Archivi del mese: novembre 2020

CONSIDERAZIONI INATTUALI

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 5 novembre 2020. 

Il Signore abbraccia il presidente

CONSIDERAZIONI INATTUALI

Continuiamo naturalmente a seguirle, queste elezioni americane; ma la stanchezza si è già sostituita all’eccitazione iniziale: ci siamo un po’ stancati della ridda delle cifre, i giochini con le mappe, i pre-pareri e pre-giudizi: questi ultimi, forti soprattutto in Italia; dove è da un anno che tante dotte analisi geopolitiche e costituzionali si riducono in troppi casi a una dichiarazione non richiesta di voto per il candidato democratico, imitando i giornaloni americani. I quali ultimi peraltro avevano almeno la scusa di essere direttamente coinvolti, dunque potevano permettersi di buttare a mare le preoccupazioni di fair play — preoccupazioni che invece la nostra stampa avrebbe potuto permettersi, una volta tanto, il lusso di rispettare.

Il presidente alle prese col coronavirus.

E la stanchezza è come sempre cattiva consigliera, perché incoraggia al cinismo; sul tipo della battuta ancor oggi ripetuta a proposito dei nostri Borboni: che si dice non dimenticassero nulla, ma d’altra parte non avessero imparato nemmeno nulla. Battuta che in realtà si sarebbe tentati di ripetere, vista l’impressione generale di monotonia che i due quasi-presidenti hanno dato in queste ultime settimane: Biden che batteva e ribatteva sulle cifre dei contagi, Trump che martellava con i numeri economico-industriali; tanto che a questo punto ci si sente un po’ sollevati, all’idea che i comizi si siano conclusi. 

Il vicepresidente Biden si avvicina con una corsettina.

Ma appunto, il cinismo non è mai d’aiuto, perché offusca il nostro senso della varietà della politica e della vita — la politica come vitalità sempre sospesa fra la tragedia e la commedia. Cioè, diciamolo francamente, ci siamo anche divertiti: Biden che ogni volta si avvicinava al podio con una corsettina, intesa ovviamente a dimostrare che lui è ancora in forma, ma che finiva con l’essere un’imitazione un po’ patetica delle corsette, quelle sì atletiche, con le quali Obama una volta balzava sulle scalette degli aerei; Trump inguaribile con le sue iperboli (“fenomenale”, “eccezionale”, “mai, nella storia degli Stati Uniti”); e così via.

Legge e ordine.

Eppure, sotto la superficie di questo folklore si muovevano pensieri strategici che possono darci un’idea di quello che aspetta la società americana dopo le elezioni. La mossa più seria (in effetti, grave) è stata la quasi totale sparizione, da entrambe le retoriche in conflitto, del discorso sulla condizione dei neri (discorso che è stato delegato, con una mossa che sapeva di degnazione, a Obama durante il suo assist al candidato democratico). E, a proposito di sparizioni, dagli ultimi discorsi di Trump era scomparso il mantra “Law and Order”, che era stato invece sostituito dal costante richiamo alla Costituzione e alle sue origini. Quando poi Trump martellava sul “socialismo” attribuito al suo avversario veniva da sorridere, guardando dalla sponda europea dove si è ben consapevoli della complessità e spessore storici di questo concetto. Ma era una mossa più intelligente di quello che sembrasse (nulla di quello che Trump ha fatto da quattro anni a questa parte è privo di intelligenza, checché ne pensino tanti sapientoni nostrani): questo -ismo intellettualoide riusciva a minare i termini più edificanti (“coscienza sociale”, “solidarietà sociale”, ecc.) sui quali i Democratici invece insistevano.

Legge e ordine per le strade delle città americane.

Ed è sparito anche, dopo un paio di rapide comparse, il riferimento alla neo-giudice della Corte Suprema, Amy Coney Barrett; appena Trump ha sentito che gli applausi (che di solito scrosciavano a praticamente ogni sua frase) erano in questo caso pochini e freddini, ha riaggiustato i tiro, rendendosi conto che questo nome evocava il piano dell’alta politica, e perdeva il contatto con la concretezza popolare. 

