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ULTIMI GIORNI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 22.01. 2020 con il titolo redazionale ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA/ Cosa sta cambiando in una ex Germania Est in crisi
 
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Bandiera della Repubblica Democratica Tedesca

ULTIMI GIORNI

Emilia-Romagna (nome composto che già evoca l’ombra di un contrasto). L’aria che si respira in questi ultimi giorni pre-elettorali, sotto la superficie delle risse e dei gossip mediatici, o delle raffiche di statistiche incomprensibili, ha qualcosa di tragico. Dicono: Esagerato! Risposta: No, non è un’esagerazione, e per spiegarne il perché basti dire che, comunque vadano le elezioni, si tratta della fine di questa tranquilla e bonacciona “Repubblica Democratica Tedesca”, dunque della fine di un’epoca. Dicono: Esagerazione doppia, e quasi una bestemmia! Come si può osar di paragonare quel regime schiacciasassi e schiaccia-anime con una regione prospera, civile e democratica?! Risposta: il linguaggio è una forma di conoscenza che va al di là delle singole parole. L’espressione è iperbolica, sissignore; e si può anche ammettere che l’analogia sia un po’ forzata. Ma tutte le analogie sono leggermente forzate, senza che per questo perdano nulla della loro energia conoscitiva. Perché le iperboli, le analogie, le metafore ecc. sono gli strumenti degli scrittori. I quali dovrebbero – il tempo è più che venuto – andare al contrattacco verso l’atmosfera di compatimento se non di disprezzo che circonda gli intellettuali (rimasti quasi completamente invisibili durante questa campagna elettorale).

La verità è che i poeti e simili persone sono, fra altre cose, interpreti indispensabili della politica, proprio con quei loro strumenti delle iperboli analogie metafore e via dicendo; perché anche questi sono mezzi d’indagine della realtà sociale. Dunque torniamo per un momento, senza chiedere scusa, al paragone con la DDR. Tutti sanno che, a Berlino, la differenza fra la ex-zona Est e la ex-zona Ovest è ancora palpabile, in tanti dettagli. Ma forse non tutti sanno (almeno, alcuni di noi lo ignoravano) che ci sono ancora a Berlino alcuni anziani signori e signore i quali continuano a trascorrere tutta la loro esistenza nella zona Est senza mai sentire il bisogno di recarsi nella zona Ovest. Saranno pochissimi, certamente: ma è lecito chiedersi che significhi questo tipo di esistenza auto-confinata; che cosa significhino le vite per le quali, in un certo senso, il Muro non è mai caduto.

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Bologna, la rossa

Allora, ecco l’analogia (“forzata” solo nel senso che fa forza contro la barriera dei luoghi comuni): c’è chi ha trascorso tutta la vita, e si prepara a concluderla, in una città come Bologna (qui rappresentativa di tutta la regione) la quale da 70 anni, a parte la parentesi 1999-2004 – eccezione che ha confermato la regola – vive sotto lo stesso regime politico. Dicono, con la tipica (?) bonarietà bolognese: E con ciò? Bologna, con l’Emilia, la Romagna e altre regioni ha vissuto pacificamente, e dottamente, per secoli (con alcuni incidenti di percorso), sotto lo Stato Pontificio. Vero: e infatti, questa atmosfera da stato pontificio si è trasmessa tranquillamente – saltando al di là del fascismo e dello stato unitario, e ignorando le baruffe (anti)clericali – al regime (post/para)comunista dell’ultimo settantennio. Dicono (e cominciano a scaldarsi): Embè? Che ci vedi di male tu, scrittorello-untorello? E lo scrittore timidamente risponde: Nulla di male, per carità; ma qualcosa di un po’ bruttino, qualcosa che respira un’aurea mediocritas, questo sì che lo sento.

Dicono: Guarda, se volevi parlare di estetica potevi dirlo subito, così ce ne andavamo a dormire. Risposta: Un momento, un momento. Chi ha detto che l’estetica sia cosa soltanto per artisti e professori? L’estetica (la bellezza) è una dimensione fondamentale della vita; è uno degli elementi che distinguono, in quello che ci circonda, l’aria buona da quella cattiva; fa parte insomma (per usare un termine alla moda) della nostra ecologia di cittadini. E qui, in questa Regione che è l’ultima inter pares (prima fra le regioni del Centro, ultima fra le regioni del Nord), è da un bel po’ che si respira un’aria alquanto viziata; ed è venuta l’ora di arieggiare gli ambienti. Intere esistenze passate sotto lo stesso regime politico hanno un effetto negativo sulla qualità di vita: la qualità dei cittadini così come la qualità dei governanti.

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l’Emilia-Romagna, orizzonte di possibilità

Allora, qual è la “tragedia”? E’ che ormai l’hanno capito tutti, che un cambiamento (altro che continuità!) sarà inevitabile. Una parte di loro è triste per un passato che non tornerà più; e tutti, poi, da qualunque parte stiano, sono comprensibilmente preoccupati se non spaventati, come accade di fronte a qualunque grande mutamento. Perché una cosa è certa: che l’estetica della vita (cioè il ritmo, lo stile, il sapore della vita) qui cambierà. Se vincono (di misura) i rappresentanti del regime, si troveranno ad amministrare una regione ribollente di scontento, dove tanti hanno finalmente scoperto la possibilità di dire: No. Se vincono (com’è probabile) gli altri, dovranno lavorare dentro quello che in larga parte sarà un paesaggio punteggiato da trabocchetti e pozzi avvelenati. Che Sant’Apollinare, patrono dell’Emilia-Romagna, protegga la sua Regione.

