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CODEX ATLANTICUS, 18

Castelvecchio Pascoli (provincia di Lucca), 19 settembre 2020

Uscendo con un certo disappunto dalla visita alla Casa-Museo di Giovanni Pascoli (un po’ troppo archeologica), ma ispirato dalla vista che offre il loggiato di quella dimora (il campanile di Barga, le Alpi Apuane), comincio a passeggiare nel terreno circostante, lungo una piccola strada cinta da un muricciolo di pietre; passo accanto alla chiesa di San Nicolò (che è chiusa, ma sul davanti c’è un minuscolo porticato a due colonne che inquadra un Crocefisso e al di là di esso uno scorcio particolarmente bello di paesaggio), e continuo lungo vialetti che si aprono verso un reticolo di sentieri di origine medioevale: tutti nitidi, ordinati, di un verde pulito e tranquillo, popolati di castagni, alberi di mele e altri frutti, vigne, fra una ricchezza di altri alberi e arbusti. L’ora è l’incirca le due del pomeriggio: silenzio assoluto, nessuno intorno – “non si vede anima viva”, come dice il cliché. (Ma quasi tutti i cliché hanno una dimensione più profonda: la solitudine silenziosa evoca sempre, in qualche modo, la presenza di quelle che in mancanza di un termine migliore si possono chiamare anime). Resisto alla tentazione di rigirarmi per la testa termini troppo impegnativi (piccolo miracolo, epifania), e resto con una parola soltanto: autunno. È vero, mancano ancora due giorni secondo il calendario, ma per me l’autunno comincia qui e oggi: perché le chiome degli alberi combinano il verde con il giallo-rossiccio; perché le foglie hanno già cominciato a volteggiare, e ricoprire tutti gli spazi di chiaro verde fra gli alberi e i cespugli.

Casa-Museo di Giovanni Pascoli, Castelvecchio Pascoli, provincia di Lucca

E alla fine capisco perché la parola “autunno” mi è risuonata con una certa gravitas, come una sorta di suggello a questa esperienza di solitudine nella natura, così insolita per me adesso nell’Italia dove sono tornato: quello che ho sentito è stato il parallelo contrastante rispetto ai miei passati anni americani. Dove la solitudine dentro la natura può essere raggiunta molto più facilmente, dove i gialli i marrone i rossi degli alberi sono ben altrimenti scintillanti, dove le case-museo sono molto più comunicative (penso per esempio a quella di Emily Dickinson ad Amherst nel Massachusetts), ma dove d’altra parte in questa stagione il tempo (almeno nella Nuova Inghilterra) ha già un di più di rigore; mentre oggi, nei dintorni di Barga, domina ancora un caldo estivo. 

Oggi e qui, allora e là… tutto sembrava prestarsi a una serie di Pensieri oziosi di un ozioso, come suona uno dei titoli dell’umorista inglese (Jerome K. Jerome) che prediligevo da ragazzo. (D’altra parte tutti i veri pensieri cominciano come pensieri “oziosi”, cioè liberamente vaganti). E in fondo ciò è avvenuto anche oggi, seppure con una differenza che non mi aspettavo: questi pensieri svagati – i soli, appunto, che possano condurre a qualche piccola rivelazione – a un certo punto hanno smesso le loro passeggiate senza meta e hanno cominciato a scavalcare i muretti (in Italia) e i muri (in Usa) delle ideologie; così sono passato senza accorgermene a un pensiero che mi si è imposto da solo (senza partire da una decisione, da un disegno preciso): confrontarmi con quello che sta accadendo nella mia seconda patria. Allora l’atmosfera pastorale si è dissolta; e i pensieri tra il verde, in vista delle Alpi Apuane, hanno preso tutt’altra direzione. 

Il paesaggio maestoso di Barga

L’anno scorso, circa alla data delle elezioni americane di quest’anno, un autore (Raymond McDaniel) scriveva un commento a una delle sue stesse poesie che riflette il tono di apparente ingenuità (auto)ironica tipico del discorso americano, e lo rende così diverso da quello italiano: “Non penso certo che tutte le opinioni siano egualmente valide, e d’altra parte non credo che verrà presto (se mai verrà) il momento in cui raggiungeremo un chiaro accordo sul relativo valore di queste opinioni. Ciò significa conflittualità sempre più intensa e strepito senza fine – cosa necessaria e al tempo stesso spossante. Qualche volta il fatto stesso che circolino tante convinzioni diverse mi porta a desiderare di non averne nessuna, e la mia poesia descrive l’attrattiva (che magari è falsa e vuota) del preferire non aver niente da dire piuttosto che aggiungere ancora un altro urlo al coro infernale del civico pandemonio”. (La parola inglese è più rara e più forte del suo equivalente italiano: Pandemonium infatti è il nome della capitale dell’Inferno nel poema epico di John Milton, Paradise Lost). È, si potrebbe dire, l’immagine esatta della situazione attuale in Usa – dove le azioni violente e le parole virulente sembrano quasi illuminate da bagliori demoniaci. 

Nel discorso politico della Spagna contemporanea si è ripetuta anche troppe volte la famosa frase (risalente, pare, agli anni Venti) di Miguel de Unamuno: “Me duele España en el cogollo de mi corazón” (La Spagna mi duole nel nucleo centrale del mio cuore). La ripetizione di questa frase nella retorica politica spagnola ha prodotto un effetto inevitabile di banalizzazione; eppure la metafora, per cui la relazione fra un cittadino e il suo paese è descritta come la relazione intimissima fra una persona e una parte del suo corpo, mantiene ancora la sua forza. Tale forza sensoriale deriva dalla concretizzazione di un’astrazione: la nazione. O meglio, deriva dal percepire la nazione, non come un concetto astratto, ma come un organismo vivente. E non credo si esageri notando che questa immagine di compenetrazione ha anche un aspetto mistico: “Bisogna anche sapere che il dito, la mano e ciascun membro ama naturalmente l’uomo, di cui è parte, molto più di se stesso e si sottopone volentieri e con gioia, per amore dell’uomo, alla necessità e al danno”, scrive in uno dei suoi Trattati il grande teologo e mistico medioevale Meister Eckhart. 

Il pandemomium delle opinioni politiche

Ma questo misticismo dell’unitarietà, che era ancora possibile nel primo Novecento, quando per esempio la cittadinanza di un paese era ancora concepita come qualcosa di monolitico, è molto più difficile da concepire oggi, nell’epoca cosmopolitica delle doppie cittadinanze. Una doppia cittadinanza può essere vissuta come un di più di vita o come un arduo paradosso (e naturalmente entrambi gli atteggiamenti possono alternarsi, nel corso di una vita). Per esempio, di fronte al “pandemonio” il cittadino binazionale può anche rifugiarsi in una posizione di duplice indifferenza; ma se non cerca questo rifugio (abbastanza facile), quale resta la sua situazione? La metafora organicistica nello stile di Unamuno non è più una scelta possibile. Allora il disagio del doppio cittadino di fronte a certe situazioni diventa il dolore di una lacerazione fra due estremi. 

Per continuare a vivere in piena consapevolezza – vivere nell’azione e nel pensiero – al di là di simili lacerazioni, si può ripartire da una breve sosta nel passato, in cerca di ispirazione. Partendo, per esempio, dagli anni Sessanta: in cui i protagonisti di certi drammi politici potevano ancora evocare la forte idea cristiana secondo cui ogni battezzato è costituito come sacerdote, profetico e regale. Certo questa è l’immagine che ci resta di Martin Luther King nel suo storico discorso che non durò più di cinque minuti e che tuttavia cambiò tutta un’atmosfera politica: “I have a dream”, del 28 agosto 1963 a Washington. Ma anche John Kennedy – assassinato il 22 novembre di quello stesso anno – aveva in sé (lasciamo perdere i sacerdoti e i re) qualche cosa del principe. 

E – andando oltre i recinti confessionali – quando due anni dopo (il 21 febbraio 1965) il mussulmano Malcolm X viene assassinato a New York, l’attore Ossie Davis nel suo discorso funebre si rivolge allo spirito di Malcolm citando uno dei versi più commoventi di Shakespeare, quello in cui Orazio parla ad Amleto appena ucciso: “Buona notte, dolce principe…” . Certo, “dolce” non appare a prima vista come l’aggettivo più adatto a Malcolm X; ma quell’attore aveva intuito qualcosa che i politici non avevano ancora notato, cioè uno snodo storico piuttosto che un apprezzamento psicologico: aveva dato voce alla sensazione che l’epoca dei principi, nella politica americana, era tramontata. E tramontata in un’aureola sanguinosa, come si è appena visto, e come si potrebbe ulteriormente precisare (4 aprile 1968: assassinio di Martin Luther King; 6 giugno 1968: assassinio di un altro “principe”, Robert Kennedy.) 

Eventi risaputi, e super-descritti? Certo, ma è opportuno ricordarli oggi, per ridimensionare la retorica da apocalisse (più o meno astutamente calcolata) che circonda le elezioni del 2020 – come se gli Stati Uniti non avessero già attraversato, e superato, tragici scontri che fanno pensare alle corti inglesi e scozzesi messe in tragedia dal già citato Shakespeare. L’atmosfera shakespeariana, in effetti, fu subito notata in quegli anni Sessanta. Ma, salvo errore, essa non ha ancora ispirato la Grande Tragedia americana – genere che sembra ancora più difficile da realizzare di quello che sia il tanto bramato Grande Romanzo Americano. È vero che un’alta dizione drammatica non si può creare a comando; e Eugene O’Neill, appartenente alla prima metà del Novecento, sembra non aver lasciato eredi (Tennessee Williams è scomparso proprio nello stesso anno del grande discorso di Martin Luther King); dopo questi drammaturghi il linguaggio alto – per ragioni che varrà la pena di studiare – sembra (con la parziale eccezione di Arthur Miller) essere risultato imbarazzante, nel teatro americano. 

 Sempre, del resto, nel corso effettivo della storia e del pensiero umani, il sublime (sacerdozi e profezie, principi e tragedie) si alterna con il suo opposto: quando Martin Luther King eleva il suo inno (che tuttora commuove) al Sogno Americano, questo sogno aveva già cominciato a essere oggetto di satira – per esempio nell’ancora conturbante atto unico comico-noir di Edward Albee, The American Dream, che ebbe la sua “prima” nel 1961 a New York. (In generale: il tragicomico, l’assurdistico, il noir, il grottesco sembrano costituire la risposta teatrale più autenticamente americana al vuoto lasciato dal genere della tragedia). Ma un colpo più ragionato e più duro all’idea di questo grande Sogno emerge da un dibattito del 1965, che il gruppo di studio dei professori emeriti dell’università di Yale ha ultimamente recuperato in video, per discuterlo (in vista, ovviamente, delle elezioni). 

