Archivi del mese: giugno 2017

Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)

 
Riporto qui il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  18 giugno 2017 col titolo “Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)”
 

1024px-Upper_West_Side_-_Broadway

Stati Uniti, prove di guerra civile (in un bar di New York)

Brani di una conversazione al bar del ristorante “Le Monde”, dalle parti di Columbia University, fra due cervelli-in-fuga italiani a New York.

Lei – Che cosa pensi della sparatoria anti-repubblicana dell’altro giorno?

Lui – Da qualche parte in questo mondo ci dev’essere una vecchia talpa marxista che sta crepando di risate dentro uno dei suoi cunicoli, in questo vecchio mondo che barcolla da un luogo comune all’altro. Prima, il dogmatismo marxista che ha impolverato di noia la vita della mia generazione, ma che almeno ci ha incoraggiato a ricercare connessioni tra le astrazioni filosofiche e le concretezze politico-economiche (anche se poi ci siamo resi conto che la filosofia in questione era una forma rozzamente polemica di filosofia, e che la pretesa concretezza politica ed economica era una serie vertiginosa di astrazioni). E poi, il “superamento” del marxismo, con la ricerca affannosa dei surrogati …

Lei – Senti, giovane talpa, sei troppo tortuoso per i miei gusti; comunque, arrivederci in giro.

Lui – No, scusa, aspetta: vabbè, l’ho presa un po’ alla larga, ma un nesso c’era. E’ da parecchi mesi che in questo paese si stanno facendo le prove di un balletto che si potrebbe chiamare ”La Nuova Guerra Civile”.

Lei – Ah, perché non ci sono più Marinetti e Majakovskij? Loro sì che avrebbero vivacizzato questo balletto.

Lui – Sì, ma c’è poco da stare allegri, quando si arriva alla violenza.

Lei – Ho capito: hai voglia di dirmi la tua teoria in proposito; ma fai presto per favore, perché stasera debbo finire di scrivere una relazione.

Lui – Sarò brevissimo. Il marxismo è stato la più grande eresia giudaico-cristiana dei tempi moderni. La sua decadenza ha creato una generazione di orfani intellettuali, che si sono consolati con le rivoluzioni soft: ecologia, femminismo, post-umanesimo robotico, ossessione dell’identità sessuale, ecc.

Lei – Ho capito, ti riferisci alla tua solita bestia nera: la correttezza politica.

Lui – In verità, sto parlando di qualcosa di più. Quando il Nuovo Ordine Mondiale del Pensiero Unico – l’Ordine Mondiale della politica alla moda, dei media, delle università – si sente minacciato, allora si mette a combattere con le unghie e coi denti. Il potere delle parole ha essenzialmente la stessa natura del potere economico e militare (le parole sono pietre, ha detto uno scrittore italiano), e quando appare sulla scena qualcuno che dice parole diverse, costui rappresenta una minaccia che dev’essere neutralizzata.

Lei – Guarda: per me la bestia nera lo sai bene chi è, e il suo covo è la Casa Bianca.

Lui – Vedi come sono trascinanti e pericolose le metafore? Segui la pista di una metafora, e prima o poi senti l’odore del sangue.

Lei – Cosa vuoi dire, con questa frase che spero sia soltanto poetica?

Lui – Guarda, io non so cosa sia poetico e cosa no. Quello che so è che ognuno di noi ha la sua teoria – la teoria inespressa, la teoria di cui vive – una teoria che non è affatto astratta perché fa corpo con il suo corpo, e con la sua anima. E presto o tardi può capitare l’occasione in cui il teorico anti-teorico si sente pronto a dare testimonianza con, appunto, il suo corpo, senza tante belle parole.

Lei – Beh, dopo queste frasi rassicuranti, ti auguro una buona serata.

Lui – Concedimi un momento soltanto: propongo un brindisi alla pace.

– Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

Recensione a «Il Servo rosso»

Questa è una recensione inedita a Il Servo rosso. L’autore è Alessandro Ramberti: editore, animatore culturale e poeta in Rimini

cop.-valesio-

«Il Servo rosso»

Il verso del servo (di Dio)

Paolo Valesio
IL SERVO ROSSO
POESIE SCELTE 1979-2002
THE RED SERVANT
SELECTED POEMS 1979-2002
A cura di Graziella Sidoli
Traduzione inglese
Michael Palma e Graziella Sidoli
Prefazione di Piero Sanavìo
Nota dell’Autore
puntoacapo 2016, pp. 330, € 30,00

Come l’Apostolo di cui porta il nome, Valesio è animo inquieto e cercatore di assoluto: la sua poetica ben riflette la tensione fra carne e spirito, realtà quotidiana e Regno dei Cieli, parola e Silenzio (con la maiuscola perché non è tanto assenza di rumore o vuoto abisso ma, ossimoricamente, lo spazio illimitato-tempo immisurabile che rende possibile l’esistere del creato, dell’universo, dello spazio-tempo e della parola che sempre porta con sé, specie se parola creativo-poetica, le stigmate di un oltre misterioso, ineffabile eppure persistente e pervasivo, nonostante i tentativi dell’uomo moderno di surrogarlo con avatar epidermici ed effimeri). Il servo rosso è un’autoantologia ottimamente curata da Graziella Sidoli con versione inglese a fronte (della stessa Sidoli e di Michael Palma) che ci offre le “lastre” più significative (almeno a giudizio dell’autore) dell’uomo, poeta e credente (sì perché la fede si nutre nel dubbio, purché si abbia l’umiltà di riconoscersi increduli e bisognosi di aiuto) Paolo Valesio. La raccolta si apre con questi versi tratti da “Pregando a Manhattan (ivi, p. 16): «Può l’ateo rassegnarsi ad essere insipiens? / No: / il credente, sì, può ignorare i particolari e la storia della legge sotto la quale egli vive. / Ma l’ateo non ha via d’uscita: / egli deve essere sempre anche teologo.»

67483

Paolo il poeta

Come in san Paolo la ricerca del trascendente è quasi totalmente priva della figura di Maria, forse un segnale della minore necessità del lato materno di Dio o, al contrario, rimozione di un aspetto di cui ci si è da sempre sentiti privati? Solo l’autore può rispondere e comunque una risposta non è necessaria alla fruibilità di una voce poetica di forte originalità, paolina parresia e kirkegaardiana inquietudine benché declinata in maniera più fisica, materica, immaginifica: «Chi ascolta le parole di preghiera da altri recitate non può o poi o prima non vedersi sorgere nella mente e distendersi un sentiero di pietre consunte (…)» (ivi, p. 18; dalla raccolta Prose in poesia); «rimarrò casto, se da te violato.» (ivi. p. 20; dalla medesima raccolta); «Adesso l’aurea crosta si è staccata, / e tra le sbarre della gabbia fradicia / la scimmia del pensiero è ormai fuggita» (ivi, p. 22; dalla raccolta La rosa verde); «Gli avvoltoi sono filosofi nudi / (…) / prima di ogni altro membro, / ingoiano gli occhi» (ivi, p. 34; dalla raccolta Il dialogo del falco e dell’avvoltoio); «afferriamoci almeno / al tocco che rende diversi; / fosse pure soltanto uno sgorbio, / una “i” accecata del puntino» (ivi, p. 44; dalla raccolta La Campagna dell’Ottantasette).

A p. 68 troviamo tre “Versi scritti su un bottone che applicano, credo, l’insegnamento evangelico di amare i propri nemici, in maniera esistenzialmente provata: «È triste veder piangere un amico / ma è atroce vedere un nemico / che piange.»

A p. 78 troviamo questi versi così splendidamente provocanti tratti dalla poesia intitolata “La nona giornata della Novena di Santa Teresa di Lisieux: «Siamo soltanto un piccolo /popolo dentro a un cuore. / A ogni alba parliamo con qualcuno / che mai risponde / (…) / ma che pure non cessa di ascoltarci». Abbiamo a che fare con il mistero del Dio nascosto che pure il fedele sa (sempre) in ascolto, e con la prassi delle preghiera che acquista senso (facendosi appunto ascoltare da un Tu comunque accogliente), anche se pronunciata da labbra aride, incredule, ferite, colpevoli e magari distratte: «”(…) / ognuno tra di noi chiede soccorso / per la sua povera / anima crudele”» (dalla raccolta Avventure dell’Uomo e del Figlio).