          Paolo Valesio

 

 

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LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 24.12. 2019 con il titolo redazionale (ben diverso dal mio titolo originario) Si può uccidere due volte una studentessa (bianca) in un campus Usa?

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LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Tutti gli appartenenti alla comunità columbiana, anche se si trovano all’estero, ricevono per posta elettronica dall’ufficio sicurezza del campus una breve comunicazione con tanto di fotografia dalla telecamera, quando essa è disponibile, ogni volta che un crimine è commesso nel campus o nei suoi immediati dintorni; e non solo quando esso coinvolga i membri della comunità, ma anche quando colpisca i vicini di Columbia. La muta eloquenza dell’immagine (“Chi l’ha visto?”) risparmia l’imbarazzo di indicare in parole chiare il genere e l’etnia del sospettato. Che nel 98 per cento dei casi è un uomo, e nel cento per cento dei casi ha la pelle di quel colore che non si menziona: per non “prestarsi alle strumentalizzazioni”, per non “incoraggiare le speculazioni politiche” —  insomma per vivere “correttamente” le scaramucce esistenziali che sono parte della vita quotidiana a Manhattan e non solo.

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La scena del delitto

Ma il messaggio ricevuto alcuni giorni or sono, e che ha come bucato lo schermo, è stato e resterà se Dio vuole eccezionale: una matricola diciottenne di Barnard (il college prevalentemente femminile che è parte integrante di Columbia) è stata pugnalata a morte durante un tentativo di rapina nel parco che si trova sul lato orientale del campus.  Ora, la “buona notizia” (se si può usare questa espressione per un tale orrore) non è stata tanto la ovviamente rapida reazione della polizia quanto il comportamento sensibile e attento dei dirigenti di Columbia: lettere aperte del rettore e di altre autorità, subito dopo la notizia, alla famiglia della ragazza e a tutta la comunità, disponibilità immediata di psichiatri e assistenti sociali per parlare agli studenti sconvolti; e si è ribadita più volte l’informazione, peraltro già ampiamente nota agli studenti, che è disponibile ogni giorno un servizio di navetta e di scorta perché essi raggiungano in sicurezza i loro domicili dopo le lezioni. Efficienza, dunque, e trasparenza. Ma a questo punto le buone notizie finiscono, e cominciano le questioni scomode.

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Perché c’è bisogno di scorte, intorno a Columbia? E, che significano i due aggettivi mancanti: dopo il nome della studentessa e dopo il nome del sospettato? Si tratta di due calcolate lacune, opposte e complementari: se non si specifica nulla dopo il nome della ragazza, vuol dire che era bianca; e se del sospetto si dice soltanto “di sesso maschile”, vuol dire che non lo era, bianco. Ecco che comincia il gioco dell’eufemismo e della diplomazia, ecco che la trasparenza si appanna. Non è che questi silenzi siano privi di giustificazioni: ma bisogna essere chiari su di essi, se si vuole veramente capire la situazione, al di là delle opposte retoriche di propaganda.

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Una delle discese da Morningside Heights, quartiere universitario, per il parco

“Questo episodio demonizzerà l’immagine del parco”, dice una studentessa ai giornalisti che sono corsi al campus e che chiedono alle ragazze di Barnard impressioni a caldo. Verrebbe voglia di ribattere, un po’ cinicamente, che Morningside Park non aveva bisogno di questo episodio, per essere “demonizzato”: un tacito accordo generale insegnava ad evitarlo, specialmente verso il tramonto. Ma, appunto, questa percezione non poteva essere espressa direttamente, in omaggio all’ideologia. E forse la giovane vittima dagli interessi artistici che già eseguiva piccoli concerti e che doveva essersi subito (come non capirla?) innamorata di Manhattan, non sapeva o non si era curata di sapere che poteva essere pericoloso, attraversare da sola un parco cittadino al bordo della sua università intorno alle cinque del pomeriggio. D’altra parte, la sua collega appena citata sulla “demonizzazione”, stava offrendo una bella e concreta testimonianza: faceva parte di un gruppo di volontari che aveva dato una ripulita a certe zone del parco, e insomma intendeva cambiarne la reputazione.

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Simili sforzi non sono idealistici bensì realistici. Come il realismo di san Paolo quando (nella Prima Lettera ai Corinzi) esorta i fratelli: “aspettatevi gli uni gli altri”; che sembra un modo di dire: rispettate i diversi ritmi di sviluppo e crescita di persone differenti. Ma come è possibile ciò, senza una chiara critica interna a entrambele comunità in questione? Altrimenti la costante ostilità sotterranea (mascherata dagli eufemismi) fra le due popolazioni che convivono nelle stesse città,   l’ostilità che vibra ai margini dei luoghi della ricchezza e al tempo stesso della cultura dell’umano (a Columbia come a Yale come all’università di Chicago ecc.), finirà con l’avvelenare le acque di tutti i pozzi.