Si tratta di un incontro/scontro di un‘ora, che ebbe grande eco a suo tempo, e che è molto importante rivisitare perché è ancora terribilmente pertinente e al tempo stesso tragicamente antiquato: il dibattito fra due americani eminenti – lo scrittore nero James Baldwin (il cui famoso saggio The Fire Next Time [La prossima volta, il fuoco] esce nel 1963, dunque nell’anno stesso del discorso di Martin Luther King) e il saggista William Buckley (fondatore della National Review)  tenutosi alla Student Union dell’università britannica di Cambridge il 18 febbraio 1965 (dunque solo tre giorni prima dell’uccisione di Malcolm X dall’altra parte dell’oceano), sul tema “The American Dream is at the Expense of the American Negro” (Il Sogno Americano ha luogo a spese dei Negri americani). Sì, proprio così: quelli erano gli anni in cui tutti, bianchi e neri, usavano ancora la parola “Negro”; era Malcolm X che aveva cominciato a usare il termine “Black” – anzi, parlava provocatoriamente dei “cosiddetti Negri”; e ricordo ancora come, ogni volta che egli usava quest’ultima espressione, qualche voce di protesta si elevava dal pubblico – protesta contro questa idea “irriverente” di contestare la parola Negro. (Adesso, naturalmente, la reazione sarebbe opposta: conformismo allora e conformismo adesso – eterno culto dei cliché nel discorso pubblico).

Ma lasciamo da parte i dettagli terminologici e guardiamo alla sostanza di quel dibattito. Perché esso sia ancora terribilmente pertinente, non c’è bisogno di spiegarlo, soprattutto in questi mesi. È importante, invece, chiarire perché questo dialogo sia anacronistico – tristemente (forse addirittura tragicamente) anacronistico – nella situazione in cui viviamo. I due relatori non attaccano direttamente l’un l’altro ma si rivolgono al pubblico degli studenti oxoniensi, tentando di convincerli delle risposte che essi offrono al quesito citato sopra (“Sì” il sogno americano ha avuto luogo alle spese di ecc.” per Baldwin, “No” per Buckley); e questo rende virtualmente impossibili gli attacchi personali e gli insulti. Inoltre entrambi parlano un inglese raffinato, che usa tutte le risorse (e sono molte) di questa lingua oggi tanto banalizzata. Baldwin e Buckley sono due oratori, non due comizianti; e ciò basterebbe a rendere impossibile un tale dibattito oggi. 

Prima di tutto, il ruolo dell’intellettuale conservatore (Buckley) non potrebbe essere sostenuto adesso: da un lato, mancano quasi del tutto gli intellettuali sufficientemente coraggiosi per assumere certe posizioni; e d’altro canto, se qualcuno si facesse avanti, gli sarebbe sostanzialmente impedito di parlare. Già in quegli anni, e nell’atmosfera altamente civile di quel pubblico britannico, Buckley si trovava di fronte a un invisibile ma chiaramente percepibile muro di freddezza per non dire ostilità – che egli affrontò di petto, senza sacrificare una sola virgola o sfumatura del suo stile; e alla fine il pubblico – sportivo nel senso alto della parola – mostrò di apprezzarlo. Ma ciò che è forse ancora più triste è che anche un intellettuale nero e progressista come Baldwin, oggi verrebbe presto ridotto al silenzio: il suo stile, in cui l’indignatio non escludeva la compostezza e la calma espositiva, correrebbe il rischio di essere bollato come il discorso di uno “zio Tom”, o addirittura accusato di tradimento della sua “razza” (e sì, la “razza”: perché oggi in America c’è chi è autorizzato e chi no, a usare questo termine…). Ma qui non si vuole tessere un elogio nostalgico dei tempi passati: “Allora era allora, e adesso è adesso” come dice, con la virtù del suo brusco semplicismo, l’inglese americano. Ciò che occorre comprendere (o almeno, tentare di farlo) è la qualità di questo “adesso”.

La Fondazione Magnani Rocca a Mamiamo di Traversetolo, provincia di Parma

 Mamiano di Traversetolo (provincia di Parma), 29 settembre 2020

L’autunno continua a sorprendermi, senza che da parte mia sia intervenuto alcun piccolo calcolo “letterario”; e mi tende un’imboscata dentro il Parco che si autodefinisce “Romantico” della grande villa dove ha sede la Fondazione Magnani Rocca, e nella quale ho appena visitato la mostra speciale organizzata intorno al lavoro del grande collezionista d’arte e musicologo Luigi Magnani: un’esibizione raffinatissima, insieme filologica e mondana. È una mostra per cui l’aggettivo “snob” (che potrebbe descrivere la prima impressione) si rivela inadeguato; quello che qui regna è il grande gusto del primo Novecento – il gusto che un piccolo-borghese come me può sperimentare (dopo averlo goduto nelle pagine di Proust) soltanto in occasioni come questa.

In fondo, però, è come se la mia doppia cittadinanza si rivelasse nel sollievo con cui – dopo aver sperimentato una certa freddezza marmorea nella villa e nel suo modo impeccabile di presentare quadri, disegni, manoscritti – accolgo i folti cespugli di ortensie che sorgono ai piedi dello scalone, e mi avvio poi verso la distesa di erba e di alberi che si allarga (per una dozzina di ettari) dietro il grande edificio. Il senso della natura è stato una delle due maggiori lezioni dei miei anni americani (l’altra è stato l’irrobustimento del mio atteggiamento etico verso la società); e questo rapporto con la natura, si può (si deve) chiamarlo, in sintesi, “romantico”. Che poi il Romanticismo sia stato uno dei moltissimi elementi che gli Stati Uniti hanno assorbito dall’Europa, senza la quale non sarebbero nulla, è un’altra storia; ed è una delle tante ironie della Storia. 

L’idea, però, di definire ufficialmente quest’oasi di natura come Parco Romantico è “americana” nel senso deteriore del termine: lo de-romanticizza. Ma il lieve fastidio di fronte a questa definizione risulta produttivo; metto fra parentesi questa parola enorme (nonostante tutte le degradazioni commerciali) “Romantico”, e mi chiedo: Che cosa veramente mi chiama – a che cosa mi sento richiamato – in questo parco? Non dalle urne di pietra sparse qua e là, e nemmeno dai pavoni che pittorescamente si intravedono (e che in questa stagione non hanno ancora messo le penne variopinte della loro “ruota” , che pare gli crescano fra inverno e primavera). E’ forse per questo che non ne sento le strida? Comunque sia, lo strido del pavone, passata la prima impressione di sgradevolezza, si rivela come complemento essenziale della sua estetica: il pavone che fa la ruota è uno spettacolo bello soltanto nel senso del cliché; mentre diventa veramente rivelatore di bellezza quando ci fa sentire il piccolo guasto – la leggera deformazione, la dissimmetria – che sono indispensabili perché la bellezza veramente appaia. 

Senza fare più attenzione ai pavoni, cammino verso il limite del parco, fra grandi alberi (querce e platani – ma ci sono anche specie più rare: cedri, sequoie), alcuni dei quali hanno incavi così profondi, fra la base del tronco e le radici, che anche a un adulto sarà permesso di fantasticarci sopra: ricordi di quando in Italia c’erano ancora i boschi, che davano plausibilità alle fiabe. (In Usa i boschi ci sono ancora, e come; ma là, nulla di simile alle immagini di quelle che noi chiamiamo fiabe, aleggia nell’aria circostante.) 

Lungo il muro di cinta: larghe macchie di edera che crescono in basso, a diretto contatto con il fondo boschivo. Accanto al recinto che chiude il parco: un carretto inclinato a terra e colmo di grossi rami e di fronde secche ma ancora colorate, rappresenta una così perfetta Allegoria dell’Autunno che sembra per un momento di essere capitati per caso su un “si gira” cinematografico – ma per fortuna non è questo il caso: semplicemente, da qualche parte c’è qualcuno che si prende cura di questi boschetti. Eppure (tanto è contaminata dai media la nostra immaginazione) quando si imbocca l’ultimo sentiero oltre il carretto – un piccolo, folto corridoio naturale – la fantasia continua a sovrapporre la cultura alla natura.

Ma almeno, questa volta, si tratta di quella specie di fantasia essenzialmente pre-moderna che ha a che fare con la narrativa. Negli oziosi pensieri dell’ozioso riappare improvvisamente un gran romanzo di poco più della metà del Settecento: Julie ou La nouvelle Héloïse. Non solo, però, l’ozioso non saprebbe dire perché proprio quella narrazione e proprio in quel momento; nemmeno saprebbe spiegare perché, esattamente in quel pomeriggio e in quel parco, il romanzo di Rousseau gli appaia d’improvviso come un simbolo commovente dell’Europa – un’entità geopolitica per la quale questo pensatore vagante non ricorda di aver mai sentito veramente il calore della commozione.

Tuttavia, se c’è una cosa che l’ozioso abbia imparato è quella di non abbandonarsi alla pigrizia. “Ozioso” e “pigro” sono atteggiamenti molto diversi: il pigro sperde e dimentica i pensieri che lo visitano, mentre l’ozioso li accoglie con rispetto, ci rimugina sopra (e riesce a trovarlo sempre, il tempo di rimuginare; anche a costo di deludere i suoi rari interlocutori, che a volte si sentono momentaneamente messi da parte). E così, dopo qualche minuto, questo ospite degli altrui e dei propri pensieri si rende conto che il romanzo di Rousseau gli è apparso come il simbolo di tutta l’Europa perché in qualche modo (un modo che non importa definire con precisione) gli è sembrato connesso alle dimensioni ridotte di quel paesaggio, che invita all’intimità. In effetti il senso di un rapporto fra anima e paesaggio resterà sempre legato per lui all’Italia, e specificamente all’Italia in quanto luogo che acuisce la percezione di tante narrazioni, dedicate a diverse esperienze meditative ed espresse in lingue differenti (la lingua di Rousseau, la lingua di Goethe nell’altro grande romanzo “europeo” Le affinità elettive, posteriore di circa mezzo secolo al romanzo di Rousseau): un rapporto legato all’Italia come luogo europeo. Ma perché addirittura la commozione? Perché (l’ozioso laborioso lo capisce continuando a riflettere) questo sentimento è rivolto non tanto all’Italia europea quanto all’altro paese: che “gli duole”, a cui egualmente appartiene, e che in queste settimane vive con forte tensione la campagna elettorale.

Dibattito Trump-Biden

Bologna, alba del 30 settembre 2020

Levataccia (alle tre del mattino) per ascoltare in diretta dagli Stati Uniti il primo dibattito presidenziale. “Ma perché non ascolti le registrazioni più tardi, nei vari media?”, chiedono alcuni amici. Risposta: perché non è la stessa cosa. Un momento di storia può essere, certo, oggetto di percezione ritardata; ma è sempre bello, quando si può – e qualunque sia la sua etica e la sua estetica (di valore/disvalore) – viverlo nella sua momentaneità. 

