IL GROSSO ANIMALE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” l’11 marzo 2018 col titolo “Simone Weil e il ‘grosso animale’: come limitare il male in politica?”
 

 

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Un grosso animale (tra i più grandi e pesanti)

IL GROSSO ANIMALE

Interrogarsi sulle reazioni emotive e soggettive, prima o invece di quelle ideologiche, di fronte al processo elettorale è un esercizio (nel senso antico e forte del termine) tutt’altro che ozioso. Sono certo di non essere la sola persona che nelle sue sue varie esperienze di votante e di non-votante ha sentito alternarsi in sé nel corso degli anni, e indipendentemente dallo specifico contenuto o non-contenuto del voto, sensazioni “laiche” di accresciuta vitalità (diciamo, un trionfalismo cittadino) con sensazioni “rituali”: come di fronte a un atto quasi troppo forte, che sfondi una misteriosa barriera.

“Quello vegetativo e quello sociale sono i due dominii dove il bene non entra. Cristo ha riscattato il vegetativo, non il sociale. Non ha pregato per il mondo. Il sociale è, irriducibilmente, il dominio del principe di questo mondo. L’unico dovere che si ha riguardo al sociale è quello di tentare di limitare il male. (Richelieu: ‘La salvezza degli stati si trova soltanto in questo mondo’)”. Così scrive Simone Weil nel capitolo intitolato “Il grosso animale” del piccolo libro intenso La pesanteur et la grâce, che io tradurrei La grevità e la grazia. (Esistono comunque varie traduzioni italiane del libro, alcune migliori delle altre). Si tratta com’è noto di un’opera pubblicata postuma da Gustave Thibon, il quale trasforma in capitoletti tematici secondo un ordine non cronologico (e con poche ma interessanti note a piè di pagina) appunti dallo stile aforistico che appartengono originariamente alla vasta raccolta di Quaderni della Weil. “Il grosso animale” richiama una lunga similitudine sviluppata dal personaggio Socrate nel libro VI della Repubblica platonica: e si riferisce in sostanza alla massa comunitaria, con tutti i suoi elementi buoni e cattivi. (Ma la Weil ne dà una definizione drammatica, ed enigmatica, scrivendo che il grosso animale è “il solo oggetto di idolatria, il solo surrogato di Dio, la sola imitazione di un oggetto che è infinitamente distante da me e che è me stessa”).

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Un grosso carnivoro

 

ll citato aforisma sul vegetativo e il sociale non è in-pertinente rispetto alle elezioni italiane; in particolare, potrebbe servire a riflettere su quel trenta per cento (pare) di aventi diritto al voto che hanno scelto, in vari modi, di non esprimerlo. Ma, sull’esempio di pensiero libero offerto dalla Weil, proviamo ad andare al di là degli “ismi” che hanno devastato il Novecento e che oggi sembrano essere ripetuti per inerzia – astensionismo, (anti-)fascismo, (anti-)comunismo, progressismo, conservatorismo, qualunquismo, sovranismo, populismo ecc. – e a interrogarci sul livello psicologico, o meglio spirituale, di base. Se in mezzo ai nostri procedimenti sociali si erge qualche cosa come un idolo (il Grosso Animale), come liberarci o almeno distanziarci da esso? Come aggirare l’ostacolo e guardare in faccia, senza veli, la società? Le possibilità sono divergenti, forse opposte; e chi pensa e riflette contempla queste divaricazioni senza cedere al rancore di parte ma anche senza ricercare a ogni costo un compromesso rassicurante.

Per rendersene conto basta rileggere quel breve passo. Una pensatrice geniale (e anche troppo assertiva) come la Weil ci dà un bell’esempio di come realizzare quel genere non facile che è l’aforisma. Un aforisma che si faccia rileggere dovrebbe essere un po’ enigmatico, e dovrebbe anche avere il coraggio di rischiare l’impertinenza o almeno l’apparente non-pertinenza – come per esempio l’apparizione improvvisa di quella frase più o meno apocrifa del cardinal Richelieu, la quale evoca (anche se a contrario) l’orgoglio francese per la tradizione del grand siècle che sopravvive anche in una scrittrice così spregiudicatamente modernista come la Weil. (Per fare un parallelo, pensiamo a come suonerebbe, nell’atmosfera così ben pettinata degli aforismi che imperversano oggi in Italia, l’irruzione di una frase di Guicciardini dentro il contesto di una riflessione di tipo religioso). Ma soprattutto, un vero aforisma deve realizzare un lungo viaggio nello spazio di un semplice paragrafo; e qui si viaggia – o si salta – da un’atmosfera di tipo gnostico (l’immagine della società come dominio luciferino, e quella strana frase su Gesù che non avrebbe “mai pregato per il mondo”) a un’atmosfera di impronta umilmente cristiana su come si debba “tentare di limitare il male”.

