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A TRIESTE, QUALCUNO PREGAVA

Apparso come: https://www.ilsussidiario.net/news/green-pass-polizia-vs-manifestanti-a-trieste-la-terza-fase-di-cui-non-ce-bisogno/2237797/

No al Green Pass e il giorno della vergogna a Trieste

A TRIESTE, QUALCUNO PREGAVA

Si potrebbe dire che Trieste fosse prevedibile. In verità, gli eventi sociali sono sempre, in larga misura, imprevedibili; ma, prevedibile o no, Trieste è leggibile; e chiunque, in fondo, è capace di leggerne gli eventi. D’altra parte gli “intellettuali” (termine ormai imbarazzante, e vi si ricorre in mancanza di meglio) — insomma i medici, gli scienziati, i giornalisti dei vari media, i narratori, i poeti ecc., a volte anche i politici — godono della chance di poter arrivare un po’ prima nella “lettura” dei fenomeni perché hanno il privilegio di avere più tempo degli altri per leggere e scrivere (e anche, nei migliori dei casi, di pensare). Questo è un privilegio sacro: di una sacralità di base, per così dire, cioè laica; ma che ovviamente (almeno, ciò dovrebbe essere ovvio a chi non irride ai rosari e alle preghiere, in piazza a Trieste come altrove) si estende a tutte le varie forme del religioso. Come meritare (tentare di meritare) questo privilegio? 

Io sono il medico di me stesso, grazie.

Una delle parole d’ordine della Società degli Amici — ovvero della comunità radicalmente cristiana dei Quaccheri — è: “Dire la verità in faccia al potere”. Ma non è necessario mirare tanto in alto, e si può mettere tra parentesi questa temibile parola, “verità”; basterebbe (ed è già molto) parlare a tu per tu col potere, senza esserne i servi. Il che, naturalmente, è quello che il potere tenta in tutti i modi di impedire; perché il primo, non diciamo nemico ma avversario di ogni potere insediato è la propria popolazione, come è già stato notato da due pensatori per altri rispetti radicalmente opposti quali Ernst Jünger (1895-1998) e Noam Chomsky. 

Dire alcune delle tante verità in faccia al potere.

Del resto, a che serve tentare di specificare chi è arrivato prima, fra gli intellettuali da una parte e le donne e uomini cosiddetti della strada dall’altra parte? Sarebbe solo una delle varie distinzioni artificiali che il potere sta seminando fin dall’inizio della strumentalizzazione dello stato di emergenza. Proprio come fanno i giornalisti allineati, che riserbano solo qualche sogghigno ai professori universitari, ma si scatenano ogni giorno con insulti contro i non-titolati, strillando fra l’altro che chi protesta contro il certificato verde appartiene a una piccola minoranza. Ecco: quando un “intellettuale” è ridotto a usare questo tipo di argomentazione, vuol dire che le prove di regime hanno già fatto passi avanti. E’ tipico, infatti, dei vari regimi autoritari schernire le minoranze: per rassicurare la massa incerta della popolazione, e per scoraggiare la minoranza che protesta. 

Abbassa il Green Pass! Viva la libertà!

All’inizio del coprifuoco (lasciamo perdere i termini esotici, come “lockdown” e “green pass”), l’anno scorso, il programma era quello di impaurire tutti; e per un certo periodo, ha avuto qualche conseguenza non negativa, che si potrebbe chiamare “disciplina”. Ma già allora erano presenti germi negativi, e questi germi erano “scientificamente” curati. Quella che si è coltivata fin dal principio, infatti, è l’antica tendenza a parlare agli italiani non come cittadini ma come sudditi: dall’alto in basso, a colpi di protocolli difficili da decifrare, di decreti, di terminologia poliziesca (gli “assembramenti”).

Trieste ad alta tensione.

Il successo di questo primo passo ha incoraggiato la seconda fase, nella quale abbiamo vissuto fino a ieri: dopo aver plasmato a dovere la “maggioranza” (ma che solidità ha poi, questa maggioranza?) della popolazione, si trattava di isolare e rendere innocui i dissidenti; con un linguaggio diplomaticamente untuoso, e di demagogia sulla solidarietà sociale (mentre crollano le possibilità di lavoro). Si spera che i fatti di Trieste non segnino l’inizio di una terza fase, in cui si comincino a preferire le maniere forti; e naturalmente ci si augura che ciò non accada. Ognuno poi (come sempre) sceglierà la sua strada, e farà quello che sa e può — chissà, perfino i poeti.

         Paolo Valesio 

Grazie, Trieste!

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LIBERTA’ DI ESPRESSIONE?

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 14 agosto 2021 col titolo «“Protezione”: così Primo Levi aveva previsto il green pass».

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE?

Sono grato a un collega che mi ha inviato l’altro giorno copia di un raccontino fantascientifico di Primo Levi dal titolo “Protezione”, originariamente pubblicato nel 1971 (ripeto: 1971). Confesso che a suo tempo non l’avevo letto, e me ne dispiace. D’altra parte, questo e gli altri testi di quella raccolta pubblicata da Levi (con il titolo generale Vizio di forma) sono racconti brevi e divertenti, anche se non sono allo stesso livello di indispensabilità dei testi che hanno reso giustamente famoso questo scrittore. Ma è proprio questa originaria leggerezza, che fa di quelle due paginette un “caso”. Si scopre cioè, ancora una volta, che il mutare dei tempi può modificare il peso specifico di una storia. “Protezione” racconta brevemente la cena e dopocena di due normalissime coppie della borghesia italiana. C’è solo un dettaglio insolito: tutti sono vestiti di corazze d’acciaio, e per mangiare debbono sollevare le visiere. Le corazze (i cui pesi e misure sono meticolosamente regolati dal “Mercato Comune” europeo) sono obbligatorie per tutti, allo scopo di evitare il pericolo delle piogge di “micrometeoriti” che da vent’anni stanno ogni tanto attraversando a sciami la terra, e qualche volta trafiggono una persona. A dir la verità, la versione ufficiale di tutto questo è abbastanza confusa; c’è uno scettico nel gruppo che non è completamente convinto, e asserisce che: “Il mercato delle auto è saturo, e le linee di montaggio sono sacre: non si possono fermare. Allora si convince la gente a portare corazze, e si mette in prigione chi non obbedisce”. 

