Archivi del mese: maggio 2020

UNA MODESTA PROPOSTA

Presento qui la versione originaria del mio articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 23.04.2020, con il titolo redazionale, “L’aiuto che filosofia e poesia possono dare a comitati e task force”.
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Il comitato di esperti, agli ordini

UNA MODESTA PROPOSTA

Si parla di Comitati o Commissioni di esperti (in italiano, “Task Force”) per gestire l’uscita dall’emergenza del virus: esperti di psicologia, comunicazione, economia, diritto del lavoro, statistica, sociologia, salute mentale, giurisprudenza, contabilità, banche, industria e chi più ne ha più ne metta. Tanto vale allora — si potrebbe pensare — auspicare la presenza, accanto a questi uomini e donne di scienza e di affari, anche di donne e uomini della cultura e dell’arte. Idea tutto sommato prevedibile; forse anche troppo. Perché i termini appena usati (la cultura, l’arte) restano in un ambito generico, e potrebbero addirittura apparire come una sorta di contorno, o di mera espressione di buone intenzioni.

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Quando si parla di “cultura” si evoca un’attività fondamentalmente antropologica. Che è evidentemente indispensabile; ma resta informe se non si tiene in conto ciò che veramente la nutre, cioè la vera e propria attività di pensiero, resa particolarmente viva da Dante quando si prepara a una svolta decisiva nel suo viaggio spirituale: “Infino a qui l’un giogo di Parnaso / assai mi fu; ma or con amendue / m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso” (Pd 1, 16-18). In parole povere, lì si descrive l’eterna fratellanza e insieme rivalità tra poesia e filosofia, inclusa la teologia. Rischiando il sarcasmo (ma non bisogna lasciarsi spaventare), è venuto il momento di dire che senza filosofia e poesia non ci sarà una completa uscita, una liberazione realmente vissuta, dall’emergenza virale; e non solo: a proposito di un termine che ricorre incessantemente in questi contesti, cioè la magica parola “Europa”, è ora di ricordare la frase del grande filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938), quando auspicava la “rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia”.

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Ma qui non si sta parlando di “commissionare” qualche esimio professore di filosofia, nello stile del grande Emanuele Severino (1929-2020) al fianco di qualche illustre poeta “laureato”, nello stile di — boh?.  Per uscire veramente dallo spirito della pandemia e per cominciare almeno a discorrere seriamente dell’Europa, bisogna affrontare qualcosa che non ha a che fare primariamente con discipline accademiche o generi e scuole letterarie; perché la poesia-e-filosofia non sono nella loro essenza “discipline”  o “specializzazioni”. Non si tratta infatti, o non si tratta  primariamente, di “filosofia” e di “poesia” in senso stretto, ma di un’attenzione di pensiero e di una sensibilità diffusa. Queste facoltà sono la linfa vitale nella libera vita della società. Libera, come nell’idea cruciale di libertà d’espressione; tali dunque da toccare l’esistenza di tutti coloro che, qualunque sia il loro livello culturale, siano cittadini e non sudditi (e in quanto cittadini, per esempio, non siano mai stati veramente impressionati dalle esortazioni a “parlare tutti con una voce sola”).  Ma, nella dimensione del pensiero, la libertà serve poco o nulla se non è accompagnata dalla critica. Cioè: pensare nel pieno senso della parola a un qualunque oggetto o tema, significa pensare simultaneamente a come si pensa a questo oggetto o tema; insomma, un autentico pensiero si interroga mentre si svolge.  E la verifica, “la prova del nove” del fatto che si stia veramente pensando e non declamando è che tale attività crei un atteggiamento di umiltà: l’umiltà (valga un solo e decisivo esempio) di Socrate.