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Pare che l’assassino e i suoi complici avessero soltanto cinque o sei anni in meno che l’assassinata; la quale dev’essere stata circondata da quello che a volte il gergo della stampa chiama “un branco”. Ma qui come in tutti gli altri casi non c’è nessun “branco”, qui non ci sono “animali” (come si borbotta qualche volta negli angoli bui): ci sono esseri umani, giovani o giovanissimi che siano, ai quali dev’essere riconosciuta anche la dignità dei loro terribili errori. “Indicibile” (unspeakable) è il termine che ricorre nelle lettere addolorate delle autorità accademiche. L’unica reazione possibile di fronte a certi eventi sembrerebbe dunque essere quella più brutalmente corporea: “La mia compagna di camera sta vomitando in bagno”, dice senza fronzoli una delle intervistate alla quale era stato chiesto quanto la comunità fosse sconvolta dall’accaduto.

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Unspeakable … A volte, di fronte a certi orrori, si sente una stanchezza delle parole: che poi implica un’aridità, un’incapacità di commuoversi di fronte alla ripetizione della violenza da entrambe le parti. L’unica soluzione forse, per ritrovare un linguaggio che dica le cose, è concentrarsi per qualche attimo sui dettagli apparentemente “gratuiti” e marginali. Complimenti allora ai due cronisti del New York Times (Ed Shanahan e Matthew Sedacca) che, avendo colto al volo una frase apparentemente inane di una ragazza, non l’hanno censurata intellettualisticamente ma l’hanno citata: “Aveva i capelli verdi, e l’altro giorno in caffetteria le ho detto che i suoi capelli mi piacevano”. Resta l’immagine di un colore un po’ punk (come si sarebbe detto una volta), ma dolce: un colore del divertimento e dell’avidità della vita (e che importa che, se la ragazza avesse avuto il dono di vivere, l’avrebbe probabilmente cambiato dopo pochi mesi?). A volte, basta un dettaglio così per liberare quello che, nelle parole di Giorgio Caproni, si potrebbe chiamare “il seme del piangere”.

Paolo Valesio

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LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

Riporto qui il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 19 novembre 2019 che ha mantenuto il titolo originario.

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LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

La scena si svolge una decina d’anni or sono nella saletta dove si riunisce, in modo naturalmente riservatissimo, la commissione di concorso per una nomina a cattedra di ruolo in un dipartimento umanistico presso una grande università dell’area newyorchese. Tutti i membri hanno letto le pubblicazioni dei pochi candidati arrivati alla selezione finale, e hanno ascoltato le conferenze che ognuno di loro ha in giorni successivi tenuto di fronte ai professori e ai dottorandi; le impressioni dei quali (piccola nota comparativa rispetto alle università italiane), anche se non hanno una valenza ufficiale, sono già state ascoltate con attenzione. Si sta dibattendo il caso di uno dei migliori candidati, sul quale però le opinioni sono divise; e a un certo punto uno dei più autorevoli membri della commissione, non particolarmente favorevole a quel candidato, osserva con un sorriso lievemente ironico: “Beh, lui cita ancora Harold Bloom…”. (A proposito: il docente in questione non ottenne quella cattedra, ma adesso insegna serenamente e produttivamente in un’università del Sud negli Stati Uniti.)

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In conversazione con il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida

Sorgono allora spontanee un paio di domande: Come mai Harold Bloom (1930-2019), una delle star della critica letteraria internazionale, poteva, ancora vivo e attivo, essere diventato poco “citazionale” (come dicono i francesi) negli ambienti intellettuali più schizzinosi? E correlativamente: Come mai per questo grande personaggio, scomparso alla metà del mese scorso, il problema non è quello espresso dall’abituale linguaggio giornalistico: “E’ troppo presto per” (fare un bilancio della sua attività, esprimere un equilibrato giudizio critico, ecc.) bensì quasi l’opposto, cioè: Meglio affrettarsi a spiegarne l’importanza, prima che la sua opera venga dimenticata? Per comprendere come stia accadendo ciò, bisogna avere un’idea dell’atmosfera in cui vive la cultura statunitense, con la sua peculiare mescolanza di studiosità universitaria e mode mediatiche.

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La creazione di un grande studioso e critico

Harold Bloom ha cominciato la sua carriera di brillante giovane professore come autore di studi sui Romantici inglesi e su William Blake. Ma negli anni seguenti, mentre restava saldamente ancorato, proprio fino ai giorni della morte, alla sua istituzione universitaria (l’Università di Yale a New Haven, nello stato del Connecticut), Bloom compiva una svolta intellettuale tanto importante quanto difficile da definire. Da un lato sviluppava un eloquente stile discorsivo, saggistico e aforistico, nella grande tradizione della critica inglese rappresentata soprattutto dal suo eroe settecentesco Samuel Johnson (1709-1784) e dall’altro suo eroe tardo-ottocentesco Oscar Wilde (1854-1900), e già questa combinazione di modelli critici così diversi rivela la grande versatilità e raffinatezza del suo ingegno; dall’altro lato svolgeva un revisionismo, insieme estetico e teologico, della tradizione giudaico-cristiana (inventandosi una sua categoria di “giudaismo non-normativo”), che faceva leva su studi esoterici: soprattutto ma non solo la Kabbalah (nell’ultima visita che ebbi il privilegio di fargli durante la primavera scorsa vidi un Bloom stanco ed emaciato, che però stava preparando quelle che sarebbero state le sue ultime lezioni, e che aveva ancora l’eroica energia di guidare la sua assistente verso i titoli delle opere di Gioacchino da Fiore). Ma in fondo questa tendenza allo studio della letteratura come mito e mistero affiorava già nelle sue prime opere: il libro su Shelley parlava del suo mythmaking (“far mito”), l’opera sui Romantici era intitolata a una Compagnia visionaria, il libro su Blake si concentrava sulla Apocalisse creata da questo poeta.

