Archivi del mese: dicembre 2013

IL RE E LA FALENA

Flannery O'Connor

Flannery O’Connor

Flannery O’Connor (1925-1964) è una delle indispensabili scrittrici americane moderne, ampiamente nota e tradotta anche in Italia; e la sua opera completa (un paio di romanzi, poco più di una trentina di racconti, alcuni saggi, una vasta corrispondenza) è stata da tempo diligentemente raccolta e meticolosamente commentata. In vista di questo statuto ormai canonico, qualunque aggiunta al suo corpus è interessante per gli specialisti. D’altra parte il lettore generale, rigirando fra le mani l’inedito della O’ Connor appena pubblicato (A Prayer Journal, introdotto da W. A. Sessions e pubblicato dalla prestigiosa editrice Farrar, Straus and Giroux) potrebbe essere scusato se avesse un momento di esitazione prima di lanciarsi nella lettura di questo esile libretto (96 pagine—ma più della metà di esse sono occupate dalla ristampa in facsimile del quadernetto scolastico contenente l’originale manoscritto del diario); soprattutto se il nostro lettore o lettrice avesse in mente  certe operazioni editoriali inflazionate, per cui un breve testo la cui sede adatta sarebbe una rivista viene trasformato a forza in un volume.

Ma nel caso di questa intensa operetta tale scetticismo sarebbe del tutto ingiustificato: “Un diario di preghiera” è un vero libro, che lascia un segno, e che andrebbe tradotto al più presto; con l’auspicio che a tradurlo sia uno scrittore con sensibilità poetica, vista la qualità già alta della scrittura della O’ Connor appena ventunenne.  Il diario risale infatti al periodo 1946-1947: la O’Connor, neo-laureata in Scienze Sociali in un college del suo stato natale, la Georgia, ha cominciato a frequentare il già ben noto  “Laboratorio degli scrittori” (The Writers’ Workshop) presso l’Università di Iowa.

L’idea del laboratorio di scrittura è ancora troppo spesso accolta, in Italia, da ironici sorrisi pseudo-crociani (suvvìa, non scherziamo—scrittori si nasce, non si diventa, ecc. ecc.). Ma un laboratorio di scrittura non presume di insegnare come diventare un best-seller. Un laboratorio serio allena (non insegna): prima di tutto a leggere; poi ad ascoltare, e dialogare con, altri scriventi (visitatori importanti del laboratorio o compagni di corso); e infine a scrivere con un certo livello di precisione ed eleganza. E i risultati si vedono: quando si confronti, ad esempio, la qualità media (i geniali vengono fuori dappertutto, ma sono rondini che non fanno primavera) della scrittura in prosa e in poesia negli Stati Uniti—una qualità di alto livello artigianale—con la qualità media in Italia.

In Iowa, Flannery O’ Connor fiorisce come lettrice/scrittrice. Dialoga con altri aspiranti scrittori, legge o comunque sfoglia autori formativi, in un “disordine” non accademico che è essenziale per ispirare la vera scrittura: da Kafka a Coleridge a Bernanos a san Tommaso a Rousseau, a Freud a Proust a Lawrence a Léon Bloy (il nome più insolito—anche se Papa Francesco lo ha citato di recente) a Péguy. Questi almeno sono i nomi che ricorrono esplicitamente nel diario.  Ma non vorrei che ciò desse l’impressione di una compilazione intellettualistica: le letture della O’Connor confluiscono in modo naturale  (“Bloy mi è venuto incontro”, lei scrive) nel torrente della sua scrittura, che è di per sé—come detto—forte e originale.  (Mentre compone  il diario, la O’Connor ha già cominciato a scrivere quello che diventerà il suo grande romanzo, Wise Blood). Il diario di Flannery è sempre un dialogo passionale, il cui interlocutore diretto è Dio—per esempio: “Per favore dammi la grazia necessaria, o Signore, e per favore fa’ che non sia così difficile da ottenere come l’ha descritta Kafka”.

Il diario è forse il genere di scrittura in prosa che più si avvicina alla poesia: prima di tutto, è un genere poco redditizio ma in fondo molto desiderato e coltivato (è difficile trovare qualcuno che non sia pronto a, o a qualche punto della sua vita non abbia provato a, scrivere un diario o qualche poesia; ma lo stesso non si può dire dei romanzi); e poi, nel diario come nella poesia, periodi relativamente ben delimitati di creatività intensa si alternano con lunghi periodi in cui la scrittura tace—ed è sempre sul punto di tacere indefinitamente. (In effetti, il manoscritto della O’Connor comincia a metà di una frase—pare che le pagine iniziali siano andate perdute—e non ha una vera e propria conclusione: semplicemente, la diarista smette di tenere il suo diario.)

