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LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

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“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

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Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

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Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

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Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

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È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

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(IR)RAZIONALISMO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 25 febbraio 2019 col titolo “Foucault e Louis, si può comprendere il mondo senza ira?”
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La vertigine e la matrioska

(IR)RAZIONALISMO 

Un piccolo libro con un titolo lungo, che riproduce l’ultima parte della tesi di dottorato in filosofia (con prefazione del suo prestigioso direttore di tesi) di uno studioso il quale si è occupato di un importante filosofo francese che a sua volta ha molto scritto su un articolo di Kant apparso nel 1784: di fronte a una tale serie di matrioske ci coglie la vertigine. Un inscatolamento accademico come questo sembra infatti, a prima vista, poco leggibile e poco comunicabile. E invece, quando il filosofo in questione è Michel Foucault (1926-1984), troviamo in questo libro qualcosa di significativo, che ci è di aiuto per la riflessione sui tempi attuali e sulla nostra umana condizione dentro di essi.

Scrive Foucault: “In effetti il filosofo ha smesso di voler dire ciò che esiste in eterno. Ha il compito ben più arduo e ben più fugace di dire che cosa accade”. Affermazione interessante, anche perché non necessariamente condivisibile. Mentre invece è difficile non essere d’accordo con quest’altro pensiero foucaultiano: “Continuando a ripetere che la nostra organizzazione sociale o economica mancava di razionalità ci siamo ritrovati dinanzi non so se a un difetto o a un eccesso di ragione, certamente di fronte a un eccesso di potere”.

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Furore e potere

Ma Foucault si pone anche questa domanda: “Come può accadere che la razionalizzazione conduca al furore del potere?”. E qui il discorso si fa particolarmente interessante. Perché una tale domanda sembra implicare la fede nella forza benefica della razionalizzazione in quanto tale; donde lo scandalo rispetto alla degradazione della razionalizzazione. E invece per molti altri pensatori, già ai tempi dell’Illuminismo (i tempi di Kant studiato da Foucault), la domanda si pone al rovescio: – Come può accadere che un radicale sviluppo della razionalizzazione non conduca al furore del potere?

Foucault scrive anche: “In fondo il problema è esaminare una ragione, l’autonomia della cui struttura reca insieme con essa una storia di dogmatismo e di dispotismo – una ragione, dunque, che può avere effetti emancipatori solo a condizione che riesca a liberarsi da se stessa”. Senonché, come fa la ragione a “liberarsi da se stessa”? La critica al razionalismo non può essere soltanto interna a esso (che è la posizione, in questo senso conservatrice, di Foucault). Una critica che sia autenticamente tale deve partire da una posizione alternativa, dunque esterna. Peccato che quest’ultima venga ancor oggi stigmatizzata con il termine riduttivo di “irrazionalismo”. Ma in verità, dovremmo attribuire un senso almeno in parte negativo a entrambi i termini, “razionalismo” e “irrazionalismo”; e deciderci ad accettare l’idea che la ragione da sola non potrà mai, contrariamente alla speranza di Foucault, liberarsi da se stessa (come il Barone di Münchausen che pensava di sollevarsi in aria tirandosi per il codino), ma dovrà ricorrere a una dimensione che solo parzialmente può identificarsi con essa ragione.

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E per designare in breve (diciamo, in modo stenografico), questa dimensione si può ricorrere a una delle parole-chiavi del grande filosofo e teologo pre-illuminista Blaise Pascal (1623-1662): “cuore”. Termine che naturalmente non va inteso in modo sentimentaleggiante e meramente privato, ma come l’emblema di tutto un complesso di pensieri e azioni che rappresentano l’altra faccia, il flip side, di ogni razionalismo dall’Illuminismo fino a oggi: il senso della tradizione storica e comunitaria e il senso della vita spirituale (che si può esprimere in forme istituzionalmente religiose o più fluide e anche “laiche”). E’ tutto un vasto campo di fenomeni intellettuali e sociali il cui studio continua a essere coltivato soprattutto oggi, quando il dibattito sull’Illuminismo è più che mai aperto.

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Foucault, drammatico e nobile

Forse, allora, potremmo essere tutti d’accordo con Foucault in questa sua domanda, drammatica e nobile: “Come possiamo esistere in quanto esseri razionali, fortunatamente destinati a praticare una razionalità che è sfortunatamente attraversata da pericoli intrinseci?”. La sfumatura del “forse” potrebbe sembrare eccessivamente cauta; e in effetti non l’avrei introdotta; fino a pochi giorni fa, quando una collega mi ha trasmesso il testo di un’intervista che mi ha fatto pensare.