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Il numero della bestia: L’apocalisse di Blake

Questa eccezionale combinazione di bellezza di stile, erudizione e varietà ermeneutica resta la cifra non riproducibile della grandezza di Bloom, e spiega anche perché sia difficile se non impossibile parlare di una sua scuola. Le opere che segnano le tappe del suo originale metodo critico, e che sono in generale libri piuttosto brevi e molto intensi, si snodano nel ventennio fra i primi anni Settanta (L’angoscia dell’influenza; Una mappa della dislettura) e gli anni Ottanta fino alle soglie dei Novanta (Agone. Verso una teoria del revisionismo; I vasi infranti). E questa per così dire sinfonia critica aveva come accompagnamento il basso continuo delle sue analisi dei drammi di Shakespeare, che Bloom ha esaltato come il creatore della coscienza dell’uomo moderno.

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Ma poi Bloom ha avuto una fortuna che si è tradotta al tempo stesso (come purtroppo accade quasi sempre in questi casi) in un fatale salto di qualità. E’ diventato cioè quello che in USA si chiama un public intellectual: insomma un famoso opinionista (ruolo che peraltro egli ha gustato e svolto con brio fino all’ultimo), dopo che invece era stato un maestro di pensiero. Ma anche come opinionista, Bloom (a conferma della sua straordinaria agilità mentale), ha coltivato un doppio registro, non limitandosi alle interviste giornalistiche irte di frecciate contro le correnti critiche alla moda e i mostri sacri della scrittura letteraria contemporanea, dove affioravano a volte anche le sue personali (e quale intellettuale non ce le ha?) angosce o almeno ansie dell’influenza — come la sotterranea emulazione rispetto al grande teorico della letteratura di una generazione precedente, il critico e pastore evangelico Northrop Frye studioso fra l’altro di Blake; o come il senso di competitività verso colui che fu per un paio d’ anni (anni di cui si parlò a lungo) suo collega a Yale: il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida. Ma, a proposito di doppio registro, Bloom ha anche coltivato un’inesauribile attività di tipo pedagogico: edizioni di drammi shakespeariani, curatele di raccolte di saggi scritti da altri critici sui più svariati autori, antologie.

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Il sorriso di Falstaff

L’opera forse più nota di Bloom è (ironie della storia letteraria), un libro monumentale ma debole: Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età. (Fra parentesi: le traduzioni italiane di Bloom rendono spesso opaca la grande eleganza della sua scrittura; la bizzarra resa italiana di quel sottotitolo, “I libri e le scuole delle età”, che fa pensare a libri di testo per ragazzi, si riferisce in realtà a “I libri e le scuole di pensiero che sopravvivono attraverso i tempi”.) Ecco: questo diluviare di opere mediatiche aiuta a spiegare (ma non a giustificare) lo snobismo dei critici di nuova generazione cui si riferiva l’aneddoto iniziale. In fondo c’è una rassomiglianza conturbante (uncanny: uno degli aggettivi preferiti da Bloom, sulle orme di Freud) fra la parabola di Bloom e quella del suo personaggio shakespeariano preferito (e qui il critico ironizzava allegramente sulla propria corpulenza negli anni migliori), Sir John Falstaff. Falstaff è il battutista ricco di ingegno e finezza che si muove confidenzialmente alla corte del futuro re d’Inghilterra solo per essere brutalmente rinnegato da quest’ultimo, quand’egli ascende al trono col nome di Enrico Quinto. Non potrò più rileggere gli straordinari e commoventi dettagli dell’agonia di Falstaff così come Shakespeare ce la presenta in Henry V: “sorrideva alle estremità delle sue stesse dita […] il suo naso era appuntito come una penna”, senza pensare al viso affilato del mio mentore e amico, in quella mattina di aprile a New Haven.

Paolo Valesio

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NON È SOLTANTO UN FILM

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 5 ottobre 2019 col titolo “Bergman, la solitudine della fede non è solo un film”.
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Ingmar Bergman sul set negli anni 60

 

NON E’ SOLTANTO UN FILM

Come si può conciliare il Novecento in quanto “secolo breve” con l’esistenza al suo interno dei “lunghi anni Sessanta” (per usare i titoli di due libri, uno dei quali notissimo)? Un modo di trovare un certo equilibrio in risposta a questa domanda è adottare un metaforico fermo-immagine (dopo tutto, si sta per parlare di un film) quando si rivolga uno sguardo attento all’una o all’altra opera della cultura novecentesca — e mi spiego subito. Recentemente un centro studi bolognese ha inaugurato la sua nuova stagione con una prosecuzione dell’omaggio anniversario al grande regista Ingmar Bergman (1918-2007), sul quale è apparsa l’anno scorso una monografia critica; in connessione con questa pubblicazione è stata proiettata la versione integrale di un film molto significativo del regista svedese, seppure non tra i suoi più noti (e anche una riproposta come questa rientra tra le funzioni di un centro studi). Si tratta di Luci d’inverno, del 1963; e la proiezione è stata seguita da un colloquio con Roberto Chiesi autore del libro citato, e due studiosi appartenenti ad ambiti intellettuali diversi.