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Una preghiera ma non per questo mondo

 

Ecco: in quest’aria post-elettorale ancora agitata, tutti noi – quelli che hanno votato votando così come coloro che hanno votato non votando – siamo chiamati a interrogarci, andando oltre i cliché, non tanto sul modo in cui dovremmo camminare dentro la polis, quanto sul cammino che di fatto abbiamo già intrapreso. Stiamo cercando di raggiungere un “discernimento profetico” (come è stato detto di recente, con una frase molto bella), oppure ci occupiamo del tentativo di limitare il male? Entrambe le vie valgono la pena di essere percorse: basta essere consapevoli della scelta.

             –  Paolo Valesio

 

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L’ADDENTRO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 febbraio 2018 col titolo “L’astenuto, un cittadino “inutile” che pone domande troppo radicali”.
 

 

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La vita politica: I Quaccheri hanno il loro da dire. Jan de Bray, «The Regents of the Children’s Orphanage in Haalem», 1663

 

 

L’ADDENTRO

Forse gli intellettuali – questi eremiti laici delle città (les intellos, come li definiscono i francesi con scorciatura ironica) – esistono ancora. E forse sono ancora pronti a “dire la verità in faccia al potere” (speak truth to power), secondo lo scultoreo motto dei Quaccheri; o almeno, a sostenere (come scriveva José Ortega y Gasset già negli anni Trenta) la paradoxa contro la doxa – cioè la visione criticamente meditata (la paradoxa) contro l’opinione acriticamente massificata (la doxa). Comunque sia, questa peculiare campagna elettorale può essere un banco di prova, per capire se l’intellettuale (quello che Alfredo Panzini chiamava il “povero letterato”) ha ancora qualcosa da dire.

I politici sono tenuti dal loro mestiere a parlare sempre in zona di esteriorità – stanno sistematicamente nel “fuori”. È il mestiere loro, appunto; e criticarli per questo è una delle manovre moralistiche a cui ricorrono i molti (troppi) commentatori i quali sembrano cosi voler giustificare il loro star fuori dai fenomeni pur avendo la possibilità di andare più addentro. Non si tratta di star dentro o fuori da centri più o meno segreti di informazioni e di potere; bensì di ritrarsi ogni tanto dal turbine sociale particolarmente coltivato dai politologi, e adottare la prospettiva del soggetto. Questo potrebbe ancora essere compito degli intellettuali, e non soltanto di essi.

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Una visione delle tane dei eremiti laici dell’Italia di oggi

Per esempio: le speculazioni sui sondaggi finalmente si sono taciute, non senza aver procurato qualche danno con la loro apparente obiettività. A chi giova infatti l’insistenza, sotto le apparenze scientifiche di una certa numerologia, riguardo alla futura “ingovernabilità”? Alla compagine filogovernativa, la quale indirettamente lancia un avvertimento con una leggera vena minatoria: ‘E vabbè, questa volta perdiamo – ma tanto non vale, e si tornerà a votare un’altra volta’. Senza contare (ma forse anche questo era stato messo in conto) che ripetuti avvertimenti di questo tipo possono incoraggiare il voto-no; così chiamato per raccogliere sotto un termine solo la vera e propria astensione, il voto bianco e il voto nullo – tre opzioni che comunque andrebbero distinte accuratamente dopo le elezioni, in vista di un’analisi seria la quale difficilmente avrà luogo perché non è nell’interesse del potere. Si potrebbe anche parlare di un “voto bianco”, ma non conviene: collocare tra i colori in gioco – che si rifanno all’eterna coppia di quel bel titolo di Stendhal, “Il rosso e il nero” – il bianco, evocherebbe un’immagine troppo molle, fra la castità e l’impotenza. Comunque, con il voto-no si esce dalla politica come aneddotica e si solleva una questione le cui implicazioni di fondo riguardano la filosofia della politica, o semplicemente la filosofia.

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La filosofia della politica del momento

Due sono le mosse con cui lo Stato Profondo para il cosiddetto pericolo del cosiddetto astensionismo: mantenere un muro esterno di silenzio intorno al silenzioso muro interno dei potenziali ribelli, senza provare a scavare varchi in quest’ ultimo; e al tempo stesso, trattarli come una massa più o meno patologizzata, usando termini-chiave come “la rabbia” o il suo contrario e complementare, “l’inerzia”. Proviamo invece a pensare che cosa sarebbe successo se – in ogni rissa serale alla televisione, in ogni rassegna di interviste ai politici – si fosse lasciato uno spazio anche per un rappresentante del voto-no. (A onor del vero, alcuni pochissimi organi, come questo giornale, hanno fatto parlare un “astensionista”; il quale non è parso né rabbioso né inerte.) Le conseguenze di questo autentico dialogo avrebbero meritato un aggettivo che ormai è relegato in soffitta: rivoluzionarie (nel senso, beninteso, pacifico e umanista di Gandhi, Martin Luther King e simili personalità).