Si tratta della dichiarazione di un giovane romanziere francese, Édouard Louis, che pare furoreggi attualmente a Parigi, e che comincia a essere tradotto anche in inglese. (L’intervista è apparsa in inglese nella molto chic “New York Review of Books”). A un certo punto l’intervistatore chiede a Louis, che si è interessato particolarmente a filosofi come Pierre Bourdieu e Michel Foucault, che cosa egli abbia ricavato dal loro studio; e la risposta è: “Mi hanno insegnato qualcosa di molto importante: che non esiste verità senza ira. L’ira è la chiave per comprendere il nostro mondo, e forse è lo strumento più scientifico che gli esseri umani abbiano inventato. L’ira è ciò che ti dà la distanza necessaria a comprendere la struttura sociale nella quale sei capitato. I libri di Bourdieu e Foucault sono pieni di rabbia; e lo stesso è vero, spero, dei miei libri”.

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Michel Foucault e i suoi libri

Ma nella frase citata all’inizio, non era chiaro che per Foucault la trasformazione della razionalizzazione in “furore” e specificamente “furore del potere” era un fenomeno negativo? Qui non si tratta di fare correzioni o comparazioni scolastiche; è in gioco qualcosa di molto più importante: lo sviluppo non lineare del pensiero e dell’etica, l’imprevedibilità nel salto delle generazioni. Che può essere anche un salto all’indietro: qui infatti ricompare il nesso (di origine marxiana e non solo) fra la razionalizzazione da un lato, e l’esaltazione di atteggiamenti di furore o rabbia o ira (non è il momento adesso di disquisire sui sinonimi) dall’altro. Insomma, sembra che certi fantasmi stiano ritornando.

[Dall’Introduzione alla tavola rotonda sul libro di Rudy M. Leonelli, Illuminismo e critica. Foucault interprete di Kant (pref. di Étienne Balibar, Quodlibet, 2017), con Carlo Galli e Guglielmo Forni Rosa, Chiesa di San Colombano, 7 febbraio 2019, Bologna]

Paolo Valesio

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LA TRAGEDIA GIOCOSA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” l’8 gennaio 2019 col titolo “Don Giovanni, quell’intreccio tragico e giocoso di bene e male”.
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La gratitudine come sfida

LA TRAGEDIA GIOCOSA

Di fronte a ogni spettacolo di bellezza (opera musicale, pittorica, letteraria o altro) emerge in ognuno di noi quella che si potrebbe definire la sfida della gratitudine, per cui si sente il bisogno di mostrarsi grati, al di là degli applausi o altre forme di apprezzamento, a tutta una serie di “persone” che però sono in ultima analisi degli intermediari: l’opera stessa, prima di tutto; e poi i suoi interpreti (attori, scrittori di saggi critici, ecc.); e poi l’autore/autrice; e infine o in principio (ma è la “persona” più frequentemente dimenticata) il Creatore di tutto ciò.

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Applauso e altre forme di apprezzamento

Ecco perché uno spettatore musicofilo ma non musicologo sente la necessità di esprimere brevemente la sua gratitudine verso uno capolavoro immortale la cui recente interpretazione è stata vista al Teatro Comunale di Bologna: il “dramma giocoso” in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte, Don Giovanni. “Capolavoro immortale” è un’espressione abbastanza generica e impersonale, mentre la gratitudine evoca un rapporto per sua natura personale. E’ necessario dunque che chi vuole esprimere questa relazione o sentimento riscopra per conto suo a ogni incontro l’opera in questione, tentando di ritrovare l’ingenua freschezza della “prima volta”.

Ma, come recuperarla? Semplicemente, si potrebbe cominciare dall’inizio dell’opera; ma non è poi tanto semplice, perché quello è un inizio-prima-e-dopo-l’inizio. Infatti le primissime battute dell’ouverture (le quali sono all’altezza di quelle famose della Quinta Sinfonia di Beethoven), sono quasi ineseguibili; tanto che il pur eccellente direttore al Teatro Comunale (Michele Mariotti) sembrò aver avuto un attimo di esitazione, prima di tuffarsi nell’abisso musicale che si spalancava. “Ineseguibili”, però, per ragioni filosofiche piuttosto che musicali. Pochissime battute, ma cupe e martellanti, senza che lo spettatore sia stato psicologicamente preparato, cadono come blocchi di piombo creando un’atmosfera che stringe il cuore. Non si è ancora cominciato, e già tutto si è concluso, con pietà e terrore.

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La produzione di Sivadier è piena di pietà tragica e terrore

Ma poi: ‘Volete il giocoso?’ (sembra che dica il giovane e dionisiaco autore), ‘Eccovelo qui, il giocoso!’. Senonché, la ridda musicale che immediatamente segue non è particolarmente festosa: è la musica di un party di quelli in cui si sente subito che l’aria è un po’ losca, con una certa anticipazione di rissa. Poi l’atmosfera cambia di nuovo, e l’ouverture si conclude con un’accelerazione tutta fisica; tanto che quando si alza il sipario la maggior parte degli spettatori, che ovviamente già conosce la storia (l’opera è lo spettacolo per eccellenza degli habitués), si aspetta di assistere subito al precipitare della violenza: Don Giovanni che fugge dal letto di Donna Anna urlante, affronta il padre di lei e lo uccide in un rapido duello. E invece no: l’opera comincia con una pausa burlescamente meditativa, cioè il monologo di Leporello — che comunque esprime una giocosità amara ed eversiva rispetto al rapporto servo-padrone. E da qui in avanti, tutto corre vertiginosamente verso la fine.