Il dilemma rimane. Contare ogni voto? O…

Si è parlato e si parlerà della profonda divisione nella società americana. Ciò è innegabile; ma quello che è altrettanto preoccupante è una certa mancanza di connessioni all’interno dei due campi — e valga un solo esempio. Nelle conversazioni con i miei ex-colleghi ed ex-studenti americani avverto tristezza di fronte a quella che si delinea come una forma di nichilismo nel campo delle scienze umane: il rifiuto sempre più diffuso dei i valori letterari, del senso dei contesti storici, e di tutte quelle sfumature che sono essenziali perché abbiano luogo esperienze etiche. Sembra diffondersi l’anti-etica dei cancellatori e dei picconatori; e di fronte a ciò tutti i miei interlocutori sono angustiati.

… Fermare il conto? Questo è il dilemma.

Ma nessuno di loro (almeno, nessuno di coloro con cui ho conversato finora) sembra rendersi conto che questo è essenzialmente il frutto del tipo di educazione al pensiero unico “progressista” che è diventata virtualmente un dogma negli ambienti universitari più avanzati: chiamiamolo il nichilismo della Ivy League. E’ in gioco il futuro culturale degli Stati Uniti, e il problema resta aperto.

L’anti-etica dei cancellatori

Di fronte a queste alchimie intellettuali, la frase che sto per citare sembra essere enormemente ingenua, e forse lo è. L’ho letta in une di quelle “chat” fatte di una sola frase — frasi talvolta divertenti, ma il più delle volte brutalmente banali. Questa invece diceva: “Trump, se Dio desidera che tu occupi ancora la Casa Bianca, ti ci metterà”. Non è una frase profonda; ma è un pensiero calmo e sereno che va al di là dell’assalto immediato alle nostre sensazioni. Alle volte bisogna distaccarsi un momento, dalla tragicommedia della politica.

   Paolo Valesio

Seguendo e firmando quello che il Signore vuole.

Lascia un commento

Archiviato in Critica, politica, Prosa

LA PAROLA FERITA

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 2 novembre 2020. 

LA PAROLA FERITA

L’anno scorso, circa alla data delle elezioni americane di quest’anno, un poeta statunitense scriveva un commento a una delle sue stesse poesie che riflette il tono di apparente ingenuità (auto)ironica tipico del discorso americano, e lo rende così diverso da quello italiano: “Non penso certo che tutte le opinioni siano egualmente valide, e d’altra parte non credo che verrà presto (se mai verrà) il momento in cui raggiungeremo un chiaro accordo sul relativo valore di queste opinioni. Ciò significa conflittualità sempre più intensa e strepito senza fine — cosa necessaria e al tempo stesso spossante. Qualche volta il fatto stesso che circolino tante convinzioni diverse mi porta a desiderare di non averne nessuna, e la mia poesia descrive l’attrattiva (che magari è falsa e vuota) del preferire non aver niente da dire piuttosto che aggiungere ancora un altro urlo al coro infernale del civico pandemonio”. (La parola inglese è più rara e più forte del suo equivalente italiano: Pandemonium infatti è il nome della capitale dell’Inferno nel poema epico di John Milton, Paradise Lost.) E’, si potrebbe dire, l’immagine esatta della situazione attuale in Usa — dove, in questa vigilia elettorale, le azioni talvolta violente e le parole virulente sembrano quasi illuminate da bagliori demoniaci. 

Dagli inizi del terzo millennio (e in particolare dopo quella data chiave che sono le elezioni statunitensi del 2016), gli intellettuali — che sono o dovrebbero essere i controllori della parola — hanno in larga misura perduto questo controllo. E il problema della parola viene in un certo senso prima dei problemi apparentemente più seri e urgenti, come quelli economici e politici. Il “civico pandemonio” contemporaneo deriva appunto in gran parte da questa crisi di parola. 

