Lo strano pensiero della pace

Una preghiera dopo i bombardamenti di San Lorenzo, Roma, luglio 1943

Lo strano pensiero della pace

Apparso con il titolo Russell e quel pensiero della pace che rifugge da ogni formula, in “IlSussidiario.net“, 21 April 2022.

“L’aspetto eticamente caratteristico del misticismo è l’assenza di indignazione e di protesta, la gioiosa accettazione, il rifiuto di ammettere come verità ultima la divisione in due campi ostili, il bene e il male. Questo atteggiamento è conseguenza diretta della natura dell’esperienza mistica: al suo senso di unità è legato un sentimento di pace infinita. Si può anzi sospettare che sia il sentimento di pace a produrre, come avviene nei sogni, l’intero sistema di convinzioni collegate”. 

Chi scrive queste parole è un filosofo la cui immagine dominante è quella della rigorosa razionalità: Bertrand Russell. L’autore specifica che si tratta di un saggio “a carattere divulgativo” – aggettivo che suona un po’ strano oggi, per uno scritto il cui titolo, Misticismo e logica, contiene due parolone difficili da maneggiare, anche se per ragioni quasi opposte: la maggior parte delle persone sono convinte di pensare in modo “logico”; e quanto al misticismo, nessuno sa esattamente che cosa sia.

Bertrand Russell

Forse questi termini avevano un suono un po’ diverso nel 1914, quando uscì quello scritto di Russell (ripubblicato quest’anno insieme a vari altri saggi in un volume il cui titolo collettivo è appunto Misticismo e logica, a cura del Corriere della Sera). Ma poco importa la terminologia: le questioni in gioco, che peraltro quel saggio discute in forma assai chiara, sono urgenti e fondamentali oggi come lo erano più di un secolo fa. Basti notare che queste parole su “un sentimento di pace infinita” apparivano all’inizio della Grande Guerra: è l’ironia della storia, che ovviamente si fa sentire anche quest’anno. Ed è proprio questo ciò che ne determina l’urgenza; perché non c’è bisogno di essere “mistici” per provare questi sentimenti: basta interrogare la propria sensibilità. 

Che cos’è il misiticismo?

Una docente di lingua italiana in un liceo cattolico di Brooklyn scriveva recentemente in una email: “Se tutti noi su questo benedetto pianeta terra dedicassimo più tempo e spazio alla nostra vita interiore, le situazioni di guerra, per esempio, sarebbero molto più rare. Se non si coltiva la pace interiore con il nostro Creatore e con noi stessi, come possiamo aspettarci di andare più o meno d’accordo con gli altri? Sembra una cosa banale e anche trita e ritrita, ma la verità a volte è anche molto semplice, più semplice di quanto ci si aspetti”. 

In effetti, potremmo chiamare questa affermazione una “briciola di filosofia” (e Briciole filosofiche, cioè una filosofia in briciole è il titolo di un libro di nientemeno che Søren Kierkegaard). Chi pensa deve prestare attenzione anche alle briciole del pensiero, proprie e altrui; e ogni pensiero ne stimola altri che possono anche prendere vie in parte diverse.

Nulla di banale, dunque, nelle frasi appena citate; ma guardiamoci dall’illusione che vi siano formule semplici e chiare, seguendo le quali la pace sia assicurata. Illusioni di questo tipo sono state coltivate anche da molti illustri filosofi, ma tali restano. È il caso per esempio del saggio rigorosamente laico di Immanuel Kant: Per la pace perpetua. Progetto filosofico, risalente al 1795. Sono pagine pensose, ovviamente (e rafforzate da una prefazione e un saggio postfatorio, nella riedizione Feltrinelli dell’anno scorso, con fior di citazioni da una vastissima bibliografia sulla pace e il pacifismo); ma anche pagine che oggi, francamente, suonano come un’esasperazione quasi grottesca del razionalismo illuministico.

Meglio dunque lasciare da parte un certo pacifismo astratto: la guerra (non ci sarebbe bisogno di dirlo) è “sporca”; ma anche la pace – il cui perseguimento ovviamente resta vitale – non è mai completamente “pulita”: per l’inevitabile ambiguità delle sue manovre e del suo linguaggio, per i suoi sempre ridotti e temporanei risultati (nei quali comunque emerge l’importanza spirituale dell’attività diplomatica). Sembrerebbe allora che non resti che ripiegare sullo scetticismo (le guerre ci saranno sempre) e, com’è stato detto, su un certo nichilismo, per cui l’unica soluzione sarebbe l’aumento continuo dei contrapposti poteri nucleari, il vecchio “equilibrio del terrore”.

Santa Teresa d’Avila

In verità la pace e la guerra a cui si pensa in tal modo sono essenzialmente strutture intorno alle quali noi costruiamo le nostre fantasie e paure; soprattutto in queste agitate notti europee in cui sperimentiamo il triste privilegio di sentire una traccia di quelle che sono state le sensazioni delle generazioni precedenti, tra il 1914 e il 1945. Ma qui la risorsa fondamentale è quella già menzionata: l’esperienza interiore; che, se orientata verso il desiderio di pace, è implacabile. Nel senso che non ci dà pace finché non produce qualche conseguenza all’esterno: offrendo ai nostri comportamenti, alle nostre vite quotidiane, una nuova dimensione di amorevolezza. La freccia del desiderio vola continuamente, senza che si sappia bene se vola verso la pace amorevole o vola in quanto scoccata dal desiderio di questa pace; e forse è lo stesso percorso, dentro una circolarità virtuosa.

San Juan de la Cruz

Tendiamo a vivere – e in particolare, abbiamo vissuto questi ultimi anni – in una linearità che si potrebbe quasi dire bellicosa: incenerendo il presente come passato nel momento stesso (Sant’Agostino diceva già qualcosa di simile) in cui lo bruciamo come futuro. Eppure è possibile coltivare una visione diversa del mondo. La linearità affannosa può essere modificata da un atteggiamento più contemplativo, e poco importa se vogliamo chiamarlo “mistico” oppure no: un atteggiamento che può condurci verso la calma. “L’importanza del tempo è pratica piuttosto che teorica” (scrive Bertrand Russell in quel saggio), “è in rapporto con i nostri sentimenti piuttosto che in rapporto con la verità […] Sia nel campo del pensiero sia in quello del sentimento, pur essendo il tempo qualcosa di reale, rendersi conto della non importanza del tempo è la porta verso la saggezza”.