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Martin Luther King, Jr. e sua moglie e la dura lotta per la conquista e la difesa del voto

Mi è appena sfuggito il termine “rappresentante” per parlare di un individuo che sostenga il rifiuto pacifico: ma questo aggettivo è fuorviante – ed è qui che emerge la questione filosofica. Il votante-no infatti, se parlasse, parlerebbe per sé – nel suo modo particolare e idiosincratico. Lui o lei si pone come individuo nel pieno senso del termine, fuori dalla logica massificata, dunque esposto al rischio di essere bollato come cittadino “inutile” – e qui affiora la categoria evangelica del “servo inutile” (Luca 17, 10). Ma inutile a chi, a che cosa? Come “il servo inutile” descrive in realtà la fondamentale condizione umana, così che l’aggettivo (la cui traduzione comunque è discutibile) risulta in fondo pleonastico, e resta soltanto l’idea di uno che serva una realtà superiore; così il cittadino “inutile” definisce in effetti la condizione fondamentale di ogni cittadino nella polis, intellettuale o no che sia: il semplice cittadino, senza sovrastrutture e concrezioni ideologiche. Ma dove va, questo cittadino? Ecco la questione filosofica (e politica): che come tale pone una domanda radicale, sulla cui risposta è aperta la riflessione.

  Paolo Valesio

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POESIA VISIONARIA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  7 gennaio 2018 col titolo “Poesia, la vendetta di d’Annunzio e Pasolini”.
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Una branca dei “tutto-un-po’”

POESIA VISIONARIA

Alla domanda: “Chi sono i non-specialisti che per mestiere si occupano di tutto un po’?”, molti di noi risponderebbero: “I giornalisti” – anche senza adottare necessariamente un tono ironico (che infatti non è quello del sottoscritto). Una società democratica ha molto bisogno di scrittori e scriventi generalisti; però se fossero soltanto i giornalisti ad assolvere questo ruolo, la società sarebbe pericolante (come infatti è). Il pericolo sono le gabbie ideologiche, a volte poco visibili ma presenti in moltissimi prodotti giornalistici e saggistici. Fra queste sbarre, quel “tutto-un-po’” che a prima vista appare felicemente libero, finisce col rivelarsi costretto e ristretto.

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Non-specialisti negli anni

Ma esistono dei generalisti ben diversi – generalisti che sembrano destinati a infrangere le sbarre di tutte le gabbie ideologiche, e offrirci un più profondo senso del tutto-un-po’: questi generalisti sono (dovrebbero essere) i poeti. Il tutto-un-po’ (è bene precisarlo) non è il “tutto”: quest’ultima è una categoria astrattamente metafisica e non circumnavigabile; mentre il tutto-un-po’ è un’area tanto pittoresca quanto poco definita: quella delle analogie e delle metafore, dei salti di palo in frasca, delle intuizioni fulminee, delle associazioni di idee. Insomma, il territorio di caccia favorito dai poeti.

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I bohemiennes italiani

E invece, che stanno facendo i poeti oggi in Italia? Per spiegarci in breve, potremmo eseguire una variazione sul titolo di un pamphlet che criticava tutta una situazione di pensiero: quello pubblicato da Immanuel Kant nel 1796, Di un tono da gran signori adottato di recente in filosofia, e riecheggiato poi (1983) da Jacques Derrida: Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia. Ecco, nella situazione italiana si potrebbe creare un nuovo titolo di pamphlet-da-non-scrivere, passando dalla filosofia alla poesia (si tratta comunque di due sorelle), che suonerebbe così: “Di un tono dimesso adottato di recente in poesia”.

LIBRO

Tono che, va detto subito, di per sé è accoglibile, in quanto genera tanta poesia raffinata. (Della poesia, con rispetto parlando, si può dire quello che una volta si diceva del maiale: da tutto il suo corpo si può estrarre nutrimento.) Ciò non toglie che si senta la nostalgia per la poesia visionaria del tardo Novecento, con le sue declinazioni di pensiero (non di mera ideologia) tanto diverse fra loro come quelle di Pier Paolo Pasolini, David Maria Turoldo, Giovanni Testori. Tutti poeti che hanno anche avuto, talvolta , punti di caduta – ma la poesia vive nella concretezza degli sbalzi di pensiero e di linguaggio – e però ci hanno consegnato vaste visioni del mondo.