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C’è un filo conduttore al tempo stesso chiaro e aggrovigliato nel diario di Flannery: si tratta di una serie di preghiere a Dio perché aiuti la vocazione di scrittrice che lei comincia a sentire e nutrire; ma tali preghiere (e questo è il tessuto propriamente drammatico del dialogo che s’intreccia nel diario) sono piene di esitazioni, di dubbi, di riflessioni autocritiche, di richiami all’umiltà, di scatti lirici, di squarci di vita quotidiana.  Nel suo diario questa poco-più-che-ventenne fa già poesia e (dietro le ingannevoli apparenze di un discorso ingenuo) fa già, a suo modo, teologia—come quando, scrivendo: “Caro Signore per favore fa’ che io ti desideri”, Flannery sembra rispondere all’antica esclamazione, o fulminea preghiera, attribuita apocrifamente a san Francesco: “Io Ti vorrei amare”. Lasciamo allora la parola ad alcuni passi di questo Prayer Journal:

“La mia mente è una piccola scatola, caro Signore, infilata dentro altre scatole che stanno dentro altre scatole, e così via. C’è molta poca aria, nella mia scatola. Caro Signore, dammi quella quantità d’aria che non sia troppo presuntuoso richiedere”

“Come posso eliminare questo modino meticoloso, tipo estrarre lische di pesce,  che ho di fare le cose? Eppure desidero tanto di amare Dio fino in fondo”. (Questa immagine delle lische di pesce è degna di un verso di Emily Dickinson.)

Ed ecco, nella sua densità aforistica, uno dei lemmi più brevi del diario, che avrebbe fatto invidia a Oscar Wilde:

“Nessuno può essere ateo senza aver conoscenza di ogni cosa. Solo Dio è ateo. Il diavolo è il maggiore dei credenti—e ne ha le sue buone ragioni”

“Rousseau dice che il protestante deve pensare, il cattolico deve sottomettersi”, cita genericamente Flannery; e subito aggiunge, con un tono ironico: “suppongo si presuma che in ultima analisi anche il protestante debba sottomettersi, ma il cattolico non debba mai pensare”. (Tutta la narrativa di O’Connor, nata nella cosiddetta “Zona biblica”—Bible Belt—degli stati del Sud,  è tessuta sulla dialettica fra una soggettività cattolica, dunque minoritaria e in certo modo, in quegli anni, ancora sospetta, e un contesto ruralmente protestante.)

“Il desiderio che l’uomo ha di Dio giace nel suo inconscio e tenta di trovare soddisfazione nel possesso fisico di un altro essere umano. Questo è necessariamente un attaccamento fuggevole ed evanescente nei suoi aspetti sensuosi poiché si tratta di un sostituto inadeguato per ciò che l’inconscio ricerca”. (Ho tradotto “giace”, ma il verbo usato da Flannery è bedded—come dire: “sta a letto nel suo inconscio”;  ed è una combinazione originale fra il linguaggio freudiano e quella ‘sensuosità’ del desiderio religioso che invece Freud tenta costantemente di ridurre a fredda sovrastruttura repressiva.)

“Quello che sto chiedendo è veramente molto ridicolo. O Signore, io dico che attualmente sono un formaggio, e tu fa’ di me una mistica, immediatamente. Però è vero: Dio può far questo—può trasformare un formaggio in una mistica […]  Qui c’è una falena che vorrebbe essere re—è una cosa stupida e ignava, una cosa sciocca, una cosa che vuole che Dio, il quale ha creato la terra, divenga suo Amante. Immediatamente”. (Qui c’è una mente poetica al lavoro: nei suoi accostamenti surreali (il formaggio che diventa una mistica), così come nei raffinati echi verbali: il suono di moth “falena” viene ripreso da quello di slothful  “ignava”.)

Ma ciò che è essenziale, e commovente, è la  costante freschezza dell’ impeto che percorre queste pagine. È qualcosa che ricorda i monumentali diari di una giovane donna dall’altra parte dell’oceano, il cui sfondo e destino sono drammaticamente diversi: Etty Hillesum, l’ebrea olandese dall’animo mistico morta a Auschwitz nel 1943. (Non è inutile ricordare che in uno dei suoi racconti più lunghi e ambiziosi, The Displaced Person, Flannery proietta l’ombra dell’Olocausto su un angolo di campagna americana.) Un diario può apparire a prima vista qualcosa di privatissimo, al limite dell’egocentrismo; e invece è un crocicchio di anime.

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L’uomo che perse una Pasqua

PAGINE DA UN “ROMANZO INTIMO”

[Presento qui alcune pagine da uno dei miei romanzi-diari o romanzi diarii—che recentemente amici francofoni mi hanno aiutato a definire più precisamente. Se, infatti, nell’espressione journal intime l’aggettivo ridimensiona il sostantivo, nella nuova espressione roman intime è il sostantivo che ridimensiona l’aggettivo. “Romanzo intimo”, dunque, in cui la soggettività della dimensione diaristica viene ridimensionata da quella propriamente narrativa: se il diario emana da un soggetto, qui c’è una narrazione che, per così dire, oggettivizza il diarista—cioè crea un personaggio, la cui iniziale G. non è scelta a caso. Sarebbe noioso elencare i tratti in cui il personaggio G. assomiglia al suo autore, così come sarebbe noioso esporre tutti gli elementi (a cominciare dall’età) per cui G. è diverso dall’autore: basti ribadire che G. è, appunto, un personaggio di finzione. Non stupisca la comparsa di poesie dentro un testo in prosa, perché il presente progetto tende a rendere sempre meno netti i confini tra le due forme di scrittura (e, a proposito, questo è un progetto non puristico:chiazze di lingua inglese  nel testo, ecc.).