La strada che porta alla saggezza

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Il bacio di Tosca

Il bacio di Tosca

“Il bacio di Tosca”, published as “Dopo aver diviso gli Italiani, a chi tocca riconciliarli?”, in IlSussidiario.net4 March 2022

 La scena che colpisce più direttamente (allo stomaco e al cuore) nell’opera Tosca di Giacomo Puccini, inaugurata a Roma nel gennaio del 1900 e la cui azione è collocata circa un secolo prima in quel giugno del 1814 in cui piomba sulla Roma papalina la notizia della vittoria di Napoleone a Marengo, non è quella finale (Atto terzo): con la fucilazione supposta finta ma che poi si scopre autentica del rivoluzionario Mario Cavaradossi, e il balzo suicida di Tosca dagli spalti di Castel Sant’Angelo.

Torna vincitor! Napoleone a Marengo

Parliamo invece di men che una scena: un paio di battute soltanto, nell’Atto secondo. Quando Tosca si rende conto che la vera tortura che Scarpia, capo della polizia, sta infliggendo non è quella fisica, più o meno sceneggiata, sul corpo di Mario, amante di lei, nella stanza accanto; ma è quella che lei, Tosca, subisce senza nemmeno essere toccata: si tratta di quella forma di tortura spirituale che è il ricatto (Mario verrebbe liberato se lei concedesse il suo corpo a Scarpia). È allora che Tosca dice cantando, rivolta al poliziotto dello Stato: “Io – son io / che così torturate!  – Torturate / l’anima –”, e il canto è seguito (nel brillante libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica) da una didascalia: scoppia in singhiozzi strazianti, mormorando; e poi da una battuta recitata più che cantata: “Sì, mi torturate l’anima!”.

L’abbraccio fatale. Scarpia alle prese della Tosca

È un luogo comune (falso, come la maggior parte dei luoghi comuni) che l’opera sia una rappresentazione artificiosa ed enfatica della realtà; e “melodramma” è un termine ingiustamente calunniato. È vero il contrario: il canto operistico, che stabilisce un legame diretto fra i sentimenti e la parola concedendo un minimo spazio ai filtri intellettuali, è particolarmente adatto a mettere in risalto quelle emozioni sottili che rischiano di essere seppellite per sempre nel non-detto e che invece sono decisive, psicologicamente e socialmente.

Svanì per sempre il sogno suo d’amore

Adesso che sembra (ma tutto sarà da verificare) di essere vicini al rilassamento di certe coercizioni – adesso è il momento di gettare uno sguardo lungo sul prossimo futuro: un futuro di cosiddetta “normalità” che invece richiederà due o tre anni, per curare le ferite inflitte al corpo costituzionale del paese e al corpo fisico dei suoi abitanti. Lasciando da parte la politica – ma anche la medicina, anche l’economia, e perfino la psichiatria con il suo linguaggio necessario ma razionalistico – qui la parola operativa è quella di Tosca: l’anima. E vale la pena di sottrarre per un momento questo termine alla retorica mielosa che emana da molti, diciamo così, professionisti dell’anima. Le ferite dell’anima oggi sono piccole: punture di spillo, graffi, gocce che scavano la pietra. Ma queste punture sono quotidiane e umilianti: come quella che molti cittadini sentono ogni volta che debbono “esibire” il passaporto detto sanitario.

Nell’ora del dolor, Signor, ah, perchè me ne rimuneri così?

Ferite che nutrono l’esasperazione e che – scavalcando i confini ideologici artificiosamente coltivati da chi costruisce le divisioni – vengono poi a incontrarsi con le piccole, continue ferite di chi sta sul lato contrario, quello di chi si allinea alle proibizioni e curva la testa nell’obbedienza dettata dalla paura. Quanta fatica ci vorrà, in una popolazione che viene tormentata da due versanti opposti, per riscoprire – non si dice la solidarietà tanto strombazzata – ma la dignità, e la pace con gli altri?

Queste piccole sofferenze potrebbero sembrare poca cosa di fronte alle tragiche guerre europee, ma non è così: si tratta di due problemi strettamente connessi. Come ignorare, infatti, l’ipocrisia di chi pontifica sulle democrazie occidentali mentre mina dall’interno gli atti costitutivi di queste stesse democrazie?

Anime torturate

Un commento in una “chat” che accompagnava una video-intervista tedesca sui divieti e le costrizioni diceva: “Le parole dei miei avversari, le dimenticherò; ma non dimenticherò il silenzio dei miei amici”. Del resto, basta ascoltare il cosiddetto uomo (e donna) della strada in Italia per ascoltare parole forti che designano uno stato interiore autentico – parole come “stritolato”, “schiacciato”, “triturato”.

Attenzione, allora: queste anime sottilmente torturate si preparano a chieder conto – ma non a “fare i conti”. Non si parla di vendicatività (le anime non si fanno guerra tra loro); si tratta di preparare un credibile terreno per quella che dovrà essere una riconciliazione.

La donna che visse d’arteoltre ogni speranza di riconciliazione

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L’offerta della corona

L’offerta della corona

“L’offerta della corona”, published as “Mattarella bis, un evento venuto da lontano (Shakespeare lo sapeva)”, in IlSussidiario.net4 February 2022

La poesia, come ha già detto un poeta, può esprimere quello che i media (televisione, giornali ecc.) non riescono a trasmettere, anche se è difficile dire di che si tratti esattamente. Ma per capire che cosa sia, basta guardare ai conflitti del nostro tempo. Come per esempio le recenti elezioni presidenziali. Dove, come in tutti i drammi che si rispettino, il finale cosiddetto a sorpresa era sotterraneamente preparato fin dall’inizio della rappresentazione, così che lo spettatore attento fruiva di una duplice esperienza: mentre calava il sipario era ancora stupito dalla svolta improvvisa; ma poi, ripensandoci mentre usciva dal “teatro”, cominciava a collegare fra di loro i vari fili tessuti nel “testo”, e vedeva emergere la vera trama.

