Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)

 
Riporto qui il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  18 giugno 2017 col titolo “Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)”
 

1024px-Upper_West_Side_-_Broadway

Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)

Brani di una conversazione al bar del ristorante “Le Monde”, dalle parti di Columbia University, fra due cervelli-in-fuga italiani a New York.

Lei – Che cosa pensi della sparatoria anti-repubblicana dell’altro giorno?

Lui – Da qualche parte in questo mondo ci dev’essere una vecchia talpa marxista che sta crepando di risate dentro uno dei suoi cunicoli, in questo vecchio mondo che barcolla da un luogo comune all’altro. Prima, il dogmatismo marxista che ha impolverato di noia la vita della mia generazione, ma che almeno ci ha incoraggiato a ricercare connessioni tra le astrazioni filosofiche e le concretezze politico-economiche (anche se poi ci siamo resi conto che la filosofia in questione era una forma rozzamente polemica di filosofia, e che la pretesa concretezza politica ed economica era una serie vertiginosa di astrazioni). E poi, il “superamento” del marxismo, con la ricerca affannosa dei surrogati …

Lei – Senti, giovane talpa, sei troppo tortuoso per i miei gusti; comunque, arrivederci in giro.

Lui – No, scusa, aspetta: vabbè, l’ho presa un po’ alla larga, ma un nesso c’era. E’ da parecchi mesi che in questo paese si stanno facendo le prove di un balletto che si potrebbe chiamare ”La Nuova Guerra Civile”.

Lei – Ah, perché non ci sono più Marinetti e Majakovskij? Loro sì che avrebbero vivacizzato questo balletto.

Lui – Sì, ma c’è poco da stare allegri, quando si arriva alla violenza.

Lei – Ho capito: hai voglia di dirmi la tua teoria in proposito; ma fai presto per favore, perché stasera debbo finire di scrivere una relazione.

Lui – Sarò brevissimo. Il marxismo è stato la più grande eresia giudaico-cristiana dei tempi moderni. La sua decadenza ha creato una generazione di orfani intellettuali, che si sono consolati con le rivoluzioni soft: ecologia, femminismo, post-umanesimo robotico, ossessione dell’identità sessuale, ecc.

Lei – Ho capito, ti riferisci alla tua solita bestia nera: la correttezza politica.

Lui – In verità, sto parlando di qualcosa di più. Quando il Nuovo Ordine Mondiale del Pensiero Unico – l’Ordine Mondiale della politica alla moda, dei media, delle università – si sente minacciato, allora si mette a combattere con le unghie e coi denti. Il potere delle parole ha essenzialmente la stessa natura del potere economico e militare (le parole sono pietre, ha detto uno scrittore italiano), e quando appare sulla scena qualcuno che dice parole diverse, costui rappresenta una minaccia che dev’essere neutralizzata.

Lei – Guarda: per me la bestia nera lo sai bene chi è, e il suo covo è la Casa Bianca.

Lui – Vedi come sono trascinanti e pericolose le metafore? Segui la pista di una metafora, e prima o poi senti l’odore del sangue.

Lei – Cosa vuoi dire, con questa frase che spero sia soltanto poetica?

Lui – Guarda, io non so cosa sia poetico e cosa no. Quello che so è che ognuno di noi ha la sua teoria – la teoria inespressa, la teoria di cui vive – una teoria che non è affatto astratta perché fa corpo con il suo corpo, e con la sua anima. E presto o tardi può capitare l’occasione in cui il teorico anti-teorico si sente pronto a dare testimonianza con, appunto, il suo corpo, senza tante belle parole.

Lei – Beh, dopo queste frasi rassicuranti, ti auguro una buona serata.

Lui – Concedimi un momento soltanto: propongo un brindisi alla pace.

– Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

Recensione a «Il Servo rosso»

Questa è una recensione inedita a Il Servo rosso. L’autore è Alessandro Ramberti: editore, animatore culturale e poeta in Rimini

cop.-valesio-

«Il Servo rosso»

Il verso del servo (di Dio)

Paolo Valesio
IL SERVO ROSSO
POESIE SCELTE 1979-2002
THE RED SERVANT
SELECTED POEMS 1979-2002
A cura di Graziella Sidoli
Traduzione inglese
Michael Palma e Graziella Sidoli
Prefazione di Piero Sanavìo
Nota dell’Autore
puntoacapo 2016, pp. 330, € 30,00

Come l’Apostolo di cui porta il nome, Valesio è animo inquieto e cercatore di assoluto: la sua poetica ben riflette la tensione fra carne e spirito, realtà quotidiana e Regno dei Cieli, parola e Silenzio (con la maiuscola perché non è tanto assenza di rumore o vuoto abisso ma, ossimoricamente, lo spazio illimitato-tempo immisurabile che rende possibile l’esistere del creato, dell’universo, dello spazio-tempo e della parola che sempre porta con sé, specie se parola creativo-poetica, le stigmate di un oltre misterioso, ineffabile eppure persistente e pervasivo, nonostante i tentativi dell’uomo moderno di surrogarlo con avatar epidermici ed effimeri). Il servo rosso è un’autoantologia ottimamente curata da Graziella Sidoli con versione inglese a fronte (della stessa Sidoli e di Michael Palma) che ci offre le “lastre” più significative (almeno a giudizio dell’autore) dell’uomo, poeta e credente (sì perché la fede si nutre nel dubbio, purché si abbia l’umiltà di riconoscersi increduli e bisognosi di aiuto) Paolo Valesio. La raccolta si apre con questi versi tratti da “Pregando a Manhattan (ivi, p. 16): «Può l’ateo rassegnarsi ad essere insipiens? / No: / il credente, sì, può ignorare i particolari e la storia della legge sotto la quale egli vive. / Ma l’ateo non ha via d’uscita: / egli deve essere sempre anche teologo.»

67483

Paolo il poeta

Come in san Paolo la ricerca del trascendente è quasi totalmente priva della figura di Maria, forse un segnale della minore necessità del lato materno di Dio o, al contrario, rimozione di un aspetto di cui ci si è da sempre sentiti privati? Solo l’autore può rispondere e comunque una risposta non è necessaria alla fruibilità di una voce poetica di forte originalità, paolina parresia e kirkegaardiana inquietudine benché declinata in maniera più fisica, materica, immaginifica: «Chi ascolta le parole di preghiera da altri recitate non può o poi o prima non vedersi sorgere nella mente e distendersi un sentiero di pietre consunte (…)» (ivi, p. 18; dalla raccolta Prose in poesia); «rimarrò casto, se da te violato.» (ivi. p. 20; dalla medesima raccolta); «Adesso l’aurea crosta si è staccata, / e tra le sbarre della gabbia fradicia / la scimmia del pensiero è ormai fuggita» (ivi, p. 22; dalla raccolta La rosa verde); «Gli avvoltoi sono filosofi nudi / (…) / prima di ogni altro membro, / ingoiano gli occhi» (ivi, p. 34; dalla raccolta Il dialogo del falco e dell’avvoltoio); «afferriamoci almeno / al tocco che rende diversi; / fosse pure soltanto uno sgorbio, / una “i” accecata del puntino» (ivi, p. 44; dalla raccolta La Campagna dell’Ottantasette).

A p. 68 troviamo tre “Versi scritti su un bottone che applicano, credo, l’insegnamento evangelico di amare i propri nemici, in maniera esistenzialmente provata: «È triste veder piangere un amico / ma è atroce vedere un nemico / che piange.»