L’UOMO CHE PERSE UNA PASQUA

 

Manhattan                                                                                         25 maggio 2013

Ieri notte (non gli era accaduto da chi sa quanto tempo) G. ha sentito pienamente, concretamente, la presenza del Diavolo. Una presenza larga, sudata, più buia del buio, dunque invisibile; appiattita e appiattata tra il letto e il guardaroba—una sorta di corpo immenso. Ha sentito—perché dovrebbe provar vergogna a dirlo?—per alcuni minuti, paura. (G. non crede che chi non tema il Diavolo possa veramente avere timor di Dio.)

Sono tante, le forme diverse in cui si manifesta la paura. Ieri notte, per esempio, la  paura di G.  ha assunto la forma dell’ incubus. Non è che propriamente sentisse il Diavolo sopra di lui (lo percepiva, appunto, là sul pavimento: come un rospo, largo quanto una pozzanghera nera); ma al tempo stesso sentiva un peso soffocante che gli gravava sul cuore e sullo stomaco. Si è trattato di poco più di un quarto d’ora—ma gli è sembrato un tempo molto più lungo.

Il giorno dopo, a mente più lucida, ha sentito crescere dentro di sé un pensiero: che il Diavolo e l’Anticristo siano aspetti diversi della stessa personalità. Il Diavolo è il Maligno nella sua forma più nuda, immediata, personale: la veste, o s-veste, della tentazione. L’Anticristo è il Maligno nella veste più raffinata, che ha a che fare con la politica mondiale e addirittura cosmica. Ovvero: il Diavolo è il Maligno in quanto agisce sull’individuo, l’Anticristo è il Maligno in quanto princeps huius mundi che agisce nella storia. Una Dualità che lotta contro la divina Trinità?

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Venezia                                                                                               15 giugno 2013

È la seconda—o forse terza—visita di G. alla Scuola di San Rocco; ma stamattina gli sembra di vederla per la prima volta; e capisce l’entusiasmo che deve aver colto il diciassettenne Emilio Vedova quando la visitò. (In questi giorni vari quadri di Vedova sono visibili dentro la Scuola; G. non ne è necessariamente molto attratto, ma quello che conta è la profonda creatività di quell’omaggio.) Sembra dunque a G. di vedere le tele del Tintoretto per la prima volta—con un’eccezione. C’è un quadro che lui ricorda quasi perfettamente, e non avendolo all’inizio trovato si sente perplesso, e pensa di ricordare male la sua collocazione. Invece, dopo qualche minuto che sta seduto su un piccolo scanno—un po’ per contemplare l’enorme scena della Crocefissione e un po’ per riposarsi— si sente come guardato da qualcosa o qualcuno, si volta di scatto, ed eccolo lì: la raffigurazione di Cristo davanti a Pilato.

Non ricordava, in verità, tutta la scena (Pilato che si lava le mani in alto a sinistra, lo scriba, che graffia il verbale su un papiello, in basso sulla destra): la sola immagine che gli era rimasta graffita nella memoria è l’immagine di Lui. Completamente vestito, anzi rivestito dal capo ai piedi, di un’elegante tunica bianca—e questa impressione d’eleganza era uno degli elementi che gli erano restati più impressi. Tanto è vero che, quando la ragazza che G. ha incontrato ieri nel caffè storico di Campo San Zanipolo mormora: “L’ha dipinto come se fosse già morto …”, G. assente a questa osservazione (perché lui tende sempre a essere docile—e in modo particolare con questa biondina qui), ma al tempo stesso registra dentro di sé  una riserva mentale: perché c’è una vitalità implicita, nel lieve dandysmo della  veste e posa di Lui.

Quello che invece adesso lui le sussurra è: “Ecco, questa per me è l’immagine definitiva di Cristo”. Per un qualche residuo di pudore, G. non aggiunge che lui non può vedere quel quadro senza provare un moto di commozione—e in effetti ancora adesso si sente salire le lacrime verso le ciglia (ma restano al di qua della barriera degli occhi, e G. non crede che nessuno se ne sia accorto).

Gesù alto, magro—anzi sottile, anzi snello come una pieghevole canna—col capo lievemente chino (lievemente, non completamente), dunque in una posizione rassegnata ma non timorosa o vergognosa: la posa dell’umiltà meditante. Ha le mani incrociate davanti a sé perché sono legate; ma tutta la posa è così elegante che quelle specie di manette sembrano quasi degli ornamenti, dei monili. È una fiammata bianca, in contrasto con le fiammate rosse che il Tintoretto ama; una fiammata bianca su uno sfondo che, se non è infernale, appartiene almeno a una cupo-rossiccia miseria terrena.

“Cristo davanti a Pilato” è il secondo quadro cruciale nella vita di G., dopo El Entierro del Conde de Orgaz.  G. rimpiange di non avere un quadretto riproduttivo di quel Cristo, come invece ne ha uno del quadro di El Greco; in effetti non gli è restata  nemmeno una cartolina, di quel Tintoretto. (Fotografia col cellulare? Impensabile.) E va bene anche così—G. continuerà ad affidarsi alla sua memoria, anche se un po’ diroccata.