[Qui, come nel lemma seguente, scelgo soltanto un paio di frasi, tratte con alcuni ritocchi dagli articoli che ho scritto in quelle occasioni, i quali sono apparsi in quest’anno 2020 nel quotidiano online “ilSussidiario.net”, rispettivamente il primo ottobre (Dibattito Trump-Biden: Cosa cercano gli americani sotto la pelle di quello show), e il 9 ottobre (Dibattito Pence-Harris: Un interessante gioco di fantasmi).

“Il pensiero corre, in quest’alba, ai grandi romanzi di Alessandro Dumas sui moschettieri invecchiati (Vent’anni dopo; Il visconte di Bragelonne), osservando il primo dei dibattiti presidenziali fra Donald Trump e Joe Biden dopo quattro anni di presidenza Trump (quattro anni, per ogni presidente in Usa, possono sembrare venti). Dopo vari duelli che hanno sgombrato il campo, i nostri moschettieri sono rimasti due: e il passaggio del tempo naturalmente non perdona. Il volto di Trump è ispessito, e scolpito con durezza; quello di Biden invece è fragile e pergamenaceo (quest’ultimo è il solo che abbandona per una manciata di secondi la rigidità della postura per passarsi la mano, fra la giacca e la camicia, sulla spalla sinistra; gesto che è notato dall’esegesi crudele della macchina da presa, e che potrebbe destare – augurandosi che sia un allarme esagerato – qualche preoccupazione). I dibattiti in effetti non sono particolarmente utili per i loro contenuti (è aria fritta e rifritta, dopo tanti mesi di campagna elettorale): quello che essi invece rivelano è l’aspetto umano-troppo-umano del discorso politico.

Tutto ciò non è puro folklore; e nessun paese cosiddetto democratico del cosiddetto Occidente può permettersi di guardare con sufficienza a questi dibattiti. Tanto meno l’Italia: dove lo stato di diritto è continuamente periclitante, e la malavita organizzata affligge vasti settori del territorio e dissangua ampi settori dell’economia; dove certe cariche appartengono istituzionalmente ai non-eletti; dove da vari anni si attendono invano elezioni; dove dibattiti come questi sono virtualmente inconcepibili. Così che ogni osservatore italiano, me compreso, di fronte a questi duelli, anche nei loro momenti beceri (che certo non sono mancati, in quella prima serata), non può che tacere e prendere appunti. 

Trump non solo insiste com’è prevedibile sulla frase “Legge e ordine” (rispetto alla quale gli osservatori italiani, insisto, farebbero bene a non ironizzare); ma a un certo punto sfida l’avversario a ripeterla, questa frase semplice semplice – e Biden non la riprende, così aprendo il fianco all’inevitabile stoccata: ‘Tu queste parole non le puoi neanche dire, se no perderesti l’appoggio dei radicali’. Questo è il guizzo che conta; e che resta, passato il particolare momento del dibattito.

Fra i molti libri di un ex-collega di Yale, Fredric Jameson, il cui linguaggio è ancora spesso imitato dai critici post-/neo-/marxisti contemporanei, ce n’è uno che risale al 1981 e il cui titolo è diventato di moda: L’inconscio politico. Inutile (soprattutto dopo tutti gli sparigli di Lacan) definire che cosa sia “l’inconscio”. Ma tutti sentiamo dentro di noi la presenza di un’area che non è quella della più lucida ragione, e che d’altra parte non è nemmeno qualcosa di indicibile, incomprensibile, irrilevante. Il linguaggio politico parla a questa regione intermedia, che influisce decisivamente sulla vita sociale: ecco l’elemento principale per cui dibattiti come questo continuano ad avere un senso”.

Dove il calore incontra la freddezza

Bologna, alba dell’8 ottobre 2020

Un’altra alzataccia alle tre del mattino, per seguire in diretta il dibattito fra i due vicepresidenti, Mike Pence e Kamala Harris.          

“La versione contemporanea e meno filosofica del velo di Maya è il velo dei luoghi comuni, che crea una sottile barriera nella percezione della realtà; e si può prendere a esempio di ciò il dibattito vicepresidenziale di mercoledì sera negli Stati Uniti. È stato più calmo di quello presidenziale che lo ha preceduto; vero, ma che significa? Lo ha vinto Kamala Harris? Non del tutto vero (a parte il fatto che simili “vittorie” non hanno senso); il fatto è che si confrontavano due personalità opposte, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi: la Harris chiaramente più vivace, e Pence più freddo. Ma una certa arietta di supponenza della Harris ha riproposto l’antico contrasto fra due Americhe: quella delle élite (l’Ovest californiano che fa da ponte con l’Est di New York e della Nuova Inghilterra, cioè la cultura detta “bi-costiera”, fra la costa del Pacifico e quella dell’Atlantico, della borghesia agiata e raffinata) e l’America, in tutti i sensi, “di mezzo” (come lo stato di Mike Pence: l’Indiana biondeggiante di messi); e non è detto quale delle due personalità offra più garanzie presidenziali. 

E questo porta all’altro luogo comune: il dibattito vicepresidenziale è meno importante di quello presidenziale. Non è vero – o almeno, non lo è stato nel caso presente. Tutti conoscono la venerabile battuta secondo cui c’è soltanto un battito di cuore che separa il Vicepresidente degli Stati Uniti dal suo Presidente. Adesso (con un presidente uscente che è malaticcio, e un candidato presidenziale alquanto sfuocato) quel famoso battito si è ridotto a un mezzo battito. Se, dunque, il confronto Trump-Biden è stato quello della rissa, questo secondo è stato il dibattito dello sdoppiamento: dietro ognuno dei candidati emergeva il fantasma di se stesso/a come presidente in pectore.

Molti dicono: Che bello, ascoltare un dibattito relativamente tranquillo (anche se tensione e ostilità vibravano dietro quasi ogni frase) invece che uno agitato! Ma siano permesse alcune domande: Chi ha decretato che i dibattiti politici debbano assomigliare a conversazioni da salotto? Che cosa c’è di male se gli stracci volano, invece di restare accumulati sotto le poltrone? Chi può aggiudicare con assoluta certezza la differenza fra un’ ’espressione colorita’, una ‘battuta’ e un ‘insulto’? È già difficile tracciare queste distinzioni a cose fatte; figuriamoci nel calore della disputa! Un po’ di realismo non guasterebbe”.

Montepastore, provincia di Bologna

Montepastore (provincia di Bologna), 17 ottobre 2020

Le colline bolognesi (meno conosciute forse di altre loro sorelle nel paesaggio italiano) hanno una particolare verde dolcezza che suscita come una forma di affetto. Ma questo verde non è soltanto dolce: nei pendii più in ombra e più boscosi si vedono scoscendimenti, forre, alberi alti e folti cespugli (nei quali a volte si sente il fruscio di qualche capriolo) che fanno pensare ai boschi dell’alto Appennino. In questi giorni di un autunno ancora caldo, l’impressione più profonda è quella prodotta dalla luce: più varia dunque più suggestiva della luce d’estate; e più attraente perché più avara di sé; e più drammatica perché attraversata da nubi non solo bianche ma grigio-ferro. E viene allora un impulso (che io non freno) a parlarne come di una luce divina. Divina in sé, o perché richiama direttamente Colui che l’ha creata? 

Lascio ai teologi questi dibattiti fra panteismo e monoteismo: ho sentito di doverla chiamare “divina”, questa luce autunnale, soprattutto perché mi solleva per lunghi momenti dall’atmosfera oppressiva della pandemia. Incoraggiato, in un certo senso, da questa luce, torno all’America ma non parlerò più della campagna elettorale, dunque non descriverò urgenze politiche; d’ora in avanti farò come se le elezioni avessero già avuto luogo – anche se siamo ancora a pochi giorni dall’ultimo dibattito presidenziale, e a una quindicina di giorni dalla giornata elettorale. 

E lo faccio perché, proprio in nome della mia passione per la politica, vorrei andare oltre la politica in senso stretto. Anche perché io da tempo vado disciplinatamente a votare, ma annullo la scheda (nelle elezioni del mio paese natale, come in quelle – voto postale o non postale – del mio paese acquisito). Sono diventato un contemplativo; che però non significa un indifferente, o peggio, un cinico. Un contemplativo tenta di analizzare criticamente anche ciò che lo appassiona – anzi, specialmente quello che più lo appassiona. E uno sguardo critico ci dice che i problemi di cui si chiacchiera o si urla in questa campagna elettorale cadono in due categorie opposte: o gli pseudo-problemi del chiacchiericcio propagandistico, oppure i grossi dilemmi che non saranno risolti qualunque sia il risultato del voto. Uno di questi ultimi è certamente (ne ho già parlato sopra) la tensione razziale.

Due docenti universitari in pensione, i cui percorsi si sono qualche volta toccati nel corso degli anni e che poi si sono persi di vista, si ritrovano quasi casualmente nel mondo della rete. Uno è un italiano-americano che ha trascorso e trascorre la vita negli Stati Uniti, con lunghe parentesi di ricerca e visite familiari in Italia; l’altro è un italiano espatriato in giovane età negli Stati Uniti, dove ha trascorso vari decenni, e che adesso è re-impatriato (o dis-espatriato) in Italia. L’italiano-americano ha inviato una lunga lettera a vari amici e colleghi (dunque pur essendo bilingue l’ha scritta in inglese) in cui nota le forme più sottili di quella che si potrebbe chiamare “discriminazione” verso i cittadini americani di nome ed origine italiane; e alla conclusione di questa lettera-saggio, allarga il discorso ai tumulti razziali negli Usa oggi, e traccia molto nettamente il confine fra il concetto discriminazione e quello di anti-discriminazione.

L’italiano (il quale trova che questa nettezza rischi il semplicismo) gli risponde con un più breve messaggio che contiene fra l’altro questo passo: “Mentre ti stavo scrivendo in inglese, mi sono reso conto di quanto esteso e profondo sia il dilemma che mi era venuto in mente leggendoti. Se mi rivolgo – io italiano – a te in inglese, potrei dare l’impressione di tenerti a distanza; d’altra parte, se ti scrivessi in italiano, questa potrebbe apparire come una lieve forma di condiscendenza, come se ti parlassi dall’alto in basso. È un piccolo dilemma certo; ma è delicato – ed è insolubile. Mi viene da pensare allora che ogni polemica anti-razzista finisce presto o tardi (qualunque siano le sue – indubbiamente buone – intenzioni) con il degenerare in una qualche forma di razzismo, più o meno abilmente mascherato. Allo stesso modo, ogni attacco alla discriminazione presto o tardi si trasforma – nonostante le sue eccellenti intenzioni – in una forma di discriminazione più o meno sottilmente mimetizzata”.