Inizio di settembre 2021: alla 78esima Mostra del cinema di Venezia Roberto Benigni, ricevendo il suo meritatissimo Leone d’Oro alla carriera, rivolge, con il suo stile peculiare, un invito al presidente della Repubblica là presente: “Rimanga con noi ancora un po’; perché porta fortuna, porta bene. Deve rimanere, deve rimanere presidente qualche anno in più”. E non si trattava di un commediante purchessia, ma di un comico istituzionale, che ben conosce il valore simbolico di ogni battuta.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la Sig.ra Laura in occasione della prima della stagione del Teatro alla Scala di Milano

7 dicembre 2021: apertura della stagione operistica alla Scala di Milano con il Macbeth di Giuseppe Verdi. Quando il presidente fa il suo ingresso nel palco reale è accolto da una lunga ovazione, nella quale risaltano varie grida di “Bis!”. E quello non era un pubblico qualunque, ma il pubblico della capitale europea dell’Italia – quello che legge i “grandi” giornali milanesi e romani, dunque è orgogliosamente consapevole di se stesso come rappresentante di un capitalismo in sincronia con il proprio tempo, cioè un capitalismo fondamentalmente di centrosinistra.

Però, però: lì serpeggiava qualcosa di simile a quella che in musica potrebbe chiamarsi una dissonanza. 

Anna Netrebko canta Macbeth

Se a guardare quell’opera, Macbeth, ci fosse stato nel palco reale un re vero – diciamo un re di primo Novecento, nel momento tumultuoso della monarchia italiana – come avrebbe reagito di fronte a quel dramma, che mette in scena quasi uno dopo l’altro due assassinii regali? Forse Sua Maestà si sarebbe conturbata e, avvolta nel mantello, sarebbe uscita bruscamente (come re Claudio nell’Amleto), lasciando tutti mortificati. E  – anche se in quel dicembre 2021 gli spettatori non erano un re e i suoi sudditi, bensì un presidente e i suoi cittadini  – come si poteva non avvertire, in quella messinscena e dentro quel contesto, un certo stridore, e un presagio di intrighi alquanto cupi? Tutto questo, per dire che il coup de théâtre dell’elezione del 29 gennaio scorso, è venuto da lontano.

Rileggendo oggi la tragedia Giulio Cesare (ancora Shakespeare; è indispensabile), uno nota la scena nel primo atto in cui Marco Antonio offre per tre volte a Cesare la corona, e per tre volte Cesare la rifiuta; ma, a ogni successiva offerta, con maggiore esitazione: “A quel che ho visto”, dice uno dei personaggi di quel dramma, “era molto restio a staccarne le dita”. 

Sembrerebbe difficile per un poeta (in senso lato: dunque anche drammaturgo, romanziere, regista cinematografico, compositore) resistere alla tentazione di prendere come soggetto la situazione drammatica appena descritta, tra finzione letteraria e realtà politica. Ma c’è poco da sperare che uno scrittore italiano oggi se ne occupi. E se anche lo facesse, chi avrebbe il coraggio  di pubblicare o rappresentare il suo lavoro, in una nazione dove vige ancora il reato di “vilipendio”, parola che sarebbe buffa se non suonasse minacciosa?

Si potrebbe dire che il nostro paese ha problemi ben maggiori di un mancato atto di scrittura. Ma sarebbe una risposta inadeguata. Perché il punto non è che queste elezioni presidenziali non abbiano avuto per molti un lieto fine: il “lieto fine” è sempre qualcosa di superficiale. Il problema vero è che le elezioni del 2022 resteranno essenzialmente prive di senso compiuto se non saranno, prima o poi, sottoposte all’intervento dell’immaginazione come critica del reale, che è come dire la poesia nel senso lato di cui sopra: la poesia, con la sua audacia di avvicinamento alla verità. E quando manca la ricerca (basta la sincera ricerca) della verità, un paese declina.

Indizi di un paese in declino

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Microscopia di un paese

Microscopia di un paese

“Microscopia di un paese”, published as “Da Leopardi ad Adorno: il Covid e le nostre ferite non rimarginabili”, in IlSussidiario.net31 January 2022

Si sono aperte ferite non rimarginabili, almeno nei prossimi anni, nella vita italiana. Non si parla qui di disuguaglianze sociali o di divergenze tecno-scientifiche: problemi molto gravi ma ormai annebbiati dal chiacchiericcio che continua a riscoprire gravi problemi peraltro discussi, alla frontiera tra Otto e Novecento, da vari pensatori: si parlava già allora di “superstizione della scienza”, di esercizio della pura amministrazione che elimina la politica e conduce alla “disumanizzazione dell’uomo” ecc. Ma c’è anche qualcosa d’altro, qualcosa che le omelie laiche ed ecclesiastiche che corrono per l’Italia non menzionano abbastanza chiaramente.

La “disumanizzazione dell’uomo”

Nel giorno stesso in cui durante una bella predica in Sant’Ambrogio a Milano si esortava (giustamente) a ringraziare Dio per le sue benedizioni nell’anno passato – così distinguendosi dalla quieta disperazione agnostica del ritornello: “Speriamo che l’anno prossimo sia migliore”, già ironizzata da Giacomo Leopardi nel suo Dialogo d’un venditore d’almanacchi e di un passeggere – in quello stesso giorno dunque appariva un video tedesco dove un teologo laico con studi psicoanalitici, in camicia e pullover (fa piacere, ogni tanto, vedere un teologo in pullover) parlava in modo più esplicito, avendo intitolato la sua riflessione per l’anno nuovo “Andare l’uno verso l’altro, nei tempi della divisione”. E allora ci si chiede, andando col pensiero al di là dell’immediato presente: Quando e come si richiuderanno le divisioni fra italiani, in questi tempi in cui la paura si è mutata in sospetto e ostilità, con una deriva verso l’odio?

Aldo Capitini, sostegno spirituale della nonviolenza

Nel mezzo di varie spinte e controspinte, coloro che si oppongono alle misure di controllo definiscono se stessi come “resistenti”; e si ripubblicava, proprio l’anno prima dell’inizio della pandemia, un libretto intitolato Elogio della disobbedienza civile, dove si ricorda fra l’altro l’epica esperienza di Danilo Dolci (il quale lasciò un’ impressione indelebile in chi l’ascoltò parlare nei primi anni Settanta, in un circolo culturale a pochi passi dall’Università di Harvard), e si citavano i classici in questo campo come Gandhi, Simone Weil, il non dimenticato Aldo Capitini: fonti non esauste di ispirazione, come sostegno spirituale per resistere a tutte le forme di discriminazione.

