NON È SOLTANTO UN FILM

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 5 ottobre 2019 col titolo “Bergman, la solitudine della fede non è solo un film”.
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Ingmar Bergman sul set negli anni 60

 

NON E’ SOLTANTO UN FILM

Come si può conciliare il Novecento in quanto “secolo breve” con l’esistenza al suo interno dei “lunghi anni Sessanta” (per usare i titoli di due libri, uno dei quali notissimo)? Un modo di trovare un certo equilibrio in risposta a questa domanda è adottare un metaforico fermo-immagine (dopo tutto, si sta per parlare di un film) quando si rivolga uno sguardo attento all’una o all’altra opera della cultura novecentesca — e mi spiego subito. Recentemente un centro studi bolognese ha inaugurato la sua nuova stagione con una prosecuzione dell’omaggio anniversario al grande regista Ingmar Bergman (1918-2007), sul quale è apparsa l’anno scorso una monografia critica; in connessione con questa pubblicazione è stata proiettata la versione integrale di un film molto significativo del regista svedese, seppure non tra i suoi più noti (e anche una riproposta come questa rientra tra le funzioni di un centro studi). Si tratta di Luci d’inverno, del 1963; e la proiezione è stata seguita da un colloquio con Roberto Chiesi autore del libro citato, e due studiosi appartenenti ad ambiti intellettuali diversi.

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Il film è stato discusso in quanto testo autonomo (“ontologicamente”, come ha detto il filosofo Raffaele Milani), al di fuori di considerazioni storiografiche e cronologiche (ecco il “fermo-immagine” di cui si parlava). E’ la storia di poche ore in una domenica invernale dentro e intorno a due chiesette (la prima, dove si svolge la maggior parte dell’azione, è di origine medievale) all’incrocio fra due villaggi immersi nella campagna svedese. Il pastore Tomas, da anni vedovo sconsolato, sente che sta perdendo la fede ma celebra nella piccola chiesa medievale la prima messa; durante la quale anche la maestra Märta, atea e innamorata di lui, partecipa alla Comunione. Dopo la funzione, Tomas respinge seccamente la tenerezza di Märta, che gli offre una vita rinnovata; ma poi sembra cambiare atteggiamento, e le chiede di accompagnarlo alla seconda messa del giorno nell’altro villaggio. Messa che egli celebra in una chiesa deserta di fedeli — a eccezione di Märta, la quale si inginocchia sul pavimento con una mossa di forte devozione, mentre Tomas scandisce con voce alta e decisa le parole della liturgia. Su questa immagine il film, apparentemente così povero di eventi, si conclude.

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Ma lo sfondo culturale di questo scarno film è profondo. In un colloquio con un parrocchiano Tomas aveva precedentemente rivelato la profondità del suo scetticismo: “Ammettiamo che Dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo. La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento del corpo e dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura: tutto diventa chiaro, trasparente. L’incomprensibile sofferenza non ha bisogno di spiegazione. Non c’è nessun creatore, nessun reggitore del mondo, nessun pensiero vertiginoso ed immenso”. (Questo era il testo originale della battuta, un po’ tagliuzzata per conformismo nell’edizione italiana del film.) Sono parole quasi identiche a quelle pronunziate da Ivan Karamazov in una famosa scena del grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Di fronte a tutto ciò, ogni spettatore trarrà le proprie conclusioni: quella “oggettiva” (sul senso del film) e quella “soggettiva”, sul senso della propria vita. (Tale è il doppio effetto di un film autentico come questo; mentre la maggior parte delle pellicole, soprattutto quelle hollywoodiane, non ci si provano nemmeno, a raggiungere così intimamente lo spettatore.)

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Ma in realtà la speranza e la dimensione del trascendente non sono assenti, sotto i discorsi della disperazione; e ciò appare sia all’inizio sia alla fine dello spettacolo. Verso la fine, mentre Tomas si prepara alla sua celebrazione nella seconda chiesa, quella dove solo Märta lo ascolta (ma si può ricordare che il grande scrittore spirituale americano Ralph Waldo Emerson amava pregare nelle chiese deserte), il suo sagrestano gli esprime con umili parole quella che egli presenta come una sua idea, sopravvenutagli in notti insonni: che cioè la maggiore sofferenza di Cristo, al di là della Passione, sia stata l’atmosfera di radicale incomprensione nella quale Egli è vissuto. In realtà, dietro le poche ed esitanti parole dell’uomo del villaggio, che comunque esprime così, indirettamente, la sua comprensione della situazione in cui Tomas si trova, emerge l’eco (ovviamente calcolata da Bergman) di quella che, in un certo periodo del pensiero novecentesco, era nota come “teologia della solitudine” — dunque, non una forma di disperazione o nichilismo, bensì la descrizione di un percorso spirituale.

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Ma, al di là di ogni teologhema o filosofema, quella che resta più impressa è la straordinaria scena iniziale: nella chiesetta antica la mezza dozzina dei partecipanti alla messa si avvicina alla balaustra intorno all’altare, si inginocchia e riceve la comunione dalle mani dell’officiante. La macchina da presa si concentra a turno sui visi, duramente segnati dalla vita, dei singoli comunicanti, poi sul volto e sulle mani di Tomas: a ogni passaggio (per una mezza dozzina di volte) vediamo l’assunzione dell’ostia e del vino dal calice; a ogni passaggio (due volte per ogni comunicando) si odono, esattamente scandite e ripetute, le parole del rito sacro. Così si comprende il titolo forte ed originale (esteticizzato con queste Luci d’inverno nella versione inglese e poi in quella italiana), che è una parola danese composta il cui significato essenzialmente è: I comunicanti. Non ricordo una rappresentazione filmica così intensa di quella ripetitività che è l’essenza del rito cristiano come affermazione di fiducia: sinonimo, più semplice e concreto, della parola “fede”.

Paolo Valesio

[Dalla proiezione del film di Bergman, organizzata dal Centro Studi Sara Valesio (CSSV) in collaborazione con la Cineteca di Bologna — in colloquio con Chiesi, Milani e Valesio — nella Sala della Cultura di Palazzo Pepoli a Bologna, il 26 settembre 2019]

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Duele

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il  29 agosto 2019 col titolo “Il governo, gli italiani e quelle file di intellettuali con pochi dissidenti”.
 