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Il nuovo millennio ha bisogno di una rinnovata poesia della visione, accanto alla poesia della cosiddetta “realtà”, cioè la poesia della semplicità dimessa che dipinge acquerelli smorzati. (Per non parlare dell’abbastanza noiosa poesia detta “civile”, che oscilla fra l’indignazione moralistica e la polemica partitica). I dizionari di citazioni riportano ancora la frase vergata dal genio di Percy Bysshe Shelley (nel suo grande saggio Una difesa della poesia del 1821) sui poeti come misconosciuti legislatori del mondo; e leggiamo ancora con rispetto la cosiddetta Lettera del Veggente (siamo già nel 1871) di Arthur Rimbaud. Ma poi tanti nostri cantori del dimesso si concedono il lusso di sogghignare sulla posizione di veggente che Gabriele d’Annunzio, vero fondatore della poesia novecentesca, era riuscito a guadagnarsi (come ben sapeva il citato Pasolini, poeta non-dimesso, che sente l’ansia dell’influenza dannunziana anche se la tiene ben nascosta).

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Ma ciò che qui è in gioco va ben al di là della storia letteraria, ed evoca una particolare possibilità di “collaborazione” indiretta dei poeti con i giornalisti, i saggisti, i politologi. La visionarietà dei poeti, infatti, può stimolarci a parlare dello stato delle cose oggi in un modo che sfidi con un po’ di coraggio i vari luoghi comuni correnti: può aiutarci per esempio a guardare da una prospettiva nuova il periodo della presidenza Trump (che ha cambiato in modo definitivo la storia politica degli Usa); e può – per portare un altro e più vicino esempio – indirettamente esortarci a cambiare un pochino le abituali omelie sull’Europa, la quale intanto si è frammentata (anzi no: si è articolata) in Europe. La poesia, certo, non può letteralmente prescrivere leggi all’Europa o alle Europe (e ovviamente nemmeno Shelley aveva in mente un’idea così ingenua). Però la poesia oggi potrebbe, nei suoi imprevedibili modi (di fronte ai quali dobbiamo essere sempre pronti a lasciarci sorprendere), contribuire a salvare ciò che resta di quel qualcosa che si potrebbe chiamare lo spirito europeo.

 – Paolo Valesio

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Evviva lo spirito europeo!

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IL BORGO ESTERNO

   Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net”  del 30 dicembre 2017 col titolo “INCENDIO A NEW YORK / Nel Bronx, l’America dei poveri esiste ancora”.
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La vista dal Bronx

IL BORGO ESTERNO

Il viaggiatore a cui capitasse di appisolarsi nell’ultimo quarto d’ora del suo viaggio in treno dal capolinea di New Haven nel Connecticut si risveglierebbe d’improvviso nel luccichìo di Grand Central Station a Manhattan (l’altro capolinea), avendo mancato le ultime due fermate intermedie.

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Il luccichìo di Grand Central Station

Così potrebbe cominciare un lungo romanzo in stile dickensiano (se ne scrivono ancora, su New York, e resistono a tutte le mode, proprio come New York). Ma lasciamo perdere i romanzi; quelle due ultime “trascurabili “fermate prima di Grand Central si chiamano “Fordham University” e “Centoventicinquesima Strada”. A entrambe le stazioni scende una mescolanza di media e piccola borghesia con venature bohémien (gente per lo più giovane o almeno giovanile, di quella illusoria giovinezza con cui gli studenti contagiano i loro professori) e di “sottoprivilegiati” come usa dire qui (insomma, borghesia piccolissima e semi-poveri). E così, quando il treno irrompe dentro gli enormi tunnel di Grand Central, sono rimasti quasi soltanto i borghesi medio-alti, quelli che possono permettersi gli affitti semi-pornografici di Manhattan.

La stazione chiamata Fordham University si trova nel Bronx, e forse non moltissimi sanno che nel Bronx ha sede la maggiore università privata di New York dopo Columbia e New York University (entrambe private) – o più precisamente vi risiede uno dei suoi due campus, quello idillicamente chiamato “Rose Hill”. E in effetti, l’ambiente là è idilliaco: parco ben pettinato, edifici neogotici – un po’ come l’Università di Yale. D’altra parte, come il solenne campus di Yale è circondato da quella zona abbastanza povera e abbastanza dura che è il centro di New Haven, così il campus di Fordham nel Bronx sorge a poca distanza dal luogo dove è scoppiato il massacrante incendio di cui ancora non si conoscono tutti i dettagli. Ma che non è troppo azzardato ipotizzare sia stato causato da un incidente a un apparato elettrico o conduttura del gas non a norma – insomma, da uno di quegli accrocchi con cui si arrangiano i più poveri, e che risultano particolarmente pericolosi nelle rigide notti d’inverno, come quelle che hanno già cominciato ad apparire a New York. Ed è possibile che l’incendio sia stato doloso. (Anche qui, due ipotesi: o un’azzardata speculazione finanziaria, oppure – sembra folle, ma sono storie di ordinaria follia – una vendetta di clan familiare o di gang giovanile.)

