85).

Seguono i 30 sonetti di Ogni meriggio può arrestare il mondo, raccolta in cui Valesio pare giocare tonalità più ironiche e sfumate fino all’idillio ma sempre dense di dubbi ardenti: «Chi debbo ringraziare per le rondini / a gara con il cembalo e i violini? / Chi posso ringraziare del profumo / dei fiori scapigliati in braccio al buio?» (ivi, p. 230: “Concerto in chiostro”); «Qualche volta pronunzi ad alta voce, / quando sei solo, la parola “vita”; / e ti appaùri, vedendo la foce / del fiume che ti scorre tra le dita. // “Vita” più “tua”: che congiunzione atroce!» (ivi, p. 238: “Il confronto e il bilancio”). Non mancano certo anche qui poesie vertiginosamente attraversate dal religioso, misticamente inchiodato allo scandalo cristiano del Golgota: «Qual è la prospettiva della Croce? / Lento strisciare a un termine lontano / giocando a fare da assistente al boia / (portiamo in spalla quello che ci uccide)» (ivi, p. 256: “Venerdì Santo”).

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Paolo Valesio

Un libro che si offre compatto nella diversità di metri e ritmi (da quelli quasi prosastici, all’efficace rivisitazione del sonetto) per il suo darsi come trancio d’anima di un poeta come Petrarca affascinato dal sacro, anzi in particolare dal divino che si è fatto prossimo nella Parola incarnata del Figlio dell’Uomo; e che come tutti noi deve fare i conti con le proprie zavorre, con quelle tentazioni che ci trattengono alla superficie di ciò che siamo (e siamo quasi angeli ma non dèi) con quelle ferite, deviazioni, incompiutezze e putridità che pure sono necessarie al nostro definirci e possono alimentare le nostre potenzialità (il letame è un ottimo concime). Certo l’uomo di oggi non desidera essere servo di nessun altro, tantomeno di un Dio che si considera al massimo una proiezione ingenua di bisogni che possono essere soddisfatti altrimenti… eppure la poesia di Valesio ci ricorda che siamo tutti poca cosa, servi inutili ma preziosi e unici se ci lasciamo umilmente lavorare dalla gioia di Dio e ci accodiamo al Maestro (cfr. ivi, p. 264: il sonettoLa sfida”): l’Unico che sa leggere il nostro “verso” (il retro dell’arazzo che è la nostra vita) e vederne già la bellezza in cammino.

– Alessandro Ramberti

 

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Poesie inedite

Queste poesie sono di prossima uscita in un’antologia edita da Qudulibri Bologna.

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Da L’Aureola del morso

 

La translinguistica signora

Mentre la pioggia intride
l’inadatto cappotto di lana
gli cola nel bavero e cala
un ozioso pensiero: tear
è una introiettata introflessa
rima di Maria
e associandosi a Maria
i pensieri si accavallano,
saltano dal gallo all’asino
si fanno sempre più oziosi:
quando la preghiera diviene
(così spontanea viene)
un racconto

Dio per sua natura le conosce già tutte (presumibilmente solo il tono è quello che lo interessa) ma quando uno racconta-prega rivolgendosi per intercessione a Maria la quale (salvo errore) non è onnisciente è probabile che per lei questo racconto sia una novità è probabile che lei tenda l’orecchio con autentico interesse è probabile che le parole bagnate di pioggia fino ad assomigliare lacrime riescano ancora un poco a intenerirla per quanto piccine-umanine siano le preoccupazioni

così che questa volta tear
trova una rima facile, estroflessa:
dear

destinata ai pesciolini che si cuociono dentro la padella dove le lacrime dovrebbero bollire ma non ci arrivano per via della pioggia la quale però anche se invernale è oggi stranamente carezzevole e insinua furtiva un annunzio di primavera.

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La sguardata

Maria ai piedi della croce crìstica
si metamorfosa in Maria dritta in piedi
a lato della pompa di benzina
mentre abbevera la sua jeep;
o è forse the other way around:
chi è rapita in basso, chi nell’alto –
qual è la differenza?
Lui può dire soltanto
che ha sentito una grande tristezza
per qualche cosa che si dileguava 

anche per colpa sua: non si è voltato mentre girava il muso dell’auto per lasciare la spiazzo e rientrare in autostrada (è sempre un po’ difensivo riguardo alla sua guida e non voleva fare una brutta figura di fronte a quella figura) così non conoscerà mai il messaggio nello sguardo di Maria in effetti non saprà mai se neppure vi fosse stato uno sguardo mariano su di lui come gingillo di una severamente asseverante protezione o forse benevolente condanna.