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Un Unamuno dolente

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“Me duele España”, diceva famosamente Miguel de Unamuno. Sarà permesso allora, fatte salve le debite proporzioni, che un cittadino italiano esclami: “Mi fa male l’Italia”. Ma non per le solite ragioni di cui si parla negli editoriali dei giornaloni (ché allora non valeva la pena di disturbare Unamuno), bensì in nome di una situazione concreta, allo snodo fra esperienza singola ed esistenza storica.

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Non so se sia esatto dire (sulle orme delle dichiarazioni di autorevoli pensatori come Ernst Jünger e Noam Chomsky, e delle allusioni del grande romanziere José Saramago) che il primo nemico di ogni governo sia la propria popolazione: a volte lo credo, ma tante altre volte non voglio crederci. Una cosa è certa, d’altra parte: tutti i governi, di qualunque colore e latitudine, sottovalutano (per non dire: disprezzano) i propri intellettuali. Ma i governi finiscono per pagare prima o poi il prezzo di questa sottovalutazione (“giustizia poetica”, si potrebbe dire). E ciò non ha a che fare con il bla-bla-bla sulla Bellezza, i Valori Umanistici, e simili; bensì con la politica. Infatti la “vendetta” (diciamo meglio: rivendicazione) degli intellettuali, per lo meno da Rousseau in avanti, è stata quella di influenzare in modo sotterraneo ma significativo (a volte felicemente a volte disastrosamente) gli avvenimenti storici. E vengo al punto.

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Resistere per esistere

Oggi si tende un poco a discettare sugli alberi senza fare attenzione alla foresta; e qual è questa foresta? È la divaricazione, più forte che mai nella storia repubblicana d’Italia, fra i sentimenti della popolazione e le manovre governative. È probabile che tale divaricazione verrà neutralizzata dal potere delle suddette manovre; d’altra parte, nella situazione attuale siamo sull’orlo di una sorta di guerra civile: più precisamente, di una guerriglia civile non armata.

Ora, qual è il gruppo che più fortemente ha premuto, e tuttora preme, in quest’ultima direzione? Gli intellettuali, o almeno la maggior parte di essi, che dicono: “Ma via, non generalizziamo!”. Senonché, le generalizzazioni a volte hanno una base obiettiva. Il venerabile luogo comune sulla spartizione, nell’Italia del dopoguerra, fra potere politico-economico (monopolizzato dalla Dc) e potere culturale (del Pci) si è dissolto nella sua prima componente: il vecchio monolito si è frantumato in vari pezzi, sotto gli occhi di tutti; ma la spartizione è rimasta sostanzialmente intatta per ciò che riguarda la cultura. La quale (dovrebbe esser chiaro, anche se a volte non sembra esserlo) realizza un potere come gli altri; e come gli altri temibile, nelle sue possibilità positive e negative.

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L’intellettuale e la resistenza

Il linguaggio degli intellettuali nella modernità, nonostante le sue eleganti volute, è sempre stato caratterizzato da una certa ferocia (a partire, almeno, dal Club dei Giacobini); e qui — sia detto senza alcuna ironia — bisogna capirli, questi intellettuali. Debbono lavorare con elementi intangibili, le opinioni (ancora più evanescenti e fragili delle idee, che secondo un’antica tradizione filosofica avrebbero una loro solidità); gli intellettuali dunque sono costretti, in qualche modo e misura, ad aguzzare le loro penne. Ma che c’è di male? Evviva il fair play e la battaglia delle idee (come si diceva una volta)!

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In effetti, se questo bilanciamento esistesse, non saremmo vicini alla guerriglia civile, perché un minimo di equilibrio fra prese di posizione bene articolate calmerebbe le acque. Ma quando la massa degli intellettuali (sì, anche gli intellettuali fanno massa) si attesta tutta su un versante, ecco diffondersi prima la diffidenza, poi la ribellione sorda contro quella che viene giustamente percepita come arroganza. Gli intellettuali non allineati (soprattutto gli scrittori nel senso pieno della parola, e in modo particolare i poeti) assomigliano un poco a dissidenti in comunità irreggimentate. “Assomigliano un poco”, ho detto: perché non ignoro certo la differenza profonda e dolorosa fra questi pochi italiani e i dissidenti in senso pieno — quelli che, in altri paesi, siedono in prigione.

Non ritiro, però, il mio parallelismo: tutte le analogie sono più o meno forzate, ma ogni analogia (ce lo ha insegnato, fra altri e più di altri, Victor Hugo) è in qualche modo utile a descrivere una situazione storica, senza arzigogoli e senza infingimenti.

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Resistere e rendersi

 

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IL MAGGIOR REGALO DELLA SINISTRA ALLA DESTRA SI CHIAMA ANTIFASCISMO 

Ospito qui un breve saggio, di interesse attuale, dello storico Danilo Breschi.
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Lo storico Danilo Breschi

IL MAGGIOR REGALO DELLA SINISTRA ALLA DESTRA SI CHIAMA ANTIFASCISMO

Se non vuoi capire praticamente nulla dei problemi delle società occidentali contemporanee, tira in ballo il fascismo. Se poi vuoi addirittura che l’alternativa alla sinistra italiana cresca elettoralmente, dalle del fascista. Perché? Perché la maggioranza degli italiani è fascista? No, perché dal secondo dopoguerra tale maggioranza è stata variamente ma decisamente anticomunista. Chi ha egemonizzato la sinistra del dopoguerra in Italia? Il Partito comunista, il quale si è affermato come la massima espressione dell’antifascismo. Ebbene, qual è, nella vulgata storica, la massima espressione di anticomunismo? Il fascismo.

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Se tu, da sinistra, attribuisci oggi l’etichetta fascista ad un movimento politico democratico avversario della sinistra, vuol dire che gli riconosci rigore e nettezza nel suo essere avversario. Gli stai riconoscendo che è davvero alternativo alla sinistra, non che è lesivo dei diritti fondamentali di libertà. A questo la maggioranza degli italiani non crede, e, nel caso fosse, non l’accetterebbe, a dispetto di quanto si sente solitamente dire. Piuttosto ad un tentativo autoritario il Paese si spaccherebbe in due o più parti. Dando del fascista stai solo dicendo: quel partito, quel leader, farà davvero l’esatto opposto delle politiche della sinistra, e lo farà sul serio, e in tempi di bipolarismo di fatto (e, per certi periodi, “di diritto”: dal 1994 al 2013) non potrebbe esservi miglior regalo elettorale. Un esempio? In nome dell’antifascismo la sinistra cede alla destra i concetti di stato, nazione e sovranità, senza i quali non si governa la globalizzazione.

