Il Testimone e l’Idiota

Bologna_1400x600--fill--1280x490

Il Testimone e l’Idiota

Poema per un dialogo

  

I testi che seguono sono tratti da un manoscritto in corso d’opera. Il poema è un dialogo indiretto che, a questo stadio della scrittura, si svolge tra due protagonisti maschili e un’invisibile Voce.

I personaggi mi sono apparsi lentamente, emergendo da una sorta di nebbia. E da quella nebbia sono venuti fuori così incerti e così timidamente, che all’inizio sono stati garbatamente respinti; ma hanno insistito, con parole sempre più chiaramente udibili e con caratteristiche sempre più riconoscibili, fino a rendere abituale e in effetti indispensabile la loro presenza.

 

I personaggi:

La Voce (emana di solito dal soffitto, o dal pavimento o dalle pareti laterali di diverse stanze)

Il Testimone (fra i 35 e i 40 anni: italiano, piuttosto austero e intenso)

L’Idiota (sui 35 anni: italiano, alquanto indifeso e poroso; portato a esaltarsi in modo che potrebbe apparire ingenuo)

 

* * *

 

shutterstock_127350992

 

I Can’t Believe It (Dream Poem)

 

L’Idiota ha incontrato san Francesco
ai giardinetti di piazza Cavour:
stava seduto sopra una panchina
nello stile turistico della Piazza San Marco
con le braccia coperte di piccioni.
L’Idiota si è accostato mettendosi la maschera
di un viso rispettoso
(in realtà non sopporta i piccioni e sta dalla parte dei falchetti).

Francesco gli sorride e poi gli fa:
“Non hai idea di come siano stupidi”.
Poi vedendo la bolla interrogante (‘Allora perché?’)
formarsi sulle labbra dell’Idiota, gli dice:
“La carità ha valore soprattutto
quando è un pochino idiota – altrimenti
rischia di essere nice”.

Nice?!’,
pensa tra sé l’Idiota allontanandosi,
‘ha proprio detto nice? Non posso crederci’.

Monterenzio-Loiano-Bologna

 

cartoline-da-miami-florida

 

New Worlds Are Always Opening Up

When We Are Least Expecting Them

 

Dice bene l’amico americano (o l’amica – non c’è firma)
che invia una cartolina da Miami (che l’Idiota non ha mai visitato)
dove c’è solamente questa frase:
“Nuovi mondi stanno sempre aprendo quando non loro ci aspettiamo”
Lo dice proprio bene, pensa l’Idiota mentre lo rilegge.
Perché questo aforisma roseo e modesto,
e un poco rammollito dal senso comune,
che l’amico fantasma (o l’amica che resterà per sempre
misteriosa) deve aver spinto dalla propria lingua
dentro l’italiano di un traduttore automatico,
quando esce così rimescolato
e discombobulato,
ha già grazie a questo acquistato
una scintilla elettrica di originalità:
così l’Idiota legge la sua materna lingua italiana
riscoperta in forma un poco strana –
come un corpo tutt’altro che materno
che si riveli improvvido e improvviso
nel fru-fru delle vesti arrovesciate e nell’imminente
incresparsi delle lenzuola.

 

3758269781_4794491743_b

 

L’esercito infinito degli estranei

 

La grande solitudine in cui vive
trasforma il Testimone in fantasma.
Una volta lui era un fantasma cattivo:
non verso gli altri ma verso di sé –
un captivus della sua ombra e colore oscuro;
la faccia della sua melancolia era una taciturna amaritudine.
Ma adesso il Testimone sta mutandosi
in quasi-buono fantasma: melancolia placata
e sfociata
in elegia di vita.
Di fronte all’infinito esercito di estranei
che sciama lungo le avenues
il Testimone è ormai libero da timore
e da (con punta d’invidia) disagio.
Semplicemente, è curioso:
con un sorriso lieve e la fronte spianata, camminando o seduto su una panca.
Venerabili padri hanno detto:
Curiositas è peccato. Ma lui la sente
come porta del bello e timido primo gradino alla caritas. 

Bologna (verso New York)

Acela_Aerial_3

 

Ricordi 1

 

L’Idiota sorride ai ricordi:
un largo, con denti danneggiati,
sorriso accoglitore e semi-felice
per il semplice fatto crudo e nudo che sono esistiti e che lui
è ancora lì a camminarli.
Gli appaiono, a tratti e balenii,
come i surrogati
della Resurrezione.

Treno New York-New Haven

 

Ricordi 2

 

Il Testimone, quando un ricordo lo colpisce diretto, geme
(breve lamento, e subito
si volta in giro per verificare che non l’abbiano udito):
è il fisico dolore,
quello dello stomaco;
per l’occasione perduta, l’instante non pienamente vissuto
dunque offeso, sacrificato
nel suo potere di essere
(ma il gemito è forse riscattato come seme di pentimento).

Treno New Haven-New York

 

Conway-800x424

 

All’erta, Testimone

 

Sente a volte fulminee
incursioni di grazia
e ne gioisce a mente, o a mezza voce.
Ma sempre deve stare cauto, sobrio:
può essere che in quello stesso istante
il Nemico si sia già insinuato
nella rocca dell’anima.

 

Ottava del riguardo

 

Il Testimone attesta anche gli sguardi –
egli li squadra e sguarda: i pesanti (come il suo),
ma anche i leggeri.
Quelli che gravano di lato
mal-velando di palpebra un passato
dissoluto con il suo corteo assassino.
E gli altri – gli altri, i lievi
di fronte ai quali egli abbassa gli occhi.

 

Bologna-Portico-di-San-Luca-around-arch-565-view-at-end-with-person-standing-by-768x1024

Q&A

(Domande e risposte)

 

È più grande del nostro cuore
(Gv, 3, 20)

L’Idiota pone spesso
la questione a sé stesso:
Come può essere, il cuore,
colmo gonfio – e spezzato al tempo stesso?
La risposta preliminare
lo porta solamente al limitare
della risposta piena di cui ancora ha sete.
Ma intanto egli ripete tra sé e sé,
cantilenando, una pre-risposta
che racchiude un punto di domanda
e il cui centro è il desiderio:

“Il desiderio è un’onda – il mare sotto che rigonfia i laghi –
ma è anche una spada che squarcia.
La spada del desiderio taglia l’onda del desiderio
l’onda travolge la spada
e nel gioco alla morra della vita
il cuore può contraddirsi ma il desiderio no.

Manhattan-Bologna-Manhattan

 

 

Quasi

 

Il Testimone mormora a se stesso
(come fa quasi ogni mattina):
“Ti amo …
non abbastanza”, e pensa a sbalzi
nel cammino-capriccio della vita:
Quanti morti ci vogliono
per fare un vivo?
Quanti vivi ci vogliono
per fare un credente?

 

 

Fatica

 

Nella gioia il Testimone non riesce –
e neppure nella sofferenza –
a trovare l’amore per il prossimo;
ma nella fatica soltanto,
quando scorge nel volto accanto a lui
le piccole tracce
del logorìo:
allora sente un piccolo ma vero
riscaldamento di cuore.

Manhattan, fermata della Cinquantanovesima

l-train-extension-1455905864

 

Sonetto caudato del voler-bene

 

Mt, 22-37

“Ti voglio bene” mormora
il Testimone ogni tanto
“come un pezzo del mio cuore, un pezzo
della mia mente
e più della metà della mia anima”.

Non è lo stesso che amare
ma è meglio del deserto.
Dove lo trova lui l’amore,
nelle strade e le stanze
della sua vita?
È soltanto il ricordo di un’iperbole
che è poi sfociata
nell’auto-convinzione di una maschera?

Forse è così; ma in certe esaltazioni
si lascia andare e sente qualche cosa
che è prossima a lui e congeniale
come e più della vena giugulare.

 

 

Voceluce

 

Voce
        (che si presenta come luce direttamente, senza l’intermedio di pareti o soffitto o pavimento):

Attento, Testimone:
quando tu adesso senti
come questi luminosi
giorni di giugno nella città cupa
siano i primi della primavera
che negli scorsi mesi si è assentata –
quando tu scorgi questo
confine spostato
potresti già aver visto
la tua frontiera ultima
che ti viene incontro.