Appena scritto questo messaggio avevo cominciato a temere di avere irritato il mio interlocutore; ma quest’ultimo mi ha rassicurato, rispondendomi con garbo e acume: “Condivido la tua difficoltà, e considero nello stesso modo il dilemma che tu descrivi riguardo alla natura della retorica anti-razzista e anti-discriminativa: la quale paradossalmente si alimenta da sola. Le mie conclusioni sulle posizioni del tipo ‘aut aut’ sono, io credo, non tanto la proposta di superarle quanto piuttosto quella di riconoscerle come tali; pensiamo anche alla via senza uscita che in fondo è la nostra esistenza, imprigionati come siamo dai nostri apparati genetici e dai nostri linguaggi abituali”.

 Non condivido il pessimismo di quell’ultima frase, ma non è questo il punto. Ciò che conta è che questo apparente aneddoto rivela in realtà una situazione molto grave: il dialogo appena citato non potrebbe trovare facile eco in Usa, e quasi certamente nemmeno in Italia, perché in entrambi i paesi il discorso maggioritario è polarizzato in una direzione sola – quella di una certa retorica radicaleggiante. Il problema di fondo, allora, è il problema del discorso: del discorso, mi vien da dire, piuttosto che della parola. Le singole parole d’ordine si lasciano isolare troppo facilmente, così da suscitare commenti polemici e propagandistici. Quello che conta invece è il flusso continuo della meditazione o conversazione, secondo lo scorrevole etimo latino della parola discorso. Ma evitiamo le pedanterie, e usiamo il termine parola nel suo senso più lato (affine al francese parole).

La grande e commovente scalinata a Redipuglia

Aquileia, 20 ottobre 2020

 La luce d’autunno continua a essere, per così dire, molto indaffarata: ogni giorno, in modo lievemente diverso, drammatizza la natura e anche le cose costruite dall’uomo. Intanto, però, delusione della visita a Redipuglia: la grande e commovente scalinata in cui i gradoni sono scolpiti con i nomi dei caduti e ciascuno è marcato con la parola PRESENTE – scalinata che un tempo poteva e doveva essere salita e ridiscesa con un certo raccoglimento – è ora bloccata da un recinto, e i cartelloni parlano di “restauri” e di non meglio specificati “scavi”. I pochi visitatori si aggirano incerti, sperduti. Il messaggio subconscio – certo non voluto dalle invisibili Autorità – che il visitatore percepisce è che non si sa più bene nemmeno come dirla, la parola “patria”.

Per fortuna passo da Aquileia, il cui titolo di fama sono ovviamente i monumenti di epoca romana e alto-medioevale, ma dove vale anche la pena di soffermarsi (per riprendersi dalla visita a Redipuglia) nel piccolo cimitero verdeggiante dietro la Basilica, dedicato anch’esso alla Grande Guerra. Sulla parete di fondo si legge un’iscrizione che è una prosa poetica di Gabriele d’Annunzio (il poeta fondamentale del Novecento, checché ne dicano certi critici troppo spiritosi), che comincia audacemente con una personificazione: “O Aquileia, donna di tristezza”. Ma quello che più interessa è una scritta sotto quel testo, la quale specifica che la targa originale, distrutta “dai nemici” nel 1915, è stata riscolpita in marmo nel 1918. E qui il doppio-cittadino non può che pensare alle varie “cancellazioni” di autori e testi, e ai vari abbattimenti di statue, che tristemente movimentano il paesaggio culturale degli Usa.

Aquileia

Gli intellettuali sono coloro che controllano almeno teoricamente la parola, dentro le condizioni e i parametri stabiliti dagli organi di poteri più forti dei loro. Ma è chiaro che dagli inizi del terzo millennio, e in particolare dopo quella data chiave che sono le elezioni statunitensi del 2016, gli intellettuali hanno in larga misura perduto questo controllo di parola. In questa situazione, una liberazione della parola appare come il solo modo di trovare una via di uscita allo stato di confusione disperata cui l’esistenza sociale sembra essere ridotta oggi. (La filosofa spagnola María Zambrano, che visse in esilio la maggior parte della sua vita, parla dei “nostri occhi spogli di mitologia, avidi di visione, visionari in astinenza…”). E non si può compiere veramente alcun passo avanti in questo senso se non si accetta l’idea che il problema della parola viene in un certo senso “prima” dei problemi apparentemente più seri e urgenti, come quelli economici e politici. D’altra parte, questa liberazione si può raggiungere solo se non ci si limita a una concezione razionalistico-tecnica di che cosa sia la parola dentro/sulla società.

Per accennare soltanto a una riflessione che richiederà in futuro più spazio, mi aiuto con un altro passo della Zambrano, tratto da quel libro idiosincratico e brillante (da cui citavo più sopra) che è Dell’Aurora (curato da Elena Laurenzi per Marietti):

 “Il dire, che avvertiamo in ogni essere vivente in forma di appetenza, ma anche in forma di anelito disperato, non presuppone un’azione, e meno ancora un qualcosa, ma un qualcuno: qualcuno che ascolti quando ancora non si sa cosa si dirà; quando, giunto il momento di essere ascoltati, nemmeno allora si sa che cosa si vuol dire. Allora lo sguardo e il silenzio possono essere più eloquenti della parola stessa che dice, e non necessariamente perché non esista la parola per dire qualcosa di ineffabile o di nefasto. Quanto alla verità, succede quasi sempre che non si può dirla perché è ineffabile o perché è nefasta”.

Tutto il tipo di pensiero qui esemplificato, che è poetico e asistematico, non incoraggia per fortuna alcun allineamento di tipo disciplinare e discepolare. Semplicemente, esso offre qualche conforto a questa mia idea non-polemica e non-aggressiva di liberazione della parola . Nulla a che fare dunque con la liberazione di cui parlano le avanguardie storiche (Futurismo e simili) o con la liberation nel senso sessuale e politico (anche quella, ormai “storica”) proclamata in America e non solo negli anni Sessanta. La liberazione di cui parlo esprime in un certo senso il movimento contrario; non è una liberazione “contro” ma una liberazione “per”: è una parola che si apre al di fuori di se stessa, vincendo, prima ancora degli ostacoli esteriori, quelli interiori; e che implica una preliminare e radicale accettazione di tutte le altre parole, soprattutto di quelli più aliene e più avverse alle idee del soggetto che enunzia queste parole. Voglio dire che l’“altro” cui primariamente si rivolge il mio discorso non è l’altro che mi fa compiacere di quanto io sia buono, tollerante, cosmopolita; è invece l’altro la cui visione del mondo, carattere e modo di vita normalmente, prima di liberare la parola, io non potevo soffrire.

Parola, dunque, conciliativa ma non eclettica (che non esita anche ad ispirarsi a modo suo al Pax et Bonum del discorso francescano); parola conciliante nel senso di pensare insieme gli opposti piuttosto che in quello di sviluppare un atteggiamento generico di empatia. Questo conferma la posizione del contemplativo come critico, piuttosto che come un soggetto passivamente eclettico. Pensare insieme gli opposti, infatti, non è un modo di dar ragione a tutti; si tratta piuttosto di non dare pienamente ragione a nessuno; dando voce così a un atteggiamento di umiltà verso le complicazioni della realtà – e inoltre, verso ciò che non può essere semplicemente ridotto alla realtà di tutti i giorni. Questa forma moderata di scetticismo avvicina (l’ho appena accennato) il linguaggio laico a quello religioso.

Parola che si cerca, che non sa bene che cosa voglia dire prima di cominciare; in essa il desiderio di parola conta più del contenuto della parola stessa, e l’emozione vale almeno altrettanto che il ragionamento. E non di emozione soltanto si tratta, ma anche (ripeto) di tutta una dimensione spirituale. Ma si potrebbe obiettare: quale mai influenza sociale può avere una tal sorta di parola, che sembra portare in sé le stimmate della solitarietà piuttosto che le insegne della solidarietà? 

La risposta è che questa contrapposizione, da un lato, della società attiva (e rumorosa, che spesso e volentieri si avventa in avanti senza pensare – come per esempio nel gran quadro di Umberto Boccioni degli anni Dieci del Novecento, La città che sale); e dall’altro lato, dell’individuo silenziario e solitario, pensante e rimuginante – questo contrasto rappresenta uno schema scollato dalla realtà; ed è responsabile dell’errore per cui si guarda al discorso umano come a qualcosa di esornativo rispetto ai Grandi Problemi (quelli soprattutto dell’economia, come si diceva, e della politica). La parola liberata invece, che è umanistica nel senso più lato (dunque non limitata alla filosofia e alle belle lettere, ma tale che abbraccia l’esistenza in tutti i suoi aspetti, e giunge anche, con una quasi insensibile gradazione, a trascenderla) è il solo elemento che può dar senso e coesione alla società. L’esperimento per cui ho invitato me stesso a pensare/scrivere come se le elezioni americane fossero già passate, vuole significare che i problemi di cui si è chiacchierato e urlato in queste elezioni restano con noi anche dopo i loro risultati – e restano più gravi (a volte, violenti) che mai; mentre il discorso umanistico liberato in direzione dell’umiltà e della mitezza non offre soluzioni facili, ma è indispensabile per dare un senso a quello che altrimenti sarebbe un Pandemonio.

        Paolo Valesio

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LETTERA AL DIRETTORE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’22 gennaio 2021 col titolo “La lezione del nostro Machiavelli agli americani”.

Il vostro futuro siamo noi!

LETTERA AL DIRETTORE 

Un collega universitario con cui non andavo sempre d’accordo usava ripetere (e ormai sono passati tanti anni) che: “Tutto il mondo sta andando verso l’Italia”; e con questa battuta alquanto cinica egli intendeva dire che certi difetti dello stile italiano, ai quali di solito gli altri paesi dell’Occidente avanzato guardavano (e guardano) con una certa degnazione, stavano contagiando anche i suddetti paesi nonostante il loro considerarsi come superiori.

Mi è venuto da ripensare oggi a quella frase senza pretese politologiche mentre assistevo al congedo mattutino e ovviamente non trionfale dell’ormai ex-presidente degli Stati Uniti, all’aeroporto. Il suo atteggiamento era, una volta tanto, pacato; anche se l’accenno al futuro (“Ritornerò, in una qualche forma”) è suonato un po’ grottesco, con il suo tono messianico-resurrezionale. Ma quello che forse da oggi è venuto a mancare, al di là di ogni differenza ideologica e politica, è qualcosa che meriterebbe la penna di Alexis de Tocqueville, e che comunque richiederà una seria analisi nell’immediato futuro. In due parole: è venuto a mancare, per la prima volta in tante contese elettorali statunitensi, l’elemento della personalità singola e forte.