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In nome dell’antifascismo la sinistra ha (ri)consegnato alla destra il tema della sovranità, che, fate attenzione, non è solo statuale, ma anche popolare. Affibbiare il termine “populismo” al proprio avversario ha reso la sinistra forza politica non-popolare, se non anti-popolare, e diffidente nei confronti della volontà generale, che è sempre tanto nazionale quanto popolare (vedi la Rivoluzione francese). Ma, restando al caso italiano, se è vero che quella comunista è stata la sinistra egemone nell’Italia della c.d. Prima Repubblica, allora l’internazionalismo e il sospetto, se non dispregio, per l’interesse nazionale non è novità. A conferma che la storia pesa. Eccome se pesa.

Danilo Breschi

 

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«Esploratrici solitarie». Una recensione di Mauro Ferrari

Riporto qui la recensione di Mauro Ferrari al mio libro di poesie Esploratrici solitarie (Rimini, Raffaelli, 2018), originariamente apparsa sulla rivista «Nuovi Argomenti» — recensione che si connette dialetticamente a quella di Maria Grazia Calandrone in questo stesso blog.

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ESPLORATRICI SOLITARIE

di Mauro Ferrari

Credo che un libro che provoca riflessioni su tanti aspetti dell’uomo e della  vita sia un bene prezioso e dimostri, al di là di tanta retorica sul fare poesia (lampante quella manifestata un po’ ovunque il 21 marzo) la sua vitalità e necessità; un ottimo esempio di questa resilienza è l’ultima raccolta di Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, che si apre con un’auto-presentazione, o meglio, auto-spiegazione del libro, soffermandosi sulla metafora delle esploratrici solitarie. Spiega Valesio che l’idea nasce dal termine tecnico “Enfants perdus”, cioè ragazzi che, in guerra, avanzavano in territorio nemico a mo’ di commandos, quindi con poche possibilità di salvarsi. Già perduti in partenza, insomma.

Ma qui il sintagma diviene veicolo metaforico dei testi poetici: le Esploratrici solitarie sono quindi intuizioni, tentativi di sondare il mistero, e probabilmente nessuna esegesi arriverà dove loro sono state, in territori mai scoperti dai cui confini nessun viaggiatore torna davvero: il testo, se è autentico, ne sa sempre un po’ di più, e sa sempre qualcosa di diverso dalla “resa in prosa” – senza per questo scomodare derive dei significati e lodi all’oscurità, le quali non fanno che eliminare una responsabilità del testo e sul testo che Valesio pone invece al centro della propria poetica.

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Mauro Ferrari recensisce Paolo Valesio

Dico questo anche dopo aver meditato sulle tante e belle recensioni al libro, alcune per la verità più riflessioni generali a partire dal libro come occasione, e soprattutto sulla densa e centrata recensione di Maria Grazia Calandrone apparsa sul web, con cui non concordo solo su un punto centrale, laddove si afferma che Valesio è immune dal cô confessionale della poesia. Ovvio che questo sia un complimento, e non vorrei quindi che annotare un lato confessional in questa poesia sembrasse una critica negativa. Anzi, pur nelle tante differenze rispetto ai poeti confessionali (fin troppo facile citare Robert Lowell) trovo la stessa ansia conoscitiva, la stessa brama bruciante di autoanalisi. Ma in Valesio tutto sembra puntare a una idea di salvezza etica, di sanità per sé e per il mondo: un’operazione salutare insomma, che parte da un gap conoscitivo che il poeta cerca di colmare con intelligenza, attenzione e curiosità.

Anche l’adozione della terza persona è un modo originale per sfuggire alla trappola dell’Io lirico effusivo per guardarsi dal di fuori, per oggettivarsi, cioè vedersi e sentirsi parte di quell’umanità che ritrae con tanta attenzione: appunto per andare oltre l’aspetto confessionale e inscriversi nel mondo che descrive.

Valesio ci ha dato il suo libro più alto, in cui ogni apparentemente casuale o accidentale osservazione, ogni riflessione su di sé e sul mondo è un tassello di una ricerca condotta senza retorica, a bassa voce e quasi minimal, ma mai minimalista, su quella che definisce, con felicissima espressione, “la ferocia del vivere” (p. 65). L’aspetto quasi diaristico della raccolta, in cui ogni poesia riporta luogo e data di composizione (non di rado dandoci squarci interessanti sul proprio laboratorio poetico: alcune poesie sono composte in viaggio, nella metro, o in meditazione sul “laghetto”) non fa che enfatizzare la coerenza e la coesione di questo lavoro durato dal 1990 fino al 2017 e approdato a un libro composito (in tre sezioni, quasi indipendenti ma ben articolate in un unico discorso).

Osservazioni apparentemente casuali, dicevo: come quando, in Non è una natura morta (p. 57) – e dandoci una traccia da seguire citando di sbieco la non-pipa di Magritte – in realtà riflette sulla distanza tra l’oggetto reale e la sua trasfigurazione artistica, o come quando giunge alla succitata  “ferocia del vivere” a partire da una svagata annotazione sul sole emiliano (Autunno dentro estate, p. 65). “Basta guardare”, ci dice Valesio (p. 66): vero, questo è il retaggio romantico – non è casuale la dedica a Wordsworth, il massimo specialista delle poesie composte sui laghi… Ma è un guardare che non è solipsistico, bensì ha bene in mente sia la dimensione creaturale che quella sociale dell’uomo.

Anche i rapidi, lievi quadri urbani della seconda sezione ci parlano di identità e di comunità (Identitario, p. 78, nelle sue torsioni di imagery, è degna di John Donne). Ma un testo come La difficile solidarietà (in altra sezione, p. 132) ci dice una cosa in più:  “Lui ama gli uomini / solo se li vede come alberi / nella foresta di Dio”. Notiamo la sottile ambiguità: “alberi” in senso collettivo, in cui il singolo insomma sparisce, o presi uno per uno, come parte di un tutto? La differenza è sostanziale. E difatti qui parte la riflessione, avviata da un “Ma”: poi “li perde di vista”, perché un albero isolato nella foresta è invisibile; finché il dissidio è ricomposto, a un livello superiore ma ancora problematico (perché Valesio non ha e non ci dà certezze): lui solidarizza nel vedere “i patti e i sacrifici / con cui il singolo / placa la propria follia”; ed è la solidarietà verso la creatura singola, irredimibilmente imperfetta in cui ovviamente si riconosce.