i-sensi-della-poesia-la-scrittura

Dove l’anima del poeta si mette a nudo

Il poeta è un’anima che sa mettere e mettersi a nudo: «Stamattina ha cavato fuori l’anima. / (…) / Ha affondato pian piano la mano / dentro la gola / (…) / (gli sembrava di mordersi la gola / con i suoi stessi denti), / e ha posato il minuscolo uomo / rosso come lacca / (era unto di sangue) / sul tavolo; l’ha ripulito, / (…) / Al momento di riporlo, le mani hanno un poco tremato: / se non avesse più trovato il posto?» (ivi, p. 82: “Il Servo Rosso”, dalla raccolta Anniversari). Ogni esposizione è dolorosa e rischiosa, ma chi canta al ritmo dei versi non può evitare di porgersi e porgerli con la loro anche cruenta verità.

preghiera

Le preghiere e le orazioni

La dimensione orante e teologica è sempre una tensione (tragica ma a tratti venata di umorismo), un ponte tibetano gettato non solo sull’abisso ma pure proiettato in direzione di una sponda-che-non-c’è (se non appunto ricorrendo alla fede): «le orazioni scavano la melma / e il legno e i frantumi / lavorano per la sopravvivenza / son opera del sottosuolo» (ivi, p. 88: “Le orazioni” dalla raccolta Piazza delle preghiere massacrate).

E ancora: «Dopo la Resurrezione, / (…) / vi è ancora chi muore dopo aver vissuto / ma adesso vi è anche / chi prima di vivere muore / e chi soltanto dopo morto vive. / Saltando e risaltando oltre il confine, / cavallette della vita attiva, / tentiamo di trascendere la morte; / e il sublime genera commedia» (ivi, p. 90; “Uno strano trionfodalla medesima raccolta); «una bella mattina ho sentito / l’aridità della mia vita al trivio / mi sono dietro-volto / al Dio di mio padre / al Dio che qualche volta si epifana / in cruciforma / al Dio poco di moda» (ivi, p. 96: “La fede firmatadalla raccolta già citata); «io e la vita mia, / mai ci siamo incontrati. Ma poi penso: / queste albe, qualcuno le ha mandate; / queste albe, qualcuno le deve accogliere» (ivi, p. 100: “La tentazione”, dalla citata raccolta).

rondini

«Chi debbo ringraziare per le rondini / a gara con il cembalo e i violini?»

A metà del libro abbiamo la faretra che accoglie i “dardi” di Volano in cento (tradotta da Graziella Sidoli), una delle due raccolte, assieme a Ogni meriggio può arrestare il mondo (tradotta da Michael Palma), offerte integralmente nell’antologia: sia per la posizione che per la completezza, è evidente che abbiamo a che fare con una tappa importante del cammino poetico di Valesio; ne riporto alcuni lacerti: «Ascoltami se vuoi: la preghiera / è un intraversabile burrone» (ivi, p. 106: “Dardo 4”); «Signor fa’ che ogni ruga del reale / mi torni interessante – e non basta: / che sia strana, che sia perplessante» (ivi, p. 127: “Dardo 23”); «Bel torace di Cristo, fa’ da scudo / al tronco della croce bruto e nudo;» (ivi, p. 134: Dardo 31); «Se non mi dai risposta questo è il segno / che mi stai ascoltando» (ivi, p. 158: “Dardo 56”); «Il dono della preghiera / (…) / è dato in dotazione ai non dotati» (ivi, p. 178: “Dardo 71”); «A ogni alba lo stesso tentativo / a ogni alba lo stesso tenta-vivo: / tentare di decidere / se la vita è al di qua o al di là / della linea del risveglio» (ivi, p. 194: “Dardo 85).