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Come appare allora, in un sommario sguardo a volo d’uccello, il paesaggio della filosofia e della poesia italiane ai tempi del virus? Qui è importante essere chiari, perché gli auspicabili nuovi sviluppi, l’attraversamento del presente per trasformarlo, non nascono nel vuoto, ma sono strettamente legati alla situazione attuale. (Non è vero che “nulla sarà più come prima”.) E oggi in questo paesaggio si scorgono “luci e ombre”, come si diceva una volta nei componimenti liceali.  Riguardo alla filosofia italiana nei suoi rapporti comunicativi con la cittadinanza (rapporti in cui essa continua a rivelare le sue grandi doti di finezza, e di ampiezza negli orizzonti comparatistici), si sente però il bisogno di ribadire la grande invenzione di Socrate: vale a dire il suo pensiero dialogico. Durante la conversazione con i suoi interlocutori, Socrate dialoga anche con se stesso, mettendosi in questione: ecco come nasce l’umiltà del pensiero. E potrebbe essere necessaria più dialogicità e meno professoralità, nell’Italia filosofica del dopo-virus.

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“Povera e nuda vai, filosofia”, dice un citatissimo verso di un sonetto di Petrarca (nel quale  comunque appare chiaro che Petrarca usa il termine “filosofia” in un senso generale che abbraccia anche  la poesia). Ma, attenzione ai clichés. La filosofia oggi non è, né povera (gode di un dignitoso trattamento universitario) né nuda (“veste” in modo borghesemente corretto). La poesia invece fa capolino a ogni angolo di strada (ed è vittima di due luoghi comuni opposti ed ugualmente falsi, spesso enunciati contradditoriamente nello stesso discorso: che sia troppo scarsamente coltivata, e che se ne scriva troppa).  Anche se “povera”, poi, la poesia è tutt’altro che nuda: si presenta come un’accattona di lusso, avvolta in vesti multicolori rimediate qua e là. E va bene così: l’esperienza della poesia, o è avventurosa, o non esiste come tale. La difficoltà della poesia ai tempi del coronavirus è di natura diversa: la dizione poetica corrente è troppo ansiosa di essere consolatoria e protettiva. (Il problema esiste anche, per esempio, in Usa: l’Accademia dei Poeti Americani ha creato un programma speciale per i lettori, Shelter in Poems ovvero “Rifugio nelle poesie”; dove il termine shelter si applica di solito ai ripari più o meno improvvisati contro  bombardamenti e uragani.)

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Troppe poesie in Italia oggi sembrano destinate a un ipotetico volumone collettivo “De consolatione poesiae”come successore in ritardo della grande opera personale De consolatione philosophiae  di Severino Boezio (circa 480 – circa 524). Ma tutti ormai dovremmo sapere che la poesia a tema — o commissionata, o di occasione,  che dir si voglia — funziona meritoriamente come incoraggiamento etico e psicologico, piuttosto che propriamente come poesia. La poesia guarda di sbieco all’etica, alla società, alla politica: il suo sguardo invece punta direttamente sul mondo. Il paradosso (che è la casa della poesia) è che il valore etico della poesia scaturisce proprio da ciò che a prima vista sembra essere alieno dall’etica: una certa gratuità, una certa an-archia. Forse le migliori poesie riguardanti il coronavirus saranno scritte un paio d’anni dopo il momento in cui ci sentiremo sostanzialmente al sicuro.

Paolo Valesio

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IL VIRUS AL PASSO DEL NICHILISMO

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 03.03.2020 con il titolo redazionale “Il ‘messaggio’ del coronavirus al tempo del nichilismo”.

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IL VIRUS AL PASSO DEL NICHILISMO

Siamo tutti d’accordo che una malattia vastamente contagiosa è un male; ma probabilmente ben pochi oggi, nella nostra civiltà orgogliosamente laica, sarebbero disposti a considerarla come un derivato del Male (ciò susciterebbe reazioni contro i “residui medievali” ecc.). Giochiamo allora fino in fondo, cioè fino a che non si va a urtare contro un muro, il gioco del laicismo. Una pandemia è uno di quei fatti sconvolgenti che ci pongono di fronte all’elemento irrazionale nella nostra vita – quell’elemento che noi, cittadini del progresso, siamo allenati a ignorare; salvo personificarlo nelle patologie (esistono alcune persone “irrazionali”, da tenere a bada come utenti psichiatrici); o – in stile neo-marxista – esorcizzarlo con un’etichetta condannatrice che in fondo non vuol dir nulla, e serve solo a scomunicare una vasta parte dei grandi pensatori della modernità: “irrazionalismo”.