A p. 78 troviamo questi versi così splendidamente provocanti tratti dalla poesia intitolata “La nona giornata della Novena di Santa Teresa di Lisieux: «Siamo soltanto un piccolo /popolo dentro a un cuore. / A ogni alba parliamo con qualcuno / che mai risponde / (…) / ma che pure non cessa di ascoltarci». Abbiamo a che fare con il mistero del Dio nascosto che pure il fedele sa (sempre) in ascolto, e con la prassi delle preghiera che acquista senso (facendosi appunto ascoltare da un Tu comunque accogliente), anche se pronunciata da labbra aride, incredule, ferite, colpevoli e magari distratte: «”(…) / ognuno tra di noi chiede soccorso / per la sua povera / anima crudele”» (dalla raccolta Avventure dell’Uomo e del Figlio).

i-sensi-della-poesia-la-scrittura

Dove l’anima del poeta si mette a nudo

Il poeta è un’anima che sa mettere e mettersi a nudo: «Stamattina ha cavato fuori l’anima. / (…) / Ha affondato pian piano la mano / dentro la gola / (…) / (gli sembrava di mordersi la gola / con i suoi stessi denti), / e ha posato il minuscolo uomo / rosso come lacca / (era unto di sangue) / sul tavolo; l’ha ripulito, / (…) / Al momento di riporlo, le mani hanno un poco tremato: / se non avesse più trovato il posto?» (ivi, p. 82: “Il Servo Rosso”, dalla raccolta Anniversari). Ogni esposizione è dolorosa e rischiosa, ma chi canta al ritmo dei versi non può evitare di porgersi e porgerli con la loro anche cruenta verità.

preghiera

Le preghiere e le orazioni

La dimensione orante e teologica è sempre una tensione (tragica ma a tratti venata di umorismo), un ponte tibetano gettato non solo sull’abisso ma pure proiettato in direzione di una sponda-che-non-c’è (se non appunto ricorrendo alla fede): «le orazioni scavano la melma / e il legno e i frantumi / lavorano per la sopravvivenza / son opera del sottosuolo» (ivi, p. 88: “Le orazioni” dalla raccolta Piazza delle preghiere massacrate).

E ancora: «Dopo la Resurrezione, / (…) / vi è ancora chi muore dopo aver vissuto / ma adesso vi è anche / chi prima di vivere muore / e chi soltanto dopo morto vive. / Saltando e risaltando oltre il confine, / cavallette della vita attiva, / tentiamo di trascendere la morte; / e il sublime genera commedia» (ivi, p. 90; “Uno strano trionfodalla medesima raccolta); «una bella mattina ho sentito / l’aridità della mia vita al trivio / mi sono dietro-volto / al Dio di mio padre / al Dio che qualche volta si epifana / in cruciforma / al Dio poco di moda» (ivi, p. 96: “La fede firmatadalla raccolta già citata); «io e la vita mia, / mai ci siamo incontrati. Ma poi penso: / queste albe, qualcuno le ha mandate; / queste albe, qualcuno le deve accogliere» (ivi, p. 100: “La tentazione”, dalla citata raccolta).

rondini

«Chi debbo ringraziare per le rondini / a gara con il cembalo e i violini?»

A metà del libro abbiamo la faretra che accoglie i “dardi” di Volano in cento (tradotta da Graziella Sidoli), una delle due raccolte, assieme a Ogni meriggio può arrestare il mondo (tradotta da Michael Palma), offerte integralmente nell’antologia: sia per la posizione che per la completezza, è evidente che abbiamo a che fare con una tappa importante del cammino poetico di Valesio; ne riporto alcuni lacerti: «Ascoltami se vuoi: la preghiera / è un intraversabile burrone» (ivi, p. 106: “Dardo 4”); «Signor fa’ che ogni ruga del reale / mi torni interessante – e non basta: / che sia strana, che sia perplessante» (ivi, p. 127: “Dardo 23”); «Bel torace di Cristo, fa’ da scudo / al tronco della croce bruto e nudo;» (ivi, p. 134: Dardo 31); «Se non mi dai risposta questo è il segno / che mi stai ascoltando» (ivi, p. 158: “Dardo 56”); «Il dono della preghiera / (…) / è dato in dotazione ai non dotati» (ivi, p. 178: “Dardo 71”); «A ogni alba lo stesso tentativo / a ogni alba lo stesso tenta-vivo: / tentare di decidere / se la vita è al di qua o al di là / della linea del risveglio» (ivi, p. 194: “Dardo 85).

Seguono i 30 sonetti di Ogni meriggio può arrestare il mondo, raccolta in cui Valesio pare giocare tonalità più ironiche e sfumate fino all’idillio ma sempre dense di dubbi ardenti: «Chi debbo ringraziare per le rondini / a gara con il cembalo e i violini? / Chi posso ringraziare del profumo / dei fiori scapigliati in braccio al buio?» (ivi, p. 230: “Concerto in chiostro”); «Qualche volta pronunzi ad alta voce, / quando sei solo, la parola “vita”; / e ti appaùri, vedendo la foce / del fiume che ti scorre tra le dita. // “Vita” più “tua”: che congiunzione atroce!» (ivi, p. 238: “Il confronto e il bilancio”). Non mancano certo anche qui poesie vertiginosamente attraversate dal religioso, misticamente inchiodato allo scandalo cristiano del Golgota: «Qual è la prospettiva della Croce? / Lento strisciare a un termine lontano / giocando a fare da assistente al boia / (portiamo in spalla quello che ci uccide)» (ivi, p. 256: “Venerdì Santo”).

valesio

Paolo Valesio

Un libro che si offre compatto nella diversità di metri e ritmi (da quelli quasi prosastici, all’efficace rivisitazione del sonetto) per il suo darsi come trancio d’anima di un poeta come Petrarca affascinato dal sacro, anzi in particolare dal divino che si è fatto prossimo nella Parola incarnata del Figlio dell’Uomo; e che come tutti noi deve fare i conti con le proprie zavorre, con quelle tentazioni che ci trattengono alla superficie di ciò che siamo (e siamo quasi angeli ma non dèi) con quelle ferite, deviazioni, incompiutezze e putridità che pure sono necessarie al nostro definirci e possono alimentare le nostre potenzialità (il letame è un ottimo concime). Certo l’uomo di oggi non desidera essere servo di nessun altro, tantomeno di un Dio che si considera al massimo una proiezione ingenua di bisogni che possono essere soddisfatti altrimenti… eppure la poesia di Valesio ci ricorda che siamo tutti poca cosa, servi inutili ma preziosi e unici se ci lasciamo umilmente lavorare dalla gioia di Dio e ci accodiamo al Maestro (cfr. ivi, p. 264: il sonettoLa sfida”): l’Unico che sa leggere il nostro “verso” (il retro dell’arazzo che è la nostra vita) e vederne già la bellezza in cammino.

– Alessandro Ramberti

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

Poesie inedite

Queste poesie sono di prossima uscita in un’antologia edita da Qudulibri Bologna.

temporale-maltempo-pioggia

Da L’Aureola del morso

 

La translinguistica signora

Mentre la pioggia intride
l’inadatto cappotto di lana
gli cola nel bavero e cala
un ozioso pensiero: tear
è una introiettata introflessa
rima di Maria
e associandosi a Maria
i pensieri si accavallano,
saltano dal gallo all’asino
si fanno sempre più oziosi:
quando la preghiera diviene
(così spontanea viene)
un racconto

Dio per sua natura le conosce già tutte (presumibilmente solo il tono è quello che lo interessa) ma quando uno racconta-prega rivolgendosi per intercessione a Maria la quale (salvo errore) non è onnisciente è probabile che per lei questo racconto sia una novità è probabile che lei tenda l’orecchio con autentico interesse è probabile che le parole bagnate di pioggia fino ad assomigliare lacrime riescano ancora un poco a intenerirla per quanto piccine-umanine siano le preoccupazioni

così che questa volta tear
trova una rima facile, estroflessa:
dear

destinata ai pesciolini che si cuociono dentro la padella dove le lacrime dovrebbero bollire ma non ci arrivano per via della pioggia la quale però anche se invernale è oggi stranamente carezzevole e insinua furtiva un annunzio di primavera.

 5906032944_cd1bf387dd_b

. . . 