Superstizioni in tutte le salse

Ma il mondo descritto in quel piccolo libro – le vaste dimostrazioni, i cortei, i sit-in – sembra quasi scomparso, e non può essere rimpiazzato da qualche flashmob. Perché i partiti sono allo sbaraglio, e perché le nette (e pigramente ideologiche) distinzioni fra “sinistra” e “destra”, o addirittura fra chi sta “a sinistra della sinistra” (ancora presenti nel citato libriccino) stanno diventando obsolete. Anche per l’aumentata “efficienza” degli strumenti di controllo del cosiddetto “ordine pubblico”, in un’atmosfera politica in cui i raduni cittadini sono stati degradati con il termine questurino di “assembramenti” (tutto questo virgolettato sembra pesante, ma è necessario: le virgolette di avvertimento –  quelle che in inglese si chiamano scare quotes – sono una delle poche, timide, forme di critica oggi rimaste).

Il nuovo superstizioso. Le superstizioni e la scienza

È riemerso invece il problema già descritto negli anni Cinquanta da Adorno e compagnia: quello della “personalità autoritaria”. E non si sono ancora distinti abbastanza chiaramente due diversi livelli di questa personalità: il livello alto dei detentori di autorevolezza, i cosiddetti decisori (coloro insomma che l’autorità la creano); e quello subalterno – per usare un termine gramsciano – delle persone che debbono applicare, più o meno autoritariamente, l’autoritarietà o autoritarismo che viene dall’alto. Più o meno autoritariamente… La speranza di una piena ripresa della democrazia in Italia emerge anche da gesti tutt’altro che solenni, da microscopiche divergenze quotidiane fra quei subalterni che applicano le istruzioni con gusto e piacere autoritario (sembrano – ma si spera di sbagliare – essere la maggioranza), e quelli che ogni tanto sostituiscono il loro buon senso alla cieca obbedienza.

Jouissance in uno stato autoritario

La personalità autoritaria è quella per esempio di un’inserviente di teatro che, dopo aver disturbato lo spettatore rapito dal flusso della musica battendogli sulla spalla e indicandogli con il gesto che deve far risalire la mascherina esattamente sopra il naso, nota che colui ha obbedito con un’aria infastidita, e maliziosamente ripassa cinque minuti dopo battendogli nuovamente sulla spalla perché ha verificato il suo sospetto che lo spettatore (il quale è tornato nella sua resistenza al livello di uno scolaretto – e questo è ridicolo e triste insieme: gli autoritarismi provocano anche l’infantilizzazione) abbia riabbassato il bavaglio sotto il naso.

L’autorità non-autoritaria

Mentre la personalità non-autoritaria è quella della bigliettaia su un treno che, passando a verificare biglietti e lasciapassare di due coniugi anziani seduti l’uno dirimpetto all’altro, controlla i documenti del marito che è sveglio, ma passa avanti senza disturbare con la sua ispezione la moglie che dorme. Minuscoli aneddoti senza importanza? No, tutt’altro: anche questi micro-fenomeni rivelano la spiritualità di un paese.

Benvenuta a bordo!

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Piccola meditazione di Natale

Apparso con il titolo «Da Dickens all’Ue, chi svuota il senso (cristiano) del Natale»,  in IlSussidiario.net, 25 December 2021.

Piccola meditazione di Natale

Caro direttore,

la recente tempesta in un bicchier d’acqua in quel Palazzo dei Passi Perduti e Atti Mancati che è la sede dell’Unione Europea, a proposito della circolare poi “ritirata” che scoraggiava gli auguri di Natale, ha causato la solita piccola tempesta mediatica poi subito dimenticata. Ma forse non è inutile azzardare un’ulteriore precisazione. Lo svuotamento di senso del Natale non è cominciato nell’inverno 2021 a Bruxelles, ma ha avuto inizio molto molto tempo fa – probabilmente nei primi secoli dell’Era Volgare, quando (con il genio sincretistico che ha sempre caratterizzato la vita della Chiesa) potrebbe essersi diffuso anche in ambito cristiano l’uso romano di scambiarsi piccoli regali in occasione di certe feste.

Da quel momento in poi una certa vena politeistica si è inserita nella risposta cristiana al Natale (“politeistico”, in stile neo-junghiano, non è una pedanteria ed è un termine preferibile a “pagano”, che ha una connotazione di disprezzo; non c’è bisogno di sacrificare sugli altari degli dei olimpici per nutrire un certo rispetto riguardo alle forme di religiosità pre-cristiana). Insomma, il tempo delle scomuniche è passato, e comunque è inutile lacerarsi le vesti di fronte al fatto acquisito che il Natale resta una festa inizialmente cristiana che si svolge in un’atmosfera politeistica.

Il presepe di Greccio

L’unica risposta realistica alla prevedibile domanda su che cosa allora ci sia rimasto di cristiano nel politeismo natalizio è: nulla che sia visibile, proprio nulla. Nemmeno quell’antico e misterioso archetipo che è la capanna o grotta, nemmeno il Bambinello nella culla. Idea geniale, quest’ultima (forse di San Francesco nel 1223 a Greccio, come sappiamo); che però può essere vista come un gesto di esasperazione metafisica: di fronte alla quasi impossibilità di capire – dunque di far capire – ciò di cui si sta parlando, la si trasforma in una scena teatrale. Già infatti in questo straordinario gesto di devozione si annidava (sia detto con venerante rispetto per il Santo, ammesso che sia stato veramente lui l’inventore) il pericolo dello slittamento o svuotamento: si creava cioè una scena così eloquente e commovente che correva il rischio di distrarre dall’evento.