Mentre guarda gli altri quadri, G. si sente felicemente sorpreso dalla vivacità della sua esperienza. È vero che, solitamente, la visita a una mostra artistica gli dà una scarica di adrenalina. Ma ultimamente la sua esistenza gli sta divenendo sempre più estranea, e G. sente sul collo il fiato della malattia della disperazione (quella che anche i pappagalli hanno imparato a chiamare “depressione”); e una delle conseguenze di questo soffio gelido sul suo collo è stato un calo di adrenalina.

Tutto ciò causa in G. una sorpresa, per l’inatteso rinforzo di emozioni di fronte alle altre tele nella Scuola di San Rocco. E come non sentire in questo inaspettato ravvivamento dello spirito un barlume di grazia? Ma ci sono anche altre sorprese, dentro questa generale sorpresa. Per esempio, “La Strage degli Innocenti”; che gli appare come una delle poche raffigurazioni, nella lunga tradizione di pitture su questo episodio, che siano veramente tragiche, nella sua totalità organica. Tuttavia quello che poi è rimasto in G. sono dettagli che non hanno veramente a che fare con la tragedia centrale.

Prima di tutto, la bizzarra varietà di forme architettoniche, le prospettive tagliate e accavallate—soprattutto quel vasto pavimento di marmo, metà bianco e metà rosso per il sangue che scorre, ma con una separazione netta fra i due grandi riquadri colorati, senza alcuna sfrangiatura: una separazione anti-realistica, come se si trattasse di due tappeti accostati l’uno all’altro.

E poi, i seni—i seni turgidi e ampiamente rivelati di quasi tutte le figure femminili. Vedendoli così, in questo grande quadro sommosso, G. comprende perché, anche in questa stagione italiana di seni al vento, egli sente sempre di fronte a essi una sorta di soggezione. Ciò accade (questo è apparso definitivamente chiaro stamane, alla Scuola di San Rocco) perché nel seno femminile lui continua a sentire—con un effetto di gelo rispettoso—l’icona della maternità.

Adesso G. si chiede (con quelle domande oziose e fondamentali che uno si pone quando viaggia e vaga): ‘Sono stato allattato oppure no al seno materno?’. È tardi purtroppo—tutta la sua famiglia è scomparsa—per chiedere direttamente informazioni a questo proposito. Ma anche se fosse riuscito a chiederlo a sua madre, e ammesso e non concesso che lei gli avesse risposto, G. non sa se avesse potuto fidarsi della risposta, qualunque essa fosse stata.

Sua madre temeva la parola, e sempre procurava di costruire fra sé e l’interlocutore o interlocutrice una barriera di rassicurante impersonalità: tutto, pur di evitare la rivelazione del sé. … Solo stamattina, di fronte alla “Strage degli Innocenti”, G. scorge l’icona mariana dietro l’icona genericamente materna—e comprende finalmente che quella storia di strage è la prefigurazione del tormento di Maria sotto la croce.

Venezia                                                                                               4 luglio 2013

   Spes ultima dea—e forse l’ultima  speranza per G. è la seguente (se lo dice con un tocco di auto-ironia scaramantica, ma il fondo è serio): diventare un intercessore universale. Uno dei giovani membri del gruppetto di letture inglesi che G. ha costituito in queste settimane veneziane, ha scritto nel quaderno collettivo di scritture una frase strana; “A question that for me can still be related to Venice, especially to modern Venice, is, ‘How far does redemption go?’”.

G. resta stupito, perché per lui la redenzione non va mai abbastanza lontano. (Ma forse quello che il giovane intendeva dire era qualcosa come: “Fino a quando e quanto ci si può sforzare di redimere Venezia?”.) Comunque la domanda di G. si dirigerebbe piuttosto all’altra estremità di questa esperienza, cioè: “Da dove può cominciare la redenzione?”.

G. sente che tutto ciò ha a che fare con la sua idea dell’intercessore universale: forse l’unica possibilità a lui rimasta, per un riscatto redentivo, è quella di protendersi con una preghiera mentale potenzialmente continua verso ogni essere umano in cui egli s’imbatta, intercedendo per la sua felicità e destino. Continua a pensare, e scrive una poesia:

Dal quaderno di gruppo (Punti di domanda)

 

Da dove può cominciare

(quando comincia, dove)

la redenzione?

E poi, come si fa ad assegnare

una diga di tempo e di spazio

a un’onda che non finisce mai?

A notte rivoltandosi

nello stretto bianco

lettino del residence

riesce a estrarre il vero

sotterraneo pensiero:

se il redentivo riscatto—

utile agli uomini, non sgradito a Dio—

non è già  da sempre  cominciato,

che senso ha per un uomo una donna

il finora vissuto,

che senso hanno

gli anni che le potrebbero restare?

(Campo dei Frari, 4-15 luglio 2013).