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L’idillico “Rose Hill” campus della Fordham University nel Bronx

Dicono (ed è vero) che il Bronx non è più quella sorta di cratere bombardato che era negli anni Settanta; adesso vi circola e vi lavora tranquillamente quasi un milione e mezzo di newyorchesi. Dicono (ed è vero) che il Bronx è la sede di alcuni dei luoghi più affascinanti e prestigiosi di New York City: oltre la citata Fordham University (con le sue eccellenze giuridiche e l’impronta studiosa delle sue origini gesuite), il mitico Yankee Stadium, lo Zoo (forse il più grande zoo urbano negli Stati Uniti), l’Orto Botanico.

Ma che significa poi tutto ciò, in una notte d’inverno come questa, quando le scale antincendio (che vanno zig-zagando lungo le facciate di tanti edifici, anche a Manhattan, e in primavera-estate servono a berci una birra in compagnia o a sistemarci piantine) diventano il percorso di fughe disperate? Qui siamo pur sempre in uno di quelli che (con un linguaggio involontariamente di casta) si chiamano a New York “i borghi esterni” (the outer boroughs), ovvero le quattro suddivisioni amministrative (Il Bronx appunto – dove l’articolo determinativo è parte orgogliosamente integrale del nome – e poi Brooklyn, Queens e Staten Island) che fanno da corona a Manhattan: è rispetto a quest’ultima, appunto, che i primi quattro sono distinti un po’ schifiltosamente come “esterni”.

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“The Bronx Is Burning”

La maggior parte dei manhattaniti, quando visitano Il Bronx, scendono alla fermata della metro accuratamente scelta e vanno svelti verso uno di quei luoghi privilegiati. (Ricordo che, in uno dei miei primi anni a Manhattan, quando mi attardai un poco passeggiando con una collega lungo una di quelle strade, un anziano afroamericano ci guardò sorridendo ed esclamò con bonaria ironia: “Ehilà, oggi abbiamo dei turisti fra noi!”). Ecco: in notti come queste i rapidi cambiamenti di ambienti, di microcosmi interi, che costituiscono una delle grandi fonti di fascino di New York City, rivelano anche il loro risvolto crudele.

– Paolo Valesio

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Le macerie del Bronx di un’altra epoca

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IL TUBO-BOMBA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  12 dicembre 2017 col titolo “ATTENTATO A NEW YORK/ Vendetta per Gaza? Troppo grande per un terrorista part-time”.
 

 

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Il “pipe bomb”, o tubo-bomba

 

IL TUBO-BOMBA

Un ”tubo-bomba” a Manhattan? Beh, “tubo-bomba” è una parola che fa un po’ ridere – anche se c’è poco da ridere in questa guerriglia dei poveri, dove volano gli stracci di un disgraziato. Ma come, se è un terrorista confesso? Sì, tuttavia i due ruoli non si escludono: disgraziato significa, primariamente e ovviamente, ‘colpito da disgrazie’ dunque degno di compassione; ma in molte parti d’Italia, vuol dire anche ‘un povero scellerato’; e noi sentiamo che i due significati non sono nettamente distinti, anche senza scomodare Sigmund Freud e le sue osservazioni del 1910 sul “significato opposto delle parole primordiali”. Certo, non è chiaro se disgraziato sia una parola primordiale (e poi, che cos’è una parola primordiale?); quello che è chiaro, in compenso, è che il referente di questa parola, l’essere disgraziato, è in effetti una posizione primordiale.

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Colpito da disgrazie e in una posizione primordiale

Nel momento in cui scrivo si sa ben poco su questo tentato attacco terroristico – questo (at)tentato – nel ventre di Manhattan. Ci troviamo allora in un limbo informatico dove possiamo dimenticare per qualche momento il dibattito fondamentalmente fasullo (fake) sulle fake news, e contemplare le varie sfaccettature di quella che chiamiamo “realtà” senza stare a pontificarci sopra, in cerca di quella che chiamiamo “verità”. Chi descriverà – oso dire, chi canterà (di un canto dissonante e un po’ cupo, certo) – il ventre di Manhattan, come Émile Zola ha cantato Il ventre di Parigi e Matilde Serao Il ventre di Napoli? Sì, perché: è vero che il Port Authority Bus Terminal (luogo del fattaccio) si trova dalle parti di Times Square sulla Quarantaduesima Strada – ma l’immagine che a questo punto sorge alla mente rischia di essere infedele alla “realtà”, se non si tiene presente che a Manhattan basta percorrere pochi isolati perché sembri di essere passati da una città a un’altra città. E’ la radice del fascino, e del turbamento, che questa metropoli esercita anche sui suoi cittadini – ed è una delle ragioni fondamentali per cui, di Manhattan, uno non si stanca mai.