«Il canto di Natale» di Charles Dickens (attraverso Disney)

Da allora il politeismo (Babbo Natale e compagnia cantante) scatena le forze dell’immaginazione: della quale non si può mai sottovalutare l’energia psicologica e addirittura spirituale (una spiritualità magico-estetica). Se poi si volesse fissare la data più significativa nella storia dello svuotamento moderno in Occidente del senso del Natale, il candidato più plausibile sarebbe la metà dell’Ottocento in Inghilterra, e precisamente quell’anno 1843 in cui appare il cosiddetto Racconto di Natale di Charles Dickens; il cui titolo originale, così barocco che un teorico della letteratura potrebbe addirittura definirlo come metalinguistico, suona: Una caròla di Natale in prosa, cioè Un racconto natalizio di fantasmi. Si può ipotizzare che il genio di Dickens (collocato da una moderna romanziera inglese di formazione filosofica accanto a Balzac e a Dostoevskij in una sua triade di “semidei” della narrativa) abbia popolato con tanta vivacità la nostra immaginazione del Natale da averla quasi “spopolata” del suo elemento propriamente cristiano (Dickens svuota il Natale di ogni metafisica per appiattirlo tutto sulla beneficenza; mossa non del tutto sconosciuta anche alla mentalità di alcuni contemporanei comunicatori del cristianesimo).

Incarnazione. Dio diventa uomo.

Il Natale è terribilmente arduo da capire, e virtualmente impossibile da rappresentare e visualizzare, perché il suo termine-concetto centrale, l’Incarnazione, è uno di quei pesanti vocaboli teologici che restano (diciamolo francamente) abbastanza scoraggianti nella loro opacità. E forse buona parte dell’alta e meritata reputazione del tedesco come lingua filosofica è il suo coraggio nel trasformare in linguaggio moderno certi latinismi medioevali: quando il tedesco dice, invece di Incarnazione, “il Divenir-Uomo di Dio”, la frase risulta più lunga ma almeno è inequivocabile.

Pare che i fisici si accaniscano, non da oggi, nel cercare di capire quali siano state le conseguenze del Big Bang a partire dal secondo successivo al suo verificarsi. Il che incoraggia ad azzardare l’idea non irriverente (e perché mai dovrebbe esserlo?) che tutto quello che ha seguito il “Big Bang” indefinibile se non impensabile (anche da parte degli Angeli) del “Divenir-Uomo di Dio”, sia stato e sia una bella celebrazione e una nobile allusione che ci edifica, ma nell’istante stesso ce ne distrae: distrazione profonda, suggestiva – e conturbante.

Paolo Valesio

Natività stilizzata. La sacra famiglia

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A TRIESTE, QUALCUNO PREGAVA

Apparso come: https://www.ilsussidiario.net/news/green-pass-polizia-vs-manifestanti-a-trieste-la-terza-fase-di-cui-non-ce-bisogno/2237797/

No al Green Pass e il giorno della vergogna a Trieste

A TRIESTE, QUALCUNO PREGAVA

Si potrebbe dire che Trieste fosse prevedibile. In verità, gli eventi sociali sono sempre, in larga misura, imprevedibili; ma, prevedibile o no, Trieste è leggibile; e chiunque, in fondo, è capace di leggerne gli eventi. D’altra parte gli “intellettuali” (termine ormai imbarazzante, e vi si ricorre in mancanza di meglio) — insomma i medici, gli scienziati, i giornalisti dei vari media, i narratori, i poeti ecc., a volte anche i politici — godono della chance di poter arrivare un po’ prima nella “lettura” dei fenomeni perché hanno il privilegio di avere più tempo degli altri per leggere e scrivere (e anche, nei migliori dei casi, di pensare). Questo è un privilegio sacro: di una sacralità di base, per così dire, cioè laica; ma che ovviamente (almeno, ciò dovrebbe essere ovvio a chi non irride ai rosari e alle preghiere, in piazza a Trieste come altrove) si estende a tutte le varie forme del religioso. Come meritare (tentare di meritare) questo privilegio? 

Io sono il medico di me stesso, grazie.

Una delle parole d’ordine della Società degli Amici — ovvero della comunità radicalmente cristiana dei Quaccheri — è: “Dire la verità in faccia al potere”. Ma non è necessario mirare tanto in alto, e si può mettere tra parentesi questa temibile parola, “verità”; basterebbe (ed è già molto) parlare a tu per tu col potere, senza esserne i servi. Il che, naturalmente, è quello che il potere tenta in tutti i modi di impedire; perché il primo, non diciamo nemico ma avversario di ogni potere insediato è la propria popolazione, come è già stato notato da due pensatori per altri rispetti radicalmente opposti quali Ernst Jünger (1895-1998) e Noam Chomsky. 

Dire alcune delle tante verità in faccia al potere.

Del resto, a che serve tentare di specificare chi è arrivato prima, fra gli intellettuali da una parte e le donne e uomini cosiddetti della strada dall’altra parte? Sarebbe solo una delle varie distinzioni artificiali che il potere sta seminando fin dall’inizio della strumentalizzazione dello stato di emergenza. Proprio come fanno i giornalisti allineati, che riserbano solo qualche sogghigno ai professori universitari, ma si scatenano ogni giorno con insulti contro i non-titolati, strillando fra l’altro che chi protesta contro il certificato verde appartiene a una piccola minoranza. Ecco: quando un “intellettuale” è ridotto a usare questo tipo di argomentazione, vuol dire che le prove di regime hanno già fatto passi avanti. E’ tipico, infatti, dei vari regimi autoritari schernire le minoranze: per rassicurare la massa incerta della popolazione, e per scoraggiare la minoranza che protesta. 

Abbassa il Green Pass! Viva la libertà!

All’inizio del coprifuoco (lasciamo perdere i termini esotici, come “lockdown” e “green pass”), l’anno scorso, il programma era quello di impaurire tutti; e per un certo periodo, ha avuto qualche conseguenza non negativa, che si potrebbe chiamare “disciplina”. Ma già allora erano presenti germi negativi, e questi germi erano “scientificamente” curati. Quella che si è coltivata fin dal principio, infatti, è l’antica tendenza a parlare agli italiani non come cittadini ma come sudditi: dall’alto in basso, a colpi di protocolli difficili da decifrare, di decreti, di terminologia poliziesca (gli “assembramenti”).

Trieste ad alta tensione.