Nessuno dei commensali in fondo è in disaccordo con questa analisi. Eppure una di loro dichiara che si sente protetta dalla corazza come da una fortezza, e alla sera quando si corica se la toglie malvolentieri. Alla prevedibile domanda: “Protetta contro che cosa?”, la donna risponde: “Non so: contro tutto. Contro gli uomini, il vento, il sole e la pioggia. Contro lo smog e l’aria contaminata e le scorie radioattive. Contro il destino e contro tutte le cose che non si vedono e non si prevedono. Contro i cattivi pensieri e contro le malattie e contro l’avvenire e contro me stessa. Se non avessero fatto quella legge, credo che mi sarei comperata una corazza lo stesso”.

Con questa dichiarazione che colpisce dritta al cuore, il raccontino diventa un vero e proprio racconto; ed ecco anche perché la data originaria è importante. Tanto che viene alla mente una frasetta quasi inevitabile, per parlare di testi come questo: “Sembra scritto ieri”. In verità questa frasettina è un po’ irritante, perché equivale a schivare la responsabilità del presente. Il punto, infatti, è: Perché non scrivere oggi, qualcosa di simile? Si pensa ovviamente alla pandemia, i vaccini, i lasciapassare sanitari… Ecco: è emerso il grande problema della libertà. Qui però non parlo di libertà nel senso pieno e forte della parola, come libertà di azione; bensì in senso più ristretto, come libertà di espressione. Ma questo senso più specifico è in realtà cruciale, perché la limitazione della libertà di espressione è il primo segno degli attacchi alla libertà in generale. Inoltre, mentre le limitazioni alla libertà di azione sono generalmente imposte dall’esterno, quelle alla libertà di espressione sono spesso interiorizzate e anticipate, senza nemmeno bisogno di imposizioni ufficiali.

E mi riferisco ai limiti che sembrano pesare oggi in Italia non solo sui giornalisti, ma anche sui saggisti, i narratori, perfino i poeti (troppo spesso assorti nel loro poetichese). Rileggere quel racconto fa sorgere una nostalgia: la nostalgia di un’autentica contrapposizione di idee opposte, espresse in uno stile immaginoso e vivace — un confronto che non può essere lasciato esclusivamente a un paio di peraltro illustri filosofi. “Ci sarebbe da farne un bellissimo film surreale”, diceva il mio collega citato all’inizio, riferendosi al racconto di Levi. E sono perfettamente d’accordo, ma l’interrogativo è: Ci sono, nel contesto ideologico dominante in Italia oggi, scrittori pronti a lavorare su una sceneggiatura che resti fedele alla “logica” di quel racconto?

                               Paolo Valesio

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PLACARE “L’IRA DELL’UNIVERSO”?

PLACARE “L’IRA DELL’UNIVERSO”?

Qualche giorno or sono, in una delle tante piazze d’Italia, si è tenuta una delle tante manifestazioni al grido di “Free Palestine!”. Per chi assiste a questi eventi, ciò che più importa è aderire a quello che effettivamente si vede e si sente: cosa apparentemente semplice, ma in realtà molto difficile. (Si tratta di guardare a quello che accade come, appunto, una “manifestazione”, cioè il rapido disvelamento di un lembo di realtà senza filtri ideologici, piuttosto che come una “dimostrazione”, che ha un tono astratto e dottrinario.) 

Sono passate le otto della sera, ma la luce è densa come miele, così che persone e cose acquistano un risalto particolare. Da una delle principali vie del centro sfocia dentro la piazza (una delle più belle d’Italia) un lungo corteo composto quasi completamente da giovani e irto di bandiere palestinesi, con una spruzzata di bandiere rosse appartenenti a un gruppuscolo di estrema. Apre il corteo un camion imbandierato, che procede a passo d’uomo e si ferma su uno dei lati della piazza, quello opposto alla chiesa più simbolica della città.

Il primo a sporgersi dal bordo del camion è un giovanotto in maniche di camicia; e quando comincia a parlare gli slogan si vanno spegnendo, e le braccia alzate con le due dita a V restano incerte e pian piano si abbassano: non perché il giovane parla arabo (qualcuno accanto lo traduce in simultanea, e comunque si tratta di tre o quattro minuti), ma perché cita i versi iniziali del Corano, dove si parla di Dio come “il Compassionevole, il Misericordioso”. Pochi minuti: ma sono bastati per creare un’atmosfera nuova. 

Che è intensificata dal secondo e ultimo intervento: di una giovane donna che parla un italiano da madrelingua, e presenta se stessa come nata da padre palestinese e madre marocchina. La giovane parla esclusivamente delle vittime civili, senza alcun accenno al nemico o alla vendetta, ma chiedendo di ricordare tutti quei morti (compresi, come sappiamo, i molti bambini); e conclude anche lei rapidamente, puntando un braccio verso il cielo e invitando a un minuto di silenzio per quelli che guardano da lassù. Con questo, la dimostrazione è finita, e si scioglie pacificamente.

