Archivi del mese: giugno 2020

Il Testimone e l’Idiota

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Il Testimone e l’Idiota

Poema per un dialogo

  

I testi che seguono sono tratti da un manoscritto in corso d’opera. Il poema è un dialogo indiretto che, a questo stadio della scrittura, si svolge tra due protagonisti maschili e un’invisibile Voce.

I personaggi mi sono apparsi lentamente, emergendo da una sorta di nebbia. E da quella nebbia sono venuti fuori così incerti e così timidamente, che all’inizio sono stati garbatamente respinti; ma hanno insistito, con parole sempre più chiaramente udibili e con caratteristiche sempre più riconoscibili, fino a rendere abituale e in effetti indispensabile la loro presenza.

 

I personaggi:

La Voce (emana di solito dal soffitto, o dal pavimento o dalle pareti laterali di diverse stanze)

Il Testimone (fra i 35 e i 40 anni: italiano, piuttosto austero e intenso)

L’Idiota (sui 35 anni: italiano, alquanto indifeso e poroso; portato a esaltarsi in modo che potrebbe apparire ingenuo)

 

* * *

 

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I Can’t Believe It (Dream Poem)

 

L’Idiota ha incontrato san Francesco
ai giardinetti di piazza Cavour:
stava seduto sopra una panchina
nello stile turistico della Piazza San Marco
con le braccia coperte di piccioni.
L’Idiota si è accostato mettendosi la maschera
di un viso rispettoso
(in realtà non sopporta i piccioni e sta dalla parte dei falchetti).

Francesco gli sorride e poi gli fa:
“Non hai idea di come siano stupidi”.
Poi vedendo la bolla interrogante (‘Allora perché?’)
formarsi sulle labbra dell’Idiota, gli dice:
“La carità ha valore soprattutto
quando è un pochino idiota – altrimenti
rischia di essere nice”.

Nice?!’,
pensa tra sé l’Idiota allontanandosi,
‘ha proprio detto nice? Non posso crederci’.

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New Worlds Are Always Opening Up

When We Are Least Expecting Them

 

Dice bene l’amico americano (o l’amica – non c’è firma)
che invia una cartolina da Miami (che l’Idiota non ha mai visitato)
dove c’è solamente questa frase:
“Nuovi mondi stanno sempre aprendo quando non loro ci aspettiamo”
Lo dice proprio bene, pensa l’Idiota mentre lo rilegge.
Perché questo aforisma roseo e modesto,
e un poco rammollito dal senso comune,
che l’amico fantasma (o l’amica che resterà per sempre
misteriosa) deve aver spinto dalla propria lingua
dentro l’italiano di un traduttore automatico,
quando esce così rimescolato
e discombobulato,
ha già grazie a questo acquistato
una scintilla elettrica di originalità:
così l’Idiota legge la sua materna lingua italiana
riscoperta in forma un poco strana –
come un corpo tutt’altro che materno
che si riveli improvvido e improvviso
nel fru-fru delle vesti arrovesciate e nell’imminente
incresparsi delle lenzuola.

 

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L’esercito infinito degli estranei

 

La grande solitudine in cui vive
trasforma il Testimone in fantasma.
Una volta lui era un fantasma cattivo:
non verso gli altri ma verso di sé –
un captivus della sua ombra e colore oscuro;
la faccia della sua melancolia era una taciturna amaritudine.
Ma adesso il Testimone sta mutandosi
in quasi-buono fantasma: melancolia placata
e sfociata
in elegia di vita.
Di fronte all’infinito esercito di estranei
che sciama lungo le avenues
il Testimone è ormai libero da timore
e da (con punta d’invidia) disagio.
Semplicemente, è curioso:
con un sorriso lieve e la fronte spianata, camminando o seduto su una panca.
Venerabili padri hanno detto:
Curiositas è peccato. Ma lui la sente
come porta del bello e timido primo gradino alla caritas. 

Bologna (verso New York)

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Ricordi 1

 

L’Idiota sorride ai ricordi:
un largo, con denti danneggiati,
sorriso accoglitore e semi-felice
per il semplice fatto crudo e nudo che sono esistiti e che lui
è ancora lì a camminarli.
Gli appaiono, a tratti e balenii,
come i surrogati
della Resurrezione.

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Ricordi 2

 

Il Testimone, quando un ricordo lo colpisce diretto, geme
(breve lamento, e subito
si volta in giro per verificare che non l’abbiano udito):
è il fisico dolore,
quello dello stomaco;
per l’occasione perduta, l’instante non pienamente vissuto
dunque offeso, sacrificato
nel suo potere di essere
(ma il gemito è forse riscattato come seme di pentimento).