Come scrive la filosofa spagnola María Zambrano (che ha trascorso in esilio la maggior parte della sua esistenza) in quel suo libro idiosincratico e brillante che s’intitola Dell’Aurora (nell’edizione curata da Elena Laurenzi per l’editrice Marietti): “Il dire, che avvertiamo in ogni essere vivente in forma di appetenza, ma anche in forma di anelito disperato, non presuppone un’azione, e meno ancora un qualcosa, ma un qualcuno: qualcuno che ascolti quando ancora non si sa cosa si dirà; quando, giunto il momento di essere ascoltati, nemmeno allora si sa che cosa si vuol dire. Allora lo sguardo e il silenzio possono essere più eloquenti della parola stessa che dice, e non necessariamente perché non esista la parola per dire qualcosa di ineffabile o di nefasto. Quanto alla verità, succede quasi sempre che non si può dirla perché è ineffabile o perché è nefasta”.

Un vero dialogo ha luogo quando un sincero e intenso desiderio di comunicazione viene prima di ogni contenuto specifico di tale comunicazione. Prendiamo l’esempio più conturbante, che resterà nella storia delle elezioni americane del 2020: il conflitto razziale, o meglio (in questa prospettiva) le parole che tentano di dare un senso a questo conflitto. Quello che dovremmo avere imparato è che ogni polemica anti-razzista finisce presto o tardi (qualunque siano le sue — indubbiamente buone — intenzioni) con il degenerare in una qualche forma di razzismo, più o meno abilmente mascherato. Allo stesso modo, ogni attacco alla discriminazione presto o tardi si trasforma —- nonostante le sue eccellenti intenzioni — in una forma di discriminazione più o meno sottilmente mimetizzata. Peccato che sia ancora estremamente difficile, enunziare parole come queste nell’atmosfera di dominante censura ideologica del discorso pubblico in America (e anche in Italia). Ma il paradosso evocato dalla Zambrano (esiste anche la parola che può dire qualcosa di ineffabile) incoraggia, paradossalmente o no, la ricerca di un dialogo. 

            Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Critica, politica, Prosa

IL VELO DI MAYA

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 9 ottobre 2020. 

IL VELO DI MAYA

La versione contemporanea e meno filosofica del velo di Maya è il velo dei luoghi comuni, che crea una sottile barriera nella percezione della realtà; e si può prendere a esempio di ciò il dibattito vicepresidenziale di mercoledì sera negli Stati Uniti. È stato più calmo di quello presidenziale che lo ha preceduto; vero, ma che significa? (Ci torneremo alla fine). Lo ha vinto Kamala Harris: non del tutto vero (a parte il fatto che simili “vittorie” non hanno senso); il fatto è che si confrontavano due personalità opposte, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi: la Harris chiaramente più vivace, e Pence più freddo. Ma una certa arietta di supponenza della Harris ha riproposto l’antico contrasto fra due Americhe: quella delle élite (l’Ovest californiano che fa da ponte con l’Est di New York e della Nuova Inghilterra, cioè la cultura detta “bi-costiera”, fra la costa del Pacifico e quella dell’Atlantico, della borghesia agiata e raffinata) e l’America, in tutti i sensi, “di mezzo” (come lo stato di Mike Pence: l’Indiana biondeggiante di messi); e non è detto quale delle due personalità offra più garanzie presidenziali. 

E questo porta al terzo luogo comune: il dibattito vicepresidenziale è meno importante di quello presidenziale. Non è vero — o almeno, non lo è stato nel caso presente. Tutti conoscono la venerabile battuta secondo cui c’è soltanto un battito di cuore che separa il Vicepresidente degli Stati Uniti dal suo Presidente. Adesso (con un presidente uscente che è malaticcio, e un candidato presidenziale alquanto sfuocato) quel famoso battito si è ridotto a un mezzo battito. Se, dunque, il confronto Trump-Biden è stato quello della rissa, questo secondo è stato il dibattito dello sdoppiamento: dietro ognuno dei candidati emergeva il fantasma di sè stesso/a come presidente in pectore. In questo senso, la posizione di Kamala Harris è particolarmente delicata.