Ma resta a lungo, dietro la rètina e nella retrocamera del cervello, l’immagine di quella specie di Giovanna d’Arco disarmata e in t-shirt, con il braccio levato verso le nubi. Iperbolica? Incongrua? Anacronistica? — Tutte queste cose insieme? — Nessuna di queste cose? Questa mescolanza potenzialmente contraddittoria di elementi è uno dei tratti distintivi di ciò che, in mancanza di parole più adatte, potremmo chiamare spiritualità. E’ una spiritualità delle vittime (non vittimistica), in cui si apre uno spiraglio sulla categoria del martirio; e la meditazione sul martirio è uno degli elementi comuni alla spiritualità di tutte e tre le grandi religioni monoteistiche nate nel Vicino Oriente. (Se poi la parola “martire” sembrasse troppo enfatica, si pensi alla parola opposta, “eroe”: che l’aggressiva retorica negli Usa appiccica a ogni vittima americana, compresi i caduti durante l’attacco dell’Undici Settembre.)

Un articolo del “Washington Post” di qualche giorno fa citava un padre palestinese sopravvissuto, con una sua bimba di sei anni, a una bomba aerea che aveva ucciso la moglie insieme con gli altri loro quattro loro figli, a Gaza. “Mi sentii ricolmo di tutta l’ira dell’universo”, diceva il padre — ma poi subito smorzava l’iperbole: “Mi sentii ricolmo di tutta l’ira dell’universo, ma quando seppi che una delle mie figlie era ancora viva resi grazie a Dio, perché quella bambina potrà conservare qualcosa del sorriso delle sue sorelle”. Ecco: la capacità di cambiare direzione a metà di una frase e di un pensiero mostra come questo concetto che a volte può sembrare troppo pesante (“spiritualità”) sia in effetti la descrizione realistica di tante piccole o minime sfumature della realtà.

P. S. La città in questione è Bologna, che è stata un po’ maliziosamente descritta come “la più importante città di provincia in Italia”. Qualunque cosa ciò significhi, il piccolo episodio appena descritto è stato il primo — nella serie di dichiarazioni abbastanza superficiali che per il momento punteggiano la campagna elettorale — che abbia dato il senso dell’anima multiforme della città.

Paolo Valesio

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QUALCOSA DI MARCIO

“C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca”

QUALCOSA DI MARCIO

“C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca”: dice all’inizio dell’Amleto shakespeariano una delle sentinelle che passeggiano nervosamente sugli spalti, in attesa che appaia lo Spettro. Se ci spostiamo in Italia (ma già la Danimarca di Shakespeare era una metafora molto generale), il “marcio” non corrisponde completamente alla solita lista (corruzione, inefficienza burocratica, giustizia in ritardo, ecc.) che viene snocciolata dai principali responsabili di ciò, per anticipare ogni critica: questo marcio va ricercato soprattutto nel compiacimento cinico e fatalistico della cosiddetta gente (cioè gli altri, quelli che non siamo né tu né io, naturalmente). Atteggiamento già descritto esattamente un secolo fa, in una pagina tagliente di uno dei più bei romanzi del Novecento italiano: Rubè di Giuseppe Antonio Borgese. E’ il punto in cui si parla dell’atteggiamento diffuso tra gli italiani durante la Grande Guerra, ai piani alti della politica, del giornalismo, della diplomazia, degli apparati militari e della cultura: spettatori ironici e distaccati, compiaciuti della propria intelligenza critica, come se la tragedia non li riguardasse direttamente.

Qui non si vuole certo confondere uno stato di emergenza con uno stato di guerra (o almeno, si lascia ad altri l’onere di sviluppare questo parallelo). Però, a proposito di guerre, viene in mente una frase (c’è chi la ha ascoltata con le proprie orecchie) detta all’inizio dell’escalation, ad opera di un’Amministrazione democratica, della guerra americana nel Vietnam — la frase coraggiosa di un cittadino americano che caratterizzava quella guerra come: “illegittima, illegale, immorale”. (E voglia il cielo che la nuova Amministrazione democratica, così baldanzosamente decisa a cancellare ogni traccia della passata presidenza, non decida che i quattro anni trascorsi siano stati troppo “pacifici”.)

“L’allegoria ed effetti del buon governo” di Ambrogio Lorenzetti, Palazzo Pubblico di Siena

Quanto alla nostra piccola “Danimarca” (e lasciando da parte ogni speculazione sullo “Spettro” che vi si aggira): gli ultimi governi italiani sono stati i governi dei nominati, dei chiamati, degli illuminati — insomma governi dei non-eletti nella prassi, pronti a trincerarsi dietro uno Stato in cui la non-elezione è una prerogativa istituzionale. Tutto ciò, forse, non è illegittimo o illegale, ma qui si parla di questioni etiche che riguardano ogni cittadino, anche il più modesto e privato (il cittadino ino-ino, per così dire). Qui è in gioco lo spazio di parola in cui sia possibile sostenere che l’andazzo governativo degli ultimi decenni in Italia sia sostanzialmente illegittimo e immorale. 