Testimone
           (tace).

 

holllow6

 

Uomo concavo

 

Per T. S. Eliot

Voce

We are the hollow men
We are the stuffed men…

Testimone

Oh, uffa, quanta degnazione in questa immagine sprezzante!
Vuoto è una parola trasparente
che ha un affaccio sul nulla quotidiano
ma ci sono tante creature concave
che ascoltano che si raccolgono e accolgono
che servono a qualcosa.
Si è ricchi solo delle cose altrui.

Voce

Dunque,
siamo tutti ladri.

Tombolo di Giannella
(Orbetello)

la.giannella.2b

 

Gli ereditieri

 

Mt 5, 4

Voce

I miti erediteranno la terra

 

Testimone

La mitezza è una mietitudine:
quando tutte le messi del mondo
verranno recise blandamente e biondamente
e la terra sarà tranquillizzata e i miti
(che sono tutt’altro che mitici)
la copriranno di un sottile manto;
allora il mondo giungerà al suo termine
senza bang e senza whimper
ma con la non-apocalittica
naturalezza del riposo.

 

Paolo Valesio

 

GettyImages-177543129

 

Lascia un commento

Archiviato in Poesia, Uncategorized

Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

dc1299cfc69da01e9dab3e220f3fbad6

Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

IMG_8369-900x600

Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

33547773000_e0318c8551_b

Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

columbia-uprising-1968-04-2018-ss01

Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

transferir

Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

img_7612

NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

1 Commento

Archiviato in Critica, News, politica, Prosa, Uncategorized

UNA MODESTA PROPOSTA

Presento qui la versione originaria del mio articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 23.04.2020, con il titolo redazionale, “L’aiuto che filosofia e poesia possono dare a comitati e task force”.
030520-coronavirus-e1583443471466

Il comitato di esperti, agli ordini

UNA MODESTA PROPOSTA

Si parla di Comitati o Commissioni di esperti (in italiano, “Task Force”) per gestire l’uscita dall’emergenza del virus: esperti di psicologia, comunicazione, economia, diritto del lavoro, statistica, sociologia, salute mentale, giurisprudenza, contabilità, banche, industria e chi più ne ha più ne metta. Tanto vale allora — si potrebbe pensare — auspicare la presenza, accanto a questi uomini e donne di scienza e di affari, anche di donne e uomini della cultura e dell’arte. Idea tutto sommato prevedibile; forse anche troppo. Perché i termini appena usati (la cultura, l’arte) restano in un ambito generico, e potrebbero addirittura apparire come una sorta di contorno, o di mera espressione di buone intenzioni.

web3-raphaels-school-of-athens-fresco-apostolic-palace-vatican-city-raphael-pd

Quando si parla di “cultura” si evoca un’attività fondamentalmente antropologica. Che è evidentemente indispensabile; ma resta informe se non si tiene in conto ciò che veramente la nutre, cioè la vera e propria attività di pensiero, resa particolarmente viva da Dante quando si prepara a una svolta decisiva nel suo viaggio spirituale: “Infino a qui l’un giogo di Parnaso / assai mi fu; ma or con amendue / m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso” (Pd 1, 16-18). In parole povere, lì si descrive l’eterna fratellanza e insieme rivalità tra poesia e filosofia, inclusa la teologia. Rischiando il sarcasmo (ma non bisogna lasciarsi spaventare), è venuto il momento di dire che senza filosofia e poesia non ci sarà una completa uscita, una liberazione realmente vissuta, dall’emergenza virale; e non solo: a proposito di un termine che ricorre incessantemente in questi contesti, cioè la magica parola “Europa”, è ora di ricordare la frase del grande filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938), quando auspicava la “rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia”.

Disputa_08

Ma qui non si sta parlando di “commissionare” qualche esimio professore di filosofia, nello stile del grande Emanuele Severino (1929-2020) al fianco di qualche illustre poeta “laureato”, nello stile di — boh?.  Per uscire veramente dallo spirito della pandemia e per cominciare almeno a discorrere seriamente dell’Europa, bisogna affrontare qualcosa che non ha a che fare primariamente con discipline accademiche o generi e scuole letterarie; perché la poesia-e-filosofia non sono nella loro essenza “discipline”  o “specializzazioni”. Non si tratta infatti, o non si tratta  primariamente, di “filosofia” e di “poesia” in senso stretto, ma di un’attenzione di pensiero e di una sensibilità diffusa. Queste facoltà sono la linfa vitale nella libera vita della società. Libera, come nell’idea cruciale di libertà d’espressione; tali dunque da toccare l’esistenza di tutti coloro che, qualunque sia il loro livello culturale, siano cittadini e non sudditi (e in quanto cittadini, per esempio, non siano mai stati veramente impressionati dalle esortazioni a “parlare tutti con una voce sola”).  Ma, nella dimensione del pensiero, la libertà serve poco o nulla se non è accompagnata dalla critica. Cioè: pensare nel pieno senso della parola a un qualunque oggetto o tema, significa pensare simultaneamente a come si pensa a questo oggetto o tema; insomma, un autentico pensiero si interroga mentre si svolge.  E la verifica, “la prova del nove” del fatto che si stia veramente pensando e non declamando è che tale attività crei un atteggiamento di umiltà: l’umiltà (valga un solo e decisivo esempio) di Socrate.

disputa

Come appare allora, in un sommario sguardo a volo d’uccello, il paesaggio della filosofia e della poesia italiane ai tempi del virus? Qui è importante essere chiari, perché gli auspicabili nuovi sviluppi, l’attraversamento del presente per trasformarlo, non nascono nel vuoto, ma sono strettamente legati alla situazione attuale. (Non è vero che “nulla sarà più come prima”.) E oggi in questo paesaggio si scorgono “luci e ombre”, come si diceva una volta nei componimenti liceali.  Riguardo alla filosofia italiana nei suoi rapporti comunicativi con la cittadinanza (rapporti in cui essa continua a rivelare le sue grandi doti di finezza, e di ampiezza negli orizzonti comparatistici), si sente però il bisogno di ribadire la grande invenzione di Socrate: vale a dire il suo pensiero dialogico. Durante la conversazione con i suoi interlocutori, Socrate dialoga anche con se stesso, mettendosi in questione: ecco come nasce l’umiltà del pensiero. E potrebbe essere necessaria più dialogicità e meno professoralità, nell’Italia filosofica del dopo-virus.

52f3d11d7c2bd

“Povera e nuda vai, filosofia”, dice un citatissimo verso di un sonetto di Petrarca (nel quale  comunque appare chiaro che Petrarca usa il termine “filosofia” in un senso generale che abbraccia anche  la poesia). Ma, attenzione ai clichés. La filosofia oggi non è, né povera (gode di un dignitoso trattamento universitario) né nuda (“veste” in modo borghesemente corretto). La poesia invece fa capolino a ogni angolo di strada (ed è vittima di due luoghi comuni opposti ed ugualmente falsi, spesso enunciati contradditoriamente nello stesso discorso: che sia troppo scarsamente coltivata, e che se ne scriva troppa).  Anche se “povera”, poi, la poesia è tutt’altro che nuda: si presenta come un’accattona di lusso, avvolta in vesti multicolori rimediate qua e là. E va bene così: l’esperienza della poesia, o è avventurosa, o non esiste come tale. La difficoltà della poesia ai tempi del coronavirus è di natura diversa: la dizione poetica corrente è troppo ansiosa di essere consolatoria e protettiva. (Il problema esiste anche, per esempio, in Usa: l’Accademia dei Poeti Americani ha creato un programma speciale per i lettori, Shelter in Poems ovvero “Rifugio nelle poesie”; dove il termine shelter si applica di solito ai ripari più o meno improvvisati contro  bombardamenti e uragani.)