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Il mega-ingorgo: sogno di tutti i terroristi, incubo di tutti i pendolari. E la vita va avanti lo stesso

Pare che questa stazione di autobus (e della metro) sia la più grande degli Stati Uniti, e che ci transiti giornalmente un quarto di milioni di persone (soddisfacendo così la sete newyorchese di grandezza – non dimentichiamo che lo Stato di New York ha come nomignolo ufficiale quello, modestamente, di Empire State, lo “Stato imperiale”). Ma, appunto, tornando alle profonde differenze nello spazio di pochi isolati: lo scintillìo della Times Square a tutti nota, quella che domina l’intersezione fra Broadway e la Settima Avenue, non si riflette un po’ più a Est, sulla Ottava Avenue in cui si trova la cavernosa Stazione degli Autobus. Che è certo uno snodo efficiente (messo a dura a prova, peraltro, dal disgraziato di oggi), ma è anche rimasto un luogo fondamentalmente grigio e opprimente. Diciamo che la grande operazione di restauro cittadino negli ultimi anni, che ha promosso Times Square dalla pornografia alla semplice pacchianeria salvandone la spettacolarità turistica, nel caso della Stazione degli Autobus ha potuto soltanto promuovere questa Stazione dallo squallore al grigiore. Anche perché l’autobus resta sostanzialmente il veicolo dei poveri e degli studenti; e d’altra parte la metro alla Port Authority è soprattutto il veicolo dei pendolari, che si diramano per tutta la città e (passando sotto il fiume Hudson) arrivano fino al New Jersey.

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Il risultato delle sue stesse azioni

Che cosa ha obiettivamente ottenuto, allora, questo tassista ventisettenne (qualunque siano le ragioni che tenterà di spiegare a se stesso e agli altri)? Un mega-ingorgo di traffico, che si aggiungerà alle fatiche quotidiane dei pendolari newyorchesi, e al senso di stentata avventura di chi arriva in autobus a New York dalla grande provincia americana. Egli risiedeva da anni nel quartiere di Flatbush a Brooklyn – un quartiere definito con eufemismo sociologico come “socialmente diversificato”; quale sarà stata la sua percezione, non dico della politica mondiale, ma della vicina/lontana Manhattan? E’ vero, Manhattan è oggi una città molto più sicura di quel che fosse negli anni Settanta, il periodo del Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese. Eppure il tassista fittizio di quel film (coetaneo di questo tassista reale dal Bangladesh) resta, nella sua disgraziataggine, un grande personaggio perché rappresenta la situazione in cui ancora dimoriamo: quella in cui esistenze duramente (direi, brutalmente) personali si incrociano in maniera selvaggia con la politica cosiddetta “grande”.

– Paolo Valesio

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Il tassista dostoevskiano suo coetaneo nell’immaginario di Scorsese degli anni Settanta

 

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Le piccole metamorfosi

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  2 novembre 2017 col titolo “Francesco e il dono di scardinare le strutture prefissate”.

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LE PICCOLE METAMORFOSI

Una visita papale, per quanto breve, produce sempre nel luogo visitato alcune metamorfosi. Per esempio, durante la visita a Bologna di papa Francesco nel primo giorno d’ottobre è risuonato uno sparo; fortunatamente non diretto alla Sua persona, dunque in nessun modo collegato all’ottimo funzionamento della rete di sicurezza che avvolgeva la città. Ma si è purtroppo trattato di un suicidio, compiuto da un uomo di ben 89 anni. E, alla fine del pranzo con cui il Papa ha intrattenuto nella basilica di San Petronio in Piazza Maggiore (nel cuore della città) venti carcerati, due di essi si sono allontanati sfuggendo ai loro custodi. Cosa voglio dire? Un’ovvietà, forse, ma che merita un attimo di riflessione: nemmeno il Papa può cambiare l’incessante scorrere della vita tutt’intorno, con la sua spietata mescolanza di tragedia e commedia.

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Deserto o gabbia? La basilica di San Petronio in Piazza Maggiore a Bologna, la rossa

Quello che il Papa poteva fare era dare un senso generale all’evento, inquadrando la giornata nella cornice di un motto che era anche un’esortazione: “Pane, parole e poveri”. Tre P che sono sembrate la risposta costruttiva e misericordiosa alle ciniche tre F – “Feste, farina e forca” – attribuite ai Borboni di Napoli. E queste P sono tornate alla mente, di fronte alle centinaia di persone (donne e uomini di varie età e nazionalità) che camminavano nella tarda mattinata, fluendo verso la Piazza Maggiore e poi – trovandola piena e bloccata – rifluendo dentro le strette vie medievali tutt’intorno. Avevano facce assorte e insieme distratte, con un’espressione che era qualcosa di più della curiosità: i loro volti erano divisi tra la speranza e la perplessità. Veniva allora in mente la domanda martellante di Gesù: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? […] Allora, che cosa siete andati a vedere? […] Ebbene, che cosa siete andati a vedere?” (Mt 11, 6-9).