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Il dramma tragico però rimane sempre anche giocoso

Don Giovanni è uno dei culmini del pensiero musicale moderno, e in particolare (com’era da attendersi) tedesco, sull’amore. Dopo la sublime meditazione di Bach sull’Amore divino, il secondo grande picco è appunto questo Don Giovanni di Mozart (meglio: di Mozart-Da Ponte) sull’amore ferocemente mondano. Amore che mescola in modo conturbante il bene (la letizia, l’allegria, il godimento) con il male, cioè con il risvolto torbido e sordido di tutto ciò. Dopo quella straordinaria rivelazione del 1787 occorrerà aspettare, per confrontarsi con una rivelazione altrettanto sconvolgente, l’anno 1865 quando apparve il Tristan und Isolde di Richard Wagner; dove l’amore non si dibatteva più tra il bene e il male tradizionali nel senso suddetto, ma tra il bene come una forma di sanità e il male come una forma di dolce malattia. (Si era arrivati al culmine finale della bufera romantica, e dopo, tutto doveva cambiare; come compresero i modernisti, con Filippo Tommaso Marinetti in testa.)

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Le cristalline altezze e il loro pubblico

Ma in che modo scendere da queste cristalline altezze (quelle che Nietzsche amava frequentare) al piano del palcoscenico? La regia creata originariamente da Jean-François Sivadier per il Festival di Aix-en-Provence ci è riuscita molto bene; ed è stato istruttivo seguire, insieme con l’evolversi del pensiero musicale di Mozart e del pensiero letterario di Da Ponte, lo sviluppo di un pensiero necessariamente derivativo, ma propriamente teatrale. Perché la regia ha avuto il coraggio di puntare le sue carte migliori sul sottotesto eroticodeldramma. Quello che è in gioco infatti è l’eros che sorge dall’inconscio, non quello dei corpi seminudi.

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Delitto compiuto: il nobile dissoluto fa fuori il commendatore

Nel duello iniziale, fulmineo e affidato al pugnale, il colpo mortale di Don Giovanni non si vede, perché il nobile dissoluto lo vibra abbracciando strettamente il Commendatore. Questa attenzione alla corporeità in azione anticipa le più sottili ambiguità dell’amore, che si rivelano anche nelle mosse dei corpi in scena, assecondanti l’impeto sensuale della musica. Donna Anna è stata veramente non consenziente rispetto a Don Giovanni (come il Conte Ottavio vuole, con nobile delicatezza, credere) in quella notte fatale? Donna Elvira è soltanto martire di un concetto astratto di fedeltà coniugale, o anche donna appassionata a cui mancano le carezze dello sposo infedele, e che forse si è consolata un po’ con Leporello travestito da Don Giovanni, nella notte degli equivoci? Zerlina si è lasciata solamente corteggiare da Don Giovanni o si è spinta più avanti? E più tardi, quando essa permette all’ingelosito neo-marito Masetto di sfogarsi “battendola”, quale tipo di rapporto esattamente è evocato?

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Il libertino affronta in una seminudità cristica la sua purgazione

Tutte queste e altre sottolineature non sono affatto esibizionistiche e gratuite: esse sono chiaramente implicite (l’ossimoro è giustificato) nel brillante libretto di Da Ponte; ed è solo così che si può rendere terribilmente credibile la sofferenza che attende Don Giovanni. Il quale, in questa versione psicologicamente matura, non discende in un infernetto di cartapesta, ma affronta in una seminudità cristica la sua purgazione. E’ vero che, di fronte a questa regia che osava sperimentare, vi sono state alcune prevedibili reazioni di parte di coloro che tendono a concepire le opere liriche come messe laiche, in cui nessun particolare consegnato dalla tradizione possa essere cambiato: l’“oh!” scandalizzato di alcune spettatrici di fronte a Don Giovanni discinto, il negativismo di un paio di recensioni locali … ma questo è sempre da mettere in conto, e intanto la vita del teatro procede.)