E’ comprensibile che una cittadinanza piegata dalla pandemia possa considerare queste riflessioni come qualcosa di simile a un lusso, “quando ci sono tante cose più urgenti da fare”; e forse si potrebbe anche comprendere che una tale comunità, in preda all’infantilizzazione provocata dalla propaganda della paura, si rassegni ad aspettare le elezioni per un periodo di tempo indefinito. Tuttavia: questo modo di considerare i cittadini italiani — questa “comprensione” apparentemente così realistica e concreta, così bonariamente popolare — non potrebbe essere la maschera (o mascherina) di un atteggiamento di condiscendente degnazione, come se il popolo non fosse composto di individui autonomi, e come se ogni individuo non avesse la divina capacità di sorprendere se stesso e gli altri? In effetti, ci sarà sempre chi, anche costretto a obbedire, trova impossibile obbedire con rispetto; ci sarà sempre chi rifiuta nel proprio cuore, non questa o quella compagine governativa; ma tutto questo tipo, questa “logica”, di governo. Rifiutare un governo nel proprio cuore può apparire a prima vista come un’idea ingenua, buona per far ridere i professionisti della politica. E invece no: questo rifiuto (riderà bene chi riderà l’ultimo) può essere la molla del cambiamento. 

      — Paolo Valesio 

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CONSIDERAZIONI INATTUALI

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 5 novembre 2020. 

Il Signore abbraccia il presidente

CONSIDERAZIONI INATTUALI

Continuiamo naturalmente a seguirle, queste elezioni americane; ma la stanchezza si è già sostituita all’eccitazione iniziale: ci siamo un po’ stancati della ridda delle cifre, i giochini con le mappe, i pre-pareri e pre-giudizi: questi ultimi, forti soprattutto in Italia; dove è da un anno che tante dotte analisi geopolitiche e costituzionali si riducono in troppi casi a una dichiarazione non richiesta di voto per il candidato democratico, imitando i giornaloni americani. I quali ultimi peraltro avevano almeno la scusa di essere direttamente coinvolti, dunque potevano permettersi di buttare a mare le preoccupazioni di fair play — preoccupazioni che invece la nostra stampa avrebbe potuto permettersi, una volta tanto, il lusso di rispettare.

Il presidente alle prese col coronavirus.

E la stanchezza è come sempre cattiva consigliera, perché incoraggia al cinismo; sul tipo della battuta ancor oggi ripetuta a proposito dei nostri Borboni: che si dice non dimenticassero nulla, ma d’altra parte non avessero imparato nemmeno nulla. Battuta che in realtà si sarebbe tentati di ripetere, vista l’impressione generale di monotonia che i due quasi-presidenti hanno dato in queste ultime settimane: Biden che batteva e ribatteva sulle cifre dei contagi, Trump che martellava con i numeri economico-industriali; tanto che a questo punto ci si sente un po’ sollevati, all’idea che i comizi si siano conclusi. 

Il vicepresidente Biden si avvicina con una corsettina.

Ma appunto, il cinismo non è mai d’aiuto, perché offusca il nostro senso della varietà della politica e della vita — la politica come vitalità sempre sospesa fra la tragedia e la commedia. Cioè, diciamolo francamente, ci siamo anche divertiti: Biden che ogni volta si avvicinava al podio con una corsettina, intesa ovviamente a dimostrare che lui è ancora in forma, ma che finiva con l’essere un’imitazione un po’ patetica delle corsette, quelle sì atletiche, con le quali Obama una volta balzava sulle scalette degli aerei; Trump inguaribile con le sue iperboli (“fenomenale”, “eccezionale”, “mai, nella storia degli Stati Uniti”); e così via.

Legge e ordine.

Eppure, sotto la superficie di questo folklore si muovevano pensieri strategici che possono darci un’idea di quello che aspetta la società americana dopo le elezioni. La mossa più seria (in effetti, grave) è stata la quasi totale sparizione, da entrambe le retoriche in conflitto, del discorso sulla condizione dei neri (discorso che è stato delegato, con una mossa che sapeva di degnazione, a Obama durante il suo assist al candidato democratico). E, a proposito di sparizioni, dagli ultimi discorsi di Trump era scomparso il mantra “Law and Order”, che era stato invece sostituito dal costante richiamo alla Costituzione e alle sue origini. Quando poi Trump martellava sul “socialismo” attribuito al suo avversario veniva da sorridere, guardando dalla sponda europea dove si è ben consapevoli della complessità e spessore storici di questo concetto. Ma era una mossa più intelligente di quello che sembrasse (nulla di quello che Trump ha fatto da quattro anni a questa parte è privo di intelligenza, checché ne pensino tanti sapientoni nostrani): questo -ismo intellettualoide riusciva a minare i termini più edificanti (“coscienza sociale”, “solidarietà sociale”, ecc.) sui quali i Democratici invece insistevano.

Legge e ordine per le strade delle città americane.

Ed è sparito anche, dopo un paio di rapide comparse, il riferimento alla neo-giudice della Corte Suprema, Amy Coney Barrett; appena Trump ha sentito che gli applausi (che di solito scrosciavano a praticamente ogni sua frase) erano in questo caso pochini e freddini, ha riaggiustato i tiro, rendendosi conto che questo nome evocava il piano dell’alta politica, e perdeva il contatto con la concretezza popolare. 

Il dilemma rimane. Contare ogni voto? O…

Si è parlato e si parlerà della profonda divisione nella società americana. Ciò è innegabile; ma quello che è altrettanto preoccupante è una certa mancanza di connessioni all’interno dei due campi — e valga un solo esempio. Nelle conversazioni con i miei ex-colleghi ed ex-studenti americani avverto tristezza di fronte a quella che si delinea come una forma di nichilismo nel campo delle scienze umane: il rifiuto sempre più diffuso dei i valori letterari, del senso dei contesti storici, e di tutte quelle sfumature che sono essenziali perché abbiano luogo esperienze etiche. Sembra diffondersi l’anti-etica dei cancellatori e dei picconatori; e di fronte a ciò tutti i miei interlocutori sono angustiati.

… Fermare il conto? Questo è il dilemma.