Seguono i 30 sonetti di Ogni meriggio può arrestare il mondo, raccolta in cui Valesio pare giocare tonalità più ironiche e sfumate fino all’idillio ma sempre dense di dubbi ardenti: «Chi debbo ringraziare per le rondini / a gara con il cembalo e i violini? / Chi posso ringraziare del profumo / dei fiori scapigliati in braccio al buio?» (ivi, p. 230: “Concerto in chiostro”); «Qualche volta pronunzi ad alta voce, / quando sei solo, la parola “vita”; / e ti appaùri, vedendo la foce / del fiume che ti scorre tra le dita. // “Vita” più “tua”: che congiunzione atroce!» (ivi, p. 238: “Il confronto e il bilancio”). Non mancano certo anche qui poesie vertiginosamente attraversate dal religioso, misticamente inchiodato allo scandalo cristiano del Golgota: «Qual è la prospettiva della Croce? / Lento strisciare a un termine lontano / giocando a fare da assistente al boia / (portiamo in spalla quello che ci uccide)» (ivi, p. 256: “Venerdì Santo”).

valesio

Paolo Valesio

Un libro che si offre compatto nella diversità di metri e ritmi (da quelli quasi prosastici, all’efficace rivisitazione del sonetto) per il suo darsi come trancio d’anima di un poeta come Petrarca affascinato dal sacro, anzi in particolare dal divino che si è fatto prossimo nella Parola incarnata del Figlio dell’Uomo; e che come tutti noi deve fare i conti con le proprie zavorre, con quelle tentazioni che ci trattengono alla superficie di ciò che siamo (e siamo quasi angeli ma non dèi) con quelle ferite, deviazioni, incompiutezze e putridità che pure sono necessarie al nostro definirci e possono alimentare le nostre potenzialità (il letame è un ottimo concime). Certo l’uomo di oggi non desidera essere servo di nessun altro, tantomeno di un Dio che si considera al massimo una proiezione ingenua di bisogni che possono essere soddisfatti altrimenti… eppure la poesia di Valesio ci ricorda che siamo tutti poca cosa, servi inutili ma preziosi e unici se ci lasciamo umilmente lavorare dalla gioia di Dio e ci accodiamo al Maestro (cfr. ivi, p. 264: il sonettoLa sfida”): l’Unico che sa leggere il nostro “verso” (il retro dell’arazzo che è la nostra vita) e vederne già la bellezza in cammino.

– Alessandro Ramberti

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

Poesie inedite

Queste poesie sono di prossima uscita in un’antologia edita da Qudulibri Bologna.

temporale-maltempo-pioggia

Da L’Aureola del morso

 

La translinguistica signora

Mentre la pioggia intride
l’inadatto cappotto di lana
gli cola nel bavero e cala
un ozioso pensiero: tear
è una introiettata introflessa
rima di Maria
e associandosi a Maria
i pensieri si accavallano,
saltano dal gallo all’asino
si fanno sempre più oziosi:
quando la preghiera diviene
(così spontanea viene)
un racconto

Dio per sua natura le conosce già tutte (presumibilmente solo il tono è quello che lo interessa) ma quando uno racconta-prega rivolgendosi per intercessione a Maria la quale (salvo errore) non è onnisciente è probabile che per lei questo racconto sia una novità è probabile che lei tenda l’orecchio con autentico interesse è probabile che le parole bagnate di pioggia fino ad assomigliare lacrime riescano ancora un poco a intenerirla per quanto piccine-umanine siano le preoccupazioni

così che questa volta tear
trova una rima facile, estroflessa:
dear

destinata ai pesciolini che si cuociono dentro la padella dove le lacrime dovrebbero bollire ma non ci arrivano per via della pioggia la quale però anche se invernale è oggi stranamente carezzevole e insinua furtiva un annunzio di primavera.

 5906032944_cd1bf387dd_b

. . . 

La sguardata

Maria ai piedi della croce crìstica
si metamorfosa in Maria dritta in piedi
a lato della pompa di benzina
mentre abbevera la sua jeep;
o è forse the other way around:
chi è rapita in basso, chi nell’alto –
qual è la differenza?
Lui può dire soltanto
che ha sentito una grande tristezza
per qualche cosa che si dileguava 

anche per colpa sua: non si è voltato mentre girava il muso dell’auto per lasciare la spiazzo e rientrare in autostrada (è sempre un po’ difensivo riguardo alla sua guida e non voleva fare una brutta figura di fronte a quella figura) così non conoscerà mai il messaggio nello sguardo di Maria in effetti non saprà mai se neppure vi fosse stato uno sguardo mariano su di lui come gingillo di una severamente asseverante protezione o forse benevolente condanna.