Paolo Valesio

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Il rito dell’applauso si compie con mansuetudine allegra

 

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CODEX ATLANTICUS XVI: Orbetello (Località Giannella), 14 luglio 2017

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La lucidità di Saramago

CODEX ATLANTICUS XVI

Orbetello (Località Giannella), 14 luglio 2017

Per chiarire il problema intorno a cui mi sono aggirato in queste ultime “schegge” del Codex Atlanticus, ricorro a un romanzo bello e originale, che arriva quasi a sancire il trionfo dell’impolitico, e che sembra, come dicevano una volta i critici, “scritto ieri” (o addirittura domani) anche se risale al 2004: Saggio sulla lucidità, del premio Nobel José Saramago. (Pubblicato in Italia, con un certo ritardo, da Feltrinelli nel 2013, dove nel titolo è mantenuta con scrupolo letterale l’espressione originaria; ma si tratta in realtà di un vero e proprio romanzo, come evidenziano alcune traduzioni apparse anni prima: in inglese, nel 2006, è diventato Seeing – ma la resa del titolo francese nel 2007, La Lucidité, è migliore.)

Nella capitale innominata di un paese quasi innominato (a un certo punto l’autore si lascia sfuggire – e lo fa evidentemente apposta – la parola Portogallo, ma è evidente che il discorso di Saramago vuole andare ben al di là di quei confini) sono in funzione tre partiti: il p. d. d. = partito della destra, che è il più forte, il p. d. m. = partito della destra moderata, che lo tallona, e il minoritario p. d. s. = partito della sinistra; sono tre denominazioni dal sapore ironico per la loro prosaica letteralità, che demistifica gli eufemismi più o meno enfatici ai quali i nomi dei partiti politici ci hanno abituato.

Il romanzo comincia con la descrizione della giornata delle elezioni, che si svolgono regolarmente. Ma quando si aprono le urne, sorpresa: il 70 per cento delle schede, regolarmente compilate, risultano essere bianche. Il governo, sconcertato, si aggrappa alla speranza che questo sia un incidente (nella mattina delle elezioni pioveva forte…), annulla le elezioni e ne indice di nuove. E qui arriva la catastrofe: le schede bianche adesso ammontano all’ 83 per cento!

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Il gran rifiuto: una famosa scheda bianca

Era prevedibile che la narrazione descrivesse il panico del governo (e in effetti, questo fa: con una mimesi abilmente parodica del discorso politico in situazioni, che per noi hanno un tono fortemente “italiano”, come le riunioni del consiglio dei ministri). Ma quello che non era prevedibile è la brillante svolta del romanzo a questo punto: i dirigenti decidono di abbandonare in massa la città, accompagnati da tutte le istituzioni cittadine, dalla nettezza urbana fino alla polizia, e di costituirsi come una sorta di governo in esilio. A prima vista questa può apparire come una mossa addirittura puerile (“Allora non ci sto, e non gioco più con voi!”), ma la manovra politico-poliziesca non tarda a emergere. Il governo infatti conferma la tendenza profonda di ogni istituzione di questo tipo (almeno secondo l’idea che, a parte il romanzo di Saramago, noi abbiamo già trovato negli scritti di vari pensatori libertari e dissidenti): quella cioè di considerare in quanto avversari, se non nemici, prima di tutto i suoi stessi cittadini. Comincia dunque una campagna di, come suol dirsi, destabilizzazione: provocazioni, attentati esterni mascherati da conflitti interni alla città, infiltrazioni di spie, e poi addirittura interventi letali di agenti speciali contro i “biancosi” della città – questo è il termine di obbrobrio diffuso dai governativi per i votanti scheda bianca – che per qualche ragione appaiano più in vista.

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Adesso il lettore si aspetterebbe dal romanzo una descrizione delle idee e dei sentimenti (o almeno di questi ultimi) degli “scheda-bianca” e dei loro modi di coesistenza con quella parte minoritaria della popolazione che ha ortodossamente votato riempiendo la propria scheda, e che anch’essa è rimasta nella città (la quale in effetti è bloccata tutt’intorno dalle truppe governative, in modo che nessuno possa uscirne). Ma qui avviene il secondo, brillante colpo di coda nella narrazione: non ci viene detto nulla delle idee e delle emozioni dei non-votanti; i quali continuano la loro esistenza normale, fianco a fianco con i votanti, senza scambiarsi nessuna comunicazione o discussione. Così il romanzo viene a organizzarsi, molto efficacemente, intorno a un nucleo di silenzio – che è tanto più misterioso quanto meno è parato di misteriosità; tutto si svolge dentro il realismo del quotidiano che noi tutti ben conosciamo – il quotidiano dove si tende a evitare ogni discorso complesso o impegnativo. Il grande risultato del romanzo, insomma, è mostrare il mistero della quotidianità (e della sua imprevedibile componente di stoicismo o addirittura eroismo), come essa si riflette anche nella vita politica.