Nella riflessione medievale sul sapere si parlava di curiosità, stupore, meraviglia, sorpresa, ciò che spinge l’uomo a conoscere, dice Aristotele; e Valesio ce ne dà infiniti esempi, come nell’osservare nella metro di Manhattan una donna “avvenente”, “forse-svenente”, che in realtà “stava / aspettando un messaggio telefonico” (p. 100): perché la realtà è fuorviante, ambigua, indecidibile, e quindi esige la nostra massima attenzione; il tentativo di afferrare la realtà nella sua essenza ultima è il motore di una ricerca espressiva discreta ma sempre viva, che ad esempio si esprime in composti audaci (“forse-svenente”), spesso calcata sulle possibilità dell’inglese (“cuore-lago”, p. 177), o in forme lessicali appena distorte o preziose, e che comunque trapela dalla tensione sintattica e dal gusto per il paradosso metafisico; o ancora, per esempio, dallo stravolgimento della forma-sonetto (Il sonetto di Maddalena, p. 140).

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Il critico riflette sulla poesia di Paolo Valesio

Ho il sospetto che ci sia un certo pudore nel definire la poesia di Valesio religiosa, quasi la definizione ne limitasse il valore. Forse perché il suo rovello non è esibito ma lasciato continuamente sotto traccia? Forse perché la sua “bruciante onestà” (prendo dalla recensione citata all’inizio) si permette, se non un dubbio, la sofferenza per la propria inadeguatezza, che ci riporta persino a Pascal? O perché Valesio parla di cose scomode come rimorso (si legga Stazione della Centoventicinque, p. 104, poesia appena bisbigliata ma altissima), colpa, responsabilità, coscienza – cose poco comuni nel minimalismo imperante?

Certo, l’aspetto di preghiera che era tanto in evidenza per esempio nei Dardi (2000, 2002) qui non c’è, come se Valesio avesse imparato a convivere con il dubbio della fede, ma sapesse bene che la sua è la ricerca continua di un senso ulteriore che si nasconde, come ho evidenziato in alcuni esempi, dietro le cose. Che sono quel che sembrano (l’esergo di Emerson a p. 128), ma sono anche altro, o meglio rivelano a chi vuole e sa osservare (elemento centrale in questa poetica) che in controluce c’è un’altra realtà – il che ci riporta appunto a quanto dicevo in apertura su quei tentativi di sondare il mistero che sono i testi poetici, che funzionano quando sono precisi, netti. Onesti.

http://www.nuoviargomenti.net/poesie/esploratrici-solitarie-2/ 

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Paolo Valesio, autore del libro qui recensito da Mauro Ferrari

 

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ALLA STAZIONE DEI CARABINIERI

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il  27 luglio 2019 col titolo “Non basta la commozione, bisogna esserci”. Il contributo fa riferimento all’uccisione del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega avvenuta a Roma il 25 luglio, ad opera di due turisti americani
 

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ALLA STAZIONE DEI CARABINIERI

Perché, come, quando, un fatto di cronaca s’inserisce nella storia contemporanea di un paese? Mistero. Come, quando, perché una serie di “impressioni” può divenire una riflessione dai riscontri più vasti? Mistero. In questo caso, il piccolo mistero di due giornate a Roma.

Carabiniere ucciso con 8 coltellate a Roma, era in servizio

Alla stazione dei carabinieri di Piazza Farnese, mattina di sabato (27 luglio). Caldo afoso, sole a picco. Una fila di mazzi di fiori appoggiati ai piedi della parete esterna. Alcuni carabinieri alla porta – ma non in formazione ufficiale: semplicemente entrano ed escono, con aria un po’ smarrita. Accettano volentieri una stretta di mano. Come i poliziotti e i vigili del fuoco vicino al Ground Zero di Manhattan quand’era ancora fresco (cioè, ancora polveroso e fumoso) il ricordo dell’assalto; i quali accettavano volentieri piccoli segni come una stretta di mano, eppure avevano l’aria un po’ distante, come assorti in qualcosa di più grande e complesso. Ma – a parte le ovvietà (diverse dimensioni dell’evento, immediata storicizzazione delle Torri Gemelle) – qual era la differenza che si avvertiva con precisione (altro che impressioni!) fra questi due tipi di strette di mano? Dietro ai guardiani di Manhattan si sentiva chiaramente (si toccava con mano, come suol dirsi) la solidarietà di tutto un popolo, ovvero di tutta una nazione (come agli americani è ancora permesso dire).

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Diversa, invece, l’atmosfera dietro ai guardiani di Roma. Intorno ai quali si poteva, per così dire (e senzascuse per la metafora), tagliare con il coltello una certa freddezza, non soltanto della nazione (come agli italiani non è più permesso dire), ma anche della città. Come se quest’uomo si fosse “fatto ammazzare” (brutalità del linguaggio corrente); e come se fosse appartenuto a una comunità che dovrebbe continuamente giustificare la propria esistenza.

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Alla stazione dei carabinieri di Piazza Farnese, mattina di domenica (28 luglio). Cielo grigio, pioggia leggera. I mazzi di fiori sono ancora lì, anche se non sembra che la loro fila si sia allungata; i carabinieri ancora entrano ed escono a intervalli. Ma c’è qualcosa di diverso. Un uomo non più giovane, con una rada corona di capelli intorno al capo, vestito semplicemente in maglietta e pantaloni: si vede che appartiene, senza tante etichette socio-politiche, al popolo. Sta ritto in piedi: immobile, silenzioso, isolato nella piazzetta col viso rivolto alla porta d’ingresso. E’ chiaro (certuni direbbero: imbarazzantemente chiaro) che sta pregando.

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Tornando alle domande d’inizio: se si può (è solo una modesta proposta) inserire questo fatto di cronaca romana nella storia moderna del paese, ciò è possibile in quanto esso con i suoi addentellati è concretamente il simbolo del lento (o non tanto lento) e costante indebolimento dello stato di diritto in Italia dai tardi anni Sessanta in poi. I giornali sono pieni di analisi proposte proponimenti buoni propositi, riguardo ai fenomeni macroscopici in tal senso. Qui si vuole soltanto suggerire che il ruolo fondamentale potrebbe finire con l’essere quello dei singoli che estendano, in modo più o meno contemplativo più o meno attivo più o meno prevedibile, la propria coscienza in direzione della società. Sono loro che, in fondo, scelgono: nel senso di determinare, in ultima analisi e magari dopo qualche tempo, il passaggio di certi eventi dalla cronaca alla storia. Il verso finale di uno dei più bei sonetti, dovuto a John Milton, nella storia di questo genere letterario, suona: Those also serve who only stand and wait. Tradurlo non è così semplice come sembra; potremmo dire:“Anche coloro che semplicemente ristanno e attendono, sono servitori”.