Disputa destra

Troppe poesie in Italia oggi sembrano destinate a un ipotetico volumone collettivo “De consolatione poesiae”come successore in ritardo della grande opera personale De consolatione philosophiae  di Severino Boezio (circa 480 – circa 524). Ma tutti ormai dovremmo sapere che la poesia a tema — o commissionata, o di occasione,  che dir si voglia — funziona meritoriamente come incoraggiamento etico e psicologico, piuttosto che propriamente come poesia. La poesia guarda di sbieco all’etica, alla società, alla politica: il suo sguardo invece punta direttamente sul mondo. Il paradosso (che è la casa della poesia) è che il valore etico della poesia scaturisce proprio da ciò che a prima vista sembra essere alieno dall’etica: una certa gratuità, una certa an-archia. Forse le migliori poesie riguardanti il coronavirus saranno scritte un paio d’anni dopo il momento in cui ci sentiremo sostanzialmente al sicuro.

Paolo Valesio

Disputa_del_Sacramento_(Rafael)

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, Poesia, politica, Prosa, Uncategorized

IL VIRUS AL PASSO DEL NICHILISMO

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 03.03.2020 con il titolo redazionale “Il ‘messaggio’ del coronavirus al tempo del nichilismo”.

Amleto-Docet

IL VIRUS AL PASSO DEL NICHILISMO

Siamo tutti d’accordo che una malattia vastamente contagiosa è un male; ma probabilmente ben pochi oggi, nella nostra civiltà orgogliosamente laica, sarebbero disposti a considerarla come un derivato del Male (ciò susciterebbe reazioni contro i “residui medievali” ecc.). Giochiamo allora fino in fondo, cioè fino a che non si va a urtare contro un muro, il gioco del laicismo. Una pandemia è uno di quei fatti sconvolgenti che ci pongono di fronte all’elemento irrazionale nella nostra vita – quell’elemento che noi, cittadini del progresso, siamo allenati a ignorare; salvo personificarlo nelle patologie (esistono alcune persone “irrazionali”, da tenere a bada come utenti psichiatrici); o – in stile neo-marxista – esorcizzarlo con un’etichetta condannatrice che in fondo non vuol dir nulla, e serve solo a scomunicare una vasta parte dei grandi pensatori della modernità: “irrazionalismo”.

unnamed

Un fenomeno come il virus, invece (lasciamo stare la terminologia scientifica), ci sbatte per così dire in faccia quello di cui in verità avremmo dovuto essere consapevoli da sempre: la vita di tutti noi è immersa nell’irrazionale. Non lasciamoci ingannare, a questo proposito, dalla dolcezza di certe evocazioni, come nei famosi versi della Tempesta shakespeariana: “Siamo intessuti della materia / di cui son fatti i sogni; e la nostra piccola vita / è cinta tutt’intorno dal sonno”; parole come queste evocano qualcosa di fondamentalmente incontrollabile, dunque in ultima analisi la morte, dunque in estrema analisi il nulla.

file

Se l’irrazionalismo è solo un flatus vocis, il nichilismo d’altra parte è un movimento di pensiero (un pensiero-esperienza) che, almeno dalla crisi dell’Illuminismo in poi, continua a segnare la nostra percezione del mondo. Per esempio, Leopardi. Il quale inaugura la modernità poetica italiana, ma viene troppo spesso frainteso come il campione di un’idea un po’ mummificata della Poesia con l’iniziale maiuscola. Leopardi: che in realtà è il protagonista di uno dei più grandi e tormentati dialoghi, interni all’opera di un singolo autore, fra esperienza lirica e viaggio filosoficamente intenso dentro il nichilismo (altro che “pessimismo”!).

0eb1b032358b49e70b3406a5ff002f90

Il nichilismo da attraversare

Eccoci dunque al passaggio: per sviluppare un’esperienza matura della vita (al di là dei tecnicismi intellettuali) il nichilismo, prima di essere criticato, dev’essere attraversato. Ci sono attraversamenti radicali, per esempio quello del grande filosofo Emanuele Severino (1929-2020), il quale ci ha spiegato e rispiegato che il nichilismo è l’atmosfera di tutto il pensiero occidentale da Platone in poi (affascinante ma pericolosa idea: si potrebbe dire che, se tutto è nichilismo, niente lo è). Meglio allora gli attraversamenti più esistenzialmente concreti, e immersi nei fenomeni vitali.

Come il folgorante romanzo saggistico-autobiografico Un uomo finito (1913, fortunatamente ripubblicato in questi anni) di quel grandissimo intellettuale che fu Giovanni Papini (1881-1956). E quel libro appare oggi come un precursore di opere quali il Sommario di decomposizione (1949) di Emil Cioran (1911-1995): pensatore aforistico romeno, ridotto ad apolide e divenuto poi grande prosatore nella sua lingua non-materna, il francese. (Esperienze così, preparano in un certo senso al nichilismo). Una sola citazione, da questo conturbante Sommario di decomposizione: “E’ più che legittimo figurarsi il momento in cui la vita passerà di moda, in cui cadrà in disuso come la luna o la tubercolosi dopo gli abusi romantici: essa andrà a coronare l’anacronismo dei simboli denudati e delle malattie smascherate; tornerà a essere se stessa: un male senza attrattive, una fatalità senza splendore”.

81a4a88e480b22ac7b68965d688f8c49

Siamo tornati dunque al virus. Con quel tocco di cinismo (la tubercolosi passata di moda) che spesso si accompagna alle descrizioni nichilistiche, e le rende ostiche ai cultori dei discorsi edificanti e delle “magnifiche sorti e progressive” su cui già ironizzava Leopardi. Ma gli intellettuali e umanisti debbono affrontare il rischio di non essere sempre popolarissimi (come già notava José Ortega y Gasset), se non vogliono restare quello che oggi troppo spesso sono: figure anacronistiche e alquanto polverose; in attesa che si affermi un tipo intellettuale più adatto al terzo millennio [vedi Paolo Valesio, Bret Easton Ellis, il Pensiero Unico mette in crisi perfino i suoi figli, “IlSussidiario.net”, 04.02.2020 e qui].

Anche il nichilismo, intanto, è cambiato: entrando nel ventunesimo secolo, si è lasciato alle spalle i panorami rosseggianti e un poco enfatici del Novecento post-nietzschiano. Ha acquistato, diciamo così, un color grigio-cenere, è diventato lo sfondo di una rassegnazione che si tende a designare con i termini della civiltà precristiana: stoicismo, fatalismo. Se si è persa l’idea di un grande Male in agguato (vista come una forma di superstizione), si è al tempo stesso smarrita la fiducia in un grande Bene, in un disegno provvidenziale; e così si resta sempre nell’ambito del nichilismo. In che modo, allora, si può tentare di andar oltre? Sviluppando la riflessione sul parallelismo fra questi mesi “virali’ e il tempo di Quaresima [vedi Marco Pozza, Coronavirus e Quaresima / Che differenza c’è con la quarantena?,”IlSussidiario.net”, 26.02.2020], si intravede l’idea che la traversata della Quaresima possa essere anche un modo di immergersi senza riserve ed eufemismi nel flusso oscuro del nichilismo, per poi emergerne preparati alle “cose nuove” (Ap 21, 5).