Ma nessuno di loro (almeno, nessuno di coloro con cui ho conversato finora) sembra rendersi conto che questo è essenzialmente il frutto del tipo di educazione al pensiero unico “progressista” che è diventata virtualmente un dogma negli ambienti universitari più avanzati: chiamiamolo il nichilismo della Ivy League. E’ in gioco il futuro culturale degli Stati Uniti, e il problema resta aperto.

L’anti-etica dei cancellatori

Di fronte a queste alchimie intellettuali, la frase che sto per citare sembra essere enormemente ingenua, e forse lo è. L’ho letta in une di quelle “chat” fatte di una sola frase — frasi talvolta divertenti, ma il più delle volte brutalmente banali. Questa invece diceva: “Trump, se Dio desidera che tu occupi ancora la Casa Bianca, ti ci metterà”. Non è una frase profonda; ma è un pensiero calmo e sereno che va al di là dell’assalto immediato alle nostre sensazioni. Alle volte bisogna distaccarsi un momento, dalla tragicommedia della politica.

   Paolo Valesio

Seguendo e firmando quello che il Signore vuole.

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LA PAROLA FERITA

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 2 novembre 2020. 

LA PAROLA FERITA

L’anno scorso, circa alla data delle elezioni americane di quest’anno, un poeta statunitense scriveva un commento a una delle sue stesse poesie che riflette il tono di apparente ingenuità (auto)ironica tipico del discorso americano, e lo rende così diverso da quello italiano: “Non penso certo che tutte le opinioni siano egualmente valide, e d’altra parte non credo che verrà presto (se mai verrà) il momento in cui raggiungeremo un chiaro accordo sul relativo valore di queste opinioni. Ciò significa conflittualità sempre più intensa e strepito senza fine — cosa necessaria e al tempo stesso spossante. Qualche volta il fatto stesso che circolino tante convinzioni diverse mi porta a desiderare di non averne nessuna, e la mia poesia descrive l’attrattiva (che magari è falsa e vuota) del preferire non aver niente da dire piuttosto che aggiungere ancora un altro urlo al coro infernale del civico pandemonio”. (La parola inglese è più rara e più forte del suo equivalente italiano: Pandemonium infatti è il nome della capitale dell’Inferno nel poema epico di John Milton, Paradise Lost.) E’, si potrebbe dire, l’immagine esatta della situazione attuale in Usa — dove, in questa vigilia elettorale, le azioni talvolta violente e le parole virulente sembrano quasi illuminate da bagliori demoniaci. 

Dagli inizi del terzo millennio (e in particolare dopo quella data chiave che sono le elezioni statunitensi del 2016), gli intellettuali — che sono o dovrebbero essere i controllori della parola — hanno in larga misura perduto questo controllo. E il problema della parola viene in un certo senso prima dei problemi apparentemente più seri e urgenti, come quelli economici e politici. Il “civico pandemonio” contemporaneo deriva appunto in gran parte da questa crisi di parola. 

Come scrive la filosofa spagnola María Zambrano (che ha trascorso in esilio la maggior parte della sua esistenza) in quel suo libro idiosincratico e brillante che s’intitola Dell’Aurora (nell’edizione curata da Elena Laurenzi per l’editrice Marietti): “Il dire, che avvertiamo in ogni essere vivente in forma di appetenza, ma anche in forma di anelito disperato, non presuppone un’azione, e meno ancora un qualcosa, ma un qualcuno: qualcuno che ascolti quando ancora non si sa cosa si dirà; quando, giunto il momento di essere ascoltati, nemmeno allora si sa che cosa si vuol dire. Allora lo sguardo e il silenzio possono essere più eloquenti della parola stessa che dice, e non necessariamente perché non esista la parola per dire qualcosa di ineffabile o di nefasto. Quanto alla verità, succede quasi sempre che non si può dirla perché è ineffabile o perché è nefasta”.

Un vero dialogo ha luogo quando un sincero e intenso desiderio di comunicazione viene prima di ogni contenuto specifico di tale comunicazione. Prendiamo l’esempio più conturbante, che resterà nella storia delle elezioni americane del 2020: il conflitto razziale, o meglio (in questa prospettiva) le parole che tentano di dare un senso a questo conflitto. Quello che dovremmo avere imparato è che ogni polemica anti-razzista finisce presto o tardi (qualunque siano le sue — indubbiamente buone — intenzioni) con il degenerare in una qualche forma di razzismo, più o meno abilmente mascherato. Allo stesso modo, ogni attacco alla discriminazione presto o tardi si trasforma —- nonostante le sue eccellenti intenzioni — in una forma di discriminazione più o meno sottilmente mimetizzata. Peccato che sia ancora estremamente difficile, enunziare parole come queste nell’atmosfera di dominante censura ideologica del discorso pubblico in America (e anche in Italia). Ma il paradosso evocato dalla Zambrano (esiste anche la parola che può dire qualcosa di ineffabile) incoraggia, paradossalmente o no, la ricerca di un dialogo. 

            Paolo Valesio

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IL VELO DI MAYA

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 9 ottobre 2020. 