La sguardata

Maria ai piedi della croce crìstica
si metamorfosa in Maria dritta in piedi
a lato della pompa di benzina
mentre abbevera la sua jeep;
o è forse the other way around:
chi è rapita in basso, chi nell’alto –
qual è la differenza?
Lui può dire soltanto
che ha sentito una grande tristezza
per qualche cosa che si dileguava 

anche per colpa sua: non si è voltato mentre girava il muso dell’auto per lasciare la spiazzo e rientrare in autostrada (è sempre un po’ difensivo riguardo alla sua guida e non voleva fare una brutta figura di fronte a quella figura) così non conoscerà mai il messaggio nello sguardo di Maria in effetti non saprà mai se neppure vi fosse stato uno sguardo mariano su di lui come gingillo di una severamente asseverante protezione o forse benevolente condanna.

Autostrada Ottanta, Connecticut

 

alex-prager-13

«Si metamorfosa in Maria dritta in piedi / a lato alla pompa di benzina»

. . . 

Tentando di afferrare un’intuizione

“La fiamma è bella!”

(Mila di Codro)

Lui prega che si rafforzi
questa intuizione sua –
che la cenere è bella
almeno quanto la fiamma
e anche quando la Fenice è assente –
e si trasformi in un convincimento

ma dove risiederebbe poi questo convincimento? Qual è la sua parte di mondo la sua radice la sua appartenenza? Aveva intravisto come sua sede il regno dell’estetica ma si è disilluso quando ha cominciato a sentire che si stava impigliando dentro reti di parole fragilizzate (il colore perlaceo o di velluto nero, le ceneri come diamanti pesti cose così) – dunque no. Questa convinzione delle ceneri (che lui sta ancora tentando di abbracciare con la mente) risiede in periferia – nella cintura extraurbana che scivola molle sui fianchi che ancheggiano nel lusso della città – nella suburra dell’umiltà – dove vi è una pallida una tenue possibilità che la deiezione e reiezione possano protendersi pretendendo una speranza di elezione.

Laghetto di Linsley

 Fiamma

. . . 

Gerarchie

Iddio non fa carezze
e il Figlio nemmeno e nemmanco
lo Spirito Santo
e poi nemmeno gli angeli ne fanno

peccato perché costoro sarebbero gli ideali facitori di carezze (o comunque ne sono gli ispiratori) infatti mentre il sesso è paritario – è sempre essenzialmente qualunque siano le contorsioni erotico-kamasutriche un rapporto orizzontale – la carezza è gerarchica va da un alto a un basso e viceversa ecco perché la Trinità e gli angeli sarebbero le ottime fonti della carezza – ma in verità solo nel senso che ne sono le fonti ideali infatti queste figure dell’alta santità ispirano i genitori quando si curvano a carezzare i bambini – e i bimbi quando si sollevano (quanto raramente! e facendosi pregare) a far carezze ai genitori – e le adulte non genitoriali quando riescono apologeticamente difensivamente a fare una carezzina ai bambini non loro ai bambini alquanto resistenti renitenti.

Laghetto di Linsley

 0_trinita

. . . 

Spazzatura Party

“So che questo è un preavviso molto scarso ma primavera e Pasqua sono in arrivo allora pensavo se per caso voi gente sareste disposti e disponibili a un breve incontro (diciamo un’ora?) il sabato che viene. Potremmo radunarci alle ore 9 di fronte al cottage di Bob (per favore procuratevi guanti e buste per la spazzatura) discutere il piano di Tom per sfoltire il prato e poi passare il tempo che ci resta a raccogliere i detriti caduti o buttati dall’autostrada lungo l’orlo del campo. Per favore fatemi sapere che cosa ne pensate – al più presto possibile. Riempite la parte inferiore del foglio (‘Idea buona/idea non buona’; ‘non posso farlo sabato/alternativamente suggerisco la data del____’) e mettetela nella mia buca delle lettere – saluti – Judy”.

Laghetto di Linsley

 2vcgehx

. . . 

La cintura esplosiva

Un errore che sia al tempo stesso prepolitico e postpolitico può facilmente trasformarsi in un orrore – con il (quasi) paradosso dell’orrore che non si limita a restarsene là fuori accovacciato come un drago fangoso ma diventa elemento pensante dentro una singola coscienza così acquistando mostruosamente una sua dignità che come altro si può chiamare se non spirituale?

Ecco per spiegarsi tutto questo – lui si sente ob-ligato a tradurre di seconda mano (dall’inglese del “New York Times” che presumibilmente viene dall’arabo) il messaggino cellulare inviato da S.A. al fratello S. alle ore 21,05 di un mercoledì sera e il giovedì seguente S.A. si fa esplodere giù in città):

“Vi abbiamo perduto.
Se fosse in poter nostro
verremmo a voi
(verremo a voi)
nel mezzo del sogno.
Non sappiamo se la nostra mancanza
sarà da voi avvertita”.

Laghetto di Linsley

Lascia un commento

Archiviato in Poesia, Uncategorized

Ghirlanda per Luciano

Questa serie di poesie è appena uscita sul numero doppio dell’«Italian Poetry Review – IPR» (X-XI, 2015-2016)
 

luciano_rebay_squibnocket_cropped

Luciano Rebay

Ghirlanda per Luciano

Io Ti vorrei amare”*

Il pensiero assisiate è ritornato
ma questa volta senza “T” maiuscola:
l’ottativo non è più tutto-eroico
(tanto più eroico quanto più fallente),
non più tutto accentrato
sull’amore di Dio. Sì perché
ogni dichiarazione d’amore
(umana sia, o divina)
è ottativa, è una sfrontata iperbole –
ogni dichiarazione
d’amore è sproporzionata:
troppo più grande del suo oggetto
(umano o animale
floreale o minerale) –
ogni dichiarazione d’amore è più forte
delle energie effettive del soggetto –
ogni dichiarazione d’amore
è una in-mantenibile promessa:
la sua esagerazione intrinseca
sfiora l’osceno.
Ma senza questo
rischio d’oscenità
uno vive al di sotto della vita:

ecco la vera radice dell’erotico che si annida sotto e dentro ogni atto ma non solo: dentro ogni intenzione dentro ogni pensiero — al di sopra al di sotto al di là al di qua di ogni contatto carnale — l’oscenità è nella disproporzione — pur sempre preferibile alla sottovita — l’ottativo dunque è indispensabile perché ogni tale dichiarazione è conativa e sa di esserlo (altrimenti mente ma questa menzogna è così grossolana che solo la mediocrità può enunziarla e per esempio Don Giovanni non è un banale mentitore è un iperbolista) — vero è che si può non amare (atto di libertà che respinge il ricatto sentimentale tardamente ripetitivo dei provenzal-danteschi) ma questo atto di libertà è anche gesto di povertà e aridità — dunque se non si deve amare è però possibile dire che si può amare? Sì e no: l’amore essendo una promessa impossibile al massimo si può dire (ecco perché il condizionale di Francesco è sempre attuale nella sua ottatività) che si vorrebbe amare si desidera amare si ha una matta voglia di amare si amerebbe se solo si potesse — e forse queste umide intenzioni troveranno la ricompensa di una compassione.

[*La frase è apocrifamente attribuita a san Francesco d’Assisi]

Riverside Drive
Manhattan

 

Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-2-720x320

«San Francesco nel deserto» (e in estasi) di Giovanni Bellini

Ineludibilità della poetica

Il poeta è a disagio col suo tempo,
come il profeta.
Ma il profeta che è tale fino all’osso
punta il volto e gli occhi al futuro;
mentre invece il disagio degli amanti
si esprime profetando il passato.
Il poeta frattanto nel suo angolo
profetizza il presente:

lo descrive in tempo reale ma in termini che gli altri non riconoscono – mentre la maggior parte degli scriventi parlano in termini riconoscibili esortano alle virtù civiche deplorano i flagelli sociali si prestano a citazioni citabili intervengono manifestano giornalisticano si intervistano da soli si impaludano nella palude politica e nei paludamenti morali –

Il poeta invece ho capito
che ciò che è ineffabile
é spesso anche infame per i più
e offre, come testimone al limite
il collo al sospetto dell’infamia
come la santa martire distesa
avvolta in elegante veste blu,

nel quadro che dipinge sulla faccia dell’altare in fondo alla cappella un’immagine che non si capisce a che secolo appartenga e la perplessità è aumentata dal vederla così controluce quella veste sembra un vestito da sera quel blu è pesante di seta e broccato la testolina quasi completamente avvolta da una sciarpa a righe colorate fiorisce

su un lungo delicato collo cigneo
e niveo su cui spicca
un breve taglio rosso
che pare una ferita suicidaria.