Ogni forte candidato politico infatti sa bene, al di là delle dichiarazioni di circostanza, di dover fare i conti con la divisività che i suoi interventi producono, e non possono non produrre: questo è il suo mestiere. Le divisioni più visibili sono, ovviamente, quelle ideologiche; ma tutto si complica quando si aggiungono le divisioni psicologiche e di “genere”. E qui sorge una differenza: gli uomini, non costretti entro un discorso di unanimismo maschile, si sentono liberi di esprimere molto individualisticamente le loro divergenze rispetto ai candidati e alle candidate. Nell’elettorato femminile, invece, esercita ancora un certo peso la tentazione di una retorica unanimista (tutte le donne per tutte le donne in quanto donne, a prescindere), che non riflette la variegata realtà dell’universo femminile. Chiunque, per esempio, ha vissuto direttamente le elezioni del 2016 ha fatto esperienza di tutte le sfumature, gli “a parte”, le allusioni, con cui tante donne esprimevano la loro (legittima) antipatia per la candidata femminile; e ora la Harris dovrà fare i conti con le pulsioni negative che il suo stesso fascino può produrre nel non-detto (nell’inconscio sociale) di varie sue elettrici.

Torniamo per finire al discutibile sollievo di cui si parlava all’inizio: che bello, ascoltare un dibattito relativamente tranquillo (anche se tensione e ostilità vibravano dietro quasi ogni frase) invece che uno agitato! Ma siano permesse alcune domande: Chi ha decretato che i dibattiti politici debbano assomigliare a conversazioni da salotto? Che cosa c’è di male se gli stracci volano, invece di restare accumulati sotto le poltrone? Chi può aggiudicare con assoluta certezza la differenza fra un’“espressione colorita”, una “battuta” e un “insulto”? È già difficile tracciare queste distinzioni a cose fatte; figuriamoci nel calore della disputa! Un po’ di realismo, per favore.

         Paolo Valesio

Un po’ di realismo dietro il sipario dello spettacolo

Lascia un commento

Archiviato in Critica, politica, Prosa

QUATTRO ANNI DOPO

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 1 ottobre 2020. 

QUATTRO ANNI DOPO

Il pensiero corre ai grandi romanzi di Alessandro Dumas sui moschettieri invecchiati (Vent’anni dopo; Il visconte di Bragelonne), osservando il primo dei dibattiti presidenziali dopo quattro anni di presidenza Trump (quattro anni, per ogni presidente in Usa, possono sembrare venti). Dopo vari duelli che hanno sgombrato il campo, i nostri moschettieri sono rimasti due: e il passaggio del tempo naturalmente non perdona. Il volto di Trump è ispessito, e scolpito con durezza; quello di Biden invece è fragile e pergamenaceo (quest’ultimo è il solo che abbandona per una manciata di secondi la rigidità della postura per passarsi la mano, fra la giacca e la camicia, sulla spalla sinistra; gesto che è notato dall’esegesi crudele della macchina da presa; e potrebbe destare – augurandosi che sia un allarme esagerato – qualche preoccupazione). Questi dibattiti in effetti non sono particolarmente utili per i loro contenuti (è aria fritta e rifritta, dopo tanti mesi di campagna elettorale): quello che essi rivelano è l’aspetto umano-troppo-umano del discorso politico. La statura, per esempio: è una legge non scritta delle campagne elettorali americane per almeno l’ultimo mezzo secolo, che il candidato presidenziale debba essere alto (più di un metro e ottanta) così che possa adeguatamente torreggiare sul podio, e fra gli altri capi di stato nelle foto di gruppo; e i due candidati obbediscono alla legge. 

In realtà, quello che il popolo americano vuole percepire (anche se, necessariamente e giustamente, desidera convincersi di essere concentrato sui problemi di fondo, i famosi issues) è, per così dire, la pelle del discorso: le espressioni del volto, i gesti, le cadenze e intonazioni – le sfumature che continuano a risultare essenziali. Ogni dettaglio conta, non tanto per un punteggio di “più” o di “meno”, quanto perché questo è il solo modo di sentire con chi si avrà a che fare nei prossimi quattro anni. Per esempio, l’accento; e l’inglese americano non è più monolitico di quello che sia ogni altra lingua. Ovviamente i due candidati parlano una lingua standard e colta. Ma c’è una serpeggiante differenza fra questi due uomini del Nord-Est: in Trump emerge il disinvolto accento newyorchese; e in Biden affiora – raramente, sottilmente – qualcosa di diverso, qualcosa che non può non appartenere alla sua nativa Pennsylvania. 