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Il film è stato discusso in quanto testo autonomo (“ontologicamente”, come ha detto il filosofo Raffaele Milani), al di fuori di considerazioni storiografiche e cronologiche (ecco il “fermo-immagine” di cui si parlava). E’ la storia di poche ore in una domenica invernale dentro e intorno a due chiesette (la prima, dove si svolge la maggior parte dell’azione, è di origine medievale) all’incrocio fra due villaggi immersi nella campagna svedese. Il pastore Tomas, da anni vedovo sconsolato, sente che sta perdendo la fede ma celebra nella piccola chiesa medievale la prima messa; durante la quale anche la maestra Märta, atea e innamorata di lui, partecipa alla Comunione. Dopo la funzione, Tomas respinge seccamente la tenerezza di Märta, che gli offre una vita rinnovata; ma poi sembra cambiare atteggiamento, e le chiede di accompagnarlo alla seconda messa del giorno nell’altro villaggio. Messa che egli celebra in una chiesa deserta di fedeli — a eccezione di Märta, la quale si inginocchia sul pavimento con una mossa di forte devozione, mentre Tomas scandisce con voce alta e decisa le parole della liturgia. Su questa immagine il film, apparentemente così povero di eventi, si conclude.

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Ma lo sfondo culturale di questo scarno film è profondo. In un colloquio con un parrocchiano Tomas aveva precedentemente rivelato la profondità del suo scetticismo: “Ammettiamo che Dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo. La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento del corpo e dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura: tutto diventa chiaro, trasparente. L’incomprensibile sofferenza non ha bisogno di spiegazione. Non c’è nessun creatore, nessun reggitore del mondo, nessun pensiero vertiginoso ed immenso”. (Questo era il testo originale della battuta, un po’ tagliuzzata per conformismo nell’edizione italiana del film.) Sono parole quasi identiche a quelle pronunziate da Ivan Karamazov in una famosa scena del grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Di fronte a tutto ciò, ogni spettatore trarrà le proprie conclusioni: quella “oggettiva” (sul senso del film) e quella “soggettiva”, sul senso della propria vita. (Tale è il doppio effetto di un film autentico come questo; mentre la maggior parte delle pellicole, soprattutto quelle hollywoodiane, non ci si provano nemmeno, a raggiungere così intimamente lo spettatore.)

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Ma in realtà la speranza e la dimensione del trascendente non sono assenti, sotto i discorsi della disperazione; e ciò appare sia all’inizio sia alla fine dello spettacolo. Verso la fine, mentre Tomas si prepara alla sua celebrazione nella seconda chiesa, quella dove solo Märta lo ascolta (ma si può ricordare che il grande scrittore spirituale americano Ralph Waldo Emerson amava pregare nelle chiese deserte), il suo sagrestano gli esprime con umili parole quella che egli presenta come una sua idea, sopravvenutagli in notti insonni: che cioè la maggiore sofferenza di Cristo, al di là della Passione, sia stata l’atmosfera di radicale incomprensione nella quale Egli è vissuto. In realtà, dietro le poche ed esitanti parole dell’uomo del villaggio, che comunque esprime così, indirettamente, la sua comprensione della situazione in cui Tomas si trova, emerge l’eco (ovviamente calcolata da Bergman) di quella che, in un certo periodo del pensiero novecentesco, era nota come “teologia della solitudine” — dunque, non una forma di disperazione o nichilismo, bensì la descrizione di un percorso spirituale.

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Ma, al di là di ogni teologhema o filosofema, quella che resta più impressa è la straordinaria scena iniziale: nella chiesetta antica la mezza dozzina dei partecipanti alla messa si avvicina alla balaustra intorno all’altare, si inginocchia e riceve la comunione dalle mani dell’officiante. La macchina da presa si concentra a turno sui visi, duramente segnati dalla vita, dei singoli comunicanti, poi sul volto e sulle mani di Tomas: a ogni passaggio (per una mezza dozzina di volte) vediamo l’assunzione dell’ostia e del vino dal calice; a ogni passaggio (due volte per ogni comunicando) si odono, esattamente scandite e ripetute, le parole del rito sacro. Così si comprende il titolo forte ed originale (esteticizzato con queste Luci d’inverno nella versione inglese e poi in quella italiana), che è una parola danese composta il cui significato essenzialmente è: I comunicanti. Non ricordo una rappresentazione filmica così intensa di quella ripetitività che è l’essenza del rito cristiano come affermazione di fiducia: sinonimo, più semplice e concreto, della parola “fede”.

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[Dalla proiezione del film di Bergman, organizzata dal Centro Studi Sara Valesio (CSSV) in collaborazione con la Cineteca di Bologna — in colloquio con Chiesi, Milani e Valesio — nella Sala della Cultura di Palazzo Pepoli a Bologna, il 26 settembre 2019]

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Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il  29 agosto 2019 col titolo “Il governo, gli italiani e quelle file di intellettuali con pochi dissidenti”.
 