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Un fenomeno come il virus, invece (lasciamo stare la terminologia scientifica), ci sbatte per così dire in faccia quello di cui in verità avremmo dovuto essere consapevoli da sempre: la vita di tutti noi è immersa nell’irrazionale. Non lasciamoci ingannare, a questo proposito, dalla dolcezza di certe evocazioni, come nei famosi versi della Tempesta shakespeariana: “Siamo intessuti della materia / di cui son fatti i sogni; e la nostra piccola vita / è cinta tutt’intorno dal sonno”; parole come queste evocano qualcosa di fondamentalmente incontrollabile, dunque in ultima analisi la morte, dunque in estrema analisi il nulla.

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Se l’irrazionalismo è solo un flatus vocis, il nichilismo d’altra parte è un movimento di pensiero (un pensiero-esperienza) che, almeno dalla crisi dell’Illuminismo in poi, continua a segnare la nostra percezione del mondo. Per esempio, Leopardi. Il quale inaugura la modernità poetica italiana, ma viene troppo spesso frainteso come il campione di un’idea un po’ mummificata della Poesia con l’iniziale maiuscola. Leopardi: che in realtà è il protagonista di uno dei più grandi e tormentati dialoghi, interni all’opera di un singolo autore, fra esperienza lirica e viaggio filosoficamente intenso dentro il nichilismo (altro che “pessimismo”!).

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Il nichilismo da attraversare

Eccoci dunque al passaggio: per sviluppare un’esperienza matura della vita (al di là dei tecnicismi intellettuali) il nichilismo, prima di essere criticato, dev’essere attraversato. Ci sono attraversamenti radicali, per esempio quello del grande filosofo Emanuele Severino (1929-2020), il quale ci ha spiegato e rispiegato che il nichilismo è l’atmosfera di tutto il pensiero occidentale da Platone in poi (affascinante ma pericolosa idea: si potrebbe dire che, se tutto è nichilismo, niente lo è). Meglio allora gli attraversamenti più esistenzialmente concreti, e immersi nei fenomeni vitali.

Come il folgorante romanzo saggistico-autobiografico Un uomo finito (1913, fortunatamente ripubblicato in questi anni) di quel grandissimo intellettuale che fu Giovanni Papini (1881-1956). E quel libro appare oggi come un precursore di opere quali il Sommario di decomposizione (1949) di Emil Cioran (1911-1995): pensatore aforistico romeno, ridotto ad apolide e divenuto poi grande prosatore nella sua lingua non-materna, il francese. (Esperienze così, preparano in un certo senso al nichilismo). Una sola citazione, da questo conturbante Sommario di decomposizione: “E’ più che legittimo figurarsi il momento in cui la vita passerà di moda, in cui cadrà in disuso come la luna o la tubercolosi dopo gli abusi romantici: essa andrà a coronare l’anacronismo dei simboli denudati e delle malattie smascherate; tornerà a essere se stessa: un male senza attrattive, una fatalità senza splendore”.

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Siamo tornati dunque al virus. Con quel tocco di cinismo (la tubercolosi passata di moda) che spesso si accompagna alle descrizioni nichilistiche, e le rende ostiche ai cultori dei discorsi edificanti e delle “magnifiche sorti e progressive” su cui già ironizzava Leopardi. Ma gli intellettuali e umanisti debbono affrontare il rischio di non essere sempre popolarissimi (come già notava José Ortega y Gasset), se non vogliono restare quello che oggi troppo spesso sono: figure anacronistiche e alquanto polverose; in attesa che si affermi un tipo intellettuale più adatto al terzo millennio [vedi Paolo Valesio, Bret Easton Ellis, il Pensiero Unico mette in crisi perfino i suoi figli, “IlSussidiario.net”, 04.02.2020 e qui].

Anche il nichilismo, intanto, è cambiato: entrando nel ventunesimo secolo, si è lasciato alle spalle i panorami rosseggianti e un poco enfatici del Novecento post-nietzschiano. Ha acquistato, diciamo così, un color grigio-cenere, è diventato lo sfondo di una rassegnazione che si tende a designare con i termini della civiltà precristiana: stoicismo, fatalismo. Se si è persa l’idea di un grande Male in agguato (vista come una forma di superstizione), si è al tempo stesso smarrita la fiducia in un grande Bene, in un disegno provvidenziale; e così si resta sempre nell’ambito del nichilismo. In che modo, allora, si può tentare di andar oltre? Sviluppando la riflessione sul parallelismo fra questi mesi “virali’ e il tempo di Quaresima [vedi Marco Pozza, Coronavirus e Quaresima / Che differenza c’è con la quarantena?,”IlSussidiario.net”, 26.02.2020], si intravede l’idea che la traversata della Quaresima possa essere anche un modo di immergersi senza riserve ed eufemismi nel flusso oscuro del nichilismo, per poi emergerne preparati alle “cose nuove” (Ap 21, 5).

Paolo Valesio

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Quaresima al passo del ventunesimo secolo

 

 

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DOPO L’IMPERO

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 04.02.2020 con il titolo redazionale: Bret Easton Ellis, il Pensiero Unico mette in crisi perfino i suoi figli.

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DOPO L’IMPERO

Ci sono due ragioni per parlare di un libro di (per esempio) narrativa o saggistico-narrativa, senza farne una recensione formale. O l’opera in questione è un simbolo (di tutto un movimento di pensiero, un frangente politico-sociale e simili), oppure è un sintomo. Solo le grandi narrative meritano il rango di simbolo, e quelle, le lasciamo da parte. Invece il saggio narrativo White, pubblicato l’anno scorso dal noto autore Bret Easton Ellis e poco dopo tradotto in Italia con lo stesso titolo, Bianco (ma non ho visto la versione italiana, dunque le traduzioni dei passi citati sono mie) merita una conversazione, perché è sintomatico.

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White è un saggio biografico-culturale: un “biosaggio” se vogliamo (come si chiama biopic un film a base biografica), ma senza pretese di “romanzo di formazione”. Il concetto di formazione infatti evoca qualcosa di virtuoso ed edificante, mentre questa è la storia di una per così dire dis-formazione (senza fare nessun moralismo – anzi). Infatti questo narratore-protagonista, e autobiografico, è tutt’altro che edificante: consumatore casuale ma intenso di droghe più o meno “ricreative”, robusto bevitore, con una vita erotica certo non promiscua ma abbastanza movimentata. Insomma un “bad boy”, come l’autore si auto-definisce un paio di volte non senza un certo compiacimento. (Ma questo “bad boy” omosessuale non esita a opporsi alla militanza ideologica fondata sulle identità sessuali.)

Questo ragazzaccio di gran talento (nato nel 1964) trascorre un’esistenza, come si dice, “bi-costiera”, cioè la vita di chi si trasferisce continuamente dai bar, ristoranti, cinema e salotti di Los Angeles a quelli di New York, e viceversa. Vita mondana ma non oziosa: Bret Easton Ellis è stato un romanziere di successo, con una mezza dozzina di romanzi a suo credito (e un esordio brillante a vent’anni); ma adesso è soprattutto uno sceneggiatore, un critico cinematografico, televisivo e musicale (musica pop), e un compilatore di incessanti tweet che ne determinano l’autorevolezza come critico dei media, e attraverso di essi della società.

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Ritratto del ragazzaccio da giovane

White è un po’ ripetitivo, ricolmo com’è di dettagli di ogni tipo: titoli di film, di canzoni e di rivistine; fogge e marche di abiti, accessori, cosmetici e simili. (Questo “eccesso” era stato anche il tratto distintivo e a suo modo affascinante dei romanzi di Easton Ellis; ma per questo libro forse ci sarebbe voluta qualche sforbiciata da parte della casa editrice Knopf.) D’altra parte, il saggio è scritto con la particolare, elegante vivacità di chi controlla lo stile della colloquialità senza scadere nel semplicismo; e vi è un’abilità notevole nell’alternare le immagini della società contemporanea con repentini salti indietro (tipo flashback cinematografici); sono appunto questi salti che danno al testo una tinta romanzesca. Ma il valore sintomatico del libro consiste nel suo sguardo semplice e diretto: lo sguardo del bambino che ha il coraggio di dire che il re è nudo, lo sguardo che satireggia il regime intellettuale del Pensiero Unico, sempre più oppressivo.

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Già il titolo suona (almeno in inglese) come una sfida: nel linguaggio corrente dell’intellighenzia universitario-saggistico-giornalistica in Usa, col suo razzismo dell’anti-razzismo, un termine come “bianco” (soprattutto quando si riferisce a un bianco di sesso maschile) è solitamente pronunziato con l’ombra di un sogghigno; anche da parte di molti bianchi! (masochismo ideologico). Ma lasciamo parlare il libro, con una scelta di passi:

“Il tono di superiorità morale adottato dai guerrieri della social-giustizia, e da una Sinistra sempre più scatenata, è di regola sproporzionato rispetto all’oggetto effettivo della loro indignazione; non mi ha sorpreso, allora, che questa odiosa tendenziosità logora-nervi abbia cominciato a creare un’autoritaria polizia del linguaggio”.

“C’era una volta quello che, a ricordarlo adesso, sembra un momento magico, quando uno poteva esprimere le sue opinioni, renderle pubbliche, aprire una discussione generale; ma la cultura attuale è così timorosa di fronte a tutti i tipi di discorso, che ogni iniziativa simile tende a provocare attacchi”.

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Il post dell’impero

“Donald Trump è certamente un presidente post-imperiale; laddove le opposizioni contro di lui da parte dei media rappresentanti l’establishment non sono mai state più reazionarie di adesso: appartengono al vecchio Impero”. (La prima sezione del libro di Easton Ellis si intitola “Impero”; ma non c’è la pesantezza degli ideologi nostrani: il rapporto fra Impero e post-Impero è qui visto in termini di impressioni, immagini e contatti umani, senza pedanterie.)

“Come scrittore, non posso non credere in un’incondizionata libertà di parola […] Quando si comincia a decidere come la gente possa o non possa esprimersi, si apre la porta di una stanza buia dentro la Ditta, una stanza da cui in realtà è impossibile scappare. Non stanno forse arrivando a controllare i vostri pensieri, e poi i vostri sentimenti, e poi i vostri impulsi? E non arriveranno infine a controllare anche i vostri sogni?” (Strano che Easton Ellis non richiami qui l’opera di Orwell; ma il punto importante è un altro: la possibilità stessa che si possa evocare questa immagine, dice pur qualcosa sulla situazione pericolante della libertà di parola al cuore delle società democratiche occidentali.)

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“I sentimenti non sono fatti; e le opinioni non sono crimini; e l’estetica conta ancora per qualcosa. E la ragione per cui sono uno scrittore è quella di presentare un’estetica: cose che sono vere senza necessariamente essere verità di fatto, o immutabili. E poi, anche le opinioni possono cambiare: anche se, a sentire i media, dovrebbero restar fisse per sempre” (corsivi nell’originale).

“L’allontanamento di chiunque non la pensi esattamente come gli altri è andato al di là della protesta e resistenza: è diventato una forma di fascismo puerile, e risulta sempre meno tollerabile accettare queste tattiche esclusionarie”.

611709-homo-mediaticus“Orribile idea, che al tempo stesso è un grosso affare, del management della reputazione: per cui si assumono ditte che si occupino di dare forma a un Tu più gradevole, più relazionabile (relatable). Questa nuova prassi, dedicata a truffare il sistema dei rapporti sociali, è appunto una frode: un bizzarro tentativo di cancellare ciò che è soggettivo e al tempo stesso ciò che è oggettivo”. (Questo è forse il solo punto nel libro in cui, dallo spigliato anti-intellettualismo di Easton Ellis, emerge un’intuizione filosofica da sviluppare.)

611705-homo-mediaticus-4In conclusione, il miglior modo di comprendere la sintomaticità del libro di Easton Ellis è un ragionamento a fortiori: se anche un homo mediaticus come lui, colto e intelligente certo, ma senza ambizioni attivistiche, elucubrazioni ideologiche e solennità etiche, trova impossibile non ribellarsi alla cultura di conformismo repressivo che lo circonda, quanto ci vorrà prima il discorso imperante (in Usa come in Europa) cambi almeno in parte? Quanto ci vorrà prima che prenda forma un diverso tipo di intellettuale?

Paolo Valesio

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