Manhattan                                                                                         4 agosto 2013

“Holidays, books and lives, draw to their close,

the curtain rings down on some theater piece”

(Anthony Hecht, “Terms”)

Ieri sera G. è andato a vedere un dramma poco noto di Tennessee Williams dal titolo un po’ pirandelliano: The Two-Character Play (Il dramma di due personaggi). Un dramma abbastanza confuso, salvato dalla generosa interpretazione di due attori eccellenti.

Attendendo l’inizio dello spettacolo, G. si sentiva abbastanza espansivo—allegro, curioso—tanto è vero che ha attaccato discorso con una signora a lui sconosciuta, nel sedile accanto al suo (comportamento normale per i suoi amici e amiche, assolutamente eccezionale per G.); e ha condiviso con lei alcune considerazioni non nuove per lui (le ripete abbastanza spesso agli amici): che la sua idea di un paradiso laico sarebbe andare a teatro ogni sera; e che lui, G., non può dire di aver mai avuto un’esperienza teatrale negativa, perché in ogni spettacolo teatrale lui vede prima di tutto il Teatro.

Ma se ogni momento di espansività contiene un elemento di hybris, la hybris di G. è stata immediatamente punita. Per la prima volta in vita sua, infatti, G. ha fatto una grande fatica, auditiva e psicologica, a seguire uno spettacolo teatrale—per la prima volta il palcoscenico non è stato per lui fonte di godimento completo. Se ne stava lì seduto a seguire con difficoltà le parole degli attori, e ogni tanto si abbioccava per una manciata di secondi, così che a tratti si creava in lui una lacuna o dissolvenza nella percezione. Un’umiliazione in ogni caso; ma per G. poi, con il suo amore per il teatro, quasi una bestemmia contro Dioniso, che finora lo aveva tenuto sotto la sua protezione.

Sotto il segno di Dioniso… in realtà quello che ha colpito G. ieri sera, oltre l’abnegazione degli attori, era la sofferenza dei personaggi. Ma ieri sera, in fondo, G. ha obliterato  la distinzione che per lui è quasi un dovere intellettuale, cioè la distinzione tra personaggio e interprete. Il lavoro degli attori si è fuso, con effetto perturbante, con il lavorìo psicologico delle due persone, fratello e sorella. Tutti e due (tutti e quattro) erano intenti a lavorare con grande fatica alla loro salvezza. (“Lavorate alla vostra salvezza, con timore e tremore”—Fil 2,12.)

Manhattan                                                                                         12  ottobre 2013

La prova, il test fondamentale, di quello che può significare essere cristiano: È la gioia? È la felicità? È la sofferenza?  G. deve ammettere che, per lui, è la stanchezza. Quando una creatura umana si abbandona esausta su un sedile o giaciglio dopo ore e ore di lavoro, quando i lineamenti del volto sembrano gualcirsi sotto il peso della fatica—è allora che la sua possibilità di cristianesimo si rivela in tutta la sua nudità. Ma adesso G. si accorge che con questo egli ha definito al tempo stesso il fondamento di ciò che è umano. Allora, minaccia della tautologia: il cristianesimo ammantella tutto l’umano, oppure è un modo troppo difficile, dunque superfluo, di dire la parola “umano”?

Bologna                                                                                              29 settembre 2013

Il comando o esortazione: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, tutta la tua mente, tutta la tua anima” era sempre parso a G. così assolutamente difficile da risultare quasi incomprensibile. Egli ricorda di aver scritto, su questo comando così problematico, una poesia in cui una certa esasperazione si traduceva  in una piroetta, nella serio-giocosa esibizione del giocoliere—ma adesso G. non riesce più a trovare quella poesia.

Oggi però gli è venuto improvvisamente allo spirito il modo in cui crede di aver cominciato a capire quella esortazione. A questo punto di vita infatti G. sente che il suo cuore, la sua anima, la sua mente sono in gran parte vuote. Ecco allora che, almeno per difetto, il suo cuore-mente-anima potrebbero essere finalmente pronte a contenere quell’amore.

Bologna                                                                                              20 ottobre 2013

È da molto tempo che G. rimùgina una frase da un romanzo che lui ha letto tardissimo (buon ultimo della sua generazione), On the Road, una frase che lui ricorda così: “I have nothing to offer you, except my confusion”—e in cui G. privilegia il concetto dell’offerta rispetto a quello della confusione. In effetti, partendo da quell’affermazione, G. continua a meditare: ‘Alla mia età, sono riuscito a farmi un’idea mia sul mondo e i suoi problemi?’. E continua a sbattere sulla stessa conclusione: il suo approccio è un non-approccio—al massimo, un approccio informe. Allora, quello di cui G. sente il bisogno sono parole concrete, sensuose; che possano dare il senso di un atteggiamento verso il mondo che è informe, ma non per questo privo di serietà; e continuano a venirgli in mente parole inglesi come: splotchy, squashy, squishy. Parole buffe, da pagliaccio—parole anche, forse, un po’ sgradevoli. Ma in fondo tutte le parole sono serie, e vanno prese sul serio.