Ma non si può negare che, accanto a questi punti di forza, Saggio sulla lucidità mostri alcune crepe, che intaccano la sua, appunto, lucidità. (A differenza della totale riuscita di un precedente romanzo di Saramago di analogo carattere: Cecità in italiano, ma originariamente Saggio sulla cecità.) Una crepa ideologica, prima di tutto: i primi due partiti (di destra e centro-destra) sono continuamente presenti in scena, ampiamente satireggiati, e infine chiaramente relegati nel ruolo degli oppressori; il partito di sinistra, invece, non viene mai nominato. Soluzione maldestra, per evitare sia la scelta “resistenziale” (il partito che resta “accanto al popolo” nella città assediata) sia la scelta “scettica”: il partito di sinistra che si comporta esattamente come gli altri due. (Forse, per un raffinato scrittore di sinistra come Saramago, la prima scelta sarebbe stata troppo risaputa, e la seconda ideologicamente difficile da digerire.)

L’altra crepa è quella propriamente narrativa: nella parte finale, il romanzo cambia bruscamente stile e prospettiva, mettendo improvvisamente in scena due personaggi edificanti, che nell’ultima pagina vengono uccisi da un sicario governativo. (È come se questa debole coda del romanzo fosse stata pensata nei termini di una sceneggiatura cinematografica; e in effetti è strano che qualche sceneggiatore americano o italiano non abbia ancora pensato a trarne un film – che, come tanto spesso accade, sfigurerebbe il senso del romanzo e al tempo stesso garantirebbe un buon successo). Ma allora, qual è il senso fondamentale del romanzo?

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La ribellione silenziosa

A me pare che tale senso risieda nel suo silenzio ribelle: gli scheda-bianca non si spiegano – e la loro non-spiegazione non è arcigna, ma mite e pervasa dalla (come si diceva) semplicità della vita quotidiana. Se, a questo punto, qualcuno pensasse che tutto ciò è troppo inoffensivo, troppo poco ribelle, cambierebbe idea e si renderebbe conto di quanto questa ribellione silenziosa sia in realtà ancora difficile da accettare, se leggesse l’acuta analisi del romanzo contenuta in un saggio impeccabilmente aggiornato (Stato di minorità, di Daniele Giglioli) – saggio che stranamente sembra ribellarsi a questa silenziosa ribellione, la quale non rientra nei canoni dei Soliti Noti, abbondantemente citati (Deleuze, Fortini, Lyotard, Žižek, Butler, Foucault, Bourdieu, Badiou, ecc.), e sovrappone al romanzo un’idea della politica che il romanzo stesso, invece, pone radicalmente in questione. Con tutto il rispetto, infatti, per i suddetti pensatori – che naturalmente ci sono ancora indispensabili – a me sembra tuttavia che il grande interesse del romanzo di José Saramago risieda nel suo essere uno dei segni (uno fra i tanti, beninteso) di come gli esperimenti di pensiero veramente audaci richiedano, nel terzo millennio, nuovi paradigmi.

Saggio sulla lucidità non è primariamente un romanzo fantapolitico, o utopico/distopico. È un romanzo profetico; come tale, è un romanzo che comprende se stesso soltanto in parte – che è corso, per così dire, in avanti a se stesso. Ed è proprio in questo che consiste, in ultima analisi, il suo valore.

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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 5 maggio 2017

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CODEX ATLANTICUS XVI

Bologna, 5 maggio 2017

Bizzarra sincronicità di certe espressioni…

Ieri sera, durante l’introduzione di un concerto di musica classica, il presentatore a un certo punto se ne è venuto fuori con un apprezzamento felicemente diverso dal linguaggio un po’ pedantesco di simili presentazioni – linguaggio che ha di solito l’effetto di appiattire la bellezza della musica che sta per seguire; questa volta invece, a proposito della lunghezza di tante composizioni di Franz Schubert, egli ha parlato di una sua “divina lunghezza”.

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Schubert e la divina lunghezza

Ritrovo oggi lo stesso tipo di espressione (ecco la sincronicità) in un contesto quasi scandalosamente differente, cioè nell’intervista a Marine Le Pen pubblicata dal “Corriere della Sera”, là dove lei dice che una sua vittoria alle elezioni (siamo all’antivigilia del ballottaggio finale in Francia) sarebbe “una divina sorpresa”. Prima che qualcuno mi accusi di paragonare Marine Le Pen a Franz Schubert, mi affretto a specificare che sto tentando di descrivere – e sono ben consapevole del fatto che questa mia descrizione è molto preliminare – una peculiare relazione psicologica fra gli imprevisti estetici e quelli storici.