Tutto ciò non è (vale la pena di ribadire) puro folklore; e nessun paese cosiddetto democratico del cosiddetto Occidente può permettersi di guardare con sufficienza a questi dibattiti. Tanto meno l’Italia: dove lo stato di diritto è continuamente periclitante, e la malavita organizzata affligge vasti settori del territorio e dissangua ampi settori dell’economia; dove certe cariche appartengono istituzionalmente ai non-eletti, dove da vari anni si attendono invano elezioni, dove dibattiti come questi sono virtualmente inconcepibili; così che ogni osservatore italiano compreso il sottoscritto di fronte a questi duelli, anche nei loro momenti beceri (che certo non sono mancati, in quella prima serata), non può che tacere e prendere appunti. Anche perché il popolo, che negli Usa come in ogni altro luogo del mondo non è bue (e chi se ne scorda, finisce sempre con l’accorgersene, a sue spese), sotto la pelle dei discorsi percepisce sempre quello che conta, cioè chi offra migliori garanzie di sapere amministrare il potere. E lo fiuta anche dietro le maschere un po’ troppo fisse dei due oratori: Biden che continua a sorridere con aria incredula, rivolto agli uditori, come a dire “Ma che cosa sta a di’, questo?”; e Trump che non può non differenziarsi, e comunque sa che il sorriso non è il suo punto forte, dunque ha un’aria perennemente accigliata.

Ciò potrebbe condurre alla questione piuttosto oziosa: chi abbia vinto questo dibattito, o chi vincerà i seguenti. In realtà, nessun singolo dibattito è vinto o perso (si tratta di un processo incrementale): quella che si vince, quando si saprà (e quando, si saprà?), è l’elezione a presidente. Detto ciò, l’osservatore può (deve) prendersi la responsabilità di identificare quelli che a suo parere sono i punti vincenti. Ma prima, i punti bassi. Tra questi, nella serata del 29 settembre (è soltanto una scelta fra molti): Trump che esclama “Tu certe cose proprio non ce le hai nel sangue”; Biden che se ne esce con il solo vero insulto della serata, esclamando: “E’ impossibile riuscire a infilare dentro anche una sola parola, con questo pagliaccio”. Meglio, allora, salire un po’ di livello, e concentrarsi sui punti vincenti. 

Joe Biden che concentra quasi sempre lo sguardo di fronte a sé (mentre Trump continuava a guardare, o lui o l’intervistatore); così Biden imitava efficacemente un contatto diretto con la gente (anche se a volte assomigliava un po’ troppo a quel famoso manifesto in cui lo zio Sam con la barbetta scruta chi lo guarda ed esige, a indice puntato, la sua attenzione); Biden che risponde nobilmente all’inevitabile attacco contro suo figlio. 

Donald Trump che fa il mimo (e allora quel “pagliaccio” detto da Biden poteva anche essere espressione di un po’ di invidia) formulando a un certo punto in silenzio – lettura delle labbra – la frase “Non è vero”, mentre l’avversario parla; Trump che menziona senza peli sulla lingua (e quando mai li ha avuti?) la “peste cinese” a proposito dell’eufemistico Covid, così anticipando il dibattito di politica internazionale e stornando per qualche momento (ogni momento conta) l’attenzione dai propri errori nella gestione della pandemia; Trump che martella continuamente sulla frase “quello che tu, Joe, non sei riuscito a fare in 47 anni”, così trasformando in svantaggio dell’avversario quello che poteva essere un vantaggio, cioè la sua lunga carriera politica; Trump che non solo insiste com’è prevedibile sulla frase “Legge e ordine” (su cui gli osservatori italiani, come detto, farebbero bene a non ironizzare), ma a un certo punto sfida Biden a ripeterla, questa frase semplice semplice – e Biden non la riprende, così aprendo il fianco all’inevitabile stoccata: “Tu queste parole non le puoi neanche dire, se no perderesti l’appoggio dei radicali”. Questo è il guizzo che conta, e che resta.