Oratorio di Santa Cecilia
Bologna

  

cache_cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_2e35dfdba4b4b2790a102b74818d6d61

«Santa martire distesa / avvolta in elegante veste blu» 

. . .

Metro-epifania

“Difficile est in turba
Christum videre”,
dice sant’Agostino citato da Petrarca,
ma Nilio si permette dubitarne.
La sua emozione (chi ha parlato
di “rational exuberance”?)
si espande a lui dentro a lui fuori
come una rosea bolla:
si trova nel suo centro

alle ore 23 circa nella stazione della sotterranea sotto la Quarantaduesima Strada dove è arrivato a piedi dalla Quattordicesima e dove sta cercando la coincidenza giusta per la Centoventicinquesima e si trova per alcuni minuti lunghi in uno stato di completo disorientamento in mezzo al frastuono selvaggio di quella che è politicamente scorretto chiamare plebe ma che lo è lo è – e Nilio se ne appella mentalmente ai poliziotti – che i cuoricini sanguinanti di progressismo nei sobborghi disprezzano e che lui ammira – i poliziotti che tengono d’occhio i giovinastri e meno giovinastri che scorribandano ma peggio ancora sono le famigliole che si sentono moralmente autorizzate a ululare e si trascinano dietro bimbi che a quest’ora dovrebbero stare a lettuccio e invece si aggirano drogati dal son et lumière della povertà mediatizzata nelle budella della città e il calore è quello di una foresta tropicale e nel mezzo di questa incertezza sulla linea della metro da prendere e di questo disagio soffocante di caldo chiasso luci ritaglianti e taglienti Nilio si sente veramente nel bel mezzo nel mezzo bello si sente raccolto nel suo centro sente la calorosità dell’amore per questa plebe-non-più-plebe questa plebe di cui egli fa orgogliosamente parte – è un amore vagante non focalizzato dunque tanto più bruciante – momento estatico dentro l’infernetto dell’esperienza

diaria – la momentanea estasi
è esorcismo contro il peligro
dell’inferno più vasto e più profondo.

Fra Manhattan e North Branford

. . .

sol-lewitt-grab

Epifania nel metro (con Sol LeWitt)

. . .

Sine titulo

A prima udita sembra
(ma dopo un minuto
mi ricordo che l’ho spenta)
una voce di cantante
affievolita dalla radio bassa.
Allora penso siano due vicini
che passeggiano
chiacchierando lungo il vialetto
(ma subito ricordo che i vicini

non passeggiano mai chiacchierando di fronte alle case: in questo lungo viale siamo tutti rifugiati dalla vita, contemplativi-attivi ma ognuno nella sua sfera, dunque rifugiati cioè rifuggenti dalle socializzazioni superflue) –

e finalmente capisco:
è il vento
che si avventa dal lato del lago
che si ingorga fra gli alberi
dunque geme e stride
una volta l’amavo –
come spirito libero
in libera natura –
mentre adesso lo temo: mi sembra omicidiale.

Laghetto di Linsley

vento-sul-lago-ce8504a2-3807-4410-981e-c224d310d6de

Il vento sul lago

. . .

Recollectedness

La sua essenza è la preghiera
è come una candela

o come un cero a uso di bambolotto di cera di quelli che un tempo si trovavano sotto una campana di vetro o dietro la facciatina trasparente come un piccolissimo teatro sotto il ripiano di un altare ma di un altare ovviamente non est dignus e la campana di vetro del salotto di genealogia umbra purtroppo se l’è lasciata alle spalle la sua dimora come quella di ogni cosmopolita si è ristretta mentre sembrava globalmente ampliarsi adesso la sua casa è lo spazio fra il mento e il petto quando si ripiega su se stesso e questo stesso ripiegarsi è l’inizio della preghiera che fino ad ora vedeva soprattutto come una questione di ritagli di tempo che dovevano allargarsi sempre più fino a comprendere buona parte della giornata ma adesso sente che è essenzialmente una questione di spazio preliminarmente pensa si tratti dello spazio fra il mento e il petto dove trova chi realmente è.

Riverside Drive
(Manhattan)

7358_m,0

«Recollectedness»

. . .

Lascia un commento

Archiviato in Poesia, Uncategorized

DIARIO DI NEW YORK: IL DENARO DIETRO LA BELLEZZA

 
Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  13 maggio 2017 col titolo “lo scandalo di New York? I soldi producono (anche ) il bello”
 

DIARIO DI NEW YORK:
IL DENARO DIETRO LA BELLEZZA

 

il quarto stato di giuseppe pollizza da volpedo 1901

Il quarto stato di Giuseppe Pollizza da Volpedo (1901)

New York – Esiste, presso un’università dell’Italia meridionale, un Movimento per la giustizia il quale emana periodicamente vigorosi manifesti inviati fra altri alle massime autorità dello stato; e uno dei più recenti sviluppava la tesi secondo cui occorre criminalizzare il capitalismo. Tesi che ha il vantaggio di tutte le formulazioni nette; cioè invita per contrasto dialettico a riflettere su un’idea alternativa: quella dell’enorme forza creatrice del capitalismo. Per esempio: a chi lasci la briglia sciolta ai propri pensieri passeggiando per New York (senza per questo ambire al titolo di filosofo peripatetico), può accadere di soffermarsi sul flusso continuo di bellezza generato, anche in mezzo a tante storture e ingiustizie, dal capitalismo; o almeno da un capitalismo dinamico come quello statunitense.

buildings-498198_640

Città ribelli e capitalismo

Ed è importante la combinazione che si è venuta formando in questo senso fra le energie italiane e quelle americane. Un esempio recente è la donazione che un importante collezionista e bibliofilo newyorchese ha fatto alla biblioteca della Columbia University – alla quale ha regalato tutta la sua raccolta (più di 400 volumi) dei libri editi dalla casa fondata dal famoso tipografo Alberto Tallone negli anni Trenta: un artista (la cui tradizione è brillantemente continuata dagli eredi) che stampava con caratteri a mano da lui confezionati nella tradizione di Manuzio e di Bodoni, usando inchiostri speciali e carta pregiata, libri a edizione limitata (circa 300 copie per ciascuno), con un catalogo che spazia dai classici letterari e filosofici italiani e stranieri fino alla poesia contemporanea. La cerimonia di donazione, avvenuta nell’elegante biblioteca dell’Italian Academy di Columbia, è stata un simbolo concreto della sinergia fra la straordinaria tradizione italiana di artigianato artistico, il mecenatismo newyorchese e i centri locali di eccellenza nella ricerca. E un altro esempio è il Center for Italian Modern Art (CIMA), fondato nel 2013 in un loft di Soho dalla figlia del grande collezionista d’arte Gianni Mattioli – centro che presenta mostre monografiche e incontri di ricerca, e offre borse di studio a giovani ricercatori.