Autostrada Ottanta, Connecticut

 

alex-prager-13

«Si metamorfosa in Maria dritta in piedi / a lato alla pompa di benzina»

. . . 

Tentando di afferrare un’intuizione

“La fiamma è bella!”

(Mila di Codro)

Lui prega che si rafforzi
questa intuizione sua –
che la cenere è bella
almeno quanto la fiamma
e anche quando la Fenice è assente –
e si trasformi in un convincimento

ma dove risiederebbe poi questo convincimento? Qual è la sua parte di mondo la sua radice la sua appartenenza? Aveva intravisto come sua sede il regno dell’estetica ma si è disilluso quando ha cominciato a sentire che si stava impigliando dentro reti di parole fragilizzate (il colore perlaceo o di velluto nero, le ceneri come diamanti pesti cose così) – dunque no. Questa convinzione delle ceneri (che lui sta ancora tentando di abbracciare con la mente) risiede in periferia – nella cintura extraurbana che scivola molle sui fianchi che ancheggiano nel lusso della città – nella suburra dell’umiltà – dove vi è una pallida una tenue possibilità che la deiezione e reiezione possano protendersi pretendendo una speranza di elezione.

Laghetto di Linsley

 Fiamma

. . . 

Gerarchie

Iddio non fa carezze
e il Figlio nemmeno e nemmanco
lo Spirito Santo
e poi nemmeno gli angeli ne fanno

peccato perché costoro sarebbero gli ideali facitori di carezze (o comunque ne sono gli ispiratori) infatti mentre il sesso è paritario – è sempre essenzialmente qualunque siano le contorsioni erotico-kamasutriche un rapporto orizzontale – la carezza è gerarchica va da un alto a un basso e viceversa ecco perché la Trinità e gli angeli sarebbero le ottime fonti della carezza – ma in verità solo nel senso che ne sono le fonti ideali infatti queste figure dell’alta santità ispirano i genitori quando si curvano a carezzare i bambini – e i bimbi quando si sollevano (quanto raramente! e facendosi pregare) a far carezze ai genitori – e le adulte non genitoriali quando riescono apologeticamente difensivamente a fare una carezzina ai bambini non loro ai bambini alquanto resistenti renitenti.

Laghetto di Linsley

 0_trinita

. . . 

Spazzatura Party

“So che questo è un preavviso molto scarso ma primavera e Pasqua sono in arrivo allora pensavo se per caso voi gente sareste disposti e disponibili a un breve incontro (diciamo un’ora?) il sabato che viene. Potremmo radunarci alle ore 9 di fronte al cottage di Bob (per favore procuratevi guanti e buste per la spazzatura) discutere il piano di Tom per sfoltire il prato e poi passare il tempo che ci resta a raccogliere i detriti caduti o buttati dall’autostrada lungo l’orlo del campo. Per favore fatemi sapere che cosa ne pensate – al più presto possibile. Riempite la parte inferiore del foglio (‘Idea buona/idea non buona’; ‘non posso farlo sabato/alternativamente suggerisco la data del____’) e mettetela nella mia buca delle lettere – saluti – Judy”.

Laghetto di Linsley

 2vcgehx

. . . 

La cintura esplosiva

Un errore che sia al tempo stesso prepolitico e postpolitico può facilmente trasformarsi in un orrore – con il (quasi) paradosso dell’orrore che non si limita a restarsene là fuori accovacciato come un drago fangoso ma diventa elemento pensante dentro una singola coscienza così acquistando mostruosamente una sua dignità che come altro si può chiamare se non spirituale?

Ecco per spiegarsi tutto questo – lui si sente ob-ligato a tradurre di seconda mano (dall’inglese del “New York Times” che presumibilmente viene dall’arabo) il messaggino cellulare inviato da S.A. al fratello S. alle ore 21,05 di un mercoledì sera e il giovedì seguente S.A. si fa esplodere giù in città):

“Vi abbiamo perduto.
Se fosse in poter nostro
verremmo a voi
(verremo a voi)
nel mezzo del sogno.
Non sappiamo se la nostra mancanza
sarà da voi avvertita”.