Paolo Valesio

Man walking alone in the sunny desert near Dubai

Quaresima al passo del ventunesimo secolo

 

 

1 Commento

Archiviato in Critica, Poesia, Prosa, Uncategorized

DOPO L’IMPERO

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 04.02.2020 con il titolo redazionale: Bret Easton Ellis, il Pensiero Unico mette in crisi perfino i suoi figli.

bret-easton-ellis-memoir-book-white-max-vadukul-1068x755

DOPO L’IMPERO

Ci sono due ragioni per parlare di un libro di (per esempio) narrativa o saggistico-narrativa, senza farne una recensione formale. O l’opera in questione è un simbolo (di tutto un movimento di pensiero, un frangente politico-sociale e simili), oppure è un sintomo. Solo le grandi narrative meritano il rango di simbolo, e quelle, le lasciamo da parte. Invece il saggio narrativo White, pubblicato l’anno scorso dal noto autore Bret Easton Ellis e poco dopo tradotto in Italia con lo stesso titolo, Bianco (ma non ho visto la versione italiana, dunque le traduzioni dei passi citati sono mie) merita una conversazione, perché è sintomatico.

white2

White è un saggio biografico-culturale: un “biosaggio” se vogliamo (come si chiama biopic un film a base biografica), ma senza pretese di “romanzo di formazione”. Il concetto di formazione infatti evoca qualcosa di virtuoso ed edificante, mentre questa è la storia di una per così dire dis-formazione (senza fare nessun moralismo – anzi). Infatti questo narratore-protagonista, e autobiografico, è tutt’altro che edificante: consumatore casuale ma intenso di droghe più o meno “ricreative”, robusto bevitore, con una vita erotica certo non promiscua ma abbastanza movimentata. Insomma un “bad boy”, come l’autore si auto-definisce un paio di volte non senza un certo compiacimento. (Ma questo “bad boy” omosessuale non esita a opporsi alla militanza ideologica fondata sulle identità sessuali.)

Questo ragazzaccio di gran talento (nato nel 1964) trascorre un’esistenza, come si dice, “bi-costiera”, cioè la vita di chi si trasferisce continuamente dai bar, ristoranti, cinema e salotti di Los Angeles a quelli di New York, e viceversa. Vita mondana ma non oziosa: Bret Easton Ellis è stato un romanziere di successo, con una mezza dozzina di romanzi a suo credito (e un esordio brillante a vent’anni); ma adesso è soprattutto uno sceneggiatore, un critico cinematografico, televisivo e musicale (musica pop), e un compilatore di incessanti tweet che ne determinano l’autorevolezza come critico dei media, e attraverso di essi della società.

6858

Ritratto del ragazzaccio da giovane

White è un po’ ripetitivo, ricolmo com’è di dettagli di ogni tipo: titoli di film, di canzoni e di rivistine; fogge e marche di abiti, accessori, cosmetici e simili. (Questo “eccesso” era stato anche il tratto distintivo e a suo modo affascinante dei romanzi di Easton Ellis; ma per questo libro forse ci sarebbe voluta qualche sforbiciata da parte della casa editrice Knopf.) D’altra parte, il saggio è scritto con la particolare, elegante vivacità di chi controlla lo stile della colloquialità senza scadere nel semplicismo; e vi è un’abilità notevole nell’alternare le immagini della società contemporanea con repentini salti indietro (tipo flashback cinematografici); sono appunto questi salti che danno al testo una tinta romanzesca. Ma il valore sintomatico del libro consiste nel suo sguardo semplice e diretto: lo sguardo del bambino che ha il coraggio di dire che il re è nudo, lo sguardo che satireggia il regime intellettuale del Pensiero Unico, sempre più oppressivo.

Bret Easton Eliis book covers

Già il titolo suona (almeno in inglese) come una sfida: nel linguaggio corrente dell’intellighenzia universitario-saggistico-giornalistica in Usa, col suo razzismo dell’anti-razzismo, un termine come “bianco” (soprattutto quando si riferisce a un bianco di sesso maschile) è solitamente pronunziato con l’ombra di un sogghigno; anche da parte di molti bianchi! (masochismo ideologico). Ma lasciamo parlare il libro, con una scelta di passi:

“Il tono di superiorità morale adottato dai guerrieri della social-giustizia, e da una Sinistra sempre più scatenata, è di regola sproporzionato rispetto all’oggetto effettivo della loro indignazione; non mi ha sorpreso, allora, che questa odiosa tendenziosità logora-nervi abbia cominciato a creare un’autoritaria polizia del linguaggio”.

“C’era una volta quello che, a ricordarlo adesso, sembra un momento magico, quando uno poteva esprimere le sue opinioni, renderle pubbliche, aprire una discussione generale; ma la cultura attuale è così timorosa di fronte a tutti i tipi di discorso, che ogni iniziativa simile tende a provocare attacchi”.

US-POLITICS-TRUMP-COMMENCEMENT

Il post dell’impero

“Donald Trump è certamente un presidente post-imperiale; laddove le opposizioni contro di lui da parte dei media rappresentanti l’establishment non sono mai state più reazionarie di adesso: appartengono al vecchio Impero”. (La prima sezione del libro di Easton Ellis si intitola “Impero”; ma non c’è la pesantezza degli ideologi nostrani: il rapporto fra Impero e post-Impero è qui visto in termini di impressioni, immagini e contatti umani, senza pedanterie.)

“Come scrittore, non posso non credere in un’incondizionata libertà di parola […] Quando si comincia a decidere come la gente possa o non possa esprimersi, si apre la porta di una stanza buia dentro la Ditta, una stanza da cui in realtà è impossibile scappare. Non stanno forse arrivando a controllare i vostri pensieri, e poi i vostri sentimenti, e poi i vostri impulsi? E non arriveranno infine a controllare anche i vostri sogni?” (Strano che Easton Ellis non richiami qui l’opera di Orwell; ma il punto importante è un altro: la possibilità stessa che si possa evocare questa immagine, dice pur qualcosa sulla situazione pericolante della libertà di parola al cuore delle società democratiche occidentali.)

77b11864-AP19316733534980

“I sentimenti non sono fatti; e le opinioni non sono crimini; e l’estetica conta ancora per qualcosa. E la ragione per cui sono uno scrittore è quella di presentare un’estetica: cose che sono vere senza necessariamente essere verità di fatto, o immutabili. E poi, anche le opinioni possono cambiare: anche se, a sentire i media, dovrebbero restar fisse per sempre” (corsivi nell’originale).

“L’allontanamento di chiunque non la pensi esattamente come gli altri è andato al di là della protesta e resistenza: è diventato una forma di fascismo puerile, e risulta sempre meno tollerabile accettare queste tattiche esclusionarie”.

611709-homo-mediaticus“Orribile idea, che al tempo stesso è un grosso affare, del management della reputazione: per cui si assumono ditte che si occupino di dare forma a un Tu più gradevole, più relazionabile (relatable). Questa nuova prassi, dedicata a truffare il sistema dei rapporti sociali, è appunto una frode: un bizzarro tentativo di cancellare ciò che è soggettivo e al tempo stesso ciò che è oggettivo”. (Questo è forse il solo punto nel libro in cui, dallo spigliato anti-intellettualismo di Easton Ellis, emerge un’intuizione filosofica da sviluppare.)

611705-homo-mediaticus-4In conclusione, il miglior modo di comprendere la sintomaticità del libro di Easton Ellis è un ragionamento a fortiori: se anche un homo mediaticus come lui, colto e intelligente certo, ma senza ambizioni attivistiche, elucubrazioni ideologiche e solennità etiche, trova impossibile non ribellarsi alla cultura di conformismo repressivo che lo circonda, quanto ci vorrà prima il discorso imperante (in Usa come in Europa) cambi almeno in parte? Quanto ci vorrà prima che prenda forma un diverso tipo di intellettuale?

Paolo Valesio

611706-homo-mediaticus-5

 

 

 

 

2 commenti

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

ULTIMI GIORNI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 22.01. 2020 con il titolo redazionale ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA/ Cosa sta cambiando in una ex Germania Est in crisi
 
depositphotos_22028619-stock-photo-grunge-flag-of-the-german

Bandiera della Repubblica Democratica Tedesca

ULTIMI GIORNI

Emilia-Romagna (nome composto che già evoca l’ombra di un contrasto). L’aria che si respira in questi ultimi giorni pre-elettorali, sotto la superficie delle risse e dei gossip mediatici, o delle raffiche di statistiche incomprensibili, ha qualcosa di tragico. Dicono: Esagerato! Risposta: No, non è un’esagerazione, e per spiegarne il perché basti dire che, comunque vadano le elezioni, si tratta della fine di questa tranquilla e bonacciona “Repubblica Democratica Tedesca”, dunque della fine di un’epoca. Dicono: Esagerazione doppia, e quasi una bestemmia! Come si può osar di paragonare quel regime schiacciasassi e schiaccia-anime con una regione prospera, civile e democratica?! Risposta: il linguaggio è una forma di conoscenza che va al di là delle singole parole. L’espressione è iperbolica, sissignore; e si può anche ammettere che l’analogia sia un po’ forzata. Ma tutte le analogie sono leggermente forzate, senza che per questo perdano nulla della loro energia conoscitiva. Perché le iperboli, le analogie, le metafore ecc. sono gli strumenti degli scrittori. I quali dovrebbero – il tempo è più che venuto – andare al contrattacco verso l’atmosfera di compatimento se non di disprezzo che circonda gli intellettuali (rimasti quasi completamente invisibili durante questa campagna elettorale).