HyperFocal: 0

Il benefico sventramento di Manhattanville, a West Harlem

A proposito di Columbia e capitalismo dinamico: è cominciato, alla grande, il benefico sventramento di Manhattanville, a West Harlem. Un’area abbastanza povera, in quelli che fino a ieri erano i confini periferici di Columbia, grosso modo fra la 125esima e la 135esima strada – una di quelle che si chiamano eufemisticamente zone di marginalità industriale, ora “riconquistata” imperialmente dall’università. La quale inaugura questo grande ampliamento del suo campus con due edifici progettati da Renzo Piano: un centro per le neuroscienze e una scuola d’arte con annessa galleria (brillante matrimonio simbolico fra scienza e umanesimo). Tutto è stato organizzato, sembra, con grande sistematicità, attenzione alle diverse esigenze locali, calcolo dei risarcimenti eccetera (così che le iniziali proteste si sono placate): e adesso questa parte di Harlem mostra il volto della bellezza. Anche se ad alcuni abitanti del quartiere è rimasta una certa nostalgia per il panorama urbano – fra cui uno dei pochi tratti di metropolitana all’aperto, la “elevated” – che si poteva vedere a spicchi dalle finestre e finestrelle di una parte degli edifici circostanti. Un panorama che aveva una sua peculiare bellezza ferrigna (anche l’apparente squallore può essere bello), e che adesso è bloccato da quei grandi dadi che sono i nuovi edifici.

Meno benefico, forse, lo sventramento progettato dalla rivale di Columbia, New York University (che nonostante il nome è, come Columbia, una grossa e ricca università privata), perché il suo allargamento verrebbe a sfigurare alcune delle strade e stradine di Greenwich Village a cui è ancora legata la storia della cultura newyorchese; a riprova, e sembra di dire un’ovvietà, che lo sviluppo capitalistico può produrre bruttezza oltre che bellezza. Ma quello che non è ovvio è che quando il capitalismo non accetta la drammatica indissolubilità del rischio-bellezza e del rischio-bruttezza si condanna, come accade spesso in Italia, a una stagnazione che può risultare , né in autentica bellezza né in coraggiosa bruttezza, ma solamente in piattezza.

whitney

Il Museo Whitney all’estremità sud della famosa “High Line”

Il rischio creativo del conflitto bellezza/bruttezza risulta particolarmente evidente (è il caso di dire: salta agli occhi) nelle mostre più militanti dedicate alle arti visive, come la Biennale del Museo Whitney, inaugurata due mesi fa nella sede nuova del museo, all’estremità sud della famosa passeggiata urbana detta “High Line” (La sede, com’è noto, è opera ancora una volta di Renzo Piano; ed è più bella quando è percepita dall’interno verso l’esterno – lungo le terrazze aperte al panorama di luce e tetti e acque – piuttosto che viceversa).

A dire il vero, la mostra di questo biennio risulta essere una documentazione vasta e interessante, ma non particolarmente eccitante. Un noto critico (Peter Schjeldahl) ha voluto domandarsi che cosa significhi oggi, questa Biennale presentata all’indomani di quelle elezioni presidenziali che continuano a innervosire tanti americani; e ha parlato di una mostra di transizione, che lascia aperto l’interrogativo su che cosa sarà la prossima Biennale, in piena epoca Trump. Ma questo tipo di determinismo, con tutto rispetto, sembra un po’ forzato. I pittori continueranno a svolgere i loro difficili giochi di equilibrio tra varie possibilità stilistiche non particolarmente chiare e non particolarmente nuove; e continueranno a destreggiarsi fra le esigenze del loro talento (o almeno, del talento di molti di loro) e le richieste delle grandi gallerie e dei ricchi acquirenti. E’ la normale amministrazione dell’eccezione: insomma, è il capitalismo.

– Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Critica, News, Prosa, Uncategorized

CODEX ATLANTICUS XV


Questa quindicesima puntata del “romanzo-diario in pubblico” Codex Atlanticus è apparsa nel numero 27 di “Anfione e Zeto. Rivista di architettura e arti” (2017) dedicata al tema “Contaminazioni”, pp. 277-281.

aforismi

Quanti aforismi…

CODEX ATLANTICUS XV

L’annata degli aforismi

In Italia si scrivono tanti, tantissimi aforismi – dunque, fino a tempi recenti, avevo resistito alla tentazione. Ma gli aforismi sono irresistibili – e a un certo punto, questa mia renitenza mi è parsa una forma di snobismo; dunque arreco il mio modesto contributo. Tutti i brevi testi che seguono si possono infatti, in diversi sensi e modi, definire aforismi; e in qualche caso, aforismi narrativi (come quando testi aforistici di altri scrittori sono seguiti da un mio aforistico commento.)

 

New York, 25 gennaio 2016
(Giorno della Conversione di San Paolo)

Oggi mi è venuto in mente l’unico verso che ricordavo dalla famosa raccolta di poesie di Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology (1914-1915) che un po’ tutti noi da giovani avevamo sopravvalutato, ma che ha avuto un’importanza storica nella formazione del gusto poetico novecentesco in Italia. Il verso è: “It takes life to love life”. Sono andato a verificarlo – è il verso finale della poesia intitolata a Lucinda Matlock, di cui traduco qui di seguito la conclusione:

Ma che state a parlare di dolore e stanchezza,
di ira, di scontentezza e di speranze avvizzite?
O figli e figlie degenerati,
la vita per voi è troppo forte –
ci vuole vita per amare la vita.

Sento ancora una volta quanto sia utile collocare i versi nel loro contesto (o almeno, nel loro contesto immediato). Quel verso finale, io lo ricordavo come profondo; ma adesso scopro che questi versi non mi piacciono, e appartengono alla parte più debole e caduca della poesia di E. L. Masters: sono aggressivi (“O figli e figlie degenerati”) e declamatorii.

Ma a volte è anche opportuno compiere il gesto inverso, cioè estrapolare un verso dal suo contesto immediato, soprattutto quando esso si staglia nettamente sullo sfondo di un contesto più prevedibile – e così risalta per una sua forza gnomica e aforistica.

Ricordo ancora l’impressione – proprio nel senso di: imprimersi nella mente – che questo “ci vuole vita per amare la vita” – causò in me (quasi un mezzo secolo fa …). Era una sensazione di disagio, quasi di paura; perché temevo di non avere in me abbastanza vita, o vitalità. E fu uno degli elementi che segnarono l’inizio di un certo scrutinio interno, che mi ha seguito per tutta l’esistenza.

Quello che mi ha urtato oggi, quando ho riletto Lucinda Matlock, è il senso di sicurezza un po’ compiaciuta (self-righteousness, dice l’inglese): il disprezzo di esperienze fondamentali e fondanti come “ira, scontentezza e speranze avvizzite”. Insomma, questa poesia distingue troppo drasticamente i “vitali” dai “non-vitali”. A me invece era sempre sembrato – e sembra ancora – che la verità annidata (in un certo senso, suo malgrado) nel verso “ci vuole vita per amare la vita”, sia che l’esperienza di amare la vita è sempre possibile, e non se ne possono fissare inizi e confini troppo netti.

In generale, quando si sviluppa un’esperienza particolarmente importante accade spesso che tale esperienza sia, per così dire, “preceduta” da quella stessa esperienza che è in questione. Cioè: di certe esperienze non si dà una vera e propria origine; nel senso che la loro fonte è profondamente interiore e intima, non riducibile a segmentazioni temporali nè a decisioni intellettualistiche e programmatiche.

É una questione strettamente analoga a quella della libertà d’espressione, e della libertà in generale, che discutevo pochi giorni fa con un collega giornalista, sulla scia del massacro a Charlie Hebdo (per cui vedi la puntata XIV di questo Codex Atlanticus). Per essere liberi, bisogna prima di tutto sentirsi liberi: e non tanto liberi di scegliere, quanto liberi e basta – liberi prima ancora di ogni pensiero di scelta. Ovvero: per essere liberi occorre accettare il mistero della propria libertà – la quale è misteriosa, fra l’altro, perché può inizialmente apparire come un’esperienza o complesso di esperienze che in apparenza hanno ben poco a che fare con quella che noi di solito chiamiamo “libertà”.