Ritornerò, in una qualche forma

Nel 2016 questo fattore era ben presente, perché si fronteggiavano due personalità forti: dunque idiosincratiche, dunque discutibili in tanti aspetti, dunque suscitatrici di forti entusiasmi e di altrettanto forti ostilità. Nell’autunno del 2020 questa simmetria è scomparsa. Da un lato c’era la personalità del vincitore nel 2016: più deciso, più idiosincratico e discutibile, più riconoscibile (questa è la parola chiave), in bene o in male, che mai. Di fronte a lui stava un apparatcik ripescato da un comitato elettorale, un politico di anche troppo lungo corso: cioè una figura tipica della politica italiana (ecco in che senso quel mio collega era stato profetico). 

La lezione di Machiavelli

Ciò di cui una larga parte del popolo americano ha sentito la mancanza è stata una figura (di uomo o di donna) che desse la sensazione di essere emerso dall’apparato di partito dopo una lotta con l’apparato stesso – la sensazione che questa persona avesse fino a un certo punto piegato un meccanismo impersonale in nome della sua singola e singolare personalità. E’ mancato, in altre parole, quello che si potrebbe chiamare l’effetto-Coriolano, nel senso del protagonista dell’omonima tragedia di William Shakespeare (la sua ultima tragedia, che è anche il suo dramma più foscamente e genialmente politico)

 Moltissimi americani hanno tradotto (male) il concetto di “delusione” con il concetto di “tradimento”; è questa è stata una delle cause dell’assalto di Capitol Hill: un’azione da condannare legalmente, moralmente e politicamente. Ma la condanna politica non può prescindere dal tentativo di comprendere come un certo meccanismo politico abbia mal-funzionato in quanto meccanismo politico. E’ questa, in sostanza, la lezione che Niccolò Machiavelli ha insegnato all’Europa; e, salvo errore, noi come commentatori italiani abbiamo perduto l’occasione di ricordare (senza paternalismi, ma come doveroso elemento di riflessione) questa lezione ai nostri confratelli americani.

Alchimia, metamorfosi e la resurrezione di un apparatcik

L’occasione, comunque, si può recuperare. E, a proposito di recuperi: una delle grandi risorse di quella misteriosa entità che sono gli Stati Uniti d’America è la sua capacità, che si potrebbe definire alchemica, di trasformare per il fatto stesso dell’elezione presidenziale la personalità dell’eletto: che entra nel dramma della realtà con un certo carattere, e ne esce quasi irriconoscibile. Ci sono stati momenti oggi, nel suo discorso inaugurale come presidente, in cui l’alquanto pallida figura che aveva doverosamente marciato lungo tutta la campagna elettorale, ha dato il senso di entrare in una metamorfosi, trasformandosi in una personalità autenticamente singola: dunque idiosincratica e controversa; dunque veramente riconoscibile. Non è esagerato dire che i prossimi quattro anni nella vita degli Stati Uniti e non solo dipenderanno dal completamento di questa trasformazione alchemica.

              Paolo Valesio

La Resurrezione

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LA VENDEMMIA DEL FURORE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” l’8 gennaio 2021 col titolo “Trump, il furore e la profezia di Malcolm X”.

La processione della pace, Ara pacis

LA VENDEMMIA DEL FURORE

Di fronte allo scorrere del sangue, c’è una sola parola umana che si possa dire, prima di ogni altra: la parola “pace”; e occorre ripeterla – anche se è un’ovvietà – di fronte ai tragici avvenimenti del 6 gennaio, al Campidoglio di Washington. Ma parlare di pace non significa rinunciare all’analisi, limitandosi a far da velina alle dichiarazioni della CNN e della “grande” stampa statunitense. “Pensare non è proibito”, come esclama la Carmen di Bizet rivolta all’ufficiale che l’ha arrestata. E il pensiero va seguito dovunque esso ci porti.

Sangue scorre sui gradini del Campidoglio di Washington

Nel turbine di lunghe (a volte vivaci) conversazioni telefoniche con amici americani, è emersa una visione degli eventi che si potrebbe definire (senza alcun desiderio di sminuirla) cospirazionista: Come mai la polizia si è fatta trovare così impreparata, di fronte all’irruzione dei dimostranti? Domanda importante – che resta aperta, e certo merita risposta; anche se bisogna dire che la polizia capitolina, o chi per essa, sembra essersi più che ripresa dalla sua debolezza iniziale. In ogni caso, questa visione dei fatti si concentra su ciò che è accaduto in quelle ore: una violenta, assolutamente condannabile, aggressione al Congresso degli Stati Uniti che stava pronunciandosi sulla legittimità delle elezioni. 

I Trumpisti vengono a chiamare

Ma il problema della verità (più che il suo contrasto con la falsità) è che essa è inevitabilmente parziale rispetto al suo contesto. Chiunque abbia visto e udito buona parte del dibattito congressuale delle ore precedenti alla giornata della violenza sa che esso è stato duro (duro, ma non scurrile e non violento: parliamo, dopotutto, del Congresso degli Stati Uniti, non dell’arena di Montecitorio). La contestazione della trasparenza e della regolarità delle elezioni ha trovato largo spazio, e gli applausi che seguivano gli interventi sulle numerose, diciamo così, criticità sono stati più numerosi e convinti di quelli che accoglievano gli interventi a favore. La popolazione ha percepito l’incertezza e imbarazzo di questo potere in via di insediamento: e ciò ha rafforzato lo slogan (chiaramente inesatto, ovvero iperbolico: ma quale slogan non è iperbolico?) delle elezioni “rubate”. Il presidente uscente – che ha continuato a essere avventato e spericolato anche quando era chiaro da settimane che il tempo di quegli impeti era ormai passato – ha tentato di cavalcare questa tigre, che invece l’ha buttato gambe all’aria; e la sua parabola politica sembra essenzialmente conclusa. Allora, è finito il dies horribilis, dunque non resta che spazzare i cocci e prepararsi al trionfo inaugurale? Beh, non funziona esattamente così – e non solo perché morti e feriti non sono cocci da buttare nella spazzatura o sotto il tappeto; ma perché quello che è successo è stato un evento storico – come del resto si è già detto e si ripeterà ampiamente. E, come ogni avvenimento storico (qui cominciano le distinzioni “delicate”), esso non è cominciato ieri, e non finirà il 20 gennaio.

Radical black activist Malcolm X. (Photo by Truman Moore/The LIFE Images Collection via Getty Images/Getty Images)

Quando, nel 1963, Malcolm X commentò l’assassinio di Kennedy con una vecchia frase popolare americana: “Le galline tornano al pollaio” (che in italiano equivarrebbe a “I nodi vengono al pettine”), la dirigenza del movimento politico-religioso a cui egli allora apparteneva, gli vietò di parlare in pubblico per qualche mese, perché aveva ben colto la portata “sovversiva” di quell’allusione allo sfondo imperialista del mito kennediano. Ora, questi tumulti dell’inverno 2020 sono anche i figli dei tumulti della primavera ed estate dello stesso anno; ciò non giustifica il 6 gennaio, ma richiede una prospettiva più critica su tutto quello che era accaduto nei mesi precedenti. Ci troviamo sempre di fronte al fiume in piena della storia americana, per cui resta sintomatico il titolo del gran romanzo (poi divenuto film) di John Steinbeck del 1939, che in italiano suona Furore; e rende bene la parola centrale, ma non chiarisce il riferimento biblico del suo titolo completo: The Grapes of Wrath, che allude a una delle frasi più terribili di quel terribile libro che è l’Apocalisse: “L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue” (14, 19-20). 

Le galline mandate al pollaio con furore alla vendetta

A volte noi dimentichiamo quanto forte, direi viscerale, sia la presa della religione sulla popolazione americana; dove un certo tipo di laicismo un po’ intellettualistico e un po’ supponente è assai meno diffuso che in Europa. Non si evoca, certo, questa coscienza religiosa (o subconscio religioso) come tale che legittimi il ricorso alla violenza; ma non si può sottovalutare la forza di questo oscuro sentimento di umiliazione e offesa. La distinzione dunque non è primariamente fra i colti e gli incolti, come tanti alfieri della élite si compiacciono di ripetere – è fra due tipi di consapevolezza dei valori della vita: quella che ha gli strumenti per giungere a piena (a volte accondiscendente) coscienza; e quella invece che, non sapendo esprimere bene le sue credenze, sente tuttavia profondamente questi suoi valori, ed è pronta a entusiasmarsi per chi li enunci a voce chiara – non importa con quanto semplicismo e sommarietà.

L’ira di Dio

La cerimonia inaugurale che si prepara sarà la più triste da molti molti anni, perché non ci si può rifiutare di vedere il suo sfondo sanguigno. Chi però continua ad aver fiducia negli Stati Uniti come grande stato di diritto, sa che sono subito cominciate inchieste meticolose e decise su chi e come abbia sparato e ferito, anche a morte. Non è possibile prevedere i loro risultati, ma le conseguenze di queste inchieste marcheranno a fondo tutta la stagione politica che sta aprendosi; e questo è il fatto fondamentale che il chiacchiericcio televisivo di queste ore non può nascondere completamente. “La pace è fragile, la pace è furtiva”, ha detto un pastore (Christian Kriegler) nel suo intervento del 13 dicembre 2018 alla cerimonia ecumenica tenutasi nella cattedrale di Strasburgo in ricordo dell’attentato terroristico al mercatino di Natale di quella città, due giorni prima (e sembra già storia antica…). Di fronte a quegli aggettivi tutti i discorsi di parata e di circostanza sulla Pace con l’iniziale maiuscola suonano un po’ falsi: una pace fragile e furtiva è l’unica pace in cui possiamo realisticamente sperare.

       Paolo Valesio

La pace è fragile, la pace è fragile, la pace è fruttifera, Ara pacis, Roma.

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CONSIDERAZIONI INATTUALI

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 5 novembre 2020. 

Il Signore abbraccia il presidente

CONSIDERAZIONI INATTUALI

Continuiamo naturalmente a seguirle, queste elezioni americane; ma la stanchezza si è già sostituita all’eccitazione iniziale: ci siamo un po’ stancati della ridda delle cifre, i giochini con le mappe, i pre-pareri e pre-giudizi: questi ultimi, forti soprattutto in Italia; dove è da un anno che tante dotte analisi geopolitiche e costituzionali si riducono in troppi casi a una dichiarazione non richiesta di voto per il candidato democratico, imitando i giornaloni americani. I quali ultimi peraltro avevano almeno la scusa di essere direttamente coinvolti, dunque potevano permettersi di buttare a mare le preoccupazioni di fair play — preoccupazioni che invece la nostra stampa avrebbe potuto permettersi, una volta tanto, il lusso di rispettare.

Il presidente alle prese col coronavirus.

E la stanchezza è come sempre cattiva consigliera, perché incoraggia al cinismo; sul tipo della battuta ancor oggi ripetuta a proposito dei nostri Borboni: che si dice non dimenticassero nulla, ma d’altra parte non avessero imparato nemmeno nulla. Battuta che in realtà si sarebbe tentati di ripetere, vista l’impressione generale di monotonia che i due quasi-presidenti hanno dato in queste ultime settimane: Biden che batteva e ribatteva sulle cifre dei contagi, Trump che martellava con i numeri economico-industriali; tanto che a questo punto ci si sente un po’ sollevati, all’idea che i comizi si siano conclusi. 