La verità è che i poeti e simili persone sono, fra altre cose, interpreti indispensabili della politica, proprio con quei loro strumenti delle iperboli analogie metafore e via dicendo; perché anche questi sono mezzi d’indagine della realtà sociale. Dunque torniamo per un momento, senza chiedere scusa, al paragone con la DDR. Tutti sanno che, a Berlino, la differenza fra la ex-zona Est e la ex-zona Ovest è ancora palpabile, in tanti dettagli. Ma forse non tutti sanno (almeno, alcuni di noi lo ignoravano) che ci sono ancora a Berlino alcuni anziani signori e signore i quali continuano a trascorrere tutta la loro esistenza nella zona Est senza mai sentire il bisogno di recarsi nella zona Ovest. Saranno pochissimi, certamente: ma è lecito chiedersi che significhi questo tipo di esistenza auto-confinata; che cosa significhino le vite per le quali, in un certo senso, il Muro non è mai caduto.

GettyImages-174183614-5b296c32eb97de0037b0c3d4

Bologna, la rossa

Allora, ecco l’analogia (“forzata” solo nel senso che fa forza contro la barriera dei luoghi comuni): c’è chi ha trascorso tutta la vita, e si prepara a concluderla, in una città come Bologna (qui rappresentativa di tutta la regione) la quale da 70 anni, a parte la parentesi 1999-2004 – eccezione che ha confermato la regola – vive sotto lo stesso regime politico. Dicono, con la tipica (?) bonarietà bolognese: E con ciò? Bologna, con l’Emilia, la Romagna e altre regioni ha vissuto pacificamente, e dottamente, per secoli (con alcuni incidenti di percorso), sotto lo Stato Pontificio. Vero: e infatti, questa atmosfera da stato pontificio si è trasmessa tranquillamente – saltando al di là del fascismo e dello stato unitario, e ignorando le baruffe (anti)clericali – al regime (post/para)comunista dell’ultimo settantennio. Dicono (e cominciano a scaldarsi): Embè? Che ci vedi di male tu, scrittorello-untorello? E lo scrittore timidamente risponde: Nulla di male, per carità; ma qualcosa di un po’ bruttino, qualcosa che respira un’aurea mediocritas, questo sì che lo sento.

Dicono: Guarda, se volevi parlare di estetica potevi dirlo subito, così ce ne andavamo a dormire. Risposta: Un momento, un momento. Chi ha detto che l’estetica sia cosa soltanto per artisti e professori? L’estetica (la bellezza) è una dimensione fondamentale della vita; è uno degli elementi che distinguono, in quello che ci circonda, l’aria buona da quella cattiva; fa parte insomma (per usare un termine alla moda) della nostra ecologia di cittadini. E qui, in questa Regione che è l’ultima inter pares (prima fra le regioni del Centro, ultima fra le regioni del Nord), è da un bel po’ che si respira un’aria alquanto viziata; ed è venuta l’ora di arieggiare gli ambienti. Intere esistenze passate sotto lo stesso regime politico hanno un effetto negativo sulla qualità di vita: la qualità dei cittadini così come la qualità dei governanti.

1GiCpx

l’Emilia-Romagna, orizzonte di possibilità

Allora, qual è la “tragedia”? E’ che ormai l’hanno capito tutti, che un cambiamento (altro che continuità!) sarà inevitabile. Una parte di loro è triste per un passato che non tornerà più; e tutti, poi, da qualunque parte stiano, sono comprensibilmente preoccupati se non spaventati, come accade di fronte a qualunque grande mutamento. Perché una cosa è certa: che l’estetica della vita (cioè il ritmo, lo stile, il sapore della vita) qui cambierà. Se vincono (di misura) i rappresentanti del regime, si troveranno ad amministrare una regione ribollente di scontento, dove tanti hanno finalmente scoperto la possibilità di dire: No. Se vincono (com’è probabile) gli altri, dovranno lavorare dentro quello che in larga parte sarà un paesaggio punteggiato da trabocchetti e pozzi avvelenati. Che Sant’Apollinare, patrono dell’Emilia-Romagna, protegga la sua Regione.

          Paolo Valesio

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, News, politica, Prosa, Uncategorized

LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 24.12. 2019 con il titolo redazionale (ben diverso dal mio titolo originario) Si può uccidere due volte una studentessa (bianca) in un campus Usa?

maxresdefault

LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Tutti gli appartenenti alla comunità columbiana, anche se si trovano all’estero, ricevono per posta elettronica dall’ufficio sicurezza del campus una breve comunicazione con tanto di fotografia dalla telecamera, quando essa è disponibile, ogni volta che un crimine è commesso nel campus o nei suoi immediati dintorni; e non solo quando esso coinvolga i membri della comunità, ma anche quando colpisca i vicini di Columbia. La muta eloquenza dell’immagine (“Chi l’ha visto?”) risparmia l’imbarazzo di indicare in parole chiare il genere e l’etnia del sospettato. Che nel 98 per cento dei casi è un uomo, e nel cento per cento dei casi ha la pelle di quel colore che non si menziona: per non “prestarsi alle strumentalizzazioni”, per non “incoraggiare le speculazioni politiche” —  insomma per vivere “correttamente” le scaramucce esistenziali che sono parte della vita quotidiana a Manhattan e non solo.

morningside-park-1

La scena del delitto

Ma il messaggio ricevuto alcuni giorni or sono, e che ha come bucato lo schermo, è stato e resterà se Dio vuole eccezionale: una matricola diciottenne di Barnard (il college prevalentemente femminile che è parte integrante di Columbia) è stata pugnalata a morte durante un tentativo di rapina nel parco che si trova sul lato orientale del campus.  Ora, la “buona notizia” (se si può usare questa espressione per un tale orrore) non è stata tanto la ovviamente rapida reazione della polizia quanto il comportamento sensibile e attento dei dirigenti di Columbia: lettere aperte del rettore e di altre autorità, subito dopo la notizia, alla famiglia della ragazza e a tutta la comunità, disponibilità immediata di psichiatri e assistenti sociali per parlare agli studenti sconvolti; e si è ribadita più volte l’informazione, peraltro già ampiamente nota agli studenti, che è disponibile ogni giorno un servizio di navetta e di scorta perché essi raggiungano in sicurezza i loro domicili dopo le lezioni. Efficienza, dunque, e trasparenza. Ma a questo punto le buone notizie finiscono, e cominciano le questioni scomode.

Todd04242018218157-740x492

Perché c’è bisogno di scorte, intorno a Columbia? E, che significano i due aggettivi mancanti: dopo il nome della studentessa e dopo il nome del sospettato? Si tratta di due calcolate lacune, opposte e complementari: se non si specifica nulla dopo il nome della ragazza, vuol dire che era bianca; e se del sospetto si dice soltanto “di sesso maschile”, vuol dire che non lo era, bianco. Ecco che comincia il gioco dell’eufemismo e della diplomazia, ecco che la trasparenza si appanna. Non è che questi silenzi siano privi di giustificazioni: ma bisogna essere chiari su di essi, se si vuole veramente capire la situazione, al di là delle opposte retoriche di propaganda.