Autostrada Ottanta, Connecticut

 

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«Si metamorfosa in Maria dritta in piedi / a lato alla pompa di benzina»

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Tentando di afferrare un’intuizione

“La fiamma è bella!”

(Mila di Codro)

Lui prega che si rafforzi
questa intuizione sua –
che la cenere è bella
almeno quanto la fiamma
e anche quando la Fenice è assente –
e si trasformi in un convincimento

ma dove risiederebbe poi questo convincimento? Qual è la sua parte di mondo la sua radice la sua appartenenza? Aveva intravisto come sua sede il regno dell’estetica ma si è disilluso quando ha cominciato a sentire che si stava impigliando dentro reti di parole fragilizzate (il colore perlaceo o di velluto nero, le ceneri come diamanti pesti cose così) – dunque no. Questa convinzione delle ceneri (che lui sta ancora tentando di abbracciare con la mente) risiede in periferia – nella cintura extraurbana che scivola molle sui fianchi che ancheggiano nel lusso della città – nella suburra dell’umiltà – dove vi è una pallida una tenue possibilità che la deiezione e reiezione possano protendersi pretendendo una speranza di elezione.

Laghetto di Linsley

 Fiamma

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Gerarchie

Iddio non fa carezze
e il Figlio nemmeno e nemmanco
lo Spirito Santo
e poi nemmeno gli angeli ne fanno

peccato perché costoro sarebbero gli ideali facitori di carezze (o comunque ne sono gli ispiratori) infatti mentre il sesso è paritario – è sempre essenzialmente qualunque siano le contorsioni erotico-kamasutriche un rapporto orizzontale – la carezza è gerarchica va da un alto a un basso e viceversa ecco perché la Trinità e gli angeli sarebbero le ottime fonti della carezza – ma in verità solo nel senso che ne sono le fonti ideali infatti queste figure dell’alta santità ispirano i genitori quando si curvano a carezzare i bambini – e i bimbi quando si sollevano (quanto raramente! e facendosi pregare) a far carezze ai genitori – e le adulte non genitoriali quando riescono apologeticamente difensivamente a fare una carezzina ai bambini non loro ai bambini alquanto resistenti renitenti.

Laghetto di Linsley

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Spazzatura Party

“So che questo è un preavviso molto scarso ma primavera e Pasqua sono in arrivo allora pensavo se per caso voi gente sareste disposti e disponibili a un breve incontro (diciamo un’ora?) il sabato che viene. Potremmo radunarci alle ore 9 di fronte al cottage di Bob (per favore procuratevi guanti e buste per la spazzatura) discutere il piano di Tom per sfoltire il prato e poi passare il tempo che ci resta a raccogliere i detriti caduti o buttati dall’autostrada lungo l’orlo del campo. Per favore fatemi sapere che cosa ne pensate – al più presto possibile. Riempite la parte inferiore del foglio (‘Idea buona/idea non buona’; ‘non posso farlo sabato/alternativamente suggerisco la data del____’) e mettetela nella mia buca delle lettere – saluti – Judy”.

Laghetto di Linsley

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La cintura esplosiva

Un errore che sia al tempo stesso prepolitico e postpolitico può facilmente trasformarsi in un orrore – con il (quasi) paradosso dell’orrore che non si limita a restarsene là fuori accovacciato come un drago fangoso ma diventa elemento pensante dentro una singola coscienza così acquistando mostruosamente una sua dignità che come altro si può chiamare se non spirituale?

Ecco per spiegarsi tutto questo – lui si sente ob-ligato a tradurre di seconda mano (dall’inglese del “New York Times” che presumibilmente viene dall’arabo) il messaggino cellulare inviato da S.A. al fratello S. alle ore 21,05 di un mercoledì sera e il giovedì seguente S.A. si fa esplodere giù in città):

“Vi abbiamo perduto.
Se fosse in poter nostro
verremmo a voi
(verremo a voi)
nel mezzo del sogno.
Non sappiamo se la nostra mancanza
sarà da voi avvertita”.

Laghetto di Linsley

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