IL VELO DI MAYA

La versione contemporanea e meno filosofica del velo di Maya è il velo dei luoghi comuni, che crea una sottile barriera nella percezione della realtà; e si può prendere a esempio di ciò il dibattito vicepresidenziale di mercoledì sera negli Stati Uniti. È stato più calmo di quello presidenziale che lo ha preceduto; vero, ma che significa? (Ci torneremo alla fine). Lo ha vinto Kamala Harris: non del tutto vero (a parte il fatto che simili “vittorie” non hanno senso); il fatto è che si confrontavano due personalità opposte, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi: la Harris chiaramente più vivace, e Pence più freddo. Ma una certa arietta di supponenza della Harris ha riproposto l’antico contrasto fra due Americhe: quella delle élite (l’Ovest californiano che fa da ponte con l’Est di New York e della Nuova Inghilterra, cioè la cultura detta “bi-costiera”, fra la costa del Pacifico e quella dell’Atlantico, della borghesia agiata e raffinata) e l’America, in tutti i sensi, “di mezzo” (come lo stato di Mike Pence: l’Indiana biondeggiante di messi); e non è detto quale delle due personalità offra più garanzie presidenziali. 

E questo porta al terzo luogo comune: il dibattito vicepresidenziale è meno importante di quello presidenziale. Non è vero — o almeno, non lo è stato nel caso presente. Tutti conoscono la venerabile battuta secondo cui c’è soltanto un battito di cuore che separa il Vicepresidente degli Stati Uniti dal suo Presidente. Adesso (con un presidente uscente che è malaticcio, e un candidato presidenziale alquanto sfuocato) quel famoso battito si è ridotto a un mezzo battito. Se, dunque, il confronto Trump-Biden è stato quello della rissa, questo secondo è stato il dibattito dello sdoppiamento: dietro ognuno dei candidati emergeva il fantasma di sè stesso/a come presidente in pectore. In questo senso, la posizione di Kamala Harris è particolarmente delicata.

Ogni forte candidato politico infatti sa bene, al di là delle dichiarazioni di circostanza, di dover fare i conti con la divisività che i suoi interventi producono, e non possono non produrre: questo è il suo mestiere. Le divisioni più visibili sono, ovviamente, quelle ideologiche; ma tutto si complica quando si aggiungono le divisioni psicologiche e di “genere”. E qui sorge una differenza: gli uomini, non costretti entro un discorso di unanimismo maschile, si sentono liberi di esprimere molto individualisticamente le loro divergenze rispetto ai candidati e alle candidate. Nell’elettorato femminile, invece, esercita ancora un certo peso la tentazione di una retorica unanimista (tutte le donne per tutte le donne in quanto donne, a prescindere), che non riflette la variegata realtà dell’universo femminile. Chiunque, per esempio, ha vissuto direttamente le elezioni del 2016 ha fatto esperienza di tutte le sfumature, gli “a parte”, le allusioni, con cui tante donne esprimevano la loro (legittima) antipatia per la candidata femminile; e ora la Harris dovrà fare i conti con le pulsioni negative che il suo stesso fascino può produrre nel non-detto (nell’inconscio sociale) di varie sue elettrici.

Torniamo per finire al discutibile sollievo di cui si parlava all’inizio: che bello, ascoltare un dibattito relativamente tranquillo (anche se tensione e ostilità vibravano dietro quasi ogni frase) invece che uno agitato! Ma siano permesse alcune domande: Chi ha decretato che i dibattiti politici debbano assomigliare a conversazioni da salotto? Che cosa c’è di male se gli stracci volano, invece di restare accumulati sotto le poltrone? Chi può aggiudicare con assoluta certezza la differenza fra un’“espressione colorita”, una “battuta” e un “insulto”? È già difficile tracciare queste distinzioni a cose fatte; figuriamoci nel calore della disputa! Un po’ di realismo, per favore.

         Paolo Valesio

Un po’ di realismo dietro il sipario dello spettacolo

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QUATTRO ANNI DOPO

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 1 ottobre 2020. 

QUATTRO ANNI DOPO

Il pensiero corre ai grandi romanzi di Alessandro Dumas sui moschettieri invecchiati (Vent’anni dopo; Il visconte di Bragelonne), osservando il primo dei dibattiti presidenziali dopo quattro anni di presidenza Trump (quattro anni, per ogni presidente in Usa, possono sembrare venti). Dopo vari duelli che hanno sgombrato il campo, i nostri moschettieri sono rimasti due: e il passaggio del tempo naturalmente non perdona. Il volto di Trump è ispessito, e scolpito con durezza; quello di Biden invece è fragile e pergamenaceo (quest’ultimo è il solo che abbandona per una manciata di secondi la rigidità della postura per passarsi la mano, fra la giacca e la camicia, sulla spalla sinistra; gesto che è notato dall’esegesi crudele della macchina da presa; e potrebbe destare – augurandosi che sia un allarme esagerato – qualche preoccupazione). Questi dibattiti in effetti non sono particolarmente utili per i loro contenuti (è aria fritta e rifritta, dopo tanti mesi di campagna elettorale): quello che essi rivelano è l’aspetto umano-troppo-umano del discorso politico. La statura, per esempio: è una legge non scritta delle campagne elettorali americane per almeno l’ultimo mezzo secolo, che il candidato presidenziale debba essere alto (più di un metro e ottanta) così che possa adeguatamente torreggiare sul podio, e fra gli altri capi di stato nelle foto di gruppo; e i due candidati obbediscono alla legge. 

In realtà, quello che il popolo americano vuole percepire (anche se, necessariamente e giustamente, desidera convincersi di essere concentrato sui problemi di fondo, i famosi issues) è, per così dire, la pelle del discorso: le espressioni del volto, i gesti, le cadenze e intonazioni – le sfumature che continuano a risultare essenziali. Ogni dettaglio conta, non tanto per un punteggio di “più” o di “meno”, quanto perché questo è il solo modo di sentire con chi si avrà a che fare nei prossimi quattro anni. Per esempio, l’accento; e l’inglese americano non è più monolitico di quello che sia ogni altra lingua. Ovviamente i due candidati parlano una lingua standard e colta. Ma c’è una serpeggiante differenza fra questi due uomini del Nord-Est: in Trump emerge il disinvolto accento newyorchese; e in Biden affiora – raramente, sottilmente – qualcosa di diverso, qualcosa che non può non appartenere alla sua nativa Pennsylvania. 