Treno New Haven-New York

 

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All’erta, Testimone

 

Sente a volte fulminee
incursioni di grazia
e ne gioisce a mente, o a mezza voce.
Ma sempre deve stare cauto, sobrio:
può essere che in quello stesso istante
il Nemico si sia già insinuato
nella rocca dell’anima.

 

Ottava del riguardo

 

Il Testimone attesta anche gli sguardi –
egli li squadra e sguarda: i pesanti (come il suo),
ma anche i leggeri.
Quelli che gravano di lato
mal-velando di palpebra un passato
dissoluto con il suo corteo assassino.
E gli altri – gli altri, i lievi
di fronte ai quali egli abbassa gli occhi.

 

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Q&A

(Domande e risposte)

 

È più grande del nostro cuore
(Gv, 3, 20)

L’Idiota pone spesso
la questione a sé stesso:
Come può essere, il cuore,
colmo gonfio – e spezzato al tempo stesso?
La risposta preliminare
lo porta solamente al limitare
della risposta piena di cui ancora ha sete.
Ma intanto egli ripete tra sé e sé,
cantilenando, una pre-risposta
che racchiude un punto di domanda
e il cui centro è il desiderio:

“Il desiderio è un’onda – il mare sotto che rigonfia i laghi –
ma è anche una spada che squarcia.
La spada del desiderio taglia l’onda del desiderio
l’onda travolge la spada
e nel gioco alla morra della vita
il cuore può contraddirsi ma il desiderio no.

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Quasi

 

Il Testimone mormora a se stesso
(come fa quasi ogni mattina):
“Ti amo …
non abbastanza”, e pensa a sbalzi
nel cammino-capriccio della vita:
Quanti morti ci vogliono
per fare un vivo?
Quanti vivi ci vogliono
per fare un credente?

 

 

Fatica

 

Nella gioia il Testimone non riesce –
e neppure nella sofferenza –
a trovare l’amore per il prossimo;
ma nella fatica soltanto,
quando scorge nel volto accanto a lui
le piccole tracce
del logorìo:
allora sente un piccolo ma vero
riscaldamento di cuore.

Manhattan, fermata della Cinquantanovesima

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Sonetto caudato del voler-bene

 

Mt, 22-37

“Ti voglio bene” mormora
il Testimone ogni tanto
“come un pezzo del mio cuore, un pezzo
della mia mente
e più della metà della mia anima”.

Non è lo stesso che amare
ma è meglio del deserto.
Dove lo trova lui l’amore,
nelle strade e le stanze
della sua vita?
È soltanto il ricordo di un’iperbole
che è poi sfociata
nell’auto-convinzione di una maschera?

Forse è così; ma in certe esaltazioni
si lascia andare e sente qualche cosa
che è prossima a lui e congeniale
come e più della vena giugulare.

 

 

Voceluce

 

Voce
        (che si presenta come luce direttamente, senza l’intermedio di pareti o soffitto o pavimento):

Attento, Testimone:
quando tu adesso senti
come questi luminosi
giorni di giugno nella città cupa
siano i primi della primavera
che negli scorsi mesi si è assentata –
quando tu scorgi questo
confine spostato
potresti già aver visto
la tua frontiera ultima
che ti viene incontro.

Testimone
           (tace).

 

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Uomo concavo

 

Per T. S. Eliot

Voce

We are the hollow men
We are the stuffed men…

Testimone

Oh, uffa, quanta degnazione in questa immagine sprezzante!
Vuoto è una parola trasparente
che ha un affaccio sul nulla quotidiano
ma ci sono tante creature concave
che ascoltano che si raccolgono e accolgono
che servono a qualcosa.
Si è ricchi solo delle cose altrui.

Voce

Dunque,
siamo tutti ladri.

Tombolo di Giannella
(Orbetello)

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Gli ereditieri

 

Mt 5, 4

Voce

I miti erediteranno la terra

 

Testimone

La mitezza è una mietitudine:
quando tutte le messi del mondo
verranno recise blandamente e biondamente
e la terra sarà tranquillizzata e i miti
(che sono tutt’altro che mitici)
la copriranno di un sottile manto;
allora il mondo giungerà al suo termine
senza bang e senza whimper
ma con la non-apocalittica
naturalezza del riposo.

 

Paolo Valesio

 

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Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

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Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

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Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

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Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

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Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

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Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

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NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

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