“Legge e ordine”. Trump con la sua Bibbia fuori la chiesa di St. John a Washington, D.C.

Fra i molti libri di un ex-collega di Yale, Fredric Jameson, ancora modello dei critici post-/neo-/marxisti contemporanei, ce n’è uno che risale al 1981 e che ha un titolo significativo: L’inconscio politico. Inutile (soprattutto dopo tutti gli sparigli di Lacan) definire che cosa sia “l’inconscio”. Ma tutti noi sentiamo la presenza interiore di un’area che non è quella della più lucida ragione, ma nemmeno è qualcosa di indicibile, incomprensibile, irrilevante. Il linguaggio politico parla a questa regione intermedia, che influisce decisivamente sulla vita sociale; ed è per questo che i dibattiti appena iniziati continuano ad avere un senso.

Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Critica, politica, Prosa

NON SOLO PAROLE

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 11 agosto 2020. 

Non solo parole

Ci hanno detto da tempo che Le parole sono pietre (Carlo Levi, 1955) e che fra Le parole e le cose (Michel Foucault, 1966) corrono rapporti complessi e problematici. Allora, guardiamo al mondo in cui viviamo: cioè a parole-pietre e parole-cose in situazioni specifiche. Nel breve spazio di un paio di mesi (dai primi di giugno a questo inizio d’agosto) sembra che un vento tumultuoso abbia percorso le istituzioni universitarie, e insieme con esse l’intellighenzia pubblicistica e saggistica, americane. Le avevamo appena lasciate, queste istituzioni [PV, Attenzione a quei “Malcolm X” nascosti nella folla, IlSussidiario.net”, 3.06.2020], avvolte in un’atmosfera solenne, con discorsi improntati alla gravitas; ma adesso l’aria è cambiata: si comincia a usare un certo gergo, e sembra anche di sentire l’eco di pugni battuti sul tavolo. 

Per esempio, il rettore di una delle grandi università private nello Stato di New York — chiamiamola l’Università di *** come si scriveva nei romanzi ottocenteschi — apre una sua recente lettera-manifesto alla facoltà rivolgendosi ai “Blacks and Latinxs”. Perplessità, seguita da un rapido controllo lessicografico: Latinx (plurale Latinxs) è uno di quelli che si chiamano “neologismi di neutralità di genere”; insomma, parlando dei Latino-Americani si vuole evitare la discriminazione che consisterebbe nel marcare la desinenza maschile -o contro quella femminile -a; e allora, ci si infila una bella –x. Un capriccetto perditempo? No, questa mossa va presa sul serio (“tutte le cose sono di ugual grandezza e uguale importanza”, azzardava Oscar Wilde): perché, quando un anziano e potente professore adorna il suo discorso con questo tocco modaiolo, che peraltro sta già passando di moda, quello che emerge è il desiderio di rendersi gradito a una comunità percepita come imprevedibile e ribelle; dunque affiora, dietro le apparenze assertive, un’incrinatura nella leadership. Ma soprattutto, tale mossa va presa seriamente perché quando si comincia con il corrompere le parole (i puristi non avevano poi tutti i torti) si finisce con il corrompere le “cose”, cioè i rapporti fra gli esseri umani. 

Infatti, questa lettera continua con una promessa che suona un po’ come un proclama: d’ora innanzi l’Università di *** potenzierà, con grande dispiego di mezzi e di energie, gli studi sul razzismo. Si spera allora che uno studioso serio e non ancora paralizzato dal terrorismo ideologico dominante nelle università americane, cominci con l’esaminare la grande vaghezza di questo termine, che può coprire forme di comportamento molto diverse; e continui con lo studiare il rapporto problematico fra un atteggiamento ideologico e psicologico (il “razzismo”) e l’effettiva politica (economica e non) delle varie comunità esposte a esso, nell’ una direzione o nell’altra. Ci si augura infine che, nell’atmosfera attuale, questa impostazione problematica (se mai avrà luogo a procedere), tale che non confonda l’attivismo con l’analisi, non finisca con il mettere in pericolo i fondi di ricerca di quell’ipotetico studioso o studiosa. 