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Vicario di Cristo a Bologna

Che cosa siamo andati a vedere? Forse, un modo per tentare di figurarci nella mente quali fossero, nelle tre P, le “parole”; ma qui, ognuno doveva scegliere per conto suo. In effetti, in ciascuno di quei volti si intravedeva tutto un silenzioso lavorio mentale, per identificare le parole che meglio si adattassero a ciò che dietro il volto si muoveva.

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L’uomo della pace si fa un selfie

Uno dei cittadini là in mezzo ha trovato dentro di sé parole forse prevedibili, e che tuttavia gli sembrava di dire seriamente a se stesso per la prima volta: “Uomo della pace” e “Vicario di Cristo”. Il Papa, costui ha sentito allora, non è semplicemente un uomo di pace (nella retorica un po’ compiaciuta del pacifismo): è l’uomo che incarna la pace. Si pensa di solito alla diplomazia come tecnica, ma il Papa rappresenta la base metafisica della diplomazia in quanto conciliazione.

Quanto al “Vicario”, la tentazione cui il cittadino non ha resistito è stata quella di fare un salto mentale anche troppo audace; e immaginarsi per qualche momento (suggestionato in parte da alcune opere di fine Ottocento che gli erano rimaste impresse): Se Cristo stesso fosse entrato a Bologna? Un po’ come Dostoevskij aveva descritto, con “La leggenda del Grande Inquisitore”, il Suo silenzioso ingresso in città; o come il pittore belga James Ensor aveva dipinto con colori violenti in quel quadro-shock del 1888 che è “L’ingresso di Cristo a Bruxelles”.

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Il buon deserto della Bibbia

Ma poi quel cittadino si è reso conto che non si trattava di nascondersi dietro rievocazioni artistico-letterarie, bensì di rispondere francamente alla domanda: – Che cosa sei andato a vedere tu, nel deserto? E qui è avvenuta la (piccola) metamorfosi. Fino a quella strana giornata di inizio-ottobre, infatti, lui avrebbe continuato a pensare a Bologna, se non come un deserto, come a qualcosa di simile a una gabbia. Questa città troppo grande per riconciliarsi con il suo stato di provincia, e troppo piccola per illudersi di essere una delle tre o quattro (o due) grandi città italiane; questa città che (a eccezione di un pugno d’anni che non hanno cambiato nulla) non ha mai mutato il suo regime politico dal 1945 a oggi, tendendo così a imporre una plumbea mediocritas.

Ebbene, no: tutto può cambiare. Dove entra il Vicario di Cristo, si dissolvono spiritualmente tutte le strutture prefissate (urbanistiche, politiche ecc.). E forse è questo il deserto (un buon deserto) di cui parla il Vangelo; con la sua possibilità di ricominciare sempre di nuovo, di introdurre la modesta ma decisiva differenza dell’individuo.

Paolo Valesio

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Il deserto dell’individuo

 

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NEVADA, NEVADA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  4 ottobre 2017 col titolo “Panino, birra e tante armi: dentro la “normalità” che cova la violenza”.
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Insegna iconografica in lutto

NEVADA, NEVADA

È cominciato il bla-bla-bla sulla follia dell’uomo solitario congiunta alla follia di massa delle straripanti armi da fuoco, e sulla fragilità e le contraddizioni dell’impero (anche se l’impero non esiste più). E va bene così – dopo tutto, sono le frasi che ci rassicurano su come (non) va il mondo, quando scorriamo il giornale al momento del caffè e del cornetto. Ma proviamo a fare un piccolo passo di lato, e guardare per un istante uno dei tanti angoli di quello sfaccettato oggetto che è ogni evento o cosa nel mondo – e già: di quale oggetto stiamo parlando?

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Strati di storia nei nomi dei posti nel Sud-Ovest americano: Dai nativi al colonialismo spagnolo all’espansione anglo-americana

Ah, il Nevada Nevada come Sierra Nevada – Nevada come “nevicata” – Nevada il cui più grande e meglio conosciuto centro urbano è Las Vegas: las vegas ovvero “le pianure” – in questi Stati diciamo così Uniti in cui l’inglese, lingua imperiale qui e in tutto il mondo, si rivela a volte essere uno strato abbastanza sottile che copre lingue più antiche : come lo spagnolo, e sotto lo spagnolo le lingue dei nativi. Mojave, per esempio, che dà nome al deserto fra California e Nevada – una di quelle distese, come il deserto di Sonora più a sud, dove l’aridità diventa sublime e anche terribile (per le migrazioni disperate): sono i volti quasi-visibili di Dio nel Sud-Ovest americo / messicano.