Tutto ciò non è (vale la pena di ribadire) puro folklore; e nessun paese cosiddetto democratico del cosiddetto Occidente può permettersi di guardare con sufficienza a questi dibattiti. Tanto meno l’Italia: dove lo stato di diritto è continuamente periclitante, e la malavita organizzata affligge vasti settori del territorio e dissangua ampi settori dell’economia; dove certe cariche appartengono istituzionalmente ai non-eletti, dove da vari anni si attendono invano elezioni, dove dibattiti come questi sono virtualmente inconcepibili; così che ogni osservatore italiano compreso il sottoscritto di fronte a questi duelli, anche nei loro momenti beceri (che certo non sono mancati, in quella prima serata), non può che tacere e prendere appunti. Anche perché il popolo, che negli Usa come in ogni altro luogo del mondo non è bue (e chi se ne scorda, finisce sempre con l’accorgersene, a sue spese), sotto la pelle dei discorsi percepisce sempre quello che conta, cioè chi offra migliori garanzie di sapere amministrare il potere. E lo fiuta anche dietro le maschere un po’ troppo fisse dei due oratori: Biden che continua a sorridere con aria incredula, rivolto agli uditori, come a dire “Ma che cosa sta a di’, questo?”; e Trump che non può non differenziarsi, e comunque sa che il sorriso non è il suo punto forte, dunque ha un’aria perennemente accigliata.

Ciò potrebbe condurre alla questione piuttosto oziosa: chi abbia vinto questo dibattito, o chi vincerà i seguenti. In realtà, nessun singolo dibattito è vinto o perso (si tratta di un processo incrementale): quella che si vince, quando si saprà (e quando, si saprà?), è l’elezione a presidente. Detto ciò, l’osservatore può (deve) prendersi la responsabilità di identificare quelli che a suo parere sono i punti vincenti. Ma prima, i punti bassi. Tra questi, nella serata del 29 settembre (è soltanto una scelta fra molti): Trump che esclama “Tu certe cose proprio non ce le hai nel sangue”; Biden che se ne esce con il solo vero insulto della serata, esclamando: “E’ impossibile riuscire a infilare dentro anche una sola parola, con questo pagliaccio”. Meglio, allora, salire un po’ di livello, e concentrarsi sui punti vincenti. 

Joe Biden che concentra quasi sempre lo sguardo di fronte a sé (mentre Trump continuava a guardare, o lui o l’intervistatore); così Biden imitava efficacemente un contatto diretto con la gente (anche se a volte assomigliava un po’ troppo a quel famoso manifesto in cui lo zio Sam con la barbetta scruta chi lo guarda ed esige, a indice puntato, la sua attenzione); Biden che risponde nobilmente all’inevitabile attacco contro suo figlio. 

Donald Trump che fa il mimo (e allora quel “pagliaccio” detto da Biden poteva anche essere espressione di un po’ di invidia) formulando a un certo punto in silenzio – lettura delle labbra – la frase “Non è vero”, mentre l’avversario parla; Trump che menziona senza peli sulla lingua (e quando mai li ha avuti?) la “peste cinese” a proposito dell’eufemistico Covid, così anticipando il dibattito di politica internazionale e stornando per qualche momento (ogni momento conta) l’attenzione dai propri errori nella gestione della pandemia; Trump che martella continuamente sulla frase “quello che tu, Joe, non sei riuscito a fare in 47 anni”, così trasformando in svantaggio dell’avversario quello che poteva essere un vantaggio, cioè la sua lunga carriera politica; Trump che non solo insiste com’è prevedibile sulla frase “Legge e ordine” (su cui gli osservatori italiani, come detto, farebbero bene a non ironizzare), ma a un certo punto sfida Biden a ripeterla, questa frase semplice semplice – e Biden non la riprende, così aprendo il fianco all’inevitabile stoccata: “Tu queste parole non le puoi neanche dire, se no perderesti l’appoggio dei radicali”. Questo è il guizzo che conta, e che resta.

“Legge e ordine”. Trump con la sua Bibbia fuori la chiesa di St. John a Washington, D.C.

Fra i molti libri di un ex-collega di Yale, Fredric Jameson, ancora modello dei critici post-/neo-/marxisti contemporanei, ce n’è uno che risale al 1981 e che ha un titolo significativo: L’inconscio politico. Inutile (soprattutto dopo tutti gli sparigli di Lacan) definire che cosa sia “l’inconscio”. Ma tutti noi sentiamo la presenza interiore di un’area che non è quella della più lucida ragione, ma nemmeno è qualcosa di indicibile, incomprensibile, irrilevante. Il linguaggio politico parla a questa regione intermedia, che influisce decisivamente sulla vita sociale; ed è per questo che i dibattiti appena iniziati continuano ad avere un senso.

Paolo Valesio

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Aria del tempo

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 3 luglio 2020.