Sì, perché in Usa, intorno al nesso di linguaggio e potere, lottano due ideologie contrapposte, entrambe tendenzialmente totalitarie. E, come se questa complicazione non bastasse: mentre la struttura sociale che inquadra la prima (chiamiamola l’ideologia della “Legge e Ordine”, e dei vari altri elementi della tradizione) è abbastanza chiara, quella che incornicia la seconda (l’ideologia della ribellione, ravvivata dall’animosità verso il “bianco”) non lo è. Quest’ultima ideologia infatti ha il limite di essere un pensiero del “contra” piuttosto che un pensiero del “pro”. Inoltre questo pensiero rivoltoso non ha una base comunitaria ben definita: è trasversale. Ma questa trasversalità, sarà la sua forza o la sua debolezza? (Domanda tutt’altro che oziosa: l’esito delle incombenti elezioni dipenderà in buona parte dalla risposta). Queste frange trasversali, che hanno sviluppato un forte potere, sono: la frangia dei più o meno giovani ribelli nelle strade e nelle piazze; e, unita (fino a un certo punto) con loro, la frangia degli ipercritici e moralisti, più o meno di mezza età, che, dal tavolino o dalla cattedra, vorrebbero buttare a mare la maggior parte della loro stessa tradizione culturale. Ma per non farla troppo lunga, citiamo soltanto alcuni esempi di parole-pietre. 

Primo esempio, che ha a che fare con l’uso degli aggettivi: i quali (in inglese così come in italiano) hanno naturalmente l’iniziale minuscola. “Naturalmente”? Beh, non più. Oggi infatti si sta diffondendo l’abitudine di usare la maiuscola con l’aggettivo Black, contrapposto all’aggettivo white che invece non gode di questo onore. Un dettaglio puntiglioso? No, è qualcosa di più grave: perché questo è un cambiamento imposto all’ortografia, la quale fa parte dell’ideologia di una lingua. 

Gli ultimi esempi hanno a che fare con la poesia — e qui si potrebbe tirare un sospiro di sollievo: finalmente arrivano i poeti, a salvaguardare il linguaggio dell’armonia e dell’umano! Ma le cose non sono così semplici. Chi riceve ogni giorno una poesia proposta dall’Accademia Americana dei Poeti, che per buona parte è una macchina di propagazione della correttezza politica [PV, Il rancore attacca le statue, la paura si affida ai poeti, “Ilsussidiario.net”, 03.07.2020], ha già capito da tempo che l’Accademia permette la poesia socialmente critica soltanto se essa mira in una sola direzione. Un esempio è questo verso, che direi disumanizzante, in una poesia apparsa il 31 luglio: “Sta piovendo giù una cosa soltanto: poliziotti non-bianchi”; come dire: costoro, in quanto poliziotti, non sono veramente neri; sono soltanto “non-bianchi”.

Ma l’ultimo esempio, tratto dal commento di un altro autore alla sua stessa poesia pubblicata tre giorni prima nella stessa sede, è più serio e pensoso: “Il potere di una sola persona, il piccolo fuoco acceso da una mente singola, forse un poeta, potrebbe cambiare il volto di tutto il reame; specialmente un reame di carta, come l’America”. Certo, l’ultima frecciata, con il suo maoismo in ritardo (l’America è un impero, ed è tutt’altro che cartaceo), manca nettamente il bersaglio. Ma il richiamo all’individuo e al “poeta” preso in senso lato, cioè, al di là della tecnica letteraria, all’individuo creatore in ogni campo (secondo l’etimo greco antico), esprime bene la speranza che ci resta. Guardiamo dunque agli sparsi focherelli accesi dagli individui pensanti, nella notte partitico-ideologica, per acquistare una visione più equilibrata di questo periodo di tensioni sociali. In questo paesaggio, le statue mutilate hanno già fatto sentire le parole silenziose delle pietre (c’è anche quel tipo di parola); inoltre, non tutte le pietre di parole che oggi vengono raccattate da terra mirano a distruggere: ci sono anche quelle che servono a costruire.

                         Paolo Valesio

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized