Archivi categoria: Prosa

ULTIMI GIORNI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 22.01. 2020 con il titolo redazionale ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA/ Cosa sta cambiando in una ex Germania Est in crisi
 
depositphotos_22028619-stock-photo-grunge-flag-of-the-german

Bandiera della Repubblica Democratica Tedesca

ULTIMI GIORNI

Emilia-Romagna (nome composto che già evoca l’ombra di un contrasto). L’aria che si respira in questi ultimi giorni pre-elettorali, sotto la superficie delle risse e dei gossip mediatici, o delle raffiche di statistiche incomprensibili, ha qualcosa di tragico. Dicono: Esagerato! Risposta: No, non è un’esagerazione, e per spiegarne il perché basti dire che, comunque vadano le elezioni, si tratta della fine di questa tranquilla e bonacciona “Repubblica Democratica Tedesca”, dunque della fine di un’epoca. Dicono: Esagerazione doppia, e quasi una bestemmia! Come si può osar di paragonare quel regime schiacciasassi e schiaccia-anime con una regione prospera, civile e democratica?! Risposta: il linguaggio è una forma di conoscenza che va al di là delle singole parole. L’espressione è iperbolica, sissignore; e si può anche ammettere che l’analogia sia un po’ forzata. Ma tutte le analogie sono leggermente forzate, senza che per questo perdano nulla della loro energia conoscitiva. Perché le iperboli, le analogie, le metafore ecc. sono gli strumenti degli scrittori. I quali dovrebbero – il tempo è più che venuto – andare al contrattacco verso l’atmosfera di compatimento se non di disprezzo che circonda gli intellettuali (rimasti quasi completamente invisibili durante questa campagna elettorale).

La verità è che i poeti e simili persone sono, fra altre cose, interpreti indispensabili della politica, proprio con quei loro strumenti delle iperboli analogie metafore e via dicendo; perché anche questi sono mezzi d’indagine della realtà sociale. Dunque torniamo per un momento, senza chiedere scusa, al paragone con la DDR. Tutti sanno che, a Berlino, la differenza fra la ex-zona Est e la ex-zona Ovest è ancora palpabile, in tanti dettagli. Ma forse non tutti sanno (almeno, alcuni di noi lo ignoravano) che ci sono ancora a Berlino alcuni anziani signori e signore i quali continuano a trascorrere tutta la loro esistenza nella zona Est senza mai sentire il bisogno di recarsi nella zona Ovest. Saranno pochissimi, certamente: ma è lecito chiedersi che significhi questo tipo di esistenza auto-confinata; che cosa significhino le vite per le quali, in un certo senso, il Muro non è mai caduto.

GettyImages-174183614-5b296c32eb97de0037b0c3d4

Bologna, la rossa

Allora, ecco l’analogia (“forzata” solo nel senso che fa forza contro la barriera dei luoghi comuni): c’è chi ha trascorso tutta la vita, e si prepara a concluderla, in una città come Bologna (qui rappresentativa di tutta la regione) la quale da 70 anni, a parte la parentesi 1999-2004 – eccezione che ha confermato la regola – vive sotto lo stesso regime politico. Dicono, con la tipica (?) bonarietà bolognese: E con ciò? Bologna, con l’Emilia, la Romagna e altre regioni ha vissuto pacificamente, e dottamente, per secoli (con alcuni incidenti di percorso), sotto lo Stato Pontificio. Vero: e infatti, questa atmosfera da stato pontificio si è trasmessa tranquillamente – saltando al di là del fascismo e dello stato unitario, e ignorando le baruffe (anti)clericali – al regime (post/para)comunista dell’ultimo settantennio. Dicono (e cominciano a scaldarsi): Embè? Che ci vedi di male tu, scrittorello-untorello? E lo scrittore timidamente risponde: Nulla di male, per carità; ma qualcosa di un po’ bruttino, qualcosa che respira un’aurea mediocritas, questo sì che lo sento.

Dicono: Guarda, se volevi parlare di estetica potevi dirlo subito, così ce ne andavamo a dormire. Risposta: Un momento, un momento. Chi ha detto che l’estetica sia cosa soltanto per artisti e professori? L’estetica (la bellezza) è una dimensione fondamentale della vita; è uno degli elementi che distinguono, in quello che ci circonda, l’aria buona da quella cattiva; fa parte insomma (per usare un termine alla moda) della nostra ecologia di cittadini. E qui, in questa Regione che è l’ultima inter pares (prima fra le regioni del Centro, ultima fra le regioni del Nord), è da un bel po’ che si respira un’aria alquanto viziata; ed è venuta l’ora di arieggiare gli ambienti. Intere esistenze passate sotto lo stesso regime politico hanno un effetto negativo sulla qualità di vita: la qualità dei cittadini così come la qualità dei governanti.