G. deve ammettere di avere una visione informe, sensuosa di tutti i temi, grandi e piccoli: le questioni della vita quotidiana così come le Grandi Questioni etiche sociali politiche filosofiche teologiche. Splotchy, appunto; e a G. viene da pensare alla macchia di una penna stilografica sulla carta—ma chi adopera più le penne stilografiche? Come condividere con gli altri la lieve pena che G. prova quando, inserendo una nuova cartuccia nella stilografica, qualche volta gli sfugge una macchia d’inchiostro sul foglio? Quando lui era scolaretto, lo chiamavano il “baffo”—e quando faceva un baffo G. ci soffriva—sentiva che non stava dando il suo contributo a mettere ordine nel mondo … Ha provato a scrivere una poesia:

 

Splotchy

 

   Quando gli chiedono—no,

nessuno gli porge domande:

lui, a se stesso chiede—

quando si chiede che cosa lui pensi

del mondo e i suoi problemi,

annaspa arrastra arranca

quasi boccheggiando

cercando parole che siano sensorie

per dire la sua accettazione

di ciò tutto che sta intorno

e delle opposte teorie

e delle posizioni inconciliabili

che debbono essere

tirate al basso del fondo

dove si fondono.

Ci vogliono parole che dipingano

la sua non-forma di fronte alla realtà

come una volta le macchie

d’inchiostro su carta sugante—

splotchy—

come le non sostanziose sostanze

scivolanti sulle superfici,

le cose inafferrabili scartabili

squishy-squashy:

 insomma la sua gelatinosa

resistenza all’impronta delle idee.

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Contrabbando di Natale

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   Le musichette natalizie hanno cominciato a tintinnare il 29 novembre (la giornata seguente, quest’anno, al rituale Giorno del Ringraziamento). Si va sempre più in fretta, e invocare la parola d’ordine—e di obbrobrio—“consumismo” (questi motivi in scatola che s’ insinuano dappertutto nell’audiosfera incoraggiano il lieve torpore che accompagna il pellegrinaggio sempre più barcollante da compera a compera) non sembra sufficiente a descrivere il fenomeno. C’è come una fretta di farla finita, di “get it over with”, come dicono qui. Abbiamo ammazzato il tacchino per il Thanksgiving Day? Bene: adesso ammazziamo il vitello grasso, il cappone, il maiale—insomma ammazziamolo in fretta,‘sto Natale.

   Nel centro  studi presso il quale passo alcune ore ogni settimana, e che si trova nell’Upper West Side di Manhattan, la festa natalizia si è tenuta  presto (appunto: un’altra formalità da sbrigare): il 4 dicembre.  Quest’anno—ed era solo la seconda volta che ciò accadeva—c’era anche un piccolo intrattenimento: un gruppo canoro di Harlem (a volte non sembra, ma Harlem comincia pochi isolati a nord del palazzo modernistico-rinascimentale che ospita il centro) ha cantato tre inni di quelli detti  “spirituali”.  Un episodio di un quarto d’ora, e poi si è subito tornati al mangia-bevi-chiacchiera; ma ha lasciato dietro di sé qualche riflessione.

   Un paio di centinaia di signori e signore bianche hanno ascoltato una dozzina di quelli che adesso debbono  essere chiamati afro-americani, avvolti in manti rossi a strisce dorate, prodursi in canti che, benché  pieni di brio e di colloquialità, erano a sfondo chiaramente cristiano: abbiamo sentito più volte la parola “cielo”— abbiamo perfino sentito la parola “Gesù”. Beh, e allora, che c’è di speciale? C’è, c’è, e il centro studi ha dimostrato qui una certa spregiudicatezza di cui gli va dato atto.  (Quando quegli stessi  cantanti si esibirono un paio di Natali or sono ci furono critiche da parte di alcuni membri …). In effetti, quella che ho appena chiamato “festa natalizia” non può più esser chiamata così:  qui si può parlare soltanto di “feste delle vacanze”.

   Insomma, l’altro giorno si sono ammazzati due piccioni con una fava: si è fatto un gesto di omaggio al quartiere povero ai cui confini s’ innalzano i palazzoni dell’università di Columbia; e al tempo stesso si è contrabbandato un po’ di Natale, ma rispettando i canoni della correttezza politica: il folklore afro-americano  smussava, rendendole  innocue,  le parole cristiane. (Sono assolutamente certo  che un gruppo di cantanti natalizi di pelle bianca non sarebbe stato ammesso.)

   Quand’ero più giovane e più francofortese, avrei fatto osservazioni assai critiche a questo proposito: infatti il netto confine—bianco/nero, cristiano/laico—che si era così venuto a creare potrebbe esser visto come una forma di degnazione, la quale  finirebbe col banalizzare entrambe le comunità ed entrambe le credenze (o non-credenze) in questione.  Ma adesso, con l’età e il senso di realismo (che alcuni potrebbero anche chiamare rassegnazione), dico: — Meglio poco che niente. La Cristianità in senso quantitativo è forse più vasta che mai, ma il Cristianesimo in senso qualitativo (per adoperare una terminologia di tipo kierkegaardiano) ha uno statuto—non sono né il primo né il più autorevole a dirlo—in larga misura residuale. Questa situazione può essere celebrata da alcuni, deplorata da altri ; a me sembra che non ci resti che viverla, di giorno in giorno (Sufficit diei malitia sua), anche se  così  l’esperienza spirituale  viene a svilupparsi  soprattutto negli angoli e nelle retrovie.