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Un Unamuno dolente

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“Me duele España”, diceva famosamente Miguel de Unamuno. Sarà permesso allora, fatte salve le debite proporzioni, che un cittadino italiano esclami: “Mi fa male l’Italia”. Ma non per le solite ragioni di cui si parla negli editoriali dei giornaloni (ché allora non valeva la pena di disturbare Unamuno), bensì in nome di una situazione concreta, allo snodo fra esperienza singola ed esistenza storica.

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Non so se sia esatto dire (sulle orme delle dichiarazioni di autorevoli pensatori come Ernst Jünger e Noam Chomsky, e delle allusioni del grande romanziere José Saramago) che il primo nemico di ogni governo sia la propria popolazione: a volte lo credo, ma tante altre volte non voglio crederci. Una cosa è certa, d’altra parte: tutti i governi, di qualunque colore e latitudine, sottovalutano (per non dire: disprezzano) i propri intellettuali. Ma i governi finiscono per pagare prima o poi il prezzo di questa sottovalutazione (“giustizia poetica”, si potrebbe dire). E ciò non ha a che fare con il bla-bla-bla sulla Bellezza, i Valori Umanistici, e simili; bensì con la politica. Infatti la “vendetta” (diciamo meglio: rivendicazione) degli intellettuali, per lo meno da Rousseau in avanti, è stata quella di influenzare in modo sotterraneo ma significativo (a volte felicemente a volte disastrosamente) gli avvenimenti storici. E vengo al punto.

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Resistere per esistere

Oggi si tende un poco a discettare sugli alberi senza fare attenzione alla foresta; e qual è questa foresta? È la divaricazione, più forte che mai nella storia repubblicana d’Italia, fra i sentimenti della popolazione e le manovre governative. È probabile che tale divaricazione verrà neutralizzata dal potere delle suddette manovre; d’altra parte, nella situazione attuale siamo sull’orlo di una sorta di guerra civile: più precisamente, di una guerriglia civile non armata.

Ora, qual è il gruppo che più fortemente ha premuto, e tuttora preme, in quest’ultima direzione? Gli intellettuali, o almeno la maggior parte di essi, che dicono: “Ma via, non generalizziamo!”. Senonché, le generalizzazioni a volte hanno una base obiettiva. Il venerabile luogo comune sulla spartizione, nell’Italia del dopoguerra, fra potere politico-economico (monopolizzato dalla Dc) e potere culturale (del Pci) si è dissolto nella sua prima componente: il vecchio monolito si è frantumato in vari pezzi, sotto gli occhi di tutti; ma la spartizione è rimasta sostanzialmente intatta per ciò che riguarda la cultura. La quale (dovrebbe esser chiaro, anche se a volte non sembra esserlo) realizza un potere come gli altri; e come gli altri temibile, nelle sue possibilità positive e negative.

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L’intellettuale e la resistenza

Il linguaggio degli intellettuali nella modernità, nonostante le sue eleganti volute, è sempre stato caratterizzato da una certa ferocia (a partire, almeno, dal Club dei Giacobini); e qui — sia detto senza alcuna ironia — bisogna capirli, questi intellettuali. Debbono lavorare con elementi intangibili, le opinioni (ancora più evanescenti e fragili delle idee, che secondo un’antica tradizione filosofica avrebbero una loro solidità); gli intellettuali dunque sono costretti, in qualche modo e misura, ad aguzzare le loro penne. Ma che c’è di male? Evviva il fair play e la battaglia delle idee (come si diceva una volta)!

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In effetti, se questo bilanciamento esistesse, non saremmo vicini alla guerriglia civile, perché un minimo di equilibrio fra prese di posizione bene articolate calmerebbe le acque. Ma quando la massa degli intellettuali (sì, anche gli intellettuali fanno massa) si attesta tutta su un versante, ecco diffondersi prima la diffidenza, poi la ribellione sorda contro quella che viene giustamente percepita come arroganza. Gli intellettuali non allineati (soprattutto gli scrittori nel senso pieno della parola, e in modo particolare i poeti) assomigliano un poco a dissidenti in comunità irreggimentate. “Assomigliano un poco”, ho detto: perché non ignoro certo la differenza profonda e dolorosa fra questi pochi italiani e i dissidenti in senso pieno — quelli che, in altri paesi, siedono in prigione.

Non ritiro, però, il mio parallelismo: tutte le analogie sono più o meno forzate, ma ogni analogia (ce lo ha insegnato, fra altri e più di altri, Victor Hugo) è in qualche modo utile a descrivere una situazione storica, senza arzigogoli e senza infingimenti.

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Resistere e rendersi

 

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IL MAGGIOR REGALO DELLA SINISTRA ALLA DESTRA SI CHIAMA ANTIFASCISMO 

Ospito qui un breve saggio, di interesse attuale, dello storico Danilo Breschi.
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Lo storico Danilo Breschi

IL MAGGIOR REGALO DELLA SINISTRA ALLA DESTRA SI CHIAMA ANTIFASCISMO

Se non vuoi capire praticamente nulla dei problemi delle società occidentali contemporanee, tira in ballo il fascismo. Se poi vuoi addirittura che l’alternativa alla sinistra italiana cresca elettoralmente, dalle del fascista. Perché? Perché la maggioranza degli italiani è fascista? No, perché dal secondo dopoguerra tale maggioranza è stata variamente ma decisamente anticomunista. Chi ha egemonizzato la sinistra del dopoguerra in Italia? Il Partito comunista, il quale si è affermato come la massima espressione dell’antifascismo. Ebbene, qual è, nella vulgata storica, la massima espressione di anticomunismo? Il fascismo.