Il successo di questo primo passo ha incoraggiato la seconda fase, nella quale abbiamo vissuto fino a ieri: dopo aver plasmato a dovere la “maggioranza” (ma che solidità ha poi, questa maggioranza?) della popolazione, si trattava di isolare e rendere innocui i dissidenti; con un linguaggio diplomaticamente untuoso, e di demagogia sulla solidarietà sociale (mentre crollano le possibilità di lavoro). Si spera che i fatti di Trieste non segnino l’inizio di una terza fase, in cui si comincino a preferire le maniere forti; e naturalmente ci si augura che ciò non accada. Ognuno poi (come sempre) sceglierà la sua strada, e farà quello che sa e può — chissà, perfino i poeti.

         Paolo Valesio 

Grazie, Trieste!

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LIBERTA’ DI ESPRESSIONE?

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 14 agosto 2021 col titolo «“Protezione”: così Primo Levi aveva previsto il green pass».

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE?

Sono grato a un collega che mi ha inviato l’altro giorno copia di un raccontino fantascientifico di Primo Levi dal titolo “Protezione”, originariamente pubblicato nel 1971 (ripeto: 1971). Confesso che a suo tempo non l’avevo letto, e me ne dispiace. D’altra parte, questo e gli altri testi di quella raccolta pubblicata da Levi (con il titolo generale Vizio di forma) sono racconti brevi e divertenti, anche se non sono allo stesso livello di indispensabilità dei testi che hanno reso giustamente famoso questo scrittore. Ma è proprio questa originaria leggerezza, che fa di quelle due paginette un “caso”. Si scopre cioè, ancora una volta, che il mutare dei tempi può modificare il peso specifico di una storia. “Protezione” racconta brevemente la cena e dopocena di due normalissime coppie della borghesia italiana. C’è solo un dettaglio insolito: tutti sono vestiti di corazze d’acciaio, e per mangiare debbono sollevare le visiere. Le corazze (i cui pesi e misure sono meticolosamente regolati dal “Mercato Comune” europeo) sono obbligatorie per tutti, allo scopo di evitare il pericolo delle piogge di “micrometeoriti” che da vent’anni stanno ogni tanto attraversando a sciami la terra, e qualche volta trafiggono una persona. A dir la verità, la versione ufficiale di tutto questo è abbastanza confusa; c’è uno scettico nel gruppo che non è completamente convinto, e asserisce che: “Il mercato delle auto è saturo, e le linee di montaggio sono sacre: non si possono fermare. Allora si convince la gente a portare corazze, e si mette in prigione chi non obbedisce”. 

Nessuno dei commensali in fondo è in disaccordo con questa analisi. Eppure una di loro dichiara che si sente protetta dalla corazza come da una fortezza, e alla sera quando si corica se la toglie malvolentieri. Alla prevedibile domanda: “Protetta contro che cosa?”, la donna risponde: “Non so: contro tutto. Contro gli uomini, il vento, il sole e la pioggia. Contro lo smog e l’aria contaminata e le scorie radioattive. Contro il destino e contro tutte le cose che non si vedono e non si prevedono. Contro i cattivi pensieri e contro le malattie e contro l’avvenire e contro me stessa. Se non avessero fatto quella legge, credo che mi sarei comperata una corazza lo stesso”.

Con questa dichiarazione che colpisce dritta al cuore, il raccontino diventa un vero e proprio racconto; ed ecco anche perché la data originaria è importante. Tanto che viene alla mente una frasetta quasi inevitabile, per parlare di testi come questo: “Sembra scritto ieri”. In verità questa frasettina è un po’ irritante, perché equivale a schivare la responsabilità del presente. Il punto, infatti, è: Perché non scrivere oggi, qualcosa di simile? Si pensa ovviamente alla pandemia, i vaccini, i lasciapassare sanitari… Ecco: è emerso il grande problema della libertà. Qui però non parlo di libertà nel senso pieno e forte della parola, come libertà di azione; bensì in senso più ristretto, come libertà di espressione. Ma questo senso più specifico è in realtà cruciale, perché la limitazione della libertà di espressione è il primo segno degli attacchi alla libertà in generale. Inoltre, mentre le limitazioni alla libertà di azione sono generalmente imposte dall’esterno, quelle alla libertà di espressione sono spesso interiorizzate e anticipate, senza nemmeno bisogno di imposizioni ufficiali.

E mi riferisco ai limiti che sembrano pesare oggi in Italia non solo sui giornalisti, ma anche sui saggisti, i narratori, perfino i poeti (troppo spesso assorti nel loro poetichese). Rileggere quel racconto fa sorgere una nostalgia: la nostalgia di un’autentica contrapposizione di idee opposte, espresse in uno stile immaginoso e vivace — un confronto che non può essere lasciato esclusivamente a un paio di peraltro illustri filosofi. “Ci sarebbe da farne un bellissimo film surreale”, diceva il mio collega citato all’inizio, riferendosi al racconto di Levi. E sono perfettamente d’accordo, ma l’interrogativo è: Ci sono, nel contesto ideologico dominante in Italia oggi, scrittori pronti a lavorare su una sceneggiatura che resti fedele alla “logica” di quel racconto?

                               Paolo Valesio

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PLACARE “L’IRA DELL’UNIVERSO”?

PLACARE “L’IRA DELL’UNIVERSO”?

Qualche giorno or sono, in una delle tante piazze d’Italia, si è tenuta una delle tante manifestazioni al grido di “Free Palestine!”. Per chi assiste a questi eventi, ciò che più importa è aderire a quello che effettivamente si vede e si sente: cosa apparentemente semplice, ma in realtà molto difficile. (Si tratta di guardare a quello che accade come, appunto, una “manifestazione”, cioè il rapido disvelamento di un lembo di realtà senza filtri ideologici, piuttosto che come una “dimostrazione”, che ha un tono astratto e dottrinario.) 

Sono passate le otto della sera, ma la luce è densa come miele, così che persone e cose acquistano un risalto particolare. Da una delle principali vie del centro sfocia dentro la piazza (una delle più belle d’Italia) un lungo corteo composto quasi completamente da giovani e irto di bandiere palestinesi, con una spruzzata di bandiere rosse appartenenti a un gruppuscolo di estrema. Apre il corteo un camion imbandierato, che procede a passo d’uomo e si ferma su uno dei lati della piazza, quello opposto alla chiesa più simbolica della città.