Paolo Valesio

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LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

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“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

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Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

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Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

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Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

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È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

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ANTI-DIARIO USA, 1

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  22 giugno 2019 col titolo “Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali Usa”.
 

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ANTI-DIARIO USA, 1

Non era ancora finito lo spettacolo delle elezioni europee, che era già cominciato (e durerà molto a lungo) quello della campagna elettorale statunitense. Una bella stagione, per chi concepisce la politica come uno sport da spettatori. Ma la politica, prima o poi, in un paese o nell’altro, si rivela come qualcosa di più serio di un divertimento sportivo; tanto è vero che si parla a volte dell’alternanza o conflitto tra commedia e tragedia in politica [F. Scisci dalla Cina, nel “sussidiario” del 13.5.19].

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In realtà, ciò che è più caratteristico e più inquietante nella politica è che essa si pone come la versione, su larga scala sociale, di quel genere letterario tipicamente moderno che è la tragicommedia. Per esempio, è abbastanza comico che, nel quotidiano che ambisce a rappresentare tutta la migliore opinione statunitense (ma che in effetti resta essenzialmente confinato alla Costa Orientale del paese), cioè il New York Times, appaia un articolo in cui si arriva molto vicini ad accusare questo organo, la cui correttezza etnica è impeccabile, di nientemeno che antisemitismo (!) per avere osato pubblicare una vignetta ironica sul primo ministro israeliano; oppure un altro articolo in cui si spiega che ormai bisogna abbandonare la classe lavoratrice bianca al suo triste destino perché i suoi rappresentanti non votano nel modo giusto, e in ogni caso sono pochi (!).

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Di fronte a simili esternazioni involontariamente comiche si è tentati di sorridere, considerandole come gli ultimi sussulti di vita di un certo complesso mediatico-ideologico (per estendere ai tempi nuovi la vecchia ma sempre valida formula del “complesso militare-industriale”) in via di decadenza. Ma quando si tocca la comicità (volontaria o involontaria che sia) si scherza sempre col fuoco: le sue tinte forti sfiorano il pornografico, e la sua virulenza espressiva continua a proiettare l’ombra di una possibile violenza. Non si tratta, beninteso, di censurare nulla di tutto ciò: la protezione dell’espressione comica dà la misura di una civiltà. D’altra parte, ciò che incute sempre un poco di timore nel comico è una certa labilità del suo confine con il tragico. Non si può non guardare, allora, a ogni campagna elettorale come tragicomica, e alle campagne statunitensi come tali forse più che le altre.

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Del resto, gli aspetti propriamente tragici della politica americana sono grandi come montagne – anzi come fiumi: nel senso che vengono da, e vanno, lontano; e il loro comportamento è imprevedibile, come i loro meandri. Un aspetto in particolare, come infinito strascico pesante in cui continua a inciampare la vita americana: il lascito della schiavitù, che continuerà a essere lo sfondo di queste elezioni. Il solco divisivo è ancora lì, tanto più profondo nei casi in cui è accuratamente nascosto. Sempre ve n’è traccia, anche se impalpabile, in ogni interazione, anche la più banale, tra una persona di colore e una persona bianca, in ogni angolo degli Stati Uniti.

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Come si risolverà questo problema? Impossibile dirlo. E quando si risolverà? Forse, mai. D’altra parte, è consolante (se si può usare questo termine) rendersi conto che i grandi problemi storico-politici non si risolvono, in quanto tali, quasi mai. Le svolte decisive non sono collettive e ideologiche e chiaramente databili, o meglio: non ci sonosvolte decisive, bensì innumerevoli sforzi oscuri di innumerevoli persone singole, le quali non offrono soluzioni, bensì ricette di sopravvivenza dignitosa alla luce di una speranza non misurabile e quantificabile.

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Un poeta belga dell’Ottocento scrive, in due eloquenti versi alessandrini sonoramente rimanti:“Espérons. Mais hélas! Malheureux que nous sommes, / Les problèmes sont grands et petits sont les hommes” (Continuiamo a sperare. Ma ahimé, infelici che siamo! / I problemi son grandi, e gli uomini son piccoli). Ma che c’entra, si potrebbe obiettare, la letteratura con la politica? Si può rispondere a ciò con una variazione sull’aforisma attribuito a Georges Clémenceau (a proposito della guerra come cosa troppo grave per essere affidata ai militari), riformulandolo come: La politica è una cosa troppo grave per essere affidata ai politici. La poetessa americana di origini vietnamite Dao Strom, commentando una sua poesia scritta alla fine del 2016, e notando che allora dominava “una retorica che sfrecciava avanti e indietro, su come combattere e resistere, sui vari modi giusti e sbagliati di essere”, scrive: “Forse in reazione a tutto ciò, una parte di me desiderava intensamente di sviluppare una versione più tranquilla di me stessa, desiderava essere semplicemente una via di passaggio, e tenere aperti canali di comunicazione senza cader preda di (o semplicemente riflettere) le ansie che si addensavano intorno a me, a noi”. La poesia così commentata si intitola “Strumento”. Ora, io non saprei dire se vi sia qui un echeggiamento voluto oppure no della famosa preghiera tradizionalmente attribuita a san Francesco d’Assisi: “Signore, fammi strumento della Tua pace”. Ma insomma, una connessione c’è.

                                Paolo Valesio

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Commento a un libro di poesie

Presentazione di Maria Grazia Calandrone a Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, Rimini, Raffaelli, 2018, presso lo “Spazio Pagliarani”, Roma, 22 febbraio, 2019. 
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Maria Grazia Calandrone legge e commenta le poesie di Paolo Valesio

Commento a un libro di poesie

Ad apertura di libro, colpisce immediatamente che la poesia di Valesio sia rimasta immune alla sua lunga residenza americana, sia alla novecentesca versione confessional, sia all’oggettività quotidiana degli ultimi esiti. Se ne può dedurre che la poesia di Valesio provenga da un altro luogo, probabilmente interiore, che non è la contingenza – e neanche, forse, la cosiddetta “realtà”, perché quelle di Valesio sembrano essere poesie di vita ardente dietro la grata obbligata di segni grafici, visto che ciascuna poesia, come lo stesso Valesio precisa nella sua bella e onesta introduzione, ha trovato da sé la propria strada.