1GiCpx

l’Emilia-Romagna, orizzonte di possibilità

Allora, qual è la “tragedia”? E’ che ormai l’hanno capito tutti, che un cambiamento (altro che continuità!) sarà inevitabile. Una parte di loro è triste per un passato che non tornerà più; e tutti, poi, da qualunque parte stiano, sono comprensibilmente preoccupati se non spaventati, come accade di fronte a qualunque grande mutamento. Perché una cosa è certa: che l’estetica della vita (cioè il ritmo, lo stile, il sapore della vita) qui cambierà. Se vincono (di misura) i rappresentanti del regime, si troveranno ad amministrare una regione ribollente di scontento, dove tanti hanno finalmente scoperto la possibilità di dire: No. Se vincono (com’è probabile) gli altri, dovranno lavorare dentro quello che in larga parte sarà un paesaggio punteggiato da trabocchetti e pozzi avvelenati. Che Sant’Apollinare, patrono dell’Emilia-Romagna, protegga la sua Regione.

          Paolo Valesio

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, News, politica, Prosa, Uncategorized

LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 24.12. 2019 con il titolo redazionale (ben diverso dal mio titolo originario) Si può uccidere due volte una studentessa (bianca) in un campus Usa?

maxresdefault

LA RAGAZZA DAI CAPELLI VERDI

Tutti gli appartenenti alla comunità columbiana, anche se si trovano all’estero, ricevono per posta elettronica dall’ufficio sicurezza del campus una breve comunicazione con tanto di fotografia dalla telecamera, quando essa è disponibile, ogni volta che un crimine è commesso nel campus o nei suoi immediati dintorni; e non solo quando esso coinvolga i membri della comunità, ma anche quando colpisca i vicini di Columbia. La muta eloquenza dell’immagine (“Chi l’ha visto?”) risparmia l’imbarazzo di indicare in parole chiare il genere e l’etnia del sospettato. Che nel 98 per cento dei casi è un uomo, e nel cento per cento dei casi ha la pelle di quel colore che non si menziona: per non “prestarsi alle strumentalizzazioni”, per non “incoraggiare le speculazioni politiche” —  insomma per vivere “correttamente” le scaramucce esistenziali che sono parte della vita quotidiana a Manhattan e non solo.

morningside-park-1

La scena del delitto

Ma il messaggio ricevuto alcuni giorni or sono, e che ha come bucato lo schermo, è stato e resterà se Dio vuole eccezionale: una matricola diciottenne di Barnard (il college prevalentemente femminile che è parte integrante di Columbia) è stata pugnalata a morte durante un tentativo di rapina nel parco che si trova sul lato orientale del campus.  Ora, la “buona notizia” (se si può usare questa espressione per un tale orrore) non è stata tanto la ovviamente rapida reazione della polizia quanto il comportamento sensibile e attento dei dirigenti di Columbia: lettere aperte del rettore e di altre autorità, subito dopo la notizia, alla famiglia della ragazza e a tutta la comunità, disponibilità immediata di psichiatri e assistenti sociali per parlare agli studenti sconvolti; e si è ribadita più volte l’informazione, peraltro già ampiamente nota agli studenti, che è disponibile ogni giorno un servizio di navetta e di scorta perché essi raggiungano in sicurezza i loro domicili dopo le lezioni. Efficienza, dunque, e trasparenza. Ma a questo punto le buone notizie finiscono, e cominciano le questioni scomode.

Todd04242018218157-740x492

Perché c’è bisogno di scorte, intorno a Columbia? E, che significano i due aggettivi mancanti: dopo il nome della studentessa e dopo il nome del sospettato? Si tratta di due calcolate lacune, opposte e complementari: se non si specifica nulla dopo il nome della ragazza, vuol dire che era bianca; e se del sospetto si dice soltanto “di sesso maschile”, vuol dire che non lo era, bianco. Ecco che comincia il gioco dell’eufemismo e della diplomazia, ecco che la trasparenza si appanna. Non è che questi silenzi siano privi di giustificazioni: ma bisogna essere chiari su di essi, se si vuole veramente capire la situazione, al di là delle opposte retoriche di propaganda.

ParkPics1

Una delle discese da Morningside Heights, quartiere universitario, per il parco

“Questo episodio demonizzerà l’immagine del parco”, dice una studentessa ai giornalisti che sono corsi al campus e che chiedono alle ragazze di Barnard impressioni a caldo. Verrebbe voglia di ribattere, un po’ cinicamente, che Morningside Park non aveva bisogno di questo episodio, per essere “demonizzato”: un tacito accordo generale insegnava ad evitarlo, specialmente verso il tramonto. Ma, appunto, questa percezione non poteva essere espressa direttamente, in omaggio all’ideologia. E forse la giovane vittima dagli interessi artistici che già eseguiva piccoli concerti e che doveva essersi subito (come non capirla?) innamorata di Manhattan, non sapeva o non si era curata di sapere che poteva essere pericoloso, attraversare da sola un parco cittadino al bordo della sua università intorno alle cinque del pomeriggio. D’altra parte, la sua collega appena citata sulla “demonizzazione”, stava offrendo una bella e concreta testimonianza: faceva parte di un gruppo di volontari che aveva dato una ripulita a certe zone del parco, e insomma intendeva cambiarne la reputazione.

Morningside_Park_stairs_to_Carl_Schurz_Monument

Simili sforzi non sono idealistici bensì realistici. Come il realismo di san Paolo quando (nella Prima Lettera ai Corinzi) esorta i fratelli: “aspettatevi gli uni gli altri”; che sembra un modo di dire: rispettate i diversi ritmi di sviluppo e crescita di persone differenti. Ma come è possibile ciò, senza una chiara critica interna a entrambele comunità in questione? Altrimenti la costante ostilità sotterranea (mascherata dagli eufemismi) fra le due popolazioni che convivono nelle stesse città,   l’ostilità che vibra ai margini dei luoghi della ricchezza e al tempo stesso della cultura dell’umano (a Columbia come a Yale come all’università di Chicago ecc.), finirà con l’avvelenare le acque di tutti i pozzi.

NY-PARK-KILLING-11-1576542045

Pare che l’assassino e i suoi complici avessero soltanto cinque o sei anni in meno che l’assassinata; la quale dev’essere stata circondata da quello che a volte il gergo della stampa chiama “un branco”. Ma qui come in tutti gli altri casi non c’è nessun “branco”, qui non ci sono “animali” (come si borbotta qualche volta negli angoli bui): ci sono esseri umani, giovani o giovanissimi che siano, ai quali dev’essere riconosciuta anche la dignità dei loro terribili errori. “Indicibile” (unspeakable) è il termine che ricorre nelle lettere addolorate delle autorità accademiche. L’unica reazione possibile di fronte a certi eventi sembrerebbe dunque essere quella più brutalmente corporea: “La mia compagna di camera sta vomitando in bagno”, dice senza fronzoli una delle intervistate alla quale era stato chiesto quanto la comunità fosse sconvolta dall’accaduto.

113barnard-image1-articleLarge

Unspeakable … A volte, di fronte a certi orrori, si sente una stanchezza delle parole: che poi implica un’aridità, un’incapacità di commuoversi di fronte alla ripetizione della violenza da entrambe le parti. L’unica soluzione forse, per ritrovare un linguaggio che dica le cose, è concentrarsi per qualche attimo sui dettagli apparentemente “gratuiti” e marginali. Complimenti allora ai due cronisti del New York Times (Ed Shanahan e Matthew Sedacca) che, avendo colto al volo una frase apparentemente inane di una ragazza, non l’hanno censurata intellettualisticamente ma l’hanno citata: “Aveva i capelli verdi, e l’altro giorno in caffetteria le ho detto che i suoi capelli mi piacevano”. Resta l’immagine di un colore un po’ punk (come si sarebbe detto una volta), ma dolce: un colore del divertimento e dell’avidità della vita (e che importa che, se la ragazza avesse avuto il dono di vivere, l’avrebbe probabilmente cambiato dopo pochi mesi?). A volte, basta un dettaglio così per liberare quello che, nelle parole di Giorgio Caproni, si potrebbe chiamare “il seme del piangere”.

Paolo Valesio

121619_barnard_day3_web

1 Commento

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

Riporto qui il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 19 novembre 2019 che ha mantenuto il titolo originario.

bf61e920-1c5e-4d51-93a7-7a54def0b08b-GettyImages-50435637

 

LA TRISTEZZA DI FALSTAFF

La scena si svolge una decina d’anni or sono nella saletta dove si riunisce, in modo naturalmente riservatissimo, la commissione di concorso per una nomina a cattedra di ruolo in un dipartimento umanistico presso una grande università dell’area newyorchese. Tutti i membri hanno letto le pubblicazioni dei pochi candidati arrivati alla selezione finale, e hanno ascoltato le conferenze che ognuno di loro ha in giorni successivi tenuto di fronte ai professori e ai dottorandi; le impressioni dei quali (piccola nota comparativa rispetto alle università italiane), anche se non hanno una valenza ufficiale, sono già state ascoltate con attenzione. Si sta dibattendo il caso di uno dei migliori candidati, sul quale però le opinioni sono divise; e a un certo punto uno dei più autorevoli membri della commissione, non particolarmente favorevole a quel candidato, osserva con un sorriso lievemente ironico: “Beh, lui cita ancora Harold Bloom…”. (A proposito: il docente in questione non ottenne quella cattedra, ma adesso insegna serenamente e produttivamente in un’università del Sud negli Stati Uniti.)

picture1-1557238582

In conversazione con il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida

Sorgono allora spontanee un paio di domande: Come mai Harold Bloom (1930-2019), una delle star della critica letteraria internazionale, poteva, ancora vivo e attivo, essere diventato poco “citazionale” (come dicono i francesi) negli ambienti intellettuali più schizzinosi? E correlativamente: Come mai per questo grande personaggio, scomparso alla metà del mese scorso, il problema non è quello espresso dall’abituale linguaggio giornalistico: “E’ troppo presto per” (fare un bilancio della sua attività, esprimere un equilibrato giudizio critico, ecc.) bensì quasi l’opposto, cioè: Meglio affrettarsi a spiegarne l’importanza, prima che la sua opera venga dimenticata? Per comprendere come stia accadendo ciò, bisogna avere un’idea dell’atmosfera in cui vive la cultura statunitense, con la sua peculiare mescolanza di studiosità universitaria e mode mediatiche.

The Good and Evil Angels 1795-?c. 1805 by William Blake 1757-1827

La creazione di un grande studioso e critico

Harold Bloom ha cominciato la sua carriera di brillante giovane professore come autore di studi sui Romantici inglesi e su William Blake. Ma negli anni seguenti, mentre restava saldamente ancorato, proprio fino ai giorni della morte, alla sua istituzione universitaria (l’Università di Yale a New Haven, nello stato del Connecticut), Bloom compiva una svolta intellettuale tanto importante quanto difficile da definire. Da un lato sviluppava un eloquente stile discorsivo, saggistico e aforistico, nella grande tradizione della critica inglese rappresentata soprattutto dal suo eroe settecentesco Samuel Johnson (1709-1784) e dall’altro suo eroe tardo-ottocentesco Oscar Wilde (1854-1900), e già questa combinazione di modelli critici così diversi rivela la grande versatilità e raffinatezza del suo ingegno; dall’altro lato svolgeva un revisionismo, insieme estetico e teologico, della tradizione giudaico-cristiana (inventandosi una sua categoria di “giudaismo non-normativo”), che faceva leva su studi esoterici: soprattutto ma non solo la Kabbalah (nell’ultima visita che ebbi il privilegio di fargli durante la primavera scorsa vidi un Bloom stanco ed emaciato, che però stava preparando quelle che sarebbero state le sue ultime lezioni, e che aveva ancora l’eroica energia di guidare la sua assistente verso i titoli delle opere di Gioacchino da Fiore). Ma in fondo questa tendenza allo studio della letteratura come mito e mistero affiorava già nelle sue prime opere: il libro su Shelley parlava del suo mythmaking (“far mito”), l’opera sui Romantici era intitolata a una Compagnia visionaria, il libro su Blake si concentrava sulla Apocalisse creata da questo poeta.

The_number_of_the_beast_is_666_Philadelphia,_Rosenbach_Museum_and_Library

Il numero della bestia: L’apocalisse di Blake

Questa eccezionale combinazione di bellezza di stile, erudizione e varietà ermeneutica resta la cifra non riproducibile della grandezza di Bloom, e spiega anche perché sia difficile se non impossibile parlare di una sua scuola. Le opere che segnano le tappe del suo originale metodo critico, e che sono in generale libri piuttosto brevi e molto intensi, si snodano nel ventennio fra i primi anni Settanta (L’angoscia dell’influenza; Una mappa della dislettura) e gli anni Ottanta fino alle soglie dei Novanta (Agone. Verso una teoria del revisionismo; I vasi infranti). E questa per così dire sinfonia critica aveva come accompagnamento il basso continuo delle sue analisi dei drammi di Shakespeare, che Bloom ha esaltato come il creatore della coscienza dell’uomo moderno.

harold-bloom-1994_icajdm

Ma poi Bloom ha avuto una fortuna che si è tradotta al tempo stesso (come purtroppo accade quasi sempre in questi casi) in un fatale salto di qualità. E’ diventato cioè quello che in USA si chiama un public intellectual: insomma un famoso opinionista (ruolo che peraltro egli ha gustato e svolto con brio fino all’ultimo), dopo che invece era stato un maestro di pensiero. Ma anche come opinionista, Bloom (a conferma della sua straordinaria agilità mentale), ha coltivato un doppio registro, non limitandosi alle interviste giornalistiche irte di frecciate contro le correnti critiche alla moda e i mostri sacri della scrittura letteraria contemporanea, dove affioravano a volte anche le sue personali (e quale intellettuale non ce le ha?) angosce o almeno ansie dell’influenza — come la sotterranea emulazione rispetto al grande teorico della letteratura di una generazione precedente, il critico e pastore evangelico Northrop Frye studioso fra l’altro di Blake; o come il senso di competitività verso colui che fu per un paio d’ anni (anni di cui si parlò a lungo) suo collega a Yale: il decostruttivo, filosofico, e spettacolarmente “francese” Jacques Derrida. Ma, a proposito di doppio registro, Bloom ha anche coltivato un’inesauribile attività di tipo pedagogico: edizioni di drammi shakespeariani, curatele di raccolte di saggi scritti da altri critici sui più svariati autori, antologie.

25_3-td

Il sorriso di Falstaff

L’opera forse più nota di Bloom è (ironie della storia letteraria), un libro monumentale ma debole: Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età. (Fra parentesi: le traduzioni italiane di Bloom rendono spesso opaca la grande eleganza della sua scrittura; la bizzarra resa italiana di quel sottotitolo, “I libri e le scuole delle età”, che fa pensare a libri di testo per ragazzi, si riferisce in realtà a “I libri e le scuole di pensiero che sopravvivono attraverso i tempi”.) Ecco: questo diluviare di opere mediatiche aiuta a spiegare (ma non a giustificare) lo snobismo dei critici di nuova generazione cui si riferiva l’aneddoto iniziale. In fondo c’è una rassomiglianza conturbante (uncanny: uno degli aggettivi preferiti da Bloom, sulle orme di Freud) fra la parabola di Bloom e quella del suo personaggio shakespeariano preferito (e qui il critico ironizzava allegramente sulla propria corpulenza negli anni migliori), Sir John Falstaff. Falstaff è il battutista ricco di ingegno e finezza che si muove confidenzialmente alla corte del futuro re d’Inghilterra solo per essere brutalmente rinnegato da quest’ultimo, quand’egli ascende al trono col nome di Enrico Quinto. Non potrò più rileggere gli straordinari e commoventi dettagli dell’agonia di Falstaff così come Shakespeare ce la presenta in Henry V: “sorrideva alle estremità delle sue stesse dita […] il suo naso era appuntito come una penna”, senza pensare al viso affilato del mio mentore e amico, in quella mattina di aprile a New Haven.

Paolo Valesio

1banner

2 commenti

Archiviato in Critica, Prosa, Uncategorized

NON È SOLTANTO UN FILM

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 5 ottobre 2019 col titolo “Bergman, la solitudine della fede non è solo un film”.
bergman_2011_a_l

Ingmar Bergman sul set negli anni 60

 

NON E’ SOLTANTO UN FILM

Come si può conciliare il Novecento in quanto “secolo breve” con l’esistenza al suo interno dei “lunghi anni Sessanta” (per usare i titoli di due libri, uno dei quali notissimo)? Un modo di trovare un certo equilibrio in risposta a questa domanda è adottare un metaforico fermo-immagine (dopo tutto, si sta per parlare di un film) quando si rivolga uno sguardo attento all’una o all’altra opera della cultura novecentesca — e mi spiego subito. Recentemente un centro studi bolognese ha inaugurato la sua nuova stagione con una prosecuzione dell’omaggio anniversario al grande regista Ingmar Bergman (1918-2007), sul quale è apparsa l’anno scorso una monografia critica; in connessione con questa pubblicazione è stata proiettata la versione integrale di un film molto significativo del regista svedese, seppure non tra i suoi più noti (e anche una riproposta come questa rientra tra le funzioni di un centro studi). Si tratta di Luci d’inverno, del 1963; e la proiezione è stata seguita da un colloquio con Roberto Chiesi autore del libro citato, e due studiosi appartenenti ad ambiti intellettuali diversi.

s-l400

Il film è stato discusso in quanto testo autonomo (“ontologicamente”, come ha detto il filosofo Raffaele Milani), al di fuori di considerazioni storiografiche e cronologiche (ecco il “fermo-immagine” di cui si parlava). E’ la storia di poche ore in una domenica invernale dentro e intorno a due chiesette (la prima, dove si svolge la maggior parte dell’azione, è di origine medievale) all’incrocio fra due villaggi immersi nella campagna svedese. Il pastore Tomas, da anni vedovo sconsolato, sente che sta perdendo la fede ma celebra nella piccola chiesa medievale la prima messa; durante la quale anche la maestra Märta, atea e innamorata di lui, partecipa alla Comunione. Dopo la funzione, Tomas respinge seccamente la tenerezza di Märta, che gli offre una vita rinnovata; ma poi sembra cambiare atteggiamento, e le chiede di accompagnarlo alla seconda messa del giorno nell’altro villaggio. Messa che egli celebra in una chiesa deserta di fedeli — a eccezione di Märta, la quale si inginocchia sul pavimento con una mossa di forte devozione, mentre Tomas scandisce con voce alta e decisa le parole della liturgia. Su questa immagine il film, apparentemente così povero di eventi, si conclude.

luci-d-inverno-1963-Ingmar-Bergman-recensione-932x460

Ma lo sfondo culturale di questo scarno film è profondo. In un colloquio con un parrocchiano Tomas aveva precedentemente rivelato la profondità del suo scetticismo: “Ammettiamo che Dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo. La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento del corpo e dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura: tutto diventa chiaro, trasparente. L’incomprensibile sofferenza non ha bisogno di spiegazione. Non c’è nessun creatore, nessun reggitore del mondo, nessun pensiero vertiginoso ed immenso”. (Questo era il testo originale della battuta, un po’ tagliuzzata per conformismo nell’edizione italiana del film.) Sono parole quasi identiche a quelle pronunziate da Ivan Karamazov in una famosa scena del grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Di fronte a tutto ciò, ogni spettatore trarrà le proprie conclusioni: quella “oggettiva” (sul senso del film) e quella “soggettiva”, sul senso della propria vita. (Tale è il doppio effetto di un film autentico come questo; mentre la maggior parte delle pellicole, soprattutto quelle hollywoodiane, non ci si provano nemmeno, a raggiungere così intimamente lo spettatore.)

Luci_d'inverno

Ma in realtà la speranza e la dimensione del trascendente non sono assenti, sotto i discorsi della disperazione; e ciò appare sia all’inizio sia alla fine dello spettacolo. Verso la fine, mentre Tomas si prepara alla sua celebrazione nella seconda chiesa, quella dove solo Märta lo ascolta (ma si può ricordare che il grande scrittore spirituale americano Ralph Waldo Emerson amava pregare nelle chiese deserte), il suo sagrestano gli esprime con umili parole quella che egli presenta come una sua idea, sopravvenutagli in notti insonni: che cioè la maggiore sofferenza di Cristo, al di là della Passione, sia stata l’atmosfera di radicale incomprensione nella quale Egli è vissuto. In realtà, dietro le poche ed esitanti parole dell’uomo del villaggio, che comunque esprime così, indirettamente, la sua comprensione della situazione in cui Tomas si trova, emerge l’eco (ovviamente calcolata da Bergman) di quella che, in un certo periodo del pensiero novecentesco, era nota come “teologia della solitudine” — dunque, non una forma di disperazione o nichilismo, bensì la descrizione di un percorso spirituale.

cover1000

Ma, al di là di ogni teologhema o filosofema, quella che resta più impressa è la straordinaria scena iniziale: nella chiesetta antica la mezza dozzina dei partecipanti alla messa si avvicina alla balaustra intorno all’altare, si inginocchia e riceve la comunione dalle mani dell’officiante. La macchina da presa si concentra a turno sui visi, duramente segnati dalla vita, dei singoli comunicanti, poi sul volto e sulle mani di Tomas: a ogni passaggio (per una mezza dozzina di volte) vediamo l’assunzione dell’ostia e del vino dal calice; a ogni passaggio (due volte per ogni comunicando) si odono, esattamente scandite e ripetute, le parole del rito sacro. Così si comprende il titolo forte ed originale (esteticizzato con queste Luci d’inverno nella versione inglese e poi in quella italiana), che è una parola danese composta il cui significato essenzialmente è: I comunicanti. Non ricordo una rappresentazione filmica così intensa di quella ripetitività che è l’essenza del rito cristiano come affermazione di fiducia: sinonimo, più semplice e concreto, della parola “fede”.

Paolo Valesio

[Dalla proiezione del film di Bergman, organizzata dal Centro Studi Sara Valesio (CSSV) in collaborazione con la Cineteca di Bologna — in colloquio con Chiesi, Milani e Valesio — nella Sala della Cultura di Palazzo Pepoli a Bologna, il 26 settembre 2019]

tumblr_n43jj5wu4x1rovfcgo3_1280

 

 

1 Commento

Archiviato in Critica, Prosa

IL MAGGIOR REGALO DELLA SINISTRA ALLA DESTRA SI CHIAMA ANTIFASCISMO 

Ospito qui un breve saggio, di interesse attuale, dello storico Danilo Breschi.
mg_7559-danilo2

Lo storico Danilo Breschi

IL MAGGIOR REGALO DELLA SINISTRA ALLA DESTRA SI CHIAMA ANTIFASCISMO

Se non vuoi capire praticamente nulla dei problemi delle società occidentali contemporanee, tira in ballo il fascismo. Se poi vuoi addirittura che l’alternativa alla sinistra italiana cresca elettoralmente, dalle del fascista. Perché? Perché la maggioranza degli italiani è fascista? No, perché dal secondo dopoguerra tale maggioranza è stata variamente ma decisamente anticomunista. Chi ha egemonizzato la sinistra del dopoguerra in Italia? Il Partito comunista, il quale si è affermato come la massima espressione dell’antifascismo. Ebbene, qual è, nella vulgata storica, la massima espressione di anticomunismo? Il fascismo.

40807511_303

Se tu, da sinistra, attribuisci oggi l’etichetta fascista ad un movimento politico democratico avversario della sinistra, vuol dire che gli riconosci rigore e nettezza nel suo essere avversario. Gli stai riconoscendo che è davvero alternativo alla sinistra, non che è lesivo dei diritti fondamentali di libertà. A questo la maggioranza degli italiani non crede, e, nel caso fosse, non l’accetterebbe, a dispetto di quanto si sente solitamente dire. Piuttosto ad un tentativo autoritario il Paese si spaccherebbe in due o più parti. Dando del fascista stai solo dicendo: quel partito, quel leader, farà davvero l’esatto opposto delle politiche della sinistra, e lo farà sul serio, e in tempi di bipolarismo di fatto (e, per certi periodi, “di diritto”: dal 1994 al 2013) non potrebbe esservi miglior regalo elettorale. Un esempio? In nome dell’antifascismo la sinistra cede alla destra i concetti di stato, nazione e sovranità, senza i quali non si governa la globalizzazione.

White Nationalists Hold "White Lives Matter" Rallies In Tennessee, Counter Protests Ensue

In nome dell’antifascismo la sinistra ha (ri)consegnato alla destra il tema della sovranità, che, fate attenzione, non è solo statuale, ma anche popolare. Affibbiare il termine “populismo” al proprio avversario ha reso la sinistra forza politica non-popolare, se non anti-popolare, e diffidente nei confronti della volontà generale, che è sempre tanto nazionale quanto popolare (vedi la Rivoluzione francese). Ma, restando al caso italiano, se è vero che quella comunista è stata la sinistra egemone nell’Italia della c.d. Prima Repubblica, allora l’internazionalismo e il sospetto, se non dispregio, per l’interesse nazionale non è novità. A conferma che la storia pesa. Eccome se pesa.

Danilo Breschi

 

1 Commento

Archiviato in Critica, politica, Prosa, Uncategorized

LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

new-york-times-building

“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

new-your-times

Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

437901

Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

190422_r34143web

Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

189465

È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, politica, Prosa, Uncategorized

ANTI-DIARIO USA, 1

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  22 giugno 2019 col titolo “Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali Usa”.
 

90

ANTI-DIARIO USA, 1

Non era ancora finito lo spettacolo delle elezioni europee, che era già cominciato (e durerà molto a lungo) quello della campagna elettorale statunitense. Una bella stagione, per chi concepisce la politica come uno sport da spettatori. Ma la politica, prima o poi, in un paese o nell’altro, si rivela come qualcosa di più serio di un divertimento sportivo; tanto è vero che si parla a volte dell’alternanza o conflitto tra commedia e tragedia in politica [F. Scisci dalla Cina, nel “sussidiario” del 13.5.19].

large

In realtà, ciò che è più caratteristico e più inquietante nella politica è che essa si pone come la versione, su larga scala sociale, di quel genere letterario tipicamente moderno che è la tragicommedia. Per esempio, è abbastanza comico che, nel quotidiano che ambisce a rappresentare tutta la migliore opinione statunitense (ma che in effetti resta essenzialmente confinato alla Costa Orientale del paese), cioè il New York Times, appaia un articolo in cui si arriva molto vicini ad accusare questo organo, la cui correttezza etnica è impeccabile, di nientemeno che antisemitismo (!) per avere osato pubblicare una vignetta ironica sul primo ministro israeliano; oppure un altro articolo in cui si spiega che ormai bisogna abbandonare la classe lavoratrice bianca al suo triste destino perché i suoi rappresentanti non votano nel modo giusto, e in ogni caso sono pochi (!).