ParkPics1

Una delle discese da Morningside Heights, quartiere universitario, per il parco

“Questo episodio demonizzerà l’immagine del parco”, dice una studentessa ai giornalisti che sono corsi al campus e che chiedono alle ragazze di Barnard impressioni a caldo. Verrebbe voglia di ribattere, un po’ cinicamente, che Morningside Park non aveva bisogno di questo episodio, per essere “demonizzato”: un tacito accordo generale insegnava ad evitarlo, specialmente verso il tramonto. Ma, appunto, questa percezione non poteva essere espressa direttamente, in omaggio all’ideologia. E forse la giovane vittima dagli interessi artistici che già eseguiva piccoli concerti e che doveva essersi subito (come non capirla?) innamorata di Manhattan, non sapeva o non si era curata di sapere che poteva essere pericoloso, attraversare da sola un parco cittadino al bordo della sua università intorno alle cinque del pomeriggio. D’altra parte, la sua collega appena citata sulla “demonizzazione”, stava offrendo una bella e concreta testimonianza: faceva parte di un gruppo di volontari che aveva dato una ripulita a certe zone del parco, e insomma intendeva cambiarne la reputazione.

Morningside_Park_stairs_to_Carl_Schurz_Monument

Simili sforzi non sono idealistici bensì realistici. Come il realismo di san Paolo quando (nella Prima Lettera ai Corinzi) esorta i fratelli: “aspettatevi gli uni gli altri”; che sembra un modo di dire: rispettate i diversi ritmi di sviluppo e crescita di persone differenti. Ma come è possibile ciò, senza una chiara critica interna a entrambele comunità in questione? Altrimenti la costante ostilità sotterranea (mascherata dagli eufemismi) fra le due popolazioni che convivono nelle stesse città,   l’ostilità che vibra ai margini dei luoghi della ricchezza e al tempo stesso della cultura dell’umano (a Columbia come a Yale come all’università di Chicago ecc.), finirà con l’avvelenare le acque di tutti i pozzi.

NY-PARK-KILLING-11-1576542045

Pare che l’assassino e i suoi complici avessero soltanto cinque o sei anni in meno che l’assassinata; la quale dev’essere stata circondata da quello che a volte il gergo della stampa chiama “un branco”. Ma qui come in tutti gli altri casi non c’è nessun “branco”, qui non ci sono “animali” (come si borbotta qualche volta negli angoli bui): ci sono esseri umani, giovani o giovanissimi che siano, ai quali dev’essere riconosciuta anche la dignità dei loro terribili errori. “Indicibile” (unspeakable) è il termine che ricorre nelle lettere addolorate delle autorità accademiche. L’unica reazione possibile di fronte a certi eventi sembrerebbe dunque essere quella più brutalmente corporea: “La mia compagna di camera sta vomitando in bagno”, dice senza fronzoli una delle intervistate alla quale era stato chiesto quanto la comunità fosse sconvolta dall’accaduto.

113barnard-image1-articleLarge

Unspeakable … A volte, di fronte a certi orrori, si sente una stanchezza delle parole: che poi implica un’aridità, un’incapacità di commuoversi di fronte alla ripetizione della violenza da entrambe le parti. L’unica soluzione forse, per ritrovare un linguaggio che dica le cose, è concentrarsi per qualche attimo sui dettagli apparentemente “gratuiti” e marginali. Complimenti allora ai due cronisti del New York Times (Ed Shanahan e Matthew Sedacca) che, avendo colto al volo una frase apparentemente inane di una ragazza, non l’hanno censurata intellettualisticamente ma l’hanno citata: “Aveva i capelli verdi, e l’altro giorno in caffetteria le ho detto che i suoi capelli mi piacevano”. Resta l’immagine di un colore un po’ punk (come si sarebbe detto una volta), ma dolce: un colore del divertimento e dell’avidità della vita (e che importa che, se la ragazza avesse avuto il dono di vivere, l’avrebbe probabilmente cambiato dopo pochi mesi?). A volte, basta un dettaglio così per liberare quello che, nelle parole di Giorgio Caproni, si potrebbe chiamare “il seme del piangere”.

Paolo Valesio

121619_barnard_day3_web

1 Commento

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

PLATONE, AMICO MIO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’11 dicembre 2019 col titolo “Quelle piazze anti-odio che dimenticano Platone”.

122518-40-History-Philosophy-Plato-Community-1024x768

 

PLATONE, AMICO MIO

In un discorso tenuto il 24 ottobre di quest’anno, James Jeffer, direttore esecutivo del Knight Institute per il Primo Emendamento presso l’Università Columbia di New York, ha dichiarato fra l’altro che: “Il valore di un sistema di libertà di parola dev’essere misurato non soltanto in base alla sua efficacia nel promuovere l’autonomia dell’individuo […] ma anche alla sua efficacia nell’aiutarci a scoprire la verità, comprenderci l’un l’altro, risolvere dispute civiche, e governare noi stessi”. E’ certamente una descrizione condivisibile di elementi fondamentali, eppure si sente che qualcosa manca. E l’impressione resta anche quando, nel discorso appena citato, si dice che: “La libertà di parola è un contenitore da riempire, non un piano di azione”.

769848733_1280x720

E se invece noi pensassimo la libertà d’espressione, non come un contenitore da riempire, e non come un piano d’azione, e nemmeno come un problema puramente pragmatico di “efficacia”; ma piuttosto come un’utopia necessaria, e una complessa questione etica dagli aspetti paradossali? Stiamo parlando infatti di un tipo di libertà che non è pienamente realizzato in nessun luogo al mondo: è un orizzonte verso il quale continuiamo a tendere. E ciò dovrebbe bastare per sviluppare in noi un atteggiamento di umiltà, e di rispetto per l’enormità di questo compito. Inoltre, la libertà d’espressione dovrebbe essere coltivata, non a dispetto del fatto che essa porta spesso a conseguenze imprevedibili e problematiche, ma proprio perché essa conduce a tali conseguenze. (L’etica, appunto, è qualcosa di essenzialmente paradossale.)

1528092877005_1528092887.jpg--societa_inclusivae_liberta_di_parola

Quando pensiamo alla libertà d’espressione, la vediamo predominantemente (sempre?) nella prospettiva di un soggetto che enuncia certe affermazioni, siano esse verbali o trasmesse attraverso altri media, compreso il linguaggio del corpo. (Ecco perché è meglio parlare di libertà di “espressione” piuttosto che di libertà di “parola”.) In sintesi: c’è un soggetto il quale si presenta come autore di un discorso significativo che richiede un uditorio; e si sente limitato o perfino minacciato da qualche altro soggetto che vuole oscurare o comunque diminuire la sua espressione. Questa è una prospettiva fondamentale che dev’essere coltivata e, se necessario, difesa. Ovvio, no? Così ovvio, in effetti, che si può restare insensibili a un certo elemento narcisistico, in tutto ciò. Ma c’è un’altra prospettiva, che non contraddice bensì integra quella appena descritta: la prospettiva dell’ascoltatore.