Ogni poesia sta sola sul cuor della pagina – e la luce che la trafiggerà viene dall’occhio di chi guarda, che posa (illusoriamente, ma pensarlo serve a partecipare con fiducia) su di esse uno sguardo di peso uguale a quello di chi scrive, talmente le poesie sono lasciate al vivo come offerte. E questo neanche basta, se Valesio scrive, più avanti, nel Sonetto del colpo di vento(p. 61), che la sola possibilità di non perdere la vita stessa è offrirla. Dunque parliamo di una coincidenza desiderata tra la materia vivente e la sua traduzione in poesia, perfettamente consapevoli che, come ogni traduzione, neanche questa di vita in poesia possa davvero aderire all’originale. E non è nemmeno auspicabile, se la poesia ci serve a rivelare quel che lo stesso originale non svela.

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Dico questo perché la caratteristica più rilevante delle poesie di Valesio è la loro bruciante onestà, che sembra davvero “arricciare” le pagine sotto i nostri occhi come cartigli nel focolare, o solidificarle come ferro di spada: entrambe immagini incontrate nel libro, a conferma di come l’apparente tono pacato nasconda ferro e fuoco – elemento che tempra e che viene temprato, fin che, con il trascorrere del tempo, il detestabile “io” diviene un vaso pronto ad accogliere l’altro da sé e il mistero del mondo, il cui “mistero / è: come fa a sembrare così vero?” (Sonetto della vista immaginaria, p. 45)

L’apparentemente vero mondo fuori dall’io, sembra dunque essere la meta del gesto poetico ed esistenziale di Valesio, un “entrar dentro di sé” che “sfonda il dentro e in fuori lo rovescia” (Identitario, p. 78); un fuori insieme sacro e profano, perché Valesio tende qui e là a svelare coincidenze tra l’inginocchiarsi delle prostitute e quello dei santi (La putto-santità, p. 82); o a trovare poesia nelle macchine sessuali disegnate dal marchese de Sade (I libri più sfogliati, se non letti, p. 91), rivelando anche a se stesso l’inutile esegesi dello sconosciuto, come la bella signora dal mento pronunciato che, in metro, aspettava un messaggio (La forse-svenente, pp. 100-101) – che diventa occasione per discutere del bello e del buono e dell’immaginazione, che sempre slitta fuori dal binario della semplice e nuda realtà. Poiché invece “le cose sono realmente quello che sembrano essere”, come scrive Valesio in un esergo, citando Ralph Waldo Emerson (Duologo a distanza, p. 128), conviene tenersi alle cose come ci si tiene a un mancorrente – e anche a questo sembrano servire note, date e indicazioni topografiche, che ancorano il testo poetico a un momento e a un luogo determinati, come onesti e necessari documenti di realtà.

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Una realtà resa reale sviluppando a volte onomatopee e mimesi, a volte ritagliando frasi in presa diretta dal quotidiano, ma anche adoperando neologismi e brevissime ossessioni stilistiche, per esempio gli accenni di plurilinguismo, che erotizzano il tessuto della pagina come l’odore di un vaso di gigli (Intimità, p. 29).

Ma, se abbiamo fin qui detto dell’onestà del reale, adesso diciamo anche del pudore, che sparge ovunque la propria regola, pudore anche di pregare troppo e d’invocare troppo, pudore che fa scorrere a tratti sulla pagina come l’acqua di geyser – anche questo caldissimo, anche questo sommerso – l’invito mai davvero placato al silenzio, che sta sotto la poesia di tutti i poeti e che, per fortuna, i poeti non ascoltano mai.

Nel cammino che si svolge sotto i nostri occhi nella parte finale del libro – e che possiamo dire di “fede”, ovvero ricerca di senso che salva la terza persona singolare autoriale da sperdimento e follia, la suddetta terza persona sente che, per amare davvero, gli mancano le virtù piccole, non quelle eroiche: chi tende a una più o meno metaforica umiltà, deve dunque superare l’ambizione stessa dell’umiltà, la grandiosità della virtù, il lusso sfrenato di essere povero o addirittura l’estetizzazione sottintesa alla deformità (Monacus Aestheticus, p. 154), deve infine riconoscersi semplicemente misero fra gli ugualmente miseri perché – com’è detto a chiusura di libro – nessuna porta, al buio, è mai davvero chiusa (Ogni porta richiusa somiglia a una aperta, p. 182).

E allora, va forse rintracciata proprio la nostra percentuale di buio e di miseria, per trovare il super-potere grazie al quale riusciamo ad attraversare (almeno provvisoriamente) la porta di noi stessi e trovarci, finalmente, nell’aperto animale di Rainer Maria Rilke (nell’Ottava elegia: “L’animale, qualsiano gli occhi suoi, vede l’Aperto”).

 

Presentazione di Maria Grazia Calandrone a Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, Rimini, Raffaelli, 2018, presso lo “Spazio Pagliarani”, Roma, 22 febbraio, 2019.

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(IR)RAZIONALISMO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 25 febbraio 2019 col titolo “Foucault e Louis, si può comprendere il mondo senza ira?”
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La vertigine e la matrioska

(IR)RAZIONALISMO 

Un piccolo libro con un titolo lungo, che riproduce l’ultima parte della tesi di dottorato in filosofia (con prefazione del suo prestigioso direttore di tesi) di uno studioso il quale si è occupato di un importante filosofo francese che a sua volta ha molto scritto su un articolo di Kant apparso nel 1784: di fronte a una tale serie di matrioske ci coglie la vertigine. Un inscatolamento accademico come questo sembra infatti, a prima vista, poco leggibile e poco comunicabile. E invece, quando il filosofo in questione è Michel Foucault (1926-1984), troviamo in questo libro qualcosa di significativo, che ci è di aiuto per la riflessione sui tempi attuali e sulla nostra umana condizione dentro di essi.

Scrive Foucault: “In effetti il filosofo ha smesso di voler dire ciò che esiste in eterno. Ha il compito ben più arduo e ben più fugace di dire che cosa accade”. Affermazione interessante, anche perché non necessariamente condivisibile. Mentre invece è difficile non essere d’accordo con quest’altro pensiero foucaultiano: “Continuando a ripetere che la nostra organizzazione sociale o economica mancava di razionalità ci siamo ritrovati dinanzi non so se a un difetto o a un eccesso di ragione, certamente di fronte a un eccesso di potere”.