   Alla fine della cantata, la direttrice del coro è scesa dal palcoscenico e ha preso per mano—a volte dolcemente trascinandoli, per la loro timidezza—la decina di  bambini presenti (tutti bianchi tranne uno, evidentemente adottato), portandoli sul palcoscenico, e tentando di persuaderli ad unirsi all’ultimo verso dell’inno. La resistenza è stata forte e unanime ,ma alla fine la  bambina più grandicella ha preso coraggio,  ha enunziato dolcemente la frase “O giorno felice”—e sono scoppiati gli applausi più convinti in tutta la serata. Forse mi accontento troppo facilmente, ma per me è stato abbastanza, come boccata di spirito natalizio (e chi sa se sarò abbastanza fortunato da ritrovarlo,  in questa stagione).

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IL VOTO “BIANCO”

   A proposito di un fenomeno che preoccupa gli Stati Uniti in modo analogo all’Italia, cioè l’astensionismo elettorale: sono usciti, nel recente numero del settimanale “The  New Yorker” (2 dicembre 2013), rivista tanto raffinata da essere al limite del modaiolo, due interventi molto diversi anzi opposti, in due ‘lettere al direttore’.  Nella prima di esse si menziona la possibilità  di adottare anche in USA il sistema australiano, dove pare che il voto sia obbligatorio e chi non vota si becchi una multa; e poi  si propone un sistema alternativo, definito “pagami per votare”, per cui ogni votante riceverebbe un accredito di un centinaio di dollari sulle tasse dichiarate per l’anno precedente. Di fronte alla proposta di queste due pessime misure  —  una che vede lo Stato in uniforme poliziesca, l’altra che lo rappresenta in veste di corruttore — arriva come una boccata d’aria fresca la seconda lettera al direttore;  di cui traduco qui di seguito la  parte centrale, nella quale l’autore si riferisce alle elezioni municipali nella sua città, un centro urbano dello stato di Oklahoma:

“Ero così frustrato dalla mancanza di scelta nella scheda elettorale che andai al seggio, firmai il registro, ricevetti la scheda, la appallottolai, e uscii. Arrivato a casa, buttai via la scheda.  Penso che il pubblico si renda conto che, al momento in cui si indice un’elezione, le scelte rimaste sono poche o nulle. E questa è una delle ragioni per cui la maggioranza dei votanti non va a votare.  Altri ci vanno, come faccio io, mossi da un certo qual senso del dovere. Di solito si grattano la testa, si tappano il naso, e votano.  Ma io credo che se ci fossero più persone che veramente pensassero alla democrazia e dessero espressione al loro senso di frustrazione, ci sarebbe un sacco di schede elettorali che verrebbero appallottolate e buttate. Forse, allora, se ci fossero più persone che ‘occupassero’ il voto, la classe politica comincerebbe a preoccuparsi un poco di più della sua capacità di manipolare le elezioni e le masse”.

Parole sacrosante, a mio modo di vedere; e, sempre a mio umil parere, aggiungo che vedo l’astensionismo oggi, in America e in Italia, come una soluzione perfettamente rispettabile, civicamente e moralmente, che va difesa esplicitamente e a testa alta. Se in Italia non è possibile portarsi a casa la scheda, e se la scheda bianca può esser troppo facilmente manipolata, e se il semplice non recarsi al seggio potrebbe essere frainteso come una forma di pigrizia—e come tale deriso dai soloni e dagli intellettuali moralisti—la soluzione  migliore sembra essere la scheda annullata, magari con una semplice frase (possibilmente non volgare). Altro che chiacchiere sulla riforma elettorale! A questo punto, il non-voto è l’unico linguaggio che la classe politica possa comprendere.

Fra parentesi, e in omaggio alla rivista “The New Yorker” cui sono abbonato, e che a volte prendo un po’ in giro ma con affetto—e più in generale  in omaggio alla maggiore professionalità, nonostante tanti difetti, del giornalismo americano rispetto a quello italiano : noto che nella maggioranza dei giornali italiani le lettere al direttore parlano alle truppe (come suol dirsi,) ovvero come ci si esprime qui “predicano ai già convertiti”: cioè chi scrive a un giornale più o meno di sinistra fa un discorsetto già orientato a sinistra, e viceversa coi giornali più o meno di destra. (La stessa cosa vale per le telefonate mattutine, in certe reti radiofoniche italiane,  ai redattori di giornali.) Nei giornali e riviste americane, invece, le lettere al direttore non si autocensurano preventivamente; di conseguenza, ciò che ha luogo è qualcosa che almeno si avvicina a un dialogo autentico.