Il vicepresidente Biden si avvicina con una corsettina.

Ma appunto, il cinismo non è mai d’aiuto, perché offusca il nostro senso della varietà della politica e della vita — la politica come vitalità sempre sospesa fra la tragedia e la commedia. Cioè, diciamolo francamente, ci siamo anche divertiti: Biden che ogni volta si avvicinava al podio con una corsettina, intesa ovviamente a dimostrare che lui è ancora in forma, ma che finiva con l’essere un’imitazione un po’ patetica delle corsette, quelle sì atletiche, con le quali Obama una volta balzava sulle scalette degli aerei; Trump inguaribile con le sue iperboli (“fenomenale”, “eccezionale”, “mai, nella storia degli Stati Uniti”); e così via.

Legge e ordine.

Eppure, sotto la superficie di questo folklore si muovevano pensieri strategici che possono darci un’idea di quello che aspetta la società americana dopo le elezioni. La mossa più seria (in effetti, grave) è stata la quasi totale sparizione, da entrambe le retoriche in conflitto, del discorso sulla condizione dei neri (discorso che è stato delegato, con una mossa che sapeva di degnazione, a Obama durante il suo assist al candidato democratico). E, a proposito di sparizioni, dagli ultimi discorsi di Trump era scomparso il mantra “Law and Order”, che era stato invece sostituito dal costante richiamo alla Costituzione e alle sue origini. Quando poi Trump martellava sul “socialismo” attribuito al suo avversario veniva da sorridere, guardando dalla sponda europea dove si è ben consapevoli della complessità e spessore storici di questo concetto. Ma era una mossa più intelligente di quello che sembrasse (nulla di quello che Trump ha fatto da quattro anni a questa parte è privo di intelligenza, checché ne pensino tanti sapientoni nostrani): questo -ismo intellettualoide riusciva a minare i termini più edificanti (“coscienza sociale”, “solidarietà sociale”, ecc.) sui quali i Democratici invece insistevano.

Legge e ordine per le strade delle città americane.

Ed è sparito anche, dopo un paio di rapide comparse, il riferimento alla neo-giudice della Corte Suprema, Amy Coney Barrett; appena Trump ha sentito che gli applausi (che di solito scrosciavano a praticamente ogni sua frase) erano in questo caso pochini e freddini, ha riaggiustato i tiro, rendendosi conto che questo nome evocava il piano dell’alta politica, e perdeva il contatto con la concretezza popolare. 

Il dilemma rimane. Contare ogni voto? O…

Si è parlato e si parlerà della profonda divisione nella società americana. Ciò è innegabile; ma quello che è altrettanto preoccupante è una certa mancanza di connessioni all’interno dei due campi — e valga un solo esempio. Nelle conversazioni con i miei ex-colleghi ed ex-studenti americani avverto tristezza di fronte a quella che si delinea come una forma di nichilismo nel campo delle scienze umane: il rifiuto sempre più diffuso dei i valori letterari, del senso dei contesti storici, e di tutte quelle sfumature che sono essenziali perché abbiano luogo esperienze etiche. Sembra diffondersi l’anti-etica dei cancellatori e dei picconatori; e di fronte a ciò tutti i miei interlocutori sono angustiati.

… Fermare il conto? Questo è il dilemma.

Ma nessuno di loro (almeno, nessuno di coloro con cui ho conversato finora) sembra rendersi conto che questo è essenzialmente il frutto del tipo di educazione al pensiero unico “progressista” che è diventata virtualmente un dogma negli ambienti universitari più avanzati: chiamiamolo il nichilismo della Ivy League. E’ in gioco il futuro culturale degli Stati Uniti, e il problema resta aperto.

L’anti-etica dei cancellatori

Di fronte a queste alchimie intellettuali, la frase che sto per citare sembra essere enormemente ingenua, e forse lo è. L’ho letta in une di quelle “chat” fatte di una sola frase — frasi talvolta divertenti, ma il più delle volte brutalmente banali. Questa invece diceva: “Trump, se Dio desidera che tu occupi ancora la Casa Bianca, ti ci metterà”. Non è una frase profonda; ma è un pensiero calmo e sereno che va al di là dell’assalto immediato alle nostre sensazioni. Alle volte bisogna distaccarsi un momento, dalla tragicommedia della politica.

   Paolo Valesio

Seguendo e firmando quello che il Signore vuole.

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LA PAROLA FERITA

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 2 novembre 2020. 

LA PAROLA FERITA

L’anno scorso, circa alla data delle elezioni americane di quest’anno, un poeta statunitense scriveva un commento a una delle sue stesse poesie che riflette il tono di apparente ingenuità (auto)ironica tipico del discorso americano, e lo rende così diverso da quello italiano: “Non penso certo che tutte le opinioni siano egualmente valide, e d’altra parte non credo che verrà presto (se mai verrà) il momento in cui raggiungeremo un chiaro accordo sul relativo valore di queste opinioni. Ciò significa conflittualità sempre più intensa e strepito senza fine — cosa necessaria e al tempo stesso spossante. Qualche volta il fatto stesso che circolino tante convinzioni diverse mi porta a desiderare di non averne nessuna, e la mia poesia descrive l’attrattiva (che magari è falsa e vuota) del preferire non aver niente da dire piuttosto che aggiungere ancora un altro urlo al coro infernale del civico pandemonio”. (La parola inglese è più rara e più forte del suo equivalente italiano: Pandemonium infatti è il nome della capitale dell’Inferno nel poema epico di John Milton, Paradise Lost.) E’, si potrebbe dire, l’immagine esatta della situazione attuale in Usa — dove, in questa vigilia elettorale, le azioni talvolta violente e le parole virulente sembrano quasi illuminate da bagliori demoniaci. 

Dagli inizi del terzo millennio (e in particolare dopo quella data chiave che sono le elezioni statunitensi del 2016), gli intellettuali — che sono o dovrebbero essere i controllori della parola — hanno in larga misura perduto questo controllo. E il problema della parola viene in un certo senso prima dei problemi apparentemente più seri e urgenti, come quelli economici e politici. Il “civico pandemonio” contemporaneo deriva appunto in gran parte da questa crisi di parola. 

Come scrive la filosofa spagnola María Zambrano (che ha trascorso in esilio la maggior parte della sua esistenza) in quel suo libro idiosincratico e brillante che s’intitola Dell’Aurora (nell’edizione curata da Elena Laurenzi per l’editrice Marietti): “Il dire, che avvertiamo in ogni essere vivente in forma di appetenza, ma anche in forma di anelito disperato, non presuppone un’azione, e meno ancora un qualcosa, ma un qualcuno: qualcuno che ascolti quando ancora non si sa cosa si dirà; quando, giunto il momento di essere ascoltati, nemmeno allora si sa che cosa si vuol dire. Allora lo sguardo e il silenzio possono essere più eloquenti della parola stessa che dice, e non necessariamente perché non esista la parola per dire qualcosa di ineffabile o di nefasto. Quanto alla verità, succede quasi sempre che non si può dirla perché è ineffabile o perché è nefasta”.

Un vero dialogo ha luogo quando un sincero e intenso desiderio di comunicazione viene prima di ogni contenuto specifico di tale comunicazione. Prendiamo l’esempio più conturbante, che resterà nella storia delle elezioni americane del 2020: il conflitto razziale, o meglio (in questa prospettiva) le parole che tentano di dare un senso a questo conflitto. Quello che dovremmo avere imparato è che ogni polemica anti-razzista finisce presto o tardi (qualunque siano le sue — indubbiamente buone — intenzioni) con il degenerare in una qualche forma di razzismo, più o meno abilmente mascherato. Allo stesso modo, ogni attacco alla discriminazione presto o tardi si trasforma —- nonostante le sue eccellenti intenzioni — in una forma di discriminazione più o meno sottilmente mimetizzata. Peccato che sia ancora estremamente difficile, enunziare parole come queste nell’atmosfera di dominante censura ideologica del discorso pubblico in America (e anche in Italia). Ma il paradosso evocato dalla Zambrano (esiste anche la parola che può dire qualcosa di ineffabile) incoraggia, paradossalmente o no, la ricerca di un dialogo. 

            Paolo Valesio

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IL VELO DI MAYA

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 9 ottobre 2020. 

IL VELO DI MAYA

La versione contemporanea e meno filosofica del velo di Maya è il velo dei luoghi comuni, che crea una sottile barriera nella percezione della realtà; e si può prendere a esempio di ciò il dibattito vicepresidenziale di mercoledì sera negli Stati Uniti. È stato più calmo di quello presidenziale che lo ha preceduto; vero, ma che significa? (Ci torneremo alla fine). Lo ha vinto Kamala Harris: non del tutto vero (a parte il fatto che simili “vittorie” non hanno senso); il fatto è che si confrontavano due personalità opposte, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi: la Harris chiaramente più vivace, e Pence più freddo. Ma una certa arietta di supponenza della Harris ha riproposto l’antico contrasto fra due Americhe: quella delle élite (l’Ovest californiano che fa da ponte con l’Est di New York e della Nuova Inghilterra, cioè la cultura detta “bi-costiera”, fra la costa del Pacifico e quella dell’Atlantico, della borghesia agiata e raffinata) e l’America, in tutti i sensi, “di mezzo” (come lo stato di Mike Pence: l’Indiana biondeggiante di messi); e non è detto quale delle due personalità offra più garanzie presidenziali. 

E questo porta al terzo luogo comune: il dibattito vicepresidenziale è meno importante di quello presidenziale. Non è vero — o almeno, non lo è stato nel caso presente. Tutti conoscono la venerabile battuta secondo cui c’è soltanto un battito di cuore che separa il Vicepresidente degli Stati Uniti dal suo Presidente. Adesso (con un presidente uscente che è malaticcio, e un candidato presidenziale alquanto sfuocato) quel famoso battito si è ridotto a un mezzo battito. Se, dunque, il confronto Trump-Biden è stato quello della rissa, questo secondo è stato il dibattito dello sdoppiamento: dietro ognuno dei candidati emergeva il fantasma di sè stesso/a come presidente in pectore. In questo senso, la posizione di Kamala Harris è particolarmente delicata.