55d383f40d4bf03584f5176049895a13

L’ “altro” che dovremmo essere sempre disposti ad ascoltare, se vogliamo che la nostra esperienza di libertà significhi veramente qualcosa, è il radicalmente altro: in un senso non metafisico ma semplice e quotidiano. E’ l’altro con cui non ci troviamo d’accordo; l’altro che non ci piace, e che tendiamo a non rispettare e a volte addirittura a odiare; l’altro, dunque, non soltanto come il vittimizzato che possiamo esser tentati di considerare con una certa degnazione, ma anche l’altro che potrebbe rivelarsi come avversario forte e pericoloso. Soltanto quando accettiamo pienamente il diritto a essere ovvero le ragioni d’essere di questo “odiato” (odiato da chi?), al di là del problema se siamo o no d’accordo con lui/lei — soltanto allora possiamo veramente comprendere la necessità di lasciare che altri siano liberi di esprimersi, e possiamo sentirci veramente autorizzati a sviluppare la nostra propria libertà d’espressione. Che cosa è in giuoco, in tutto questo? Nientemeno che la completa accoglienza di un’intuizione tanto difficile quanto fondamentale: che, cioè, esseri umani diversi da noi effettivamente esistono, nel senso pieno di questo termine; è quella che potremmo chiamare l’evidenza dell’esistenza. (E’ terribilmente facile non vedere ciò che è evidente, ciò che è ‘nascosto in piena vista’, per dirla all’inglese; e potremmo chiamare questa non-percezione: “Sindrome della Lettera rubata”, con riferimento al famoso racconto di Edgar Allan Poe.)

plato_360x450

Ricordiamo un motto dalle lontane origini: Amicus Plato, sed magis amica veritas, cioè: ‘Platone è mio amico, ma la verità mi è ancora più amica’. Ebbene, con tutto il rispetto per la saggezza antica, ma tenendo presenti le varie esasperazioni dogmatiche dell’idea di verità in tempi moderni, sarebbe preferibile rovesciare questo detto, e dichiarare: Amica veritas, sed magis amicus Plato, ovvero: ‘La verità è mia amica, ma Platone mi è ancora più amico’; dove “Platone” sta per ognuno che entri con me in un incontro o scambio. L’inflessibile ricerca di una verità assoluta rischia di divenire presto o tardi nemica della libertà di espressione — libertà il cui significato più profondo non ha a che fare con un’asserzione potenzialmente narcisistica, ma con il riconoscimento e l’accoglienza della comune esistenza umana.

          Paolo Valesio

[Dall’intervento al simposio internazionale “Crossing Boundaries / Entgrenzungen / Sconfinamenti” tenuto il 6 dicembre 2019 a Flensburg (Germania) e organizzato dalla Europa-Universität di Flensburg in collaborazione con il Centro Sara Valesio (CSSV) di Bologna]

liberi-1024x682-w855h425@2x

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

Riporto qui il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 19 novembre 2019 che ha mantenuto il titolo originario.

bf61e920-1c5e-4d51-93a7-7a54def0b08b-GettyImages-50435637

 

LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

La scena si svolge una decina d’anni or sono nella saletta dove si riunisce, in modo naturalmente riservatissimo, la commissione di concorso per una nomina a cattedra di ruolo in un dipartimento umanistico presso una grande università dell’area newyorchese. Tutti i membri hanno letto le pubblicazioni dei pochi candidati arrivati alla selezione finale, e hanno ascoltato le conferenze che ognuno di loro ha in giorni successivi tenuto di fronte ai professori e ai dottorandi; le impressioni dei quali (piccola nota comparativa rispetto alle università italiane), anche se non hanno una valenza ufficiale, sono già state ascoltate con attenzione. Si sta dibattendo il caso di uno dei migliori candidati, sul quale però le opinioni sono divise; e a un certo punto uno dei più autorevoli membri della commissione, non particolarmente favorevole a quel candidato, osserva con un sorriso lievemente ironico: “Beh, lui cita ancora Harold Bloom…”. (A proposito: il docente in questione non ottenne quella cattedra, ma adesso insegna serenamente e produttivamente in un’università del Sud negli Stati Uniti.)

picture1-1557238582

In conversazione con il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida

Sorgono allora spontanee un paio di domande: Come mai Harold Bloom (1930-2019), una delle star della critica letteraria internazionale, poteva, ancora vivo e attivo, essere diventato poco “citazionale” (come dicono i francesi) negli ambienti intellettuali più schizzinosi? E correlativamente: Come mai per questo grande personaggio, scomparso alla metà del mese scorso, il problema non è quello espresso dall’abituale linguaggio giornalistico: “E’ troppo presto per” (fare un bilancio della sua attività, esprimere un equilibrato giudizio critico, ecc.) bensì quasi l’opposto, cioè: Meglio affrettarsi a spiegarne l’importanza, prima che la sua opera venga dimenticata? Per comprendere come stia accadendo ciò, bisogna avere un’idea dell’atmosfera in cui vive la cultura statunitense, con la sua peculiare mescolanza di studiosità universitaria e mode mediatiche.

The Good and Evil Angels 1795-?c. 1805 by William Blake 1757-1827

La creazione di un grande studioso e critico

Harold Bloom ha cominciato la sua carriera di brillante giovane professore come autore di studi sui Romantici inglesi e su William Blake. Ma negli anni seguenti, mentre restava saldamente ancorato, proprio fino ai giorni della morte, alla sua istituzione universitaria (l’Università di Yale a New Haven, nello stato del Connecticut), Bloom compiva una svolta intellettuale tanto importante quanto difficile da definire. Da un lato sviluppava un eloquente stile discorsivo, saggistico e aforistico, nella grande tradizione della critica inglese rappresentata soprattutto dal suo eroe settecentesco Samuel Johnson (1709-1784) e dall’altro suo eroe tardo-ottocentesco Oscar Wilde (1854-1900), e già questa combinazione di modelli critici così diversi rivela la grande versatilità e raffinatezza del suo ingegno; dall’altro lato svolgeva un revisionismo, insieme estetico e teologico, della tradizione giudaico-cristiana (inventandosi una sua categoria di “giudaismo non-normativo”), che faceva leva su studi esoterici: soprattutto ma non solo la Kabbalah (nell’ultima visita che ebbi il privilegio di fargli durante la primavera scorsa vidi un Bloom stanco ed emaciato, che però stava preparando quelle che sarebbero state le sue ultime lezioni, e che aveva ancora l’eroica energia di guidare la sua assistente verso i titoli delle opere di Gioacchino da Fiore). Ma in fondo questa tendenza allo studio della letteratura come mito e mistero affiorava già nelle sue prime opere: il libro su Shelley parlava del suo mythmaking (“far mito”), l’opera sui Romantici era intitolata a una Compagnia visionaria, il libro su Blake si concentrava sulla Apocalisse creata da questo poeta.

The_number_of_the_beast_is_666_Philadelphia,_Rosenbach_Museum_and_Library

Il numero della bestia: L’apocalisse di Blake

Questa eccezionale combinazione di bellezza di stile, erudizione e varietà ermeneutica resta la cifra non riproducibile della grandezza di Bloom, e spiega anche perché sia difficile se non impossibile parlare di una sua scuola. Le opere che segnano le tappe del suo originale metodo critico, e che sono in generale libri piuttosto brevi e molto intensi, si snodano nel ventennio fra i primi anni Settanta (L’angoscia dell’influenza; Una mappa della dislettura) e gli anni Ottanta fino alle soglie dei Novanta (Agone. Verso una teoria del revisionismo; I vasi infranti). E questa per così dire sinfonia critica aveva come accompagnamento il basso continuo delle sue analisi dei drammi di Shakespeare, che Bloom ha esaltato come il creatore della coscienza dell’uomo moderno.

harold-bloom-1994_icajdm

Ma poi Bloom ha avuto una fortuna che si è tradotta al tempo stesso (come purtroppo accade quasi sempre in questi casi) in un fatale salto di qualità. E’ diventato cioè quello che in USA si chiama un public intellectual: insomma un famoso opinionista (ruolo che peraltro egli ha gustato e svolto con brio fino all’ultimo), dopo che invece era stato un maestro di pensiero. Ma anche come opinionista, Bloom (a conferma della sua straordinaria agilità mentale), ha coltivato un doppio registro, non limitandosi alle interviste giornalistiche irte di frecciate contro le correnti critiche alla moda e i mostri sacri della scrittura letteraria contemporanea, dove affioravano a volte anche le sue personali (e quale intellettuale non ce le ha?) angosce o almeno ansie dell’influenza — come la sotterranea emulazione rispetto al grande teorico della letteratura di una generazione precedente, il critico e pastore evangelico Northrop Frye studioso fra l’altro di Blake; o come il senso di competitività verso colui che fu per un paio d’ anni (anni di cui si parlò a lungo) suo collega a Yale: il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida. Ma, a proposito di doppio registro, Bloom ha anche coltivato un’inesauribile attività di tipo pedagogico: edizioni di drammi shakespeariani, curatele di raccolte di saggi scritti da altri critici sui più svariati autori, antologie.