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«O statua gentilissima, benchè di marmo siate»

Aria del tempo

In Usa sono ancora calde (come dicono i romanzi) le ceneri degli incendi appiccati durante i tumulti razziali, ma fin dall’inizio alcuni (pochissimi) non avevano poi avuto completamente torto nel ridimensionare gli eventi di questo mese: forse non è stata proprio una svolta epocale, non è stato proprio un caso di “Mai, nella storia della repubblica…”; e questo, non per sminuire l’importanza di ciò che è accaduto, ma al contrario: per riportarci dalla cronaca alla storia. La ferita aperta fin dalla nascita degli Stati Uniti (una repubblica di proprietari di schiavi, come diceva Marx a proposito della democrazia nell’antica Atene) non si è rimarginata e in fondo non si chiuderà mai; dunque ha causato, sta causando e causerà, ricorrenti esplosioni. La rilevanza dell’importante saggio di James Baldwin del 1963, The Fire Next Time (La prossima volta, il fuoco) consiste nel paradosso che questa “prossima volta” in un certo senso si è già verificata (i tumulti che riappaiono), tanto da divenire ripetitiva, ma in un certo altro senso non avrà luogo, perché una vera palingenesi non avverrà mai.

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La statua del commendatore tace

Ciò non significa che dal tardo Settecento a oggi ci sia stata solo una ripetizione dell’identico; tutt’al contrario: i mutamenti sopravvenuti (basti pensare al grande movimento abolizionista) contano almeno tanto quanto l’incombere continuo della tragica origine. Del resto le tragedie, come è nella loro natura, hanno anche risvolti tragicomici. Un esempio di questi risvolti è la strumentalizzazione elettorale in corso: prevedibile, ma che continua a causare disagio per il suo lato sordido (elemento oscuro ma inevitabile di quella che si chiama la dialettica democratica). E’ cominciata infatti la caccia al cosiddetto “voto nero”: una brutta espressione, e uno dei tanti simboli dell’inconfessabile legame sotterraneo fra razzismo e antirazzismo. (Freud ha inaugurato tutta una letteratura, sul “narcisismo delle piccole differenze”.) Ogni polemica “di colore”, nell’una o nell’altra direzione, finisce con l’imbrattare chi vi fa ricorso; e, come in ogni altra forma di demagogia (linfa vitale della politica), affiora un aspetto leggermente pornografico.

Esiste però almeno una differenza che vale la pena di sottolineare. Nello scontro in corso, il rancore della comunità in lotta produce rabbia, che si esprime con forza, nel linguaggio così come in altri segni e gesti; mentre la paura della comunità in posizione di difesa produce rancore — che non si esprime. E’ forse per questo che il silenzio delle statue è tanto esasperante, per i radicalizzati. Ma molte cose ribollono, sotto il silenzio: e l’antico topos della statua che a un certo punto trova il modo di farsi sentire (come la famosa Statua del Commendatore) non è ingenuo quanto sembra. Sarà la rabbia o sarà la paura, a dare la spinta decisiva per la vittoria? Se la dialettica si ridurrà a questo la scelta elettorale sarà tragicamente deformata, perché dominata dall’ombra dell’odio.

 

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Il silenzio esasperante delle statue

Viene allora spontaneo il desiderio di un qualche intervento intermedio: il quale sorga da quel tipo di discorso almeno potenzialmente riconciliatorio che è prerogativa, non soltanto della religiosità nei suoi vari aspetti, ma più generalmente di ogni forma di spiritualità e di etica. Tali forme di riflessione e di azione non possono emergere dalle masse (i due partitoni americani in lizza sono, come ogni altro partito in ogni paese del mondo, essenzialmente luoghi di alienazione, e in questo senso il gran libro di Elias Canetti Massa e potere degli anni Sessanta non è ancora invecchiato), ma debbono nascere da esperienze individuali. Un solo esempio, piccolo ma significativo.

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L’Accademia dei Poeti Americani (l’America, giustamente, non prova alcun imbarazzo a mantenere questa istituzione nazionale) invia ogni giorno ai suoi lettori una nuova poesia, nella maggior parte dei casi con testi di poeti da scoprire (ecco un modello su cui si potrebbe riflettere in Italia). In molti casi, peraltro, queste poesie funzionano come una sorta di braccio secolare del politicamente corretto, il che ne diminuisce alquanto l’interesse e l’efficacia. Una poesia recente, invece, si impone per la sua freschezza e il suo senso di dignità, e vale la pena di riprodurne una parte. Si intitola Elogio, e il suo inizio suona abbastanza ingenuo: “Oggi io farò elogio. / Elogerò il sole / che inonda con la sua luce / questo nostro oscuro vascello …”. Ma presto appare l’abile strategia dell’autore, che con la sua ripetizione dell’elogio (in uno stile anaforico che ricorda Walt Whitman) mette in risalto una situazione tutt’altro che idillica: “Elogerò il terreno / che non ha banchettato con queste ossa. / Elogerò la cassa / che non è diventata rifugio della carne. / Elogerò i proiettili / che non sono venuti a lavorare, dandosi malati. / Elogerò il grilletto / che si è preso una vacanza. / Elogerò il gesso / che oggi non è servito a profilare un cadavere. / Elogerò il corpo / per il suo essere ancora un corpo / e non una pietra tombale. / Elogerò il corpo, / per essere un corpo e non un rapporto della polizia. / Elogerò il corpo / per essere un corpo e non un ricordo / che nessuno vuole dimenticare”.

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Quello che (per fortuna) non è detto, in questo testo del poeta Angelo Geter, è altrettanto significativo di quello che è detto. Manca ogni riferimento “di colore”, ogni asserzione identitaria, ogni invettiva. Insomma, questa è una poesia non un manifesto (cosa che, come accennato sopra, non si può dare per scontata, nell’attuale panorama della scrittura negli Usa). I gesti di dignità eloquente in poesia e non, come questo sono i gesti che stanno salvando, non si dice la grandezza dell’America (queste sono parole imperiali), ma quello che vi è di straordinario nella civiltà statunitense.

             Paolo Valesio

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Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

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Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

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Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

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Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

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Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

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Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

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NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

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