Ogni forte candidato politico infatti sa bene, al di là delle dichiarazioni di circostanza, di dover fare i conti con la divisività che i suoi interventi producono, e non possono non produrre: questo è il suo mestiere. Le divisioni più visibili sono, ovviamente, quelle ideologiche; ma tutto si complica quando si aggiungono le divisioni psicologiche e di “genere”. E qui sorge una differenza: gli uomini, non costretti entro un discorso di unanimismo maschile, si sentono liberi di esprimere molto individualisticamente le loro divergenze rispetto ai candidati e alle candidate. Nell’elettorato femminile, invece, esercita ancora un certo peso la tentazione di una retorica unanimista (tutte le donne per tutte le donne in quanto donne, a prescindere), che non riflette la variegata realtà dell’universo femminile. Chiunque, per esempio, ha vissuto direttamente le elezioni del 2016 ha fatto esperienza di tutte le sfumature, gli “a parte”, le allusioni, con cui tante donne esprimevano la loro (legittima) antipatia per la candidata femminile; e ora la Harris dovrà fare i conti con le pulsioni negative che il suo stesso fascino può produrre nel non-detto (nell’inconscio sociale) di varie sue elettrici.

Torniamo per finire al discutibile sollievo di cui si parlava all’inizio: che bello, ascoltare un dibattito relativamente tranquillo (anche se tensione e ostilità vibravano dietro quasi ogni frase) invece che uno agitato! Ma siano permesse alcune domande: Chi ha decretato che i dibattiti politici debbano assomigliare a conversazioni da salotto? Che cosa c’è di male se gli stracci volano, invece di restare accumulati sotto le poltrone? Chi può aggiudicare con assoluta certezza la differenza fra un’“espressione colorita”, una “battuta” e un “insulto”? È già difficile tracciare queste distinzioni a cose fatte; figuriamoci nel calore della disputa! Un po’ di realismo, per favore.

         Paolo Valesio

Un po’ di realismo dietro il sipario dello spettacolo

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QUATTRO ANNI DOPO

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 1 ottobre 2020. 

QUATTRO ANNI DOPO

Il pensiero corre ai grandi romanzi di Alessandro Dumas sui moschettieri invecchiati (Vent’anni dopo; Il visconte di Bragelonne), osservando il primo dei dibattiti presidenziali dopo quattro anni di presidenza Trump (quattro anni, per ogni presidente in Usa, possono sembrare venti). Dopo vari duelli che hanno sgombrato il campo, i nostri moschettieri sono rimasti due: e il passaggio del tempo naturalmente non perdona. Il volto di Trump è ispessito, e scolpito con durezza; quello di Biden invece è fragile e pergamenaceo (quest’ultimo è il solo che abbandona per una manciata di secondi la rigidità della postura per passarsi la mano, fra la giacca e la camicia, sulla spalla sinistra; gesto che è notato dall’esegesi crudele della macchina da presa; e potrebbe destare – augurandosi che sia un allarme esagerato – qualche preoccupazione). Questi dibattiti in effetti non sono particolarmente utili per i loro contenuti (è aria fritta e rifritta, dopo tanti mesi di campagna elettorale): quello che essi rivelano è l’aspetto umano-troppo-umano del discorso politico. La statura, per esempio: è una legge non scritta delle campagne elettorali americane per almeno l’ultimo mezzo secolo, che il candidato presidenziale debba essere alto (più di un metro e ottanta) così che possa adeguatamente torreggiare sul podio, e fra gli altri capi di stato nelle foto di gruppo; e i due candidati obbediscono alla legge. 

In realtà, quello che il popolo americano vuole percepire (anche se, necessariamente e giustamente, desidera convincersi di essere concentrato sui problemi di fondo, i famosi issues) è, per così dire, la pelle del discorso: le espressioni del volto, i gesti, le cadenze e intonazioni – le sfumature che continuano a risultare essenziali. Ogni dettaglio conta, non tanto per un punteggio di “più” o di “meno”, quanto perché questo è il solo modo di sentire con chi si avrà a che fare nei prossimi quattro anni. Per esempio, l’accento; e l’inglese americano non è più monolitico di quello che sia ogni altra lingua. Ovviamente i due candidati parlano una lingua standard e colta. Ma c’è una serpeggiante differenza fra questi due uomini del Nord-Est: in Trump emerge il disinvolto accento newyorchese; e in Biden affiora – raramente, sottilmente – qualcosa di diverso, qualcosa che non può non appartenere alla sua nativa Pennsylvania. 

Tutto ciò non è (vale la pena di ribadire) puro folklore; e nessun paese cosiddetto democratico del cosiddetto Occidente può permettersi di guardare con sufficienza a questi dibattiti. Tanto meno l’Italia: dove lo stato di diritto è continuamente periclitante, e la malavita organizzata affligge vasti settori del territorio e dissangua ampi settori dell’economia; dove certe cariche appartengono istituzionalmente ai non-eletti, dove da vari anni si attendono invano elezioni, dove dibattiti come questi sono virtualmente inconcepibili; così che ogni osservatore italiano compreso il sottoscritto di fronte a questi duelli, anche nei loro momenti beceri (che certo non sono mancati, in quella prima serata), non può che tacere e prendere appunti. Anche perché il popolo, che negli Usa come in ogni altro luogo del mondo non è bue (e chi se ne scorda, finisce sempre con l’accorgersene, a sue spese), sotto la pelle dei discorsi percepisce sempre quello che conta, cioè chi offra migliori garanzie di sapere amministrare il potere. E lo fiuta anche dietro le maschere un po’ troppo fisse dei due oratori: Biden che continua a sorridere con aria incredula, rivolto agli uditori, come a dire “Ma che cosa sta a di’, questo?”; e Trump che non può non differenziarsi, e comunque sa che il sorriso non è il suo punto forte, dunque ha un’aria perennemente accigliata.

Ciò potrebbe condurre alla questione piuttosto oziosa: chi abbia vinto questo dibattito, o chi vincerà i seguenti. In realtà, nessun singolo dibattito è vinto o perso (si tratta di un processo incrementale): quella che si vince, quando si saprà (e quando, si saprà?), è l’elezione a presidente. Detto ciò, l’osservatore può (deve) prendersi la responsabilità di identificare quelli che a suo parere sono i punti vincenti. Ma prima, i punti bassi. Tra questi, nella serata del 29 settembre (è soltanto una scelta fra molti): Trump che esclama “Tu certe cose proprio non ce le hai nel sangue”; Biden che se ne esce con il solo vero insulto della serata, esclamando: “E’ impossibile riuscire a infilare dentro anche una sola parola, con questo pagliaccio”. Meglio, allora, salire un po’ di livello, e concentrarsi sui punti vincenti. 

Joe Biden che concentra quasi sempre lo sguardo di fronte a sé (mentre Trump continuava a guardare, o lui o l’intervistatore); così Biden imitava efficacemente un contatto diretto con la gente (anche se a volte assomigliava un po’ troppo a quel famoso manifesto in cui lo zio Sam con la barbetta scruta chi lo guarda ed esige, a indice puntato, la sua attenzione); Biden che risponde nobilmente all’inevitabile attacco contro suo figlio. 

Donald Trump che fa il mimo (e allora quel “pagliaccio” detto da Biden poteva anche essere espressione di un po’ di invidia) formulando a un certo punto in silenzio – lettura delle labbra – la frase “Non è vero”, mentre l’avversario parla; Trump che menziona senza peli sulla lingua (e quando mai li ha avuti?) la “peste cinese” a proposito dell’eufemistico Covid, così anticipando il dibattito di politica internazionale e stornando per qualche momento (ogni momento conta) l’attenzione dai propri errori nella gestione della pandemia; Trump che martella continuamente sulla frase “quello che tu, Joe, non sei riuscito a fare in 47 anni”, così trasformando in svantaggio dell’avversario quello che poteva essere un vantaggio, cioè la sua lunga carriera politica; Trump che non solo insiste com’è prevedibile sulla frase “Legge e ordine” (su cui gli osservatori italiani, come detto, farebbero bene a non ironizzare), ma a un certo punto sfida Biden a ripeterla, questa frase semplice semplice – e Biden non la riprende, così aprendo il fianco all’inevitabile stoccata: “Tu queste parole non le puoi neanche dire, se no perderesti l’appoggio dei radicali”. Questo è il guizzo che conta, e che resta.

“Legge e ordine”. Trump con la sua Bibbia fuori la chiesa di St. John a Washington, D.C.

Fra i molti libri di un ex-collega di Yale, Fredric Jameson, ancora modello dei critici post-/neo-/marxisti contemporanei, ce n’è uno che risale al 1981 e che ha un titolo significativo: L’inconscio politico. Inutile (soprattutto dopo tutti gli sparigli di Lacan) definire che cosa sia “l’inconscio”. Ma tutti noi sentiamo la presenza interiore di un’area che non è quella della più lucida ragione, ma nemmeno è qualcosa di indicibile, incomprensibile, irrilevante. Il linguaggio politico parla a questa regione intermedia, che influisce decisivamente sulla vita sociale; ed è per questo che i dibattiti appena iniziati continuano ad avere un senso.

Paolo Valesio

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Aria del tempo

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 3 luglio 2020.

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«O statua gentilissima, benchè di marmo siate»

Aria del tempo

In Usa sono ancora calde (come dicono i romanzi) le ceneri degli incendi appiccati durante i tumulti razziali, ma fin dall’inizio alcuni (pochissimi) non avevano poi avuto completamente torto nel ridimensionare gli eventi di questo mese: forse non è stata proprio una svolta epocale, non è stato proprio un caso di “Mai, nella storia della repubblica…”; e questo, non per sminuire l’importanza di ciò che è accaduto, ma al contrario: per riportarci dalla cronaca alla storia. La ferita aperta fin dalla nascita degli Stati Uniti (una repubblica di proprietari di schiavi, come diceva Marx a proposito della democrazia nell’antica Atene) non si è rimarginata e in fondo non si chiuderà mai; dunque ha causato, sta causando e causerà, ricorrenti esplosioni. La rilevanza dell’importante saggio di James Baldwin del 1963, The Fire Next Time (La prossima volta, il fuoco) consiste nel paradosso che questa “prossima volta” in un certo senso si è già verificata (i tumulti che riappaiono), tanto da divenire ripetitiva, ma in un certo altro senso non avrà luogo, perché una vera palingenesi non avverrà mai.

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La statua del commendatore tace

Ciò non significa che dal tardo Settecento a oggi ci sia stata solo una ripetizione dell’identico; tutt’al contrario: i mutamenti sopravvenuti (basti pensare al grande movimento abolizionista) contano almeno tanto quanto l’incombere continuo della tragica origine. Del resto le tragedie, come è nella loro natura, hanno anche risvolti tragicomici. Un esempio di questi risvolti è la strumentalizzazione elettorale in corso: prevedibile, ma che continua a causare disagio per il suo lato sordido (elemento oscuro ma inevitabile di quella che si chiama la dialettica democratica). E’ cominciata infatti la caccia al cosiddetto “voto nero”: una brutta espressione, e uno dei tanti simboli dell’inconfessabile legame sotterraneo fra razzismo e antirazzismo. (Freud ha inaugurato tutta una letteratura, sul “narcisismo delle piccole differenze”.) Ogni polemica “di colore”, nell’una o nell’altra direzione, finisce con l’imbrattare chi vi fa ricorso; e, come in ogni altra forma di demagogia (linfa vitale della politica), affiora un aspetto leggermente pornografico.