Il primo a sporgersi dal bordo del camion è un giovanotto in maniche di camicia; e quando comincia a parlare gli slogan si vanno spegnendo, e le braccia alzate con le due dita a V restano incerte e pian piano si abbassano: non perché il giovane parla arabo (qualcuno accanto lo traduce in simultanea, e comunque si tratta di tre o quattro minuti), ma perché cita i versi iniziali del Corano, dove si parla di Dio come “il Compassionevole, il Misericordioso”. Pochi minuti: ma sono bastati per creare un’atmosfera nuova. 

Che è intensificata dal secondo e ultimo intervento: di una giovane donna che parla un italiano da madrelingua, e presenta se stessa come nata da padre palestinese e madre marocchina. La giovane parla esclusivamente delle vittime civili, senza alcun accenno al nemico o alla vendetta, ma chiedendo di ricordare tutti quei morti (compresi, come sappiamo, i molti bambini); e conclude anche lei rapidamente, puntando un braccio verso il cielo e invitando a un minuto di silenzio per quelli che guardano da lassù. Con questo, la dimostrazione è finita, e si scioglie pacificamente.

Ma resta a lungo, dietro la rètina e nella retrocamera del cervello, l’immagine di quella specie di Giovanna d’Arco disarmata e in t-shirt, con il braccio levato verso le nubi. Iperbolica? Incongrua? Anacronistica? — Tutte queste cose insieme? — Nessuna di queste cose? Questa mescolanza potenzialmente contraddittoria di elementi è uno dei tratti distintivi di ciò che, in mancanza di parole più adatte, potremmo chiamare spiritualità. E’ una spiritualità delle vittime (non vittimistica), in cui si apre uno spiraglio sulla categoria del martirio; e la meditazione sul martirio è uno degli elementi comuni alla spiritualità di tutte e tre le grandi religioni monoteistiche nate nel Vicino Oriente. (Se poi la parola “martire” sembrasse troppo enfatica, si pensi alla parola opposta, “eroe”: che l’aggressiva retorica negli Usa appiccica a ogni vittima americana, compresi i caduti durante l’attacco dell’Undici Settembre.)

Un articolo del “Washington Post” di qualche giorno fa citava un padre palestinese sopravvissuto, con una sua bimba di sei anni, a una bomba aerea che aveva ucciso la moglie insieme con gli altri loro quattro loro figli, a Gaza. “Mi sentii ricolmo di tutta l’ira dell’universo”, diceva il padre — ma poi subito smorzava l’iperbole: “Mi sentii ricolmo di tutta l’ira dell’universo, ma quando seppi che una delle mie figlie era ancora viva resi grazie a Dio, perché quella bambina potrà conservare qualcosa del sorriso delle sue sorelle”. Ecco: la capacità di cambiare direzione a metà di una frase e di un pensiero mostra come questo concetto che a volte può sembrare troppo pesante (“spiritualità”) sia in effetti la descrizione realistica di tante piccole o minime sfumature della realtà.

P. S. La città in questione è Bologna, che è stata un po’ maliziosamente descritta come “la più importante città di provincia in Italia”. Qualunque cosa ciò significhi, il piccolo episodio appena descritto è stato il primo — nella serie di dichiarazioni abbastanza superficiali che per il momento punteggiano la campagna elettorale — che abbia dato il senso dell’anima multiforme della città.

Paolo Valesio

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IL LABORATORIO DELL’ETICA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 26 aprile 2021 col titolo “Caso George Floyd, in Usa c’è una tentazione totalitaria non risolta”.

IL LABORATORIO DELL’ETICA

D’accordo: nel caso di George Floyd, giustizia è stata fatta; d’accordo: “giustizia” (in questo come in tutti i casi simili) è un concetto relativo; d’accordo: molti ulteriori passi avanti sono necessari. Tutto questo è già stato ampiamente notato. Ma che cosa succede se proviamo a fare un piccolo passo di lato, tentando quello che si chiama un “esperimento intellettuale” (o meglio, un esperimento etico)?

 E’ prevedibile e giusto che la fine tragica di George Floyd ispiri opere narrative, cinematografiche, teatrali — le quali sono laboratori etici prima ancora che artistici; nel senso che ogni membro del pubblico diviene spettatore dei suoi moti interiori come fossero (in senso tutt’altro che frivolo) uno spettacolo: li esteriorizza, mentre al tempo stesso interiorizza i movimenti della società intorno a lui/lei. Con il risultato che questa diciamo così ispezione in una qualche misura lo cambia, e cambia anche la sua visione del mondo. 

 Ma che cosa bisogna che abbia luogo, perché questa doppia mutazione accada veramente? Nell’antica Grecia il teatro fu inventato (e così la natura del pensiero occidentale fu trasformata) quando, a uno che monologava in poesia su un palco, fu aggiunta un’altra persona che sullo stesso palco gli replicava dissentendo. Prima lezione allora, di cui tutti si ricordano: perché un testo teatrale (o cinematografico, o simili) esista, ci vuole un conflitto. Seconda lezione, di cui molti si dimenticano (soprattutto a Hollywood): perché il conflitto sia interessante, non dev’essere a senso unico.

 Esempio concreto: l’avvocato difensore del poliziotto accusato nel caso Floyd si è trovato a difendere l’indifendibile. In questi casi, nei regimi totalitari o semi-totalitari ci si affretta a suggerire non troppo sottilmente che anche l’avvocato che difende il crimine meriterebbe di trovarsi sul banco degli imputati. Questo, a Minneapolis non è accaduto. Ma purtroppo non sono mancate tracce di questa tendenza para-totalitaria; quando per esempio, commentando quel processo, uno dei giornali statunitensi più autorevoli (che qui non nomino se non per dire che non si tratta, una volta tanto, del New York Times) ha buttato lì l’apprezzamento che quell’avvocato avrebbe fatto affermazioni dalle implicazioni razziste. 