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Furore e potere

Ma Foucault si pone anche questa domanda: “Come può accadere che la razionalizzazione conduca al furore del potere?”. E qui il discorso si fa particolarmente interessante. Perché una tale domanda sembra implicare la fede nella forza benefica della razionalizzazione in quanto tale; donde lo scandalo rispetto alla degradazione della razionalizzazione. E invece per molti altri pensatori, già ai tempi dell’Illuminismo (i tempi di Kant studiato da Foucault), la domanda si pone al rovescio: – Come può accadere che un radicale sviluppo della razionalizzazione non conduca al furore del potere?

Foucault scrive anche: “In fondo il problema è esaminare una ragione, l’autonomia della cui struttura reca insieme con essa una storia di dogmatismo e di dispotismo – una ragione, dunque, che può avere effetti emancipatori solo a condizione che riesca a liberarsi da se stessa”. Senonché, come fa la ragione a “liberarsi da se stessa”? La critica al razionalismo non può essere soltanto interna a esso (che è la posizione, in questo senso conservatrice, di Foucault). Una critica che sia autenticamente tale deve partire da una posizione alternativa, dunque esterna. Peccato che quest’ultima venga ancor oggi stigmatizzata con il termine riduttivo di “irrazionalismo”. Ma in verità, dovremmo attribuire un senso almeno in parte negativo a entrambi i termini, “razionalismo” e “irrazionalismo”; e deciderci ad accettare l’idea che la ragione da sola non potrà mai, contrariamente alla speranza di Foucault, liberarsi da se stessa (come il Barone di Münchausen che pensava di sollevarsi in aria tirandosi per il codino), ma dovrà ricorrere a una dimensione che solo parzialmente può identificarsi con essa ragione.

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E per designare in breve (diciamo, in modo stenografico), questa dimensione si può ricorrere a una delle parole-chiavi del grande filosofo e teologo pre-illuminista Blaise Pascal (1623-1662): “cuore”. Termine che naturalmente non va inteso in modo sentimentaleggiante e meramente privato, ma come l’emblema di tutto un complesso di pensieri e azioni che rappresentano l’altra faccia, il flip side, di ogni razionalismo dall’Illuminismo fino a oggi: il senso della tradizione storica e comunitaria e il senso della vita spirituale (che si può esprimere in forme istituzionalmente religiose o più fluide e anche “laiche”). E’ tutto un vasto campo di fenomeni intellettuali e sociali il cui studio continua a essere coltivato soprattutto oggi, quando il dibattito sull’Illuminismo è più che mai aperto.

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Foucault, drammatico e nobile

Forse, allora, potremmo essere tutti d’accordo con Foucault in questa sua domanda, drammatica e nobile: “Come possiamo esistere in quanto esseri razionali, fortunatamente destinati a praticare una razionalità che è sfortunatamente attraversata da pericoli intrinseci?”. La sfumatura del “forse” potrebbe sembrare eccessivamente cauta; e in effetti non l’avrei introdotta; fino a pochi giorni fa, quando una collega mi ha trasmesso il testo di un’intervista che mi ha fatto pensare.

Si tratta della dichiarazione di un giovane romanziere francese, Édouard Louis, che pare furoreggi attualmente a Parigi, e che comincia a essere tradotto anche in inglese. (L’intervista è apparsa in inglese nella molto chic “New York Review of Books”). A un certo punto l’intervistatore chiede a Louis, che si è interessato particolarmente a filosofi come Pierre Bourdieu e Michel Foucault, che cosa egli abbia ricavato dal loro studio; e la risposta è: “Mi hanno insegnato qualcosa di molto importante: che non esiste verità senza ira. L’ira è la chiave per comprendere il nostro mondo, e forse è lo strumento più scientifico che gli esseri umani abbiano inventato. L’ira è ciò che ti dà la distanza necessaria a comprendere la struttura sociale nella quale sei capitato. I libri di Bourdieu e Foucault sono pieni di rabbia; e lo stesso è vero, spero, dei miei libri”.

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Michel Foucault e i suoi libri

Ma nella frase citata all’inizio, non era chiaro che per Foucault la trasformazione della razionalizzazione in “furore” e specificamente “furore del potere” era un fenomeno negativo? Qui non si tratta di fare correzioni o comparazioni scolastiche; è in gioco qualcosa di molto più importante: lo sviluppo non lineare del pensiero e dell’etica, l’imprevedibilità nel salto delle generazioni. Che può essere anche un salto all’indietro: qui infatti ricompare il nesso (di origine marxiana e non solo) fra la razionalizzazione da un lato, e l’esaltazione di atteggiamenti di furore o rabbia o ira (non è il momento adesso di disquisire sui sinonimi) dall’altro. Insomma, sembra che certi fantasmi stiano ritornando.

[Dall’Introduzione alla tavola rotonda sul libro di Rudy M. Leonelli, Illuminismo e critica. Foucault interprete di Kant (pref. di Étienne Balibar, Quodlibet, 2017), con Carlo Galli e Guglielmo Forni Rosa, Chiesa di San Colombano, 7 febbraio 2019, Bologna]

Paolo Valesio

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LA TRAGEDIA GIOCOSA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” l’8 gennaio 2019 col titolo “Don Giovanni, quell’intreccio tragico e giocoso di bene e male”.
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La gratitudine come sfida

LA TRAGEDIA GIOCOSA

Di fronte a ogni spettacolo di bellezza (opera musicale, pittorica, letteraria o altro) emerge in ognuno di noi quella che si potrebbe definire la sfida della gratitudine, per cui si sente il bisogno di mostrarsi grati, al di là degli applausi o altre forme di apprezzamento, a tutta una serie di “persone” che però sono in ultima analisi degli intermediari: l’opera stessa, prima di tutto; e poi i suoi interpreti (attori, scrittori di saggi critici, ecc.); e poi l’autore/autrice; e infine o in principio (ma è la “persona” più frequentemente dimenticata) il Creatore di tutto ciò.