 

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La notoria “Striscia”

Siamo arrivati (per via traversa) alla notoria “Striscia” tutt’altro che pura come neve (a meno che non si pensi alle strisce di “neve” che non è tanto difficile procurarsi a Las Vegas): lo Strip (soprannome di Las Vegas Boulevard) che inevitabilmente fa venire in mente anche lo strip tease – insomma, lo Strip della strage. Visto che certamente sta per cominciare il turismo stragistico (come se il turismo di Las Vegas non fosse già abbastanza pacchiano) che andrà a fotografare le tracce-ricordo del macello, qui si vorrebbe suggerire un modo molto economico, un modo da studente o da osservatore vagabondo, per visitare Las Vegas.

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Esercito di “banditi-con-un-braccio-solo”

Visitarla di carriera (più a lungo, non vale la pena) dopo ore e ore di viaggio in vecchia automobile, possibilmente intorno alle quattro del mattino. Così si è troppo stanchi per giocare seriamente d’azzardo e ci si limita a perdere qualche decina di dollari con le macchine a gettone – i cosiddetti “banditi-con-un-braccio-solo”, braccio che è poi la levetta che si abbassa sperando in un pioggia di monete – quando i ristoranti sono ormai chiusi, dunque ci si arrangia con un panino-e-birra. Senza trascurare di dare un’occhiata ai luoghi più interessanti della città: le cappelline simil-cattoliche o simil-protestanti dove c’è sempre qualcuno pronto a celebrare un rapidissimo matrimonio nuovo, magari sulla base di documenti di divorzio confezionati alla svelta (è la vita che si stabilizza, a fianco dell’esistenza destabilizzante negli hotel e nei casinò). E infine ci si abbatte sul materasso in qualche motel di terz’ordine (ci sono anche quelli, all’ombra degli albergoni mostruosi), in compagnia o no: si è comunque troppo stanchi per qualunque alternativa al sonno, in preparazione delle lunghe ore di viaggio che cominceranno all’alba. E poi, è passato il tempo delle comitive pittoresche descritte da Jack Kerouac: in questi viaggi attraverso il paese, le coppie servono essenzialmente a condividere le ore di guida e le spese della benzina.

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Emblema della serata “sulla strada”

Vabbè, ma che c’entra tutto ciò, con il massacro ancora fresco? C’entra, perché, primo: è in questi angoli di vita americana (anche gli angoletti carini, come pare sia la casetta in campagna dove abitava lo sparatore) che emergono le idee più pazze – siano esse poetiche (come quelle del citato Kerouac, e di tanti altri sognatori / narratori americani) o violente. Secondo: queste, e simili, quotidianità chiariscono come, nell’Occidente contemporaneo (in Europa non meno che negli Stati Uniti), le stragi rientrino ormai da tempo nella strategia istintiva della popolazione: l’assorbimento delle perdite. Sostanzialmente: ci si rassegna ai massacri localizzati di civili da parte dei vari terroristi, fino a che la quantità delle vittime non diventi tale da sconvolgere profondamente il ritmo della vita individuale, e il ritmo degli affari (commercio, turismo). È una situazione che si può descrivere con il topos del “bisogna continuare a vivere normalmente” (come prova della superiorità dell’Occidente liberale, e via bla-bla-blando), oppure come una forma di tragicità grigia contemporanea.

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Amanti della musica in fuga

Lasciamo questa scelta agli opinionisti di professione; qui si è voluto soltanto descrivere quello che una volta si chiamava uno squarcio di realtà. Distinguere fra massacri piccoli e grandi, fra quantità accettabili e quantità non accettabili di morti: tutto ciò è orribile – ma reale; è lo squarcio da cui emerge una realtà dentro la realtà. Ciò che è orribile, infatti, non è tanto il fatto oggettivo della violenza quanto il fatto soggettivo (ma fatto anch’esso, e reale quanto l’altro) della non-reazione – della rassegnazione alla violenza. Come reagire a questa non-reazione? È presto per dirlo: ma si può cominciare guardando dritto in faccia questo aspetto terribile della nostra povera – veramente povera – umanità.

Paolo Valesio

Morning light reflects off the Mandalay Bay hotel and the broken windows where shooter Stephen Paddock conducted his shooting spree from the 32nd floor in Las Vegas, Nevada

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Uno degli angoli dove emergono alcune delle idee più pazze: Una realtà dentro la realtà

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