 

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Salviamo gli autori italiani dall’«attacco» americano

Intervista a Paolo Valesio, da ilsussidiario.net, giovedì 28 novembre 2013

“Occorre resistere sul terreno della letteratura”. A dirlo è Paolo Valesio, docente di italianistica nella Columbia University di New York. Ilsussidiario.net ha fatto un punto con lui sullo stato dell’italianistica negli Stati Uniti. I nostri autori, infatti, si trovano in una strana situazione: quella di subire una pressione sempre più forte, una “contaminazione” invadente di problematiche e di temi ad essi estranei, come quelli riguardanti il gender, l’uguaglianza dei sessi, la povertà, le migrazioni, eccetera. Temi che c’entrano poco o nulla con D’Annunzio, Ungaretti e Montale, figurarsi con Petrarca e Boccaccio. Avanti con la letteratura, dunque. “Non sarebbe la prima volta che una posizione apparentemente conservatrice si rivela essere il vero elemento di progresso” dice Valesio.

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Professore, qual è lo stato dell’italianistica negli Stati Uniti? La nostra letteratura suscita ancora fascino e attrae studenti nei dipartimenti di italianistica? 

La diminuita – ma tutt’altro che scomparsa – attrattiva della letteratura italiana è parte di un processo generale di calo d’interesse verso gli studi propriamente letterari, dunque non è un fenomeno che riguardi soltanto l’italianistica. D’altra parte la letteratura italiana, con il suo carattere fortemente umanistico nel senso più tecnico e filologico del termine, presenta particolari difficoltà per chi in generale è disabituato a un certo tipo di preparazione – per esempio, una qualche familiarità con la lingua latina.

Nel campo delle humanities, in che cosa si differenziano i metodi della ricerca europea da quelli statunitensi?
La ricerca statunitense è da molti anni caratterizzata da una forte influenza di temi ideologici (come il femminismo) e sociali (per esempio, i cosiddetti “cultural studies”) nella ricerca letteraria.

Il modello di ricerca italiano, orientato alla ricostruzione complessiva del quadro storico e dei fenomeni letterari connessi, è considerato ancora un modello da imitare o è stato surclassato dall’analisi statunitense caratterizzata dal settorialismo e dall’iperspecializzazione?
Mi sembra che il conflitto (o, più ottimisticamente, la dialettica) fra ricostruzione complessiva e settorialismo esista sia nel contesto statunitense sia in quello dell’italianistica italiana.

Come il paese “ospite” condiziona lo studio dell’italianistica?
Avevo parlato qualche tempo fa di un processo di “colonizzazione” (semplificando, ma non poi troppo) per cui le università angloamericane dettano oggi le tematiche e i metodi della ricerca italianistica. Oggi invece parlerei piuttosto di una “colonizzazione” reciproca: gli italianisti americani inseriscono nella ricerca letteraria italiana tematiche ideologiche e sociologiche, mentre gli italianisti italiani controbattono con l’inserzione di tematiche più propriamente politiche.

Quali vantaggi ha portato il “condizionamento” americano?

In generale, al di là dell’introduzione a volte sommaria di certi contenuti, il vantaggio è quello di sviluppare una maggiore consapevolezza metodologica.

Il successo di certe tematiche (problema della razza, identità sessuale…) e di certe prospettive e ambiti di ricerca (gender studiescultural studies…) è in parte frutto dell’ingerenza della politica nella vita accademica americana? 
Nell’italianistica più che in altri settori linguistico-letterari si nota uno sconfinamento della micropolitica universitaria in macropolitica: da un certo opportunismo “politicamente corretto” nella scelta dei corsi di studio e dei soggetti di tesi di laurea si tende a traboccare verso un attivismo ideologico e semi-partitico.

Questa eventuale ingerenza assicura allo studio umanistico un ancoraggio alla realtà o rappresenta un limite allo sviluppo libero e disinteressato dell’italianistica?
Sorge il sospetto che un certo atteggiamento condiscendente e ipercritico dell’italianistica “americana” verso l’Italia costituisca in parte un alibi incoraggiato dagli ambienti universitari americani per spostare l’attenzione dai problemi americani, che sono in generale più gravi di quelli italiani: maggiore rigidità della legislazione migratoria, tumultuosità della problematica di identità sessuale, maggiore oppressività del controllo statale, militarismo, maggiori pulsioni di violenza (pena capitale, proliferazione delle armi da fuoco), nazionalismo fondato sull’idea dell’ “eccezionalismo” americano.

Quali autori predilige in sede didattica e perché?
La scelta dei miei autori, che comunque non è mai stata iperspecialistica, è sempre nata dai miei desideri di ricerca, e poi è stata portata sul terreno della didattica. Questa continua a sembrarmi la priorità giusta: altrimenti, se si punta subito sulla didattica, si corre il rischio della ricerca della popolarità, dunque della strumentalizzazione ideologica. Comunque i miei autori prediletti sono in generale autori, per così dire, di frontiera; come Francesco d’Assisi e i “Fioretti”, Teofilo Folengo e la poesia macaronica, la Scapigliatura e il racconto fantastico, Gabriele d’Annunzio e il simbolismo, Antonio Fogazzaro e il modernismo, Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo.

Quali scelte adottare?
Prima di tutto, occorre resistere sul terreno della letteratura: non sarebbe la prima volta che una posizione apparentemente conservatrice si rivela essere il vero elemento di progresso.

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