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Applauso e altre forme di apprezzamento

Ecco perché uno spettatore musicofilo ma non musicologo sente la necessità di esprimere brevemente la sua gratitudine verso uno capolavoro immortale la cui recente interpretazione è stata vista al Teatro Comunale di Bologna: il “dramma giocoso” in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte, Don Giovanni. “Capolavoro immortale” è un’espressione abbastanza generica e impersonale, mentre la gratitudine evoca un rapporto per sua natura personale. E’ necessario dunque che chi vuole esprimere questa relazione o sentimento riscopra per conto suo a ogni incontro l’opera in questione, tentando di ritrovare l’ingenua freschezza della “prima volta”.

Ma, come recuperarla? Semplicemente, si potrebbe cominciare dall’inizio dell’opera; ma non è poi tanto semplice, perché quello è un inizio-prima-e-dopo-l’inizio. Infatti le primissime battute dell’ouverture (le quali sono all’altezza di quelle famose della Quinta Sinfonia di Beethoven), sono quasi ineseguibili; tanto che il pur eccellente direttore al Teatro Comunale (Michele Mariotti) sembrò aver avuto un attimo di esitazione, prima di tuffarsi nell’abisso musicale che si spalancava. “Ineseguibili”, però, per ragioni filosofiche piuttosto che musicali. Pochissime battute, ma cupe e martellanti, senza che lo spettatore sia stato psicologicamente preparato, cadono come blocchi di piombo creando un’atmosfera che stringe il cuore. Non si è ancora cominciato, e già tutto si è concluso, con pietà e terrore.

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La produzione di Sivadier è piena di pietà tragica e terrore

Ma poi: ‘Volete il giocoso?’ (sembra che dica il giovane e dionisiaco autore), ‘Eccovelo qui, il giocoso!’. Senonché, la ridda musicale che immediatamente segue non è particolarmente festosa: è la musica di un party di quelli in cui si sente subito che l’aria è un po’ losca, con una certa anticipazione di rissa. Poi l’atmosfera cambia di nuovo, e l’ouverture si conclude con un’accelerazione tutta fisica; tanto che quando si alza il sipario la maggior parte degli spettatori, che ovviamente già conosce la storia (l’opera è lo spettacolo per eccellenza degli habitués), si aspetta di assistere subito al precipitare della violenza: Don Giovanni che fugge dal letto di Donna Anna urlante, affronta il padre di lei e lo uccide in un rapido duello. E invece no: l’opera comincia con una pausa burlescamente meditativa, cioè il monologo di Leporello — che comunque esprime una giocosità amara ed eversiva rispetto al rapporto servo-padrone. E da qui in avanti, tutto corre vertiginosamente verso la fine.

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Il dramma tragico però rimane sempre anche giocoso

Don Giovanni è uno dei culmini del pensiero musicale moderno, e in particolare (com’era da attendersi) tedesco, sull’amore. Dopo la sublime meditazione di Bach sull’Amore divino, il secondo grande picco è appunto questo Don Giovanni di Mozart (meglio: di Mozart-Da Ponte) sull’amore ferocemente mondano. Amore che mescola in modo conturbante il bene (la letizia, l’allegria, il godimento) con il male, cioè con il risvolto torbido e sordido di tutto ciò. Dopo quella straordinaria rivelazione del 1787 occorrerà aspettare, per confrontarsi con una rivelazione altrettanto sconvolgente, l’anno 1865 quando apparve il Tristan und Isolde di Richard Wagner; dove l’amore non si dibatteva più tra il bene e il male tradizionali nel senso suddetto, ma tra il bene come una forma di sanità e il male come una forma di dolce malattia. (Si era arrivati al culmine finale della bufera romantica, e dopo, tutto doveva cambiare; come compresero i modernisti, con Filippo Tommaso Marinetti in testa.)

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Le cristalline altezze e il loro pubblico

Ma in che modo scendere da queste cristalline altezze (quelle che Nietzsche amava frequentare) al piano del palcoscenico? La regia creata originariamente da Jean-François Sivadier per il Festival di Aix-en-Provence ci è riuscita molto bene; ed è stato istruttivo seguire, insieme con l’evolversi del pensiero musicale di Mozart e del pensiero letterario di Da Ponte, lo sviluppo di un pensiero necessariamente derivativo, ma propriamente teatrale. Perché la regia ha avuto il coraggio di puntare le sue carte migliori sul sottotesto eroticodeldramma. Quello che è in gioco infatti è l’eros che sorge dall’inconscio, non quello dei corpi seminudi.

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Delitto compiuto: il nobile dissoluto fa fuori il commendatore

Nel duello iniziale, fulmineo e affidato al pugnale, il colpo mortale di Don Giovanni non si vede, perché il nobile dissoluto lo vibra abbracciando strettamente il Commendatore. Questa attenzione alla corporeità in azione anticipa le più sottili ambiguità dell’amore, che si rivelano anche nelle mosse dei corpi in scena, assecondanti l’impeto sensuale della musica. Donna Anna è stata veramente non consenziente rispetto a Don Giovanni (come il Conte Ottavio vuole, con nobile delicatezza, credere) in quella notte fatale? Donna Elvira è soltanto martire di un concetto astratto di fedeltà coniugale, o anche donna appassionata a cui mancano le carezze dello sposo infedele, e che forse si è consolata un po’ con Leporello travestito da Don Giovanni, nella notte degli equivoci? Zerlina si è lasciata solamente corteggiare da Don Giovanni o si è spinta più avanti? E più tardi, quando essa permette all’ingelosito neo-marito Masetto di sfogarsi “battendola”, quale tipo di rapporto esattamente è evocato?

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Il libertino affronta in una seminudità cristica la sua purgazione

Tutte queste e altre sottolineature non sono affatto esibizionistiche e gratuite: esse sono chiaramente implicite (l’ossimoro è giustificato) nel brillante libretto di Da Ponte; ed è solo così che si può rendere terribilmente credibile la sofferenza che attende Don Giovanni. Il quale, in questa versione psicologicamente matura, non discende in un infernetto di cartapesta, ma affronta in una seminudità cristica la sua purgazione. E’ vero che, di fronte a questa regia che osava sperimentare, vi sono state alcune prevedibili reazioni di parte di coloro che tendono a concepire le opere liriche come messe laiche, in cui nessun particolare consegnato dalla tradizione possa essere cambiato: l’“oh!” scandalizzato di alcune spettatrici di fronte a Don Giovanni discinto, il negativismo di un paio di recensioni locali … ma questo è sempre da mettere in conto, e intanto la vita del teatro procede.)

Paolo Valesio

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Il rito dell’applauso si compie con mansuetudine allegra

 

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