Il criminale con i complici che hanno scampato la giustizia

 Che è una falsità, come ha potuto verificare chiunque abbia seguito in diretta l’abile arringa: quell’avvocato ha svolto il suo lavoro con eloquenza, precisione, delicatezza. Pur sapendo che sostanzialmente tutti gli erano contro, e che comunque non ce l’avrebbe mai fatta perché il caso sostenuto dalla pubblica accusa era troppo chiaro e forte, quel legale – volendo svolgere al meglio il suo dovere, senza adagiarsi in una difesa d’ufficio — si è mosso continuamente (e in modo perfettamente lecito) sul sottile crinale dei dettagli, dei chiaroscuri, delle ambiguità, delle differenze di percezione. Con tutta la fatica e tutto il rischio (ma ripetiamolo: stava facendo il suo dovere) di immergersi e immergerci in quei dettagli mentre restava vivo nella nostra mente il terribile quadro generale.

La dignità di un difensore dell’indifendibile

 Allora, ecco: siccome “non è proibito pensare” (come dice la Carmen di Bizet) si può ipotizzare che, per esempio, un film non banale su questo caso clamoroso dovrebbe dedicare, se non intendesse restare alla superficie dell’arte e della vita, qualche spazio al dilemma etico e professionale di quel difensore. Ma di che cosa parlerebbe, in fondo, l’eventuale “spettacolo” dedicato a questi eventi? Si interrogherebbe sulla perdita di vite umane — quella che l’inglese chiama senza altre specificazioni loss of life: e l’apparente genericità di quest’ultima espressione rafforza invece il senso di una lacuna integrale — una perdita di mondo, al di là delle singole vite.

 In ogni atto di violenza omicida si annida un tremendo groviglio fra una sopravvalutazione di vita (quella di chi uccide) e una sottovalutazione di vita (quella di chi viene ucciso); ma emerge anche una furiosa contraddizione: sottovalutando la vita dell’altro, l’uccisore finisce anche con il buttare la sua propria vita in un pozzo da cui sarà molto difficile farla uscire. I grandi tragici, dai già citati Greci a Jean Racine e oltre, questo l’hanno sempre saputo. Ma non c’è bisogno di essere né antichi né grandi né autori di tragedie — basta essere uno sceneggiatore coscienzioso — per fare un buon lavoro in questo senso. Perché la posta in gioco, qui, va ben al di là di un singolo spettacolo.

  Paolo Valesio

I personaggi del dramma dell’avvenire

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 IL PENSIERO DEL RIBELLE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 15 marzo 2021 col titolo “Camus e la lezione del ‘ribelle’ (in tempo di Covid)”.

 IL PENSIERO DEL RIBELLE

 “Una sola immagine può valere quanto mille parole”, dicono. E’ un’utile esortazione a puntare sempre verso l’evidenza rappresentativa; tant’è vero che si è tentati di estendere questa esortazione all’idea che qualche volta (non sempre) una sola citazione possa valere quasi quanto un lungo saggio: come per esempio il classico L’homme révolté (L’uomo in rivolta) di Albert Camus (Premio Nobel 1957). Il saggio di Camus è una lunga analisi filosofica (più di 300 pagine), ricca di importanti considerazioni storiche, politiche, letterarie; e vale ben la pena di leggerla integralmente. Ma nella situazione che noi tutti viviamo (subiamo) oggi, i paragrafi iniziali di L’homme révolté sono quelli che ci parlano più direttamente:

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma, se è vero che egli oppone un rifiuto, non è vero però che esprima semplicemente una rinunzia: è al tempo stesso un uomo che, fin dal suo primo impulso, dice sì. Capita che uno schiavo, che per tutta la vita non ha fatto altro che ricevere ordini, si trovi di fronte a un comando che d’improvviso egli ritenga inaccettabile. E qual è il contenuto del suo ‘No’? Esso può significare per esempio: ‘Questa situazione è durata fin troppo’, o ‘Fin qui, sì; più oltre, no’, oppure: ‘Guardi che lei sta andando troppo in là’, o ancora: ‘C’è un limite che lei non può superare’. Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. E la stessa idea del limite si ritrova nella sensazione, propria del ribelle, che l’altro ‘stia esagerando’ — che cioè estenda troppo il suo diritto e oltrepassi una frontiera a partire dalla quale gli sorge di fronte un altro diritto che lo limita. Così il movimento della rivolta poggia sul categorico rifiuto di un’intrusione considerata intollerabile, e al tempo stesso sulla confusa certezza di un buon diritto; più esattamente sull’impressione, da parte del ribelle, di ‘aver diritto a’. 

La rivolta è sempre accompagnata dalla sensazione che uno ha, in qualche modo e in qualche misura, ragione. E’ per questo che lo schiavo in rivolta dice al tempo stesso sì e no. Nel momento in cui afferma la frontiera, afferma tutto ciò che egli intuisce, e che vuol preservare, come situato al di qua della frontiera. Egli dimostra con pervicacia che vi è in lui qualcosa che ‘vale la pena di’, qualcosa che esige che vi si faccia attenzione. In certo modo, egli oppone all’ordine che lo opprime una sorta di diritto a non essere oppresso al di là di quello che egli possa ammettere”.

La fedele traduzione rivela al tempo stesso la forza generale e un piccolo neo di questo discorso di un grande scrittore. Si è mantenuto infatti, per scrupolo di letteralità, il termine “schiavo” del testo originale; ma questa scelta lessicale di Camus è un po’ enfatica, e riflette l’iperbolismo ancora nietzscheano che pervade vari punti del suo saggio (il quale risale al 1951). Il soggetto di cui si parla qui non è veramente lo “schiavo” (termine troppo forte che, per paradosso, rischia di trasportarci in una rassicurante distanza archeologica), ma il suddito: e qui si entra nel cuore della nostra contemporaneità. Il suddito che si ribella è una figura in via di formazione, una figura embrionale: e in fondo non importa quanto chiara sia la meta della sua ribellione. Importa piuttosto che con essa il ribelle o la ribelle cominci il processo di maturazione che lo porti alla figura compiuta del suo ruolo sociale: quello del cittadino e della cittadina.

Un popolo di sudditi che si ribella solo al bar

Fra le varie iniziative più o meno ottimistiche con le quali si tenta di non farsi schiacciare dalla pandemia, forse la più durevole sarà quella di cui sembra si parli di meno: cioè una rinnovata meditazione sul problema e la sfida della cittadinanza.

Paolo Valesio 

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