Laghetto di Linsley

Lascia un commento

Archiviato in Poesia, Uncategorized

Ghirlanda per Luciano

Questa serie di poesie è appena uscita sul numero doppio dell’«Italian Poetry Review – IPR» (X-XI, 2015-2016)
 

luciano_rebay_squibnocket_cropped

Luciano Rebay

Ghirlanda per Luciano

Io Ti vorrei amare”*

Il pensiero assisiate è ritornato
ma questa volta senza “T” maiuscola:
l’ottativo non è più tutto-eroico
(tanto più eroico quanto più fallente),
non più tutto accentrato
sull’amore di Dio. Sì perché
ogni dichiarazione d’amore
(umana sia, o divina)
è ottativa, è una sfrontata iperbole –
ogni dichiarazione
d’amore è sproporzionata:
troppo più grande del suo oggetto
(umano o animale
floreale o minerale) –
ogni dichiarazione d’amore è più forte
delle energie effettive del soggetto –
ogni dichiarazione d’amore
è una in-mantenibile promessa:
la sua esagerazione intrinseca
sfiora l’osceno.
Ma senza questo
rischio d’oscenità
uno vive al di sotto della vita:

ecco la vera radice dell’erotico che si annida sotto e dentro ogni atto ma non solo: dentro ogni intenzione dentro ogni pensiero — al di sopra al di sotto al di là al di qua di ogni contatto carnale — l’oscenità è nella disproporzione — pur sempre preferibile alla sottovita — l’ottativo dunque è indispensabile perché ogni tale dichiarazione è conativa e sa di esserlo (altrimenti mente ma questa menzogna è così grossolana che solo la mediocrità può enunziarla e per esempio Don Giovanni non è un banale mentitore è un iperbolista) — vero è che si può non amare (atto di libertà che respinge il ricatto sentimentale tardamente ripetitivo dei provenzal-danteschi) ma questo atto di libertà è anche gesto di povertà e aridità — dunque se non si deve amare è però possibile dire che si può amare? Sì e no: l’amore essendo una promessa impossibile al massimo si può dire (ecco perché il condizionale di Francesco è sempre attuale nella sua ottatività) che si vorrebbe amare si desidera amare si ha una matta voglia di amare si amerebbe se solo si potesse — e forse queste umide intenzioni troveranno la ricompensa di una compassione.

[*La frase è apocrifamente attribuita a san Francesco d’Assisi]

Riverside Drive
Manhattan

 

Giovanni_Bellini_St_Francis_in_Ecstasy-2-720x320

«San Francesco nel deserto» (e in estasi) di Giovanni Bellini

Ineludibilità della poetica

Il poeta è a disagio col suo tempo,
come il profeta.
Ma il profeta che è tale fino all’osso
punta il volto e gli occhi al futuro;
mentre invece il disagio degli amanti
si esprime profetando il passato.
Il poeta frattanto nel suo angolo
profetizza il presente:

lo descrive in tempo reale ma in termini che gli altri non riconoscono – mentre la maggior parte degli scriventi parlano in termini riconoscibili esortano alle virtù civiche deplorano i flagelli sociali si prestano a citazioni citabili intervengono manifestano giornalisticano si intervistano da soli si impaludano nella palude politica e nei paludamenti morali –

Il poeta invece ho capito
che ciò che è ineffabile
é spesso anche infame per i più
e offre, come testimone al limite
il collo al sospetto dell’infamia
come la santa martire distesa
avvolta in elegante veste blu,

nel quadro che dipinge sulla faccia dell’altare in fondo alla cappella un’immagine che non si capisce a che secolo appartenga e la perplessità è aumentata dal vederla così controluce quella veste sembra un vestito da sera quel blu è pesante di seta e broccato la testolina quasi completamente avvolta da una sciarpa a righe colorate fiorisce

su un lungo delicato collo cigneo
e niveo su cui spicca
un breve taglio rosso
che pare una ferita suicidaria.