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Se tu, da sinistra, attribuisci oggi l’etichetta fascista ad un movimento politico democratico avversario della sinistra, vuol dire che gli riconosci rigore e nettezza nel suo essere avversario. Gli stai riconoscendo che è davvero alternativo alla sinistra, non che è lesivo dei diritti fondamentali di libertà. A questo la maggioranza degli italiani non crede, e, nel caso fosse, non l’accetterebbe, a dispetto di quanto si sente solitamente dire. Piuttosto ad un tentativo autoritario il Paese si spaccherebbe in due o più parti. Dando del fascista stai solo dicendo: quel partito, quel leader, farà davvero l’esatto opposto delle politiche della sinistra, e lo farà sul serio, e in tempi di bipolarismo di fatto (e, per certi periodi, “di diritto”: dal 1994 al 2013) non potrebbe esservi miglior regalo elettorale. Un esempio? In nome dell’antifascismo la sinistra cede alla destra i concetti di stato, nazione e sovranità, senza i quali non si governa la globalizzazione.

White Nationalists Hold "White Lives Matter" Rallies In Tennessee, Counter Protests Ensue

In nome dell’antifascismo la sinistra ha (ri)consegnato alla destra il tema della sovranità, che, fate attenzione, non è solo statuale, ma anche popolare. Affibbiare il termine “populismo” al proprio avversario ha reso la sinistra forza politica non-popolare, se non anti-popolare, e diffidente nei confronti della volontà generale, che è sempre tanto nazionale quanto popolare (vedi la Rivoluzione francese). Ma, restando al caso italiano, se è vero che quella comunista è stata la sinistra egemone nell’Italia della c.d. Prima Repubblica, allora l’internazionalismo e il sospetto, se non dispregio, per l’interesse nazionale non è novità. A conferma che la storia pesa. Eccome se pesa.

Danilo Breschi

 

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«Esploratrici solitarie». Una recensione di Mauro Ferrari

Riporto qui la recensione di Mauro Ferrari al mio libro di poesie Esploratrici solitarie (Rimini, Raffaelli, 2018), originariamente apparsa sulla rivista «Nuovi Argomenti» — recensione che si connette dialetticamente a quella di Maria Grazia Calandrone in questo stesso blog.

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ESPLORATRICI SOLITARIE

di Mauro Ferrari

Credo che un libro che provoca riflessioni su tanti aspetti dell’uomo e della  vita sia un bene prezioso e dimostri, al di là di tanta retorica sul fare poesia (lampante quella manifestata un po’ ovunque il 21 marzo) la sua vitalità e necessità; un ottimo esempio di questa resilienza è l’ultima raccolta di Paolo Valesio, Esploratrici solitarie, che si apre con un’auto-presentazione, o meglio, auto-spiegazione del libro, soffermandosi sulla metafora delle esploratrici solitarie. Spiega Valesio che l’idea nasce dal termine tecnico “Enfants perdus”, cioè ragazzi che, in guerra, avanzavano in territorio nemico a mo’ di commandos, quindi con poche possibilità di salvarsi. Già perduti in partenza, insomma.

Ma qui il sintagma diviene veicolo metaforico dei testi poetici: le Esploratrici solitarie sono quindi intuizioni, tentativi di sondare il mistero, e probabilmente nessuna esegesi arriverà dove loro sono state, in territori mai scoperti dai cui confini nessun viaggiatore torna davvero: il testo, se è autentico, ne sa sempre un po’ di più, e sa sempre qualcosa di diverso dalla “resa in prosa” – senza per questo scomodare derive dei significati e lodi all’oscurità, le quali non fanno che eliminare una responsabilità del testo e sul testo che Valesio pone invece al centro della propria poetica.

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Mauro Ferrari recensisce Paolo Valesio

Dico questo anche dopo aver meditato sulle tante e belle recensioni al libro, alcune per la verità più riflessioni generali a partire dal libro come occasione, e soprattutto sulla densa e centrata recensione di Maria Grazia Calandrone apparsa sul web, con cui non concordo solo su un punto centrale, laddove si afferma che Valesio è immune dal cô confessionale della poesia. Ovvio che questo sia un complimento, e non vorrei quindi che annotare un lato confessional in questa poesia sembrasse una critica negativa. Anzi, pur nelle tante differenze rispetto ai poeti confessionali (fin troppo facile citare Robert Lowell) trovo la stessa ansia conoscitiva, la stessa brama bruciante di autoanalisi. Ma in Valesio tutto sembra puntare a una idea di salvezza etica, di sanità per sé e per il mondo: un’operazione salutare insomma, che parte da un gap conoscitivo che il poeta cerca di colmare con intelligenza, attenzione e curiosità.

Anche l’adozione della terza persona è un modo originale per sfuggire alla trappola dell’Io lirico effusivo per guardarsi dal di fuori, per oggettivarsi, cioè vedersi e sentirsi parte di quell’umanità che ritrae con tanta attenzione: appunto per andare oltre l’aspetto confessionale e inscriversi nel mondo che descrive.