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Marine Le Pen

Una “divina sorpresa” è un’intensificazione, un’iperbolizzazione, della sorpresa; così come la “divina lunghezza” di un’opera è l’iperbole o rafforzamento di quella sua lunghezza. Nella frase della candidata, “divina sorpresa” era un elegante eufemismo (con l’eloquenza che è tipica del discorso francese in tutte le sue manifestazioni) per dire che lei non si aspettava certamente di vincere. Ma, come ho già suggerito, qui si esprime anche qualcosa di più complesso. Una divina sorpresa è una sorpresa vera, cioè qualcosa che veramente spiazza, qualunque sia la valutazione – politica, etica, ecc. – che si voglia dare di questo spiazzamento. (Si pensi per esempio alla Brexit, si pensi all’elezione di Donald Trump.) Ed è anche una sorpresa che ha qualcosa di divertente (il discorso politico tradizionale, con la sua solennità fasulla, è – a mio umil parere – un’esperienza peggiore di quella del discorso politico che occasionalmente esplode in una colloquialità radicale e irriverente); sia benvenuta, dunque, ogni sorpresa che vada oltre il tran-tran e il ron-ron e il bla-bla-bla.

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La divina sorpresa

E, tornando a Schubert e agli artisti come lui, essi ci regalano ciò che è creativamente e soggettivamente imprevisto: un fenomeno che a prima vista o a prima udita (come in un testo musicale che nella sua lunghezza sfidi la nostra resistenza psicologica) può lasciare perplessi, ma poi ci cattura e conquista. Allora, al di là di iperboli ed eufemismi, forse bisogna rivendicare senza scrupoli puristici questo attributo di “divino”, nella politica e nell’estetica e negli altri campi. Perché in ogni sorpresa o dismisura si annida effettivamente una scintilla del divino (accompagnata magari da qualche scintillina luciferina).

 

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LA STORIA SI RIPETE, O FORSE NO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  3 ottobre 2018 col titolo “Da Bork a Kavanaugh, 30 anni di conformismo killer”.

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LA STORIA SI RIPETE, O FORSE NO

Quello che i giornali francesi chiamano L’affaire Kavanaugh viene da lontano, e forse un poco di “storia orale” può non essere inutile.

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La dottoressa Ford e l’onorevole Brett M. Kavanaugh

23 ottobre 1987: il senato Usa respinge la nomina, avanzata dal presidente Ronald Reagan, di un importante giurista e autore di numerosi libri, Robert Bork. Le ragioni sono squisitamente politico-legali (sì, “squisitamente” è un avverbio un po’ antiquato, ma vedremo perché qui ci sta). Insomma, Robert Bork è considerato troppo conservatore. Normale partigianeria politica, dunque. Ma già allora si avvertiva un tono nuovo, nel suo livore.

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L’onorevole Robert Bork

A quell’epoca avevo la fortuna di frequentare un importante centro di studi (il Centro Whitney per gli Studi Umanistici) presso l’Università di Yale: ogni mese a turno dovevamo presentare di fronte a tutti i membri una relazione pertinente alle nostre ricerche, cioè un compassato esercizio universitario. Ma ricordo ancora il mio stupore quando uno dei membri – giovane e brillante giurista in carriera – presentò come relazione un suo rapporto “dal campo di battaglia” come suol dirsi, non tentando nemmeno di considerare i vari punti di vista sull’argomento (come i miei colleghi si vantavano di saper fare così bene), ma semplicemente riferendo sui progressi del suo lavoro politico a Washington, teso a distruggere a tutti i costi la candidatura di Bork. Io non avevo un’opinione precisa in proposito, ma quello spettacolo poco accademico fu per me uno shock, e una lezione; i miei confratelli americani qui facevano squadra, senza nemmeno fingere il fair play: volevano soltanto godersi nei suoi particolari la distruzione di una candidatura scomoda. E così, avevo sperimentato di prima mano il connubio di attivismo politico, scienze sociali e scienze umane.

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La criminalità sessuale e il potere

Ottobre 1991: dibattito televisivo, acceso e seguitissimo, fra Clarence Thomas, intellettuale nero (allora si diceva ancora così, non afro-americano) e conservatore, candidato dal presidente George Bush al posto allora libero di giudice della Corte Suprema, e Anita Hill sua ex-assistente, che lo accusava di comportamenti poco corretti – ma già si diceva “molestie”, con un pericoloso ampliamento del concetto: le asserzioni in effetti vertevano soltanto su parole e immagini, non su atti concreti. Queste accuse dunque, tutt’altro che “squisitamente”, non erano politico-legali, ma di tipo scandalistico a sfondo sessuale; donde il grande successo mediatico del dibattito. In cui veniva già sperimentata la tattica che vediamo funzionare ancor oggi nel caso Kavanaugh: i particolari piccanti esposti da chi accusa acquistano un’aura di solennità, mentre se l’accusato tenta di ribattere su tali dettagli pruriginosi, viene stigmatizzato come volgare. Così il fango schizza fra entrambe le parti in causa e di lì trabocca gioiosamente tutt’intorno – quel fango che è un ingrediente essenziale nella cucina dei media.