Monica Silva Lucinda Matlock da Life Above All 243179.xx_large

Monica Silva, “Lucinda Matlock” dalla serie “Life Above All”

 

New York, 29 gennaio 2016

Il matrimonio cosiddetto “tradizionale” è un’unione “incivile” – attributo che qui non è usato in senso negativo. Il matrimonio è “incivile” in quanto è pasticciato, turbolento, imprevedibile (messy, direbbe l’inglese), fatto di alti e bassi, ed entra sempre in una relazione molto aggrovigliata con la realtà circostante. Il matrimonio dunque riflette quello che Manzoni, con una delle espressioni più efficaci nella storia della letteratura italiana, descrive come “quel gran guazzabuglio del cuore umano”.

Il matrimonio insomma è “incivile” perché è come la vita. Le unioni “civili”, per contro, rischiano (non dico che ciò effettivamente accada) di essere percepite come un po’ asettiche, “politicamente corrette”, ammantate da un certo compiaciuto senso di superiorità; in breve, con una certa puzzetta sotto il naso. E così queste unioni rischiano (ripeto: rischiano soltanto) di assomigliare più all’ideologia che alla vita.

Il matrimonio in quanto unione “incivile” è analogo alla poesia che – nella sua relazione profonda con la vita – è sempre in qualche misura (come ho già scritto altrove in questo Codex Atlanticus) un discorso “incivile”; in opposizione alla poesia cosiddetta “civile”, la quale ha più a che fare con l’ideologia che con la poesia.

Bologna, 27 febbraio 2016

Letteratura e morale. Il male immaginario è romantico, vario; il male reale invece è cupo, monotono, desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale al contrario è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante. Dunque la ‘letteratura d’immaginazione’ è o noiosa o immorale (o una mescolanza delle due cose). La letteratura sfugge a questa alternativa solo passando in qualche modo, a forza d’arte, dal lato della realtà – e questo, soltanto il genio può realizzarlo”

            (S. Weil, La pesanteur et la grâce [1947], Paris, Plon, 1988, p. 131; la traduzione qui è mia, ma è utile per tutto questo libro consultare la sua traduzione italiana: S. Weil, L’ombra e la grazia, a cura di G. Hourdin, F. Fortini, trad. di F. Fortini, Bompiani, Milano 2000/2014; dove la sola cosa che lascia insoddisfatti è il modo in cui è reso il titolo).

Come spesso accade a Simone Weil (e a tutti i veri pensatori), questo pensiero, nonostante il tono deciso e tagliente, è piuttosto intricato – e la riprova è che l’applicazione alla letteratura che la Weil fa, sfiora l’assurdo. Ma, lasciando da parte la letteratura, quello che vorrei dire è che, a mio modesto avviso, essere buoni è spesso una faccenda ripetitiva, abbastanza melensa e noiosa – insomma, qualcosa che spesso fa venire (come suol dirsi) il latte alle ginocchia.

D’altra parte, se non fosse così – se esser buoni riuscisse naturale come sorridere all’apparire del sole dopo la pioggia, o ravvivare lo sguardo al passaggio di una bella creatura – non ci sarebbe particolare merito, nell’esserlo. Buoni non si è, ma si diventa. E anche quando lo si è diventati si può sempre cessare di esserlo, per brevi o lunghi (lunghissimi) periodi; insomma è una fatica continua – e almeno non ci si annoia.

Bologna, 28 febbraio 2016 

Prima o poi l’amore erotico, passionale, mondano ci brucia le ali, o almeno ce le strina. E allora si aprono le due solite, ma continuamente riscoperte, vie: o si diventa cinici, o si comincia veramente a sentire l’amore come esperienza divina – esperienza del divino.

Bologna, 8 marzo 2016

Uno dice: “Non credo al determinismo”; e l’altro ribatte: “Io invece ci credo”. Segue discussione, che può prolungarsi all’infinito. Ma arriva quasi sempre un momento in cui il determinismo ti appoggia la mano sulla faccia e ti spinge contro il muro, per risvegliarti alla realtà.

Exemplum in corpore vili: ho finalmente capito che la maggior parte dei miei ansiosi zig-zag, nel corso della vita, si spiegano col fatto che mi sento basso. E mi sento così perché effettivamente sono di bassa statura.

tumblr_o0u29uxdyB1ukjpiko1_500

“Non ci resta che scoppiare a ridere”

Bologna, 2 aprile 2016

Da giovani si è molto sensibili alle diversità dei luoghi; poi con il passare degli anni ci si rende conto che tutti i luoghi, in ogni dove, fondamentalmente si assomigliano. Ci si rende conto, cioè, che tutte le località provvedono essenzialmente lo stesso tipo di sfondo.

Quelli che invece sono diversi – infinitamente diversi, e non stancano mai, e mantengono la loro misteriosità in ogni epoca della vita – sono gli esseri umani.

Bologna, 2 aprile 2016 (più tardi)

Coloro (e non sono poi molti) che vivono scavati da un’ambizione – non importa quanto la loro ambizione venga poi realizzata – sono in contatto con il lato oscuro della vita. Gli ambiziosi sono complici dell’oscuro: non del peccaminoso, necessariamente; non (necessariamente) del sordido; ma dell’oscuro, sì.

In ogni ambizione (anche in quelle rivolte verso “i più alti valori”) c’è del torbido. Il demone dell’ambizione è molto scuro; e l’ambizioso è complice, non solo del proprio demone, ma di tutti coloro che lui/lei coinvolge nel suo impeto.

Bologna, 4 aprile 2016 

Scrive da qualche parte Cartesio che il senso comune è la facoltà meglio suddivisa al mondo. L’osservazione, chiaramente, è ironica. Ma io dico (seriamente) che l’autocritica è una delle capacità più rare fra gli uomini.

Per esempio: tutti noi (o quasi) siamo istintivamente abili nel distinguere fra atteggiamenti gentili, premurosi ecc. che sono autentici, e altri invece che sono fasulli. Ma poi, nel nostro comportamento verso gli altri, pensiamo di farla franca quando adottiamo forme fasulle (fake, per dirla all’inglese) di premura, gentilezza ecc.

477_Piazza del Popolo

Piazza del Popolo

Roma, 13 aprile 2016

“La beatitudine perfetta che si prova dopo una perfetta voluttà non rimedia, non assolve, non dà ragione di niente: complica, invece, e allontana all’infinito qualunque possibile spiegazione.

“Se la voluttà suprema dell’amore, come dice Baudelaire, sta nella certezza, nella sicurezza di fare il male, perché mai, dopo, quando non si prova più questa voluttà, la coscienza si rovescia? Perché si ha, per qualche tempo, la sicurezza opposta, la certezza di aver fatto il bene?”

Soldati, Lo smeraldo, Edizione Euroclub, Bergamo 1980 [1974], p.331; cito da un’edizione non recentissima e non “scientifica” per un moto di simpatia: ho trovato questa copia de Lo smeraldo, romanzo zoppicante ma intelligente che non conoscevo, in un piccolo albergo pittoresco dalle parti di Piazza del Popolo, e l’ho divorato durante la notte scorsa.

Sincronicità: leggendo questo passo mi sono ricordato di quando lessi per la prima volta, molti anni or sono, quel pensiero di Baudelaire (nei suoi Journaux intimes), che comincia appunto con la frase: “La volupté unique et suprême de l’amour gît dans la certitude de faire le mal” (il corsivo era nell’edizione in cui lo lessi). Scelsi, allora, questa frase come epigrafe a un mio racconto lungo, S’incontrano gli amanti, poi pubblicato in una raccolta di tre racconti miei col titolo eponimo (Roma, Empiria, 1993). Quella frase sulla voluttà era immediatamente seguita, nel testo di Baudelaire, da un’altra frase dal sapore quasi biblico (che lasciai fuori dalla mia epigrafe) : “Et l’homme et la femme savent de naissance que dans le mal se trouve toute volupté” (La voluttà unica e suprema dell’amore consiste nella certezza di fare il male. E sia l’uomo che la donna sanno fin dalla nascita che ogni voluttà si trova nel male); e a proposito: colpisce, in un romanzo degli anni Settanta, un’espressione così ottocentesca come “voluttà” – omaggio di Soldati alla prosa di Baudelaire, per non parlare di quella di d’Annunzio. Tutto ciò comunque richiama in certo modo il pensiero della Weil commentato nel lemma del 27 febbraio.