Valesio ci ha dato il suo libro più alto, in cui ogni apparentemente casuale o accidentale osservazione, ogni riflessione su di sé e sul mondo è un tassello di una ricerca condotta senza retorica, a bassa voce e quasi minimal, ma mai minimalista, su quella che definisce, con felicissima espressione, “la ferocia del vivere” (p. 65). L’aspetto quasi diaristico della raccolta, in cui ogni poesia riporta luogo e data di composizione (non di rado dandoci squarci interessanti sul proprio laboratorio poetico: alcune poesie sono composte in viaggio, nella metro, o in meditazione sul “laghetto”) non fa che enfatizzare la coerenza e la coesione di questo lavoro durato dal 1990 fino al 2017 e approdato a un libro composito (in tre sezioni, quasi indipendenti ma ben articolate in un unico discorso).

Osservazioni apparentemente casuali, dicevo: come quando, in Non è una natura morta (p. 57) – e dandoci una traccia da seguire citando di sbieco la non-pipa di Magritte – in realtà riflette sulla distanza tra l’oggetto reale e la sua trasfigurazione artistica, o come quando giunge alla succitata  “ferocia del vivere” a partire da una svagata annotazione sul sole emiliano (Autunno dentro estate, p. 65). “Basta guardare”, ci dice Valesio (p. 66): vero, questo è il retaggio romantico – non è casuale la dedica a Wordsworth, il massimo specialista delle poesie composte sui laghi… Ma è un guardare che non è solipsistico, bensì ha bene in mente sia la dimensione creaturale che quella sociale dell’uomo.

Anche i rapidi, lievi quadri urbani della seconda sezione ci parlano di identità e di comunità (Identitario, p. 78, nelle sue torsioni di imagery, è degna di John Donne). Ma un testo come La difficile solidarietà (in altra sezione, p. 132) ci dice una cosa in più:  “Lui ama gli uomini / solo se li vede come alberi / nella foresta di Dio”. Notiamo la sottile ambiguità: “alberi” in senso collettivo, in cui il singolo insomma sparisce, o presi uno per uno, come parte di un tutto? La differenza è sostanziale. E difatti qui parte la riflessione, avviata da un “Ma”: poi “li perde di vista”, perché un albero isolato nella foresta è invisibile; finché il dissidio è ricomposto, a un livello superiore ma ancora problematico (perché Valesio non ha e non ci dà certezze): lui solidarizza nel vedere “i patti e i sacrifici / con cui il singolo / placa la propria follia”; ed è la solidarietà verso la creatura singola, irredimibilmente imperfetta in cui ovviamente si riconosce.

Nella riflessione medievale sul sapere si parlava di curiosità, stupore, meraviglia, sorpresa, ciò che spinge l’uomo a conoscere, dice Aristotele; e Valesio ce ne dà infiniti esempi, come nell’osservare nella metro di Manhattan una donna “avvenente”, “forse-svenente”, che in realtà “stava / aspettando un messaggio telefonico” (p. 100): perché la realtà è fuorviante, ambigua, indecidibile, e quindi esige la nostra massima attenzione; il tentativo di afferrare la realtà nella sua essenza ultima è il motore di una ricerca espressiva discreta ma sempre viva, che ad esempio si esprime in composti audaci (“forse-svenente”), spesso calcata sulle possibilità dell’inglese (“cuore-lago”, p. 177), o in forme lessicali appena distorte o preziose, e che comunque trapela dalla tensione sintattica e dal gusto per il paradosso metafisico; o ancora, per esempio, dallo stravolgimento della forma-sonetto (Il sonetto di Maddalena, p. 140).

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Il critico riflette sulla poesia di Paolo Valesio

Ho il sospetto che ci sia un certo pudore nel definire la poesia di Valesio religiosa, quasi la definizione ne limitasse il valore. Forse perché il suo rovello non è esibito ma lasciato continuamente sotto traccia? Forse perché la sua “bruciante onestà” (prendo dalla recensione citata all’inizio) si permette, se non un dubbio, la sofferenza per la propria inadeguatezza, che ci riporta persino a Pascal? O perché Valesio parla di cose scomode come rimorso (si legga Stazione della Centoventicinque, p. 104, poesia appena bisbigliata ma altissima), colpa, responsabilità, coscienza – cose poco comuni nel minimalismo imperante?

Certo, l’aspetto di preghiera che era tanto in evidenza per esempio nei Dardi (2000, 2002) qui non c’è, come se Valesio avesse imparato a convivere con il dubbio della fede, ma sapesse bene che la sua è la ricerca continua di un senso ulteriore che si nasconde, come ho evidenziato in alcuni esempi, dietro le cose. Che sono quel che sembrano (l’esergo di Emerson a p. 128), ma sono anche altro, o meglio rivelano a chi vuole e sa osservare (elemento centrale in questa poetica) che in controluce c’è un’altra realtà – il che ci riporta appunto a quanto dicevo in apertura su quei tentativi di sondare il mistero che sono i testi poetici, che funzionano quando sono precisi, netti. Onesti.

http://www.nuoviargomenti.net/poesie/esploratrici-solitarie-2/ 

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Paolo Valesio, autore del libro qui recensito da Mauro Ferrari

 

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