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Una seconda tappa nella battaglia tra i sessi: Prof. Anita Hill e Clarence Thomas

Sotto lo sbandieramento dei grandi valori si cela il prurito delle rivelazioni erotiche, con gran godimento del pubblico che si sente libero una volta tanto di portare a galla tante pulsioni inconsce. Per rendersi conto di questa ipocrisia nel cosiddetto dibattito delle idee, basterebbe rileggere quell’opera eccellente, non invecchiata dal 1923 e ben più leggibile dei tomi del suo maestro Freud, che è Il libro dell’Es del medico e psichiatra tedesco Georg Groddeck, in cui anche la traduzione italiana ha conservato il pronome tedesco es, equivalente al latino id – come dire, “esso” (o forse è meglio dirlo in modo vernacolare: “isso”?). Insomma: il magma oscuro che gorgoglia dentro ognuno di noi e spiega tanti aspetti della nostra vita che di solito ci guardiamo bene dal dire a noi stessi, nonché agli altri.

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Criminale sessuale. Bill Cosby, ottuagenario incarcerato

Il dibattito Hill-Thomas in quegli anni Novanta mi fornì la prima esperienza di qualcosa di inaudito fino ad allora, nel paesetto rurale – un villaggio, in realtà – a cui facevo ritorno ogni sera (a circa 25 minuti d’auto da Yale, sembrava già un altro mondo): il luogo idillico dove noi vicini, al massimo potevamo avere una garbatissima e sfumata divergenza di opinioni sulla lunghezza alla quale potare le siepi per evitare che i rami producessero sgraffiature sulle fiancate delle nostre auto quando passavano lungo il vialetto. E invece in un certo pomeriggio, mentre assistevamo in gruppetto a quella lite televisiva, i toni finirono col diventare più stridenti (con una ahimé prevedibile divergenza di opinioni fra i due sessi – allora non si diceva ancora “generi”), e ci separammo abbastanza freddamente. Fu la mia prima, come dicevo, esperienza di una discussione politica fra vicini di casa, nel cuore dell’America pastorale. Piccolo, piccolissimo episodio, certo: ma è con esperienze come questa che il neo-cittadino prende veramente la temperatura di un paese, e identifica i mutamenti da una stagione politica all’altra.

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Georg Groddeck sonda squisitamente l’es

E’ difficile prevedere che cosa succederà nel caso Kavanaugh. Ma forse è utile ricordare che nei due precedenti già menzionati si verificò il fenomeno che quasi sempre ha luogo (anche se molti continuano a esserne sorpresi) in simili frangenti: Bork (il candidato perdente) si amareggiò e si radicalizzò nel suo conservatorismo; mentre Thomas, il candidato vincente, è ancora al lavoro coi suoi colleghi nella Corte Suprema e ha subito imparato l’arte dell’empiria e del caso-per-caso: seguendo liberamente di volta in volta le sue analisi squisitamente giuridiche, a volte vota in senso progressista, e a volte in direzione conservatrice. A parte ciò resta valida la lezione del saggio Groddeck, che si potrebbe parafrasare in questo modo: prima di occuparci dei piani alti, è bene fare una bella ispezione in cantina.

– Paolo Valesio

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Fare una bella ispezione in cantina, l’onorevole preferisce di no

 

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LA GUERRIGLIA CIVILE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  30 agosto 2018 col titolo “Chi ha cominciato la guerra civile che parte dagli Usa e arriva all’Italia?”.

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LA GUERRIGLIA CIVILE

Alcuni tra i versi più impressionanti sulla guerra civile sono stati scritti da Alessandro Manzoni nell’inizio dell’atto secondo del Conte di Carmagnola, quando il coro annuncia: “I fratelli hanno ucciso i fratelli: / questa orrenda novella vi do”; e più tardi nota la contraddizione profonda: “Tutti fatti a sembianza d’un Solo; / figli tutti di un solo Riscatto”. Sono versi tanto noti da correre il rischio di non farci più stupire, di fronte a questo terribile fenomeno; ma si può ancora restare sorpresi quando si legga quell’ audace ampliamento del pensiero manzoniano che è la frase in prosa di uno scrittore nettamente laico: “Ogni guerra è una guerra civile” (dal romanzo di Cesare Pavese, La casa in collina uscito nel 1947, dunque si può dire all’indomani della guerra civile italiana).

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L’equazione pavesiana dice una verità profonda. Il che non significa che nella guerra civile non si possa ravvisare qualcosa che è “in più” rispetto alla guerra convenzionale: la pervasività dell’odio. La guerra civile è molto personale: è una guerra tra concittadini, spesso tra (ex-)amici; si pensi al titolo del bel romanzo partigiano di Beppe Fenoglio, Una questione privata. E per capire meglio tutto ciò si può ancora ricorrere al Narcisismo delle piccole differenze di cui parla Freud nel suo noto saggio: quanto minori sono le differenze (per esempio, appunto, tra cittadini di uno stesso paese), tanto più probabile è il sorgere di tendenze ostili.