Il tono del citato passo di Soldati è aforistico; e una discreta presenza di aforismi è cruciale, in un buon romanzo. A me viene da pensare che ogni aforisma proceda soprattutto sulla base dell’estrapolazione iperbolica. Cioè: l’aforisma ha l’apparenza di un’affermazione generale e disinteressata sulla realtà effettiva delle cose – mentre in realtà si tratta di una reazione soggettiva.

Per esempio, a chi appartiene “La beatitudine perfetta che si prova dopo una perfetta voluttà ecc.”? Non al personaggio autobiografico creato da Baudelaire, bensì al personaggio di finzione (il narratore, a base più o meno biografica) creato da Soldati per il suo romanzo. Ma a quante altre persone o personaggi nel mondo si può effettivamente estendere, questa “beatitudine”?

Certo non a coloro che, dopo la “voluttà” provano alcuni momenti di rilassamento puramente fisico, seguiti poi quasi subito da una lieve inquietudine, da un desiderio di occuparsi d’altro – come per riscattare qualcosa di simile a uno spreco d’anima. O a quegli altri per cui il momento di “beatitudine perfetta” è quello immediatamente precedente l’orgasmo – “beatitudine” accompagnata dal desiderio avaro che il momento si prolunghi il più possibile, magari per sempre. Come se, invece di sperimentare la classica petite mort, costoro provassero una sorta di petite immortalité; e forse in questa ansia di far tesoro dell’istante si annida in essi l’insoddisfazione per l’esperienza puramente carnale, unita al desiderio dell’eros superiore, quello veramente diretto all’immortalità (vedi il lemma del 28 febbraio). E, chiaramente, questi sono soltanto pochi casi in una vasta fenomenologia.

Siamo sempre alla mossa dell’estrapolazione iperbolica. Se uno chiede: “perché mai, dopo, quando non si prova più questa voluttà, la coscienza si rovescia?”, questa domanda presuppone che l’esperienza che si sta descrivendo sia universale, e che l’unico problema sia quello del suo perché. Invece, come si è visto, non è affatto detto che l’esperienza descritta sia universale. Ma questa non è una critica, come se si volesse sottolineare una fondamentale fallacia dell’aforisma. Piuttosto, è la descrizione del suo efficace meccanismo di empatizzazione, che vuol far condividere vivacemente una data esperienza anche a costo di una forzatura – forzatura che d’altra parte ha una sua validità cognitiva e morale.

Bologna, 7 maggio 2016

“Make time” per fare una data cosa, dice l’inglese; che in questo caso è più materialmente concreto dell’italiano: “trovare il tempo” di fare qualcosa. E mi sovviene l’espressione “fare anima” usata da James Hillman (vedi Il mito dell’analisi [1971], trad. di A. Giuliani, Adelphi, Milano 2012).

Ma allora mi viene da pensare: quando dico per esempio, “Scusami, ma adesso non ho tempo”, confermo per ciò stesso che in generale io, il tempo ce l’ho – che lo posseggo; o almeno ne possiedo un frammento, una persuasiva parvenza.

Ma non posso dire (io almeno non riesco a dire – temo di dire): “Scusami, in questo momento non ho anima”. E allora, l’impossibilità di enunziare questa frase non potrebbe forse significare che non è affatto sicuro che uno, l’anima, ce l’abbia?

make-time-for-exercise-Copy

Hora fugit

Bologna, 11 maggio 2016

C’è molto spesso una vena di perversità, nell’aforisma; e si potrebbe perfino dire che questa vena si ritrova nella maggior parte degli aforismi riusciti (che contrastano con l’ondata corrente degli aforismi perbenistici – quelli che giocano sul sicuro).

Ascolto in due occasioni distinte a poca distanza di tempo, una recitazione della stessa poesia di Giovanni Giudici, Una sera come tante, letta con totale approvazione da due stimolanti – e diversi – poeti di mia conoscenza.

Ora – a parte il fatto che la maggior parte delle poesie significative richiede a mio parere un’approvazione differenziata (ci sono sempre, in ogni poesia anche grande, dei più e dei meno, degli alti e dei bassi, delle “luci e ombre”, come si diceva una volta) – mi colpisce particolarmente il verso finale:

“C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà”.

Sul momento sento, come dire, un sobbalzo d’assentimento; e penso anche (si parva licet…) al penultimo paragrafo del mio primo romanzo pubblicato:

“Forse, rinnegato di una religione prima, di un’idea laica poi, creperò come un animale o peggio, defecando per la bocca”

(L’ospedale di Manhattan, Editori Riuniti, Roma 1978).

Dicendo “rinnegato” pensavo, in quegli anni Settanta, al rifiuto della fede cattolica (poi recuperata) e a quello del mitico Partito (mai recuperato) come a un doppio marchio oscuro, possibile presagio di una decadenza. Ma poi (e ben prima di leggere Una sera come tante) ero cambiato, e avevo adottato un atteggiamento più costruttivo.

Ascoltare stamattina per la seconda volta in poco tempo la lettura di quel verso di Giudici (che è chiaramente un aforisma) mi ha, di prima battuta, rafforzato in quello che ho appena chiamato atteggiamento costruttivo – che è poi un atteggiamento, come dire, di contrattacco: “Sono un rinnegato? E va bene, sono un rinnegato”; “Ho tradito? E va bene, ho tradito – e con ciò?”.

Ma poi, ripensando a quel verso aforistico, mi sono reso conto che in fondo sarebbe altrettanto plausibile dire il contrario: “C’è più onore in esser fedeli a metà che in tradire”.

Tutto ciò non vanifica il valore – né di questo aforisma, né della procedura aforistica in generale. La forza dell’aforisma, infatti, è proprio quella di intrattenere dentro di sé i contrari: il pensiero aforistico è un pensiero della coniunctio oppositorum (e vedi anche il lemma del 25 gennaio).

Bologna, 25 maggio 2016

Sono “morto” per molti anni a Bologna. Poi per molti anni ho intensamente vissuto tra Cambridge nel Massachusetts, New Haven nel Connecticut, e New York. Adesso che a Bologna sono ritornato, vedo le cose con più ottimismo, e penso che anche a Bologna si può vivere prima di morire.

Bologna, 29 maggio 2016

Difficile dire quale sia la prospettiva più paurosa: l’uscita del Regno Unito dall’ Unione Europea e le vittorie in Europa dei partiti cosiddetti populisti – cioè il “salto nel buio” deplorato dall’opinione che si auto-definisce razionale; oppure la sconfitta di questi movimenti, e la continuazione dell’orrorino mediocrino.

Bologna, 29 maggio 2016 (più tardi)

Ognuno di noi deve muoversi con cautela, rispetto ai propri simili: basta poco perché la creatura umana divenga, temporaneamente ma perturbantemente, una belva. Allora: attenti a non svegliare le donne troppo presto al mattino; e attenti a mantenere gli uomini in un’atmosfera di indefinita paura di istanze superiori.

Bologna, 29 maggio 2016 (ancora più tardi)

La cosiddetta contro-cultura (counter-culture) è prima divenuta la cultura pop, e poi la cultura dominante. C’è solo una forma di cultura che sia rimasta autenticamente contro-cultura: quella cattolica.

4_contracultura

Contro-cultura negli anni

Bologna, 31 maggio 2016

A volte sembra proprio che le relazioni sociali (cosiddette esteriori) e gli spostamenti fisici, siano ancora più complicati dei pensieri e sentimenti interiori.

Bologna, 16 giugno 2016

Quando ti sei veramente convinto che tu e tutto quello che fai (“creativo” o no) non avete nessuna importanza – ecco allora che hai la possibilità di mettere insieme qualche cosa di accettabile.