25_3-td

Il sorriso di Falstaff

L’opera forse più nota di Bloom è (ironie della storia letteraria), un libro monumentale ma debole: Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età. (Fra parentesi: le traduzioni italiane di Bloom rendono spesso opaca la grande eleganza della sua scrittura; la bizzarra resa italiana di quel sottotitolo, “I libri e le scuole delle età”, che fa pensare a libri di testo per ragazzi, si riferisce in realtà a “I libri e le scuole di pensiero che sopravvivono attraverso i tempi”.) Ecco: questo diluviare di opere mediatiche aiuta a spiegare (ma non a giustificare) lo snobismo dei critici di nuova generazione cui si riferiva l’aneddoto iniziale. In fondo c’è una rassomiglianza conturbante (uncanny: uno degli aggettivi preferiti da Bloom, sulle orme di Freud) fra la parabola di Bloom e quella del suo personaggio shakespeariano preferito (e qui il critico ironizzava allegramente sulla propria corpulenza negli anni migliori), Sir John Falstaff. Falstaff è il battutista ricco di ingegno e finezza che si muove confidenzialmente alla corte del futuro re d’Inghilterra solo per essere brutalmente rinnegato da quest’ultimo, quand’egli ascende al trono col nome di Enrico Quinto. Non potrò più rileggere gli straordinari e commoventi dettagli dell’agonia di Falstaff così come Shakespeare ce la presenta in Henry V: “sorrideva alle estremità delle sue stesse dita […] il suo naso era appuntito come una penna”, senza pensare al viso affilato del mio mentore e amico, in quella mattina di aprile a New Haven.

Paolo Valesio

1banner

2 commenti

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

NON È SOLTANTO UN FILM

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 5 ottobre 2019 col titolo “Bergman, la solitudine della fede non è solo un film”.
bergman_2011_a_l

Ingmar Bergman sul set negli anni 60

 

NON E’ SOLTANTO UN FILM

Come si può conciliare il Novecento in quanto “secolo breve” con l’esistenza al suo interno dei “lunghi anni Sessanta” (per usare i titoli di due libri, uno dei quali notissimo)? Un modo di trovare un certo equilibrio in risposta a questa domanda è adottare un metaforico fermo-immagine (dopo tutto, si sta per parlare di un film) quando si rivolga uno sguardo attento all’una o all’altra opera della cultura novecentesca — e mi spiego subito. Recentemente un centro studi bolognese ha inaugurato la sua nuova stagione con una prosecuzione dell’omaggio anniversario al grande regista Ingmar Bergman (1918-2007), sul quale è apparsa l’anno scorso una monografia critica; in connessione con questa pubblicazione è stata proiettata la versione integrale di un film molto significativo del regista svedese, seppure non tra i suoi più noti (e anche una riproposta come questa rientra tra le funzioni di un centro studi). Si tratta di Luci d’inverno, del 1963; e la proiezione è stata seguita da un colloquio con Roberto Chiesi autore del libro citato, e due studiosi appartenenti ad ambiti intellettuali diversi.

s-l400

Il film è stato discusso in quanto testo autonomo (“ontologicamente”, come ha detto il filosofo Raffaele Milani), al di fuori di considerazioni storiografiche e cronologiche (ecco il “fermo-immagine” di cui si parlava). E’ la storia di poche ore in una domenica invernale dentro e intorno a due chiesette (la prima, dove si svolge la maggior parte dell’azione, è di origine medievale) all’incrocio fra due villaggi immersi nella campagna svedese. Il pastore Tomas, da anni vedovo sconsolato, sente che sta perdendo la fede ma celebra nella piccola chiesa medievale la prima messa; durante la quale anche la maestra Märta, atea e innamorata di lui, partecipa alla Comunione. Dopo la funzione, Tomas respinge seccamente la tenerezza di Märta, che gli offre una vita rinnovata; ma poi sembra cambiare atteggiamento, e le chiede di accompagnarlo alla seconda messa del giorno nell’altro villaggio. Messa che egli celebra in una chiesa deserta di fedeli — a eccezione di Märta, la quale si inginocchia sul pavimento con una mossa di forte devozione, mentre Tomas scandisce con voce alta e decisa le parole della liturgia. Su questa immagine il film, apparentemente così povero di eventi, si conclude.

luci-d-inverno-1963-Ingmar-Bergman-recensione-932x460

Ma lo sfondo culturale di questo scarno film è profondo. In un colloquio con un parrocchiano Tomas aveva precedentemente rivelato la profondità del suo scetticismo: “Ammettiamo che Dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo. La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento del corpo e dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura: tutto diventa chiaro, trasparente. L’incomprensibile sofferenza non ha bisogno di spiegazione. Non c’è nessun creatore, nessun reggitore del mondo, nessun pensiero vertiginoso ed immenso”. (Questo era il testo originale della battuta, un po’ tagliuzzata per conformismo nell’edizione italiana del film.) Sono parole quasi identiche a quelle pronunziate da Ivan Karamazov in una famosa scena del grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Di fronte a tutto ciò, ogni spettatore trarrà le proprie conclusioni: quella “oggettiva” (sul senso del film) e quella “soggettiva”, sul senso della propria vita. (Tale è il doppio effetto di un film autentico come questo; mentre la maggior parte delle pellicole, soprattutto quelle hollywoodiane, non ci si provano nemmeno, a raggiungere così intimamente lo spettatore.)

Luci_d'inverno

Ma in realtà la speranza e la dimensione del trascendente non sono assenti, sotto i discorsi della disperazione; e ciò appare sia all’inizio sia alla fine dello spettacolo. Verso la fine, mentre Tomas si prepara alla sua celebrazione nella seconda chiesa, quella dove solo Märta lo ascolta (ma si può ricordare che il grande scrittore spirituale americano Ralph Waldo Emerson amava pregare nelle chiese deserte), il suo sagrestano gli esprime con umili parole quella che egli presenta come una sua idea, sopravvenutagli in notti insonni: che cioè la maggiore sofferenza di Cristo, al di là della Passione, sia stata l’atmosfera di radicale incomprensione nella quale Egli è vissuto. In realtà, dietro le poche ed esitanti parole dell’uomo del villaggio, che comunque esprime così, indirettamente, la sua comprensione della situazione in cui Tomas si trova, emerge l’eco (ovviamente calcolata da Bergman) di quella che, in un certo periodo del pensiero novecentesco, era nota come “teologia della solitudine” — dunque, non una forma di disperazione o nichilismo, bensì la descrizione di un percorso spirituale.

cover1000

Ma, al di là di ogni teologhema o filosofema, quella che resta più impressa è la straordinaria scena iniziale: nella chiesetta antica la mezza dozzina dei partecipanti alla messa si avvicina alla balaustra intorno all’altare, si inginocchia e riceve la comunione dalle mani dell’officiante. La macchina da presa si concentra a turno sui visi, duramente segnati dalla vita, dei singoli comunicanti, poi sul volto e sulle mani di Tomas: a ogni passaggio (per una mezza dozzina di volte) vediamo l’assunzione dell’ostia e del vino dal calice; a ogni passaggio (due volte per ogni comunicando) si odono, esattamente scandite e ripetute, le parole del rito sacro. Così si comprende il titolo forte ed originale (esteticizzato con queste Luci d’inverno nella versione inglese e poi in quella italiana), che è una parola danese composta il cui significato essenzialmente è: I comunicanti. Non ricordo una rappresentazione filmica così intensa di quella ripetitività che è l’essenza del rito cristiano come affermazione di fiducia: sinonimo, più semplice e concreto, della parola “fede”.

Paolo Valesio

[Dalla proiezione del film di Bergman, organizzata dal Centro Studi Sara Valesio (CSSV) in collaborazione con la Cineteca di Bologna — in colloquio con Chiesi, Milani e Valesio — nella Sala della Cultura di Palazzo Pepoli a Bologna, il 26 settembre 2019]

tumblr_n43jj5wu4x1rovfcgo3_1280

 

 

1 Commento

Archiviato in Critica, Prosa