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Qui si parla di una guerra civile culturale, non militare. La quale però non è una metafora o semplice riflesso della guerra civile “vera”: invece è reale quanto l’altra, anche se si svolge su un terreno parallelo, che non è (fortunatamente) imbevuto di sangue. Ed è una guerra altrettanto intensa perché, come l’altra, è intrinsecamente connessa al potere. Oggi infatti, a fianco di quel fenomeno descritto negli anni Sessanta che è il “complesso militare-industriale”, si è istituzionalizzato il “complesso mediatico-intellettuale”: quello che alcuni [“ilsussidiario.net”, 20/7/18] hanno cominciato a chiamare il Quinto Stato. Questo Stato, beninteso, esiste da lungo tempo; ma quand’è che esso ha cominciato la sua guerriglia civile (la quale è tutt’altro che una guerricciola)? Come per ogni fenomeno storico, è sostanzialmente impossibile fissare una data esatta. Ma certo il momento essenziale per lo scatenamento della guerriglia culturale sono state le elezioni presidenziali Usa del 2016.

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Fino ad allora esisteva, negli Stati Uniti come (più o meno) in Europa, una sorta di tacita divisione del lavoro: la politica parlava il suo linguaggio non privo di noiosaggine e ipocrisia, il cui scopo predominante era distrarre la popolazione; mentre i media dal canto loro lavoravano su questa materia alquanto inerte adornandola di qualche eloquenza, all’insegna di un’eufemizzazione generalizzata che sotto le sue apparenze garbate nascondeva una ferrea capacità di controllo: un’eufemizzazione oppressiva, insomma. Donald Trump è stato, se non il primo, il più clamoroso simbolo o sintomo globalmente diffuso che qualcosa è cambiato.

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Ecco un esempio della “divisione del lavoro linguistico” prima di Trump. Qualche tempo fa (durante il secondo mandato di Barack Obama) una dignitosa signora di mezza età aveva cominciato a scambiare un paio di chiacchiere generiche con me (tipo “Ma che brutto tempo che fa, eh?”) in un caffè accanto all’Università di Columbia. A un certo punto il suo discorso cadde sul presidente – e la sua espressione e tono cambiarono, sembrò trasformarsi in un’altra persona perché l’odio le aveva deformato il volto: “Sa che cos’è Obama?”, sibilò, “Obama è una zebra!”. Ricordo come mi ferì la velenosa descrizione razzista: arrossii come se ne fossi stato io il bersaglio, mi affrettai ad andarmene. E mentre mi allontanavo lungo Broadway confermavo fra me e me con una certa soddisfazione (ah, che errore!) la differenza fra “noi”, borghesi acculturati e civilizzati, e “loro”: il popolino che usa un linguaggio imbarazzante perché senza veli. E invece, ecco: quanti, oggi, i volti universitari orgogliosi della loro saggezza e tolleranza che si trasfigurano di odio in modo eguale a quella signora; quante, oggi, le riviste e i giornali americani che si vogliono raffinati e scaricano insulti anti-trumpiani analogamente volgari e violenti, in cui non è difficile percepire una vena razzista!

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Ecco la guerriglia civile: l’intellighenzia progressista combatte per la sua sopravvivenza, cioè lotta perché il suo linguaggio (fonte di potere) sopravviva alla fine dell’era dell’eufemismo. E’ cominciato un irreversibile cambiamento internazionale che durerà anche se le elezioni americane di medio termine dovessero risultare negative per l’attuale presidente, anche se Trump dovesse essere defenestrato domani. E’ un mutamento di linguaggio sul quale si sta giocando non solo la politica americana, ma anche quella mondiale. Di fronte a questo terremoto, la maggior parte dei membri del complesso mediatico-intellettuale tende a chiudere gli occhi, salvo a insistere su un gergo che sta diventando sempre meno sopportabile (così finendo con l’esemplificare il motto antico: Quos Iuppiter perdere vult, dementat prius– Quando Giove ha deciso di rovinare qualcuno, per prima cosa gli toglie il senno); e intanto l’altra parte non sembra ancora aver capito che un nuovo linguaggio deve essere veicolato da un nuovo tipo di intellettuale; se no, si affloscia.

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Di chi la colpa? Chi ha cominciato per primo? Domande puerili – ma sono anche quelle che infiammano le guerriglie civili. Dove si andrà a finire? Difficile se non impossibile dirlo. (E non si possono mai escludere le sorprese positive della storia e della Provvidenza, in modi che oggi non si vedono ancora chiaramente.) Ma una cosa può, deve, esser detta fin d’ora: la prima e forse più grave conseguenza di ogni oggettivo conflitto civile è che esso porta a una lacerazione dentro a ogni singolo soggetto, rendendolo più debole e incerto nella sua esistenza personale così come nella sua vita sociale. E naturalmente qui non si tratta solo degli Usa ma anche dell’Europa, in particolare dell’Italia.

Paolo Valesio

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