5d1e991b48c49.image

Di fronte a simili esternazioni involontariamente comiche si è tentati di sorridere, considerandole come gli ultimi sussulti di vita di un certo complesso mediatico-ideologico (per estendere ai tempi nuovi la vecchia ma sempre valida formula del “complesso militare-industriale”) in via di decadenza. Ma quando si tocca la comicità (volontaria o involontaria che sia) si scherza sempre col fuoco: le sue tinte forti sfiorano il pornografico, e la sua virulenza espressiva continua a proiettare l’ombra di una possibile violenza. Non si tratta, beninteso, di censurare nulla di tutto ciò: la protezione dell’espressione comica dà la misura di una civiltà. D’altra parte, ciò che incute sempre un poco di timore nel comico è una certa labilità del suo confine con il tragico. Non si può non guardare, allora, a ogni campagna elettorale come tragicomica, e alle campagne statunitensi come tali forse più che le altre.

debate-stage

Del resto, gli aspetti propriamente tragici della politica americana sono grandi come montagne – anzi come fiumi: nel senso che vengono da, e vanno, lontano; e il loro comportamento è imprevedibile, come i loro meandri. Un aspetto in particolare, come infinito strascico pesante in cui continua a inciampare la vita americana: il lascito della schiavitù, che continuerà a essere lo sfondo di queste elezioni. Il solco divisivo è ancora lì, tanto più profondo nei casi in cui è accuratamente nascosto. Sempre ve n’è traccia, anche se impalpabile, in ogni interazione, anche la più banale, tra una persona di colore e una persona bianca, in ogni angolo degli Stati Uniti.

AP640826069

Come si risolverà questo problema? Impossibile dirlo. E quando si risolverà? Forse, mai. D’altra parte, è consolante (se si può usare questo termine) rendersi conto che i grandi problemi storico-politici non si risolvono, in quanto tali, quasi mai. Le svolte decisive non sono collettive e ideologiche e chiaramente databili, o meglio: non ci sonosvolte decisive, bensì innumerevoli sforzi oscuri di innumerevoli persone singole, le quali non offrono soluzioni, bensì ricette di sopravvivenza dignitosa alla luce di una speranza non misurabile e quantificabile.

city_of_cambridge_supporters_ponds_forge

Un poeta belga dell’Ottocento scrive, in due eloquenti versi alessandrini sonoramente rimanti:“Espérons. Mais hélas! Malheureux que nous sommes, / Les problèmes sont grands et petits sont les hommes” (Continuiamo a sperare. Ma ahimé, infelici che siamo! / I problemi son grandi, e gli uomini son piccoli). Ma che c’entra, si potrebbe obiettare, la letteratura con la politica? Si può rispondere a ciò con una variazione sull’aforisma attribuito a Georges Clémenceau (a proposito della guerra come cosa troppo grave per essere affidata ai militari), riformulandolo come: La politica è una cosa troppo grave per essere affidata ai politici. La poetessa americana di origini vietnamite Dao Strom, commentando una sua poesia scritta alla fine del 2016, e notando che allora dominava “una retorica che sfrecciava avanti e indietro, su come combattere e resistere, sui vari modi giusti e sbagliati di essere”, scrive: “Forse in reazione a tutto ciò, una parte di me desiderava intensamente di sviluppare una versione più tranquilla di me stessa, desiderava essere semplicemente una via di passaggio, e tenere aperti canali di comunicazione senza cader preda di (o semplicemente riflettere) le ansie che si addensavano intorno a me, a noi”. La poesia così commentata si intitola “Strumento”. Ora, io non saprei dire se vi sia qui un echeggiamento voluto oppure no della famosa preghiera tradizionalmente attribuita a san Francesco d’Assisi: “Signore, fammi strumento della Tua pace”. Ma insomma, una connessione c’è.

                                Paolo Valesio

nesterak_hopkins-1430x793

 

1 Commento

Archiviato in News, politica, Prosa, Uncategorized