Con una certa sincronicità mi è capitato, vari giorni dopo (era il 21 giugno 2016) aver scritto l’aforisma di cui sopra, di leggere il seguente frammento di Nietzsche citato da Bataille:

“Tutto il mio ardore laborioso e tutta la mia noncuranza, tutto il padroneggiamento di me stesso e tutta la mia inclinazione naturale, tutta la mia spavalderia e tutto il mio tremore, il mio sole e la mia folgore sprizzante da un cielo nero, tutta la mia anima e tutto il mio spirito, tutto il granito pesante e greve del mio “Io” – tutto questo ha il diritto di ripetere a se stesso senza posa: ‘Che importa che cosa io sia!’”

(G. Bataille, L’expérience intérieure [1943-1954], Gallimard, Paris 2015, p. 33).

A me sembra che (fatte salve le debite proporzioni) vi sia una certa rispondenza fra il mio piccolo aforisma e quel frammento nietzscheano. Ma appunto: mi sembra. Le analogie tra aforismi appaiono e scompaiono, gli echi e le rispondenze a volte risuonano e altre volte svaniscono.

Per esempio: ci può essere una rispondenza tra ‘il granito pesante e greve” dell’ Io di Nietzsche e la “pesantezza” (pesanteur) che appare nel titolo dell’opera di Simone Weil citata al lemma del 27 febbraio; ma d‘altra parte, la Weil pensatrice spirituale oppone a quella “pesantezza” la “grazia”, secondo una logica nettamente non-nietzscheana.

Insomma: gli aforismi, come ogni forma di pensiero che sia tanto intenso quanto irriverente, si impadroniscono del pensatore e lo sospingono dove essi vogliono.

   Paolo Valesio
  Bologna/New York

Lascia un commento

Archiviato in Atlanticus, Prosa, Uncategorized

Diario di New York: Il contrabbando benefico


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 aprile 2017 col titolo “Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States”

Jones1650

John Douglas Thompson interpreta “L’imperatore Jones”

Diario di New York: Il contrabbando benefico

Qual è l’area della società statunitense di oggi per cui si possa parlare di un sistema non troppo dissimile da un regime poliziesco? Non l’ambito politico, dove continua a funzionare il famoso equilibrio dei poteri (checks and balances), bensì l’ambiente culturale: i media, le università, lo spettacolo.

Limitandoci al mondo dello spettacolo, così pervasivamente influente (cinema, televisione, teatro, soprattutto quest’ultimo) – e definendo come regime con caratteristiche, se non poliziesche almeno repressive, un sistema culturale in cui esistano forti limiti alla libertà d’espressione – si può dire senza timore di esagerazione che nell’ambiente dello spettacolo ci si stia avvicinando sempre più a tale situazione. E’ tutto molto semplice, e brutale: se uno scrittore tenta di esprimere certi contenuti, non viene rappresentato. E perché il teatro risulta, in questo caso, la miglior cartina di tornasole? Perché il teatro, meno commercializzato del cinema e della televisione, dovrebbe essere l’area culturale più adatta a esprimere punti di vista minoritari, e mostrare visioni del mondo insolite e problematiche. Inoltre il teatro, con l’immediatezza della sua presenza fisica di corpi umani nella realtà del hic et nunc, conferisce una vivacità insostituibile, e allarmante per ogni conformismo alle parole e al pensiero che esse incarnano. (Il teatro mostra al proprio tempo “la sua stessa forma e pressione” – his form and pressure – come Shakespeare fa dire, stupendamente, ad Amleto.)

horn_oneill_post

Eugene O’Neill

Ma oggi negli Stati Uniti (e in Italia) il teatro è soprattutto divenuto il braccio temporale del conformismo oppressivo, in forza del quale il femminismo si è esasperato in misandria; la virilità è stata degradata a machismo; i pelle-bianca sono divenuti vagamente imbarazzanti; le diverse prospettive sulla società si sono ridotte a un pensiero unico; qualunque forma, non si dice di dottrina ma di sensibilità e di tradizione cristiane, è ammessa solo come oggetto di ridicolo; e così via asfaltando.

Ma l’arte e gli artisti sono resilienti. Qual è allora uno dei modi più efficaci in cui l’arte si difende dall’oppressione conformistica esercitata da quella ideologia tendenzialmente totalitaria la quale stabilisce imperiosamente ciò che è “corretto” e ciò che non lo è? Il modo è quello di “contrabbandare” (uso il termine in un senso positivo, anzi benefico) certe idee riprendendo drammi del passato in cui non esisteva ancora la tirannia del conformismo.

alg-play-jpg

L’imperatore Jones comanda

Fra le riprese teatrali di quest’anno, due sono state veri e propri eventi – due brevi e intensissimi drammi proto-novecenteschi (in sostanza, atti unici) che hanno avuto un effetto esplosivo: “L’imperatore Jones” (The Emperor Jones) del 1920, di Eugene O’Neill; e “Lo scimmione peloso” (The Hairy Ape) del 1922, dello stesso O’Neill. Per capire la forza, ancora esplosiva, di queste pièces (ciascuna delle quali ha protagonizzato un’intera serata, in due teatri e con due regie molto diverse) basta un riassunto di poche righe. Rufus Jones – il protagonista del primo dramma – è un afro-americano ricercato per omicidio negli Stati Uniti il quale si è imposto come monarca assoluto (“imperatore”) a un piccolo paese africano. A un certo punto gli abitanti si rendono conto che costui è solo un truffatore, e il dramma si conclude in tragedia: Rufus, braccato dai suoi stessi sudditi, al termine di una lunga fuga allucinante attraverso la foresta viene da essi ucciso. Per capire il “contrabbando” di cui si parlava, bisogna pensare alla impossibilità di rappresentare, sui palcoscenici americani degli ultimi decenni, un personaggio di colore raffigurato (anche con tutta l’empatia che mostra O’Neill, vero grande drammaturgo) come un delinquente senza scrupoli.

90

Gli scimmioni si salutano

Ancora più esplosivo è il caso dello “Scimmione peloso”: la storia di un fuochista (Yank), dotato di un’energia ottimistica e orgoglioso del suo lavoro, che, sul transatlantico in cui lavora, si trova improvvisamente faccia a faccia con una ricca e arrogante passeggera la quale lo apostrofa sprezzantemente come una “sporca bestia”. L’immagine di se stesso che Yank si era costruito come base della sua dignità, gli crolla improvvisamente addosso: sbarcato a Manhattan, lo stato mentale dell’uomo degenera, fino a un disperato dialogo surrealistico con un gorilla attraverso le sbarre di una gabbia allo zoo.

Perché, sera dopo sera, un pubblico vasto ed eterogeneo balza in piedi applaudendo nell’enorme spazio della “Armory” su Park Avenue di fronte a questo atto unico brillantemente dilatato nel tempo e nello spazio? Forse perché – come osserva il recensore teatrale di una rivista raffinata: “Da molto tempo non si vedeva, sui nostri palcoscenici, una raffigurazione del dolore maschile”. Affermazione esatta, ma al tempo stesso doppiamente ipocrita. Ipocrita prima di tutto perché non si tratta del dolore maschile in generale, ma del dolore di un uomo bianco, dopo che l’esperienza del dolore nel dramma contemporaneo sembrava essere rivolta esclusivamente a pelli di altri colori. (Pronunciare l’aggettivo “bianco” è oggi diventato un gesto altrettanto delicato di quello con cui una volta si usava l’aggettivo”nero”, e questo dà la misura del punto di frattura a cui la società americana è arrivata.) E inoltre ipocrita perché, se questa rappresentazione era diventata così rara, ciò si deve al regime descritto sopra, e vigorosamente appoggiato dai vigilantes culturali.

01HAIRYAPE1-master768

Chi sfiderà i mentori censori?

Allora chi, fra i giovani e le giovani che studiano per diventare drammaturghi nelle prestigiose scuole di Yale, Columbia e luoghi simili, ritroverà il coraggio di quasi un secolo fa, alle origini del teatro americano contemporaneo, e sfiderà i mentori censori?

   – Paolo Valesio

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, News, Prosa, Uncategorized