Oratorio di Santa Cecilia
Bologna

  

cache_cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_2e35dfdba4b4b2790a102b74818d6d61

«Santa martire distesa / avvolta in elegante veste blu» 

. . .

Metro-epifania

“Difficile est in turba
Christum videre”,
dice sant’Agostino citato da Petrarca,
ma Nilio si permette dubitarne.
La sua emozione (chi ha parlato
di “rational exuberance”?)
si espande a lui dentro a lui fuori
come una rosea bolla:
si trova nel suo centro

alle ore 23 circa nella stazione della sotterranea sotto la Quarantaduesima Strada dove è arrivato a piedi dalla Quattordicesima e dove sta cercando la coincidenza giusta per la Centoventicinquesima e si trova per alcuni minuti lunghi in uno stato di completo disorientamento in mezzo al frastuono selvaggio di quella che è politicamente scorretto chiamare plebe ma che lo è lo è – e Nilio se ne appella mentalmente ai poliziotti – che i cuoricini sanguinanti di progressismo nei sobborghi disprezzano e che lui ammira – i poliziotti che tengono d’occhio i giovinastri e meno giovinastri che scorribandano ma peggio ancora sono le famigliole che si sentono moralmente autorizzate a ululare e si trascinano dietro bimbi che a quest’ora dovrebbero stare a lettuccio e invece si aggirano drogati dal son et lumière della povertà mediatizzata nelle budella della città e il calore è quello di una foresta tropicale e nel mezzo di questa incertezza sulla linea della metro da prendere e di questo disagio soffocante di caldo chiasso luci ritaglianti e taglienti Nilio si sente veramente nel bel mezzo nel mezzo bello si sente raccolto nel suo centro sente la calorosità dell’amore per questa plebe-non-più-plebe questa plebe di cui egli fa orgogliosamente parte – è un amore vagante non focalizzato dunque tanto più bruciante – momento estatico dentro l’infernetto dell’esperienza

diaria – la momentanea estasi
è esorcismo contro il peligro
dell’inferno più vasto e più profondo.

Fra Manhattan e North Branford

. . .

sol-lewitt-grab

Epifania nel metro (con Sol LeWitt)

. . .

Sine titulo

A prima udita sembra
(ma dopo un minuto
mi ricordo che l’ho spenta)
una voce di cantante
affievolita dalla radio bassa.
Allora penso siano due vicini
che passeggiano
chiacchierando lungo il vialetto
(ma subito ricordo che i vicini

non passeggiano mai chiacchierando di fronte alle case: in questo lungo viale siamo tutti rifugiati dalla vita, contemplativi-attivi ma ognuno nella sua sfera, dunque rifugiati cioè rifuggenti dalle socializzazioni superflue) –

e finalmente capisco:
è il vento
che si avventa dal lato del lago
che si ingorga fra gli alberi
dunque geme e stride
una volta l’amavo –
come spirito libero
in libera natura –
mentre adesso lo temo: mi sembra omicidiale.

Laghetto di Linsley

vento-sul-lago-ce8504a2-3807-4410-981e-c224d310d6de

Il vento sul lago

. . .

Recollectedness

La sua essenza è la preghiera
è come una candela

o come un cero a uso di bambolotto di cera di quelli che un tempo si trovavano sotto una campana di vetro o dietro la facciatina trasparente come un piccolissimo teatro sotto il ripiano di un altare ma di un altare ovviamente non est dignus e la campana di vetro del salotto di genealogia umbra purtroppo se l’è lasciata alle spalle la sua dimora come quella di ogni cosmopolita si è ristretta mentre sembrava globalmente ampliarsi adesso la sua casa è lo spazio fra il mento e il petto quando si ripiega su se stesso e questo stesso ripiegarsi è l’inizio della preghiera che fino ad ora vedeva soprattutto come una questione di ritagli di tempo che dovevano allargarsi sempre più fino a comprendere buona parte della giornata ma adesso sente che è essenzialmente una questione di spazio preliminarmente pensa si tratti dello spazio fra il mento e il petto dove trova chi realmente è.

Riverside Drive
(Manhattan)

7358_m,0

«Recollectedness»

. . .

Lascia un commento

Archiviato in Poesia, Uncategorized