Esiste però almeno una differenza che vale la pena di sottolineare. Nello scontro in corso, il rancore della comunità in lotta produce rabbia, che si esprime con forza, nel linguaggio così come in altri segni e gesti; mentre la paura della comunità in posizione di difesa produce rancore — che non si esprime. E’ forse per questo che il silenzio delle statue è tanto esasperante, per i radicalizzati. Ma molte cose ribollono, sotto il silenzio: e l’antico topos della statua che a un certo punto trova il modo di farsi sentire (come la famosa Statua del Commendatore) non è ingenuo quanto sembra. Sarà la rabbia o sarà la paura, a dare la spinta decisiva per la vittoria? Se la dialettica si ridurrà a questo la scelta elettorale sarà tragicamente deformata, perché dominata dall’ombra dell’odio.

 

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Il silenzio esasperante delle statue

Viene allora spontaneo il desiderio di un qualche intervento intermedio: il quale sorga da quel tipo di discorso almeno potenzialmente riconciliatorio che è prerogativa, non soltanto della religiosità nei suoi vari aspetti, ma più generalmente di ogni forma di spiritualità e di etica. Tali forme di riflessione e di azione non possono emergere dalle masse (i due partitoni americani in lizza sono, come ogni altro partito in ogni paese del mondo, essenzialmente luoghi di alienazione, e in questo senso il gran libro di Elias Canetti Massa e potere degli anni Sessanta non è ancora invecchiato), ma debbono nascere da esperienze individuali. Un solo esempio, piccolo ma significativo.

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L’Accademia dei Poeti Americani (l’America, giustamente, non prova alcun imbarazzo a mantenere questa istituzione nazionale) invia ogni giorno ai suoi lettori una nuova poesia, nella maggior parte dei casi con testi di poeti da scoprire (ecco un modello su cui si potrebbe riflettere in Italia). In molti casi, peraltro, queste poesie funzionano come una sorta di braccio secolare del politicamente corretto, il che ne diminuisce alquanto l’interesse e l’efficacia. Una poesia recente, invece, si impone per la sua freschezza e il suo senso di dignità, e vale la pena di riprodurne una parte. Si intitola Elogio, e il suo inizio suona abbastanza ingenuo: “Oggi io farò elogio. / Elogerò il sole / che inonda con la sua luce / questo nostro oscuro vascello …”. Ma presto appare l’abile strategia dell’autore, che con la sua ripetizione dell’elogio (in uno stile anaforico che ricorda Walt Whitman) mette in risalto una situazione tutt’altro che idillica: “Elogerò il terreno / che non ha banchettato con queste ossa. / Elogerò la cassa / che non è diventata rifugio della carne. / Elogerò i proiettili / che non sono venuti a lavorare, dandosi malati. / Elogerò il grilletto / che si è preso una vacanza. / Elogerò il gesso / che oggi non è servito a profilare un cadavere. / Elogerò il corpo / per il suo essere ancora un corpo / e non una pietra tombale. / Elogerò il corpo, / per essere un corpo e non un rapporto della polizia. / Elogerò il corpo / per essere un corpo e non un ricordo / che nessuno vuole dimenticare”.

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Quello che (per fortuna) non è detto, in questo testo del poeta Angelo Geter, è altrettanto significativo di quello che è detto. Manca ogni riferimento “di colore”, ogni asserzione identitaria, ogni invettiva. Insomma, questa è una poesia non un manifesto (cosa che, come accennato sopra, non si può dare per scontata, nell’attuale panorama della scrittura negli Usa). I gesti di dignità eloquente in poesia e non, come questo sono i gesti che stanno salvando, non si dice la grandezza dell’America (queste sono parole imperiali), ma quello che vi è di straordinario nella civiltà statunitense.

             Paolo Valesio

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Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

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Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

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Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

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Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

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Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

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Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

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NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

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UNA MODESTA PROPOSTA

Presento qui la versione originaria del mio articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 23.04.2020, con il titolo redazionale, “L’aiuto che filosofia e poesia possono dare a comitati e task force”.

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Il comitato di esperti, agli ordini

UNA MODESTA PROPOSTA

Si parla di Comitati o Commissioni di esperti (in italiano, “Task Force”) per gestire l’uscita dall’emergenza del virus: esperti di psicologia, comunicazione, economia, diritto del lavoro, statistica, sociologia, salute mentale, giurisprudenza, contabilità, banche, industria e chi più ne ha più ne metta. Tanto vale allora — si potrebbe pensare — auspicare la presenza, accanto a questi uomini e donne di scienza e di affari, anche di donne e uomini della cultura e dell’arte. Idea tutto sommato prevedibile; forse anche troppo. Perché i termini appena usati (la cultura, l’arte) restano in un ambito generico, e potrebbero addirittura apparire come una sorta di contorno, o di mera espressione di buone intenzioni.

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Quando si parla di “cultura” si evoca un’attività fondamentalmente antropologica. Che è evidentemente indispensabile; ma resta informe se non si tiene in conto ciò che veramente la nutre, cioè la vera e propria attività di pensiero, resa particolarmente viva da Dante quando si prepara a una svolta decisiva nel suo viaggio spirituale: “Infino a qui l’un giogo di Parnaso / assai mi fu; ma or con amendue / m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso” (Pd 1, 16-18). In parole povere, lì si descrive l’eterna fratellanza e insieme rivalità tra poesia e filosofia, inclusa la teologia. Rischiando il sarcasmo (ma non bisogna lasciarsi spaventare), è venuto il momento di dire che senza filosofia e poesia non ci sarà una completa uscita, una liberazione realmente vissuta, dall’emergenza virale; e non solo: a proposito di un termine che ricorre incessantemente in questi contesti, cioè la magica parola “Europa”, è ora di ricordare la frase del grande filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938), quando auspicava la “rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia”.

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Ma qui non si sta parlando di “commissionare” qualche esimio professore di filosofia, nello stile del grande Emanuele Severino (1929-2020) al fianco di qualche illustre poeta “laureato”, nello stile di — boh?.  Per uscire veramente dallo spirito della pandemia e per cominciare almeno a discorrere seriamente dell’Europa, bisogna affrontare qualcosa che non ha a che fare primariamente con discipline accademiche o generi e scuole letterarie; perché la poesia-e-filosofia non sono nella loro essenza “discipline”  o “specializzazioni”. Non si tratta infatti, o non si tratta  primariamente, di “filosofia” e di “poesia” in senso stretto, ma di un’attenzione di pensiero e di una sensibilità diffusa. Queste facoltà sono la linfa vitale nella libera vita della società. Libera, come nell’idea cruciale di libertà d’espressione; tali dunque da toccare l’esistenza di tutti coloro che, qualunque sia il loro livello culturale, siano cittadini e non sudditi (e in quanto cittadini, per esempio, non siano mai stati veramente impressionati dalle esortazioni a “parlare tutti con una voce sola”).  Ma, nella dimensione del pensiero, la libertà serve poco o nulla se non è accompagnata dalla critica. Cioè: pensare nel pieno senso della parola a un qualunque oggetto o tema, significa pensare simultaneamente a come si pensa a questo oggetto o tema; insomma, un autentico pensiero si interroga mentre si svolge.  E la verifica, “la prova del nove” del fatto che si stia veramente pensando e non declamando è che tale attività crei un atteggiamento di umiltà: l’umiltà (valga un solo e decisivo esempio) di Socrate.

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Come appare allora, in un sommario sguardo a volo d’uccello, il paesaggio della filosofia e della poesia italiane ai tempi del virus? Qui è importante essere chiari, perché gli auspicabili nuovi sviluppi, l’attraversamento del presente per trasformarlo, non nascono nel vuoto, ma sono strettamente legati alla situazione attuale. (Non è vero che “nulla sarà più come prima”.) E oggi in questo paesaggio si scorgono “luci e ombre”, come si diceva una volta nei componimenti liceali.  Riguardo alla filosofia italiana nei suoi rapporti comunicativi con la cittadinanza (rapporti in cui essa continua a rivelare le sue grandi doti di finezza, e di ampiezza negli orizzonti comparatistici), si sente però il bisogno di ribadire la grande invenzione di Socrate: vale a dire il suo pensiero dialogico. Durante la conversazione con i suoi interlocutori, Socrate dialoga anche con se stesso, mettendosi in questione: ecco come nasce l’umiltà del pensiero. E potrebbe essere necessaria più dialogicità e meno professoralità, nell’Italia filosofica del dopo-virus.

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“Povera e nuda vai, filosofia”, dice un citatissimo verso di un sonetto di Petrarca (nel quale  comunque appare chiaro che Petrarca usa il termine “filosofia” in un senso generale che abbraccia anche  la poesia). Ma, attenzione ai clichés. La filosofia oggi non è, né povera (gode di un dignitoso trattamento universitario) né nuda (“veste” in modo borghesemente corretto). La poesia invece fa capolino a ogni angolo di strada (ed è vittima di due luoghi comuni opposti ed ugualmente falsi, spesso enunciati contradditoriamente nello stesso discorso: che sia troppo scarsamente coltivata, e che se ne scriva troppa).  Anche se “povera”, poi, la poesia è tutt’altro che nuda: si presenta come un’accattona di lusso, avvolta in vesti multicolori rimediate qua e là. E va bene così: l’esperienza della poesia, o è avventurosa, o non esiste come tale. La difficoltà della poesia ai tempi del coronavirus è di natura diversa: la dizione poetica corrente è troppo ansiosa di essere consolatoria e protettiva. (Il problema esiste anche, per esempio, in Usa: l’Accademia dei Poeti Americani ha creato un programma speciale per i lettori, Shelter in Poems ovvero “Rifugio nelle poesie”; dove il termine shelter si applica di solito ai ripari più o meno improvvisati contro  bombardamenti e uragani.)

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Troppe poesie in Italia oggi sembrano destinate a un ipotetico volumone collettivo “De consolatione poesiae”come successore in ritardo della grande opera personale De consolatione philosophiae  di Severino Boezio (circa 480 – circa 524). Ma tutti ormai dovremmo sapere che la poesia a tema — o commissionata, o di occasione,  che dir si voglia — funziona meritoriamente come incoraggiamento etico e psicologico, piuttosto che propriamente come poesia. La poesia guarda di sbieco all’etica, alla società, alla politica: il suo sguardo invece punta direttamente sul mondo. Il paradosso (che è la casa della poesia) è che il valore etico della poesia scaturisce proprio da ciò che a prima vista sembra essere alieno dall’etica: una certa gratuità, una certa an-archia. Forse le migliori poesie riguardanti il coronavirus saranno scritte un paio d’anni dopo il momento in cui ci sentiremo sostanzialmente al sicuro.

Paolo Valesio

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