Archivi del mese: Maggio 2022

Lo strano pensiero della pace

Una preghiera dopo i bombardamenti di San Lorenzo, Roma, luglio 1943

Lo strano pensiero della pace

Apparso con il titolo Russell e quel pensiero della pace che rifugge da ogni formula, in “IlSussidiario.net“, 21 April 2022.

“L’aspetto eticamente caratteristico del misticismo è l’assenza di indignazione e di protesta, la gioiosa accettazione, il rifiuto di ammettere come verità ultima la divisione in due campi ostili, il bene e il male. Questo atteggiamento è conseguenza diretta della natura dell’esperienza mistica: al suo senso di unità è legato un sentimento di pace infinita. Si può anzi sospettare che sia il sentimento di pace a produrre, come avviene nei sogni, l’intero sistema di convinzioni collegate”. 

Chi scrive queste parole è un filosofo la cui immagine dominante è quella della rigorosa razionalità: Bertrand Russell. L’autore specifica che si tratta di un saggio “a carattere divulgativo” – aggettivo che suona un po’ strano oggi, per uno scritto il cui titolo, Misticismo e logica, contiene due parolone difficili da maneggiare, anche se per ragioni quasi opposte: la maggior parte delle persone sono convinte di pensare in modo “logico”; e quanto al misticismo, nessuno sa esattamente che cosa sia.

Bertrand Russell

Forse questi termini avevano un suono un po’ diverso nel 1914, quando uscì quello scritto di Russell (ripubblicato quest’anno insieme a vari altri saggi in un volume il cui titolo collettivo è appunto Misticismo e logica, a cura del Corriere della Sera). Ma poco importa la terminologia: le questioni in gioco, che peraltro quel saggio discute in forma assai chiara, sono urgenti e fondamentali oggi come lo erano più di un secolo fa. Basti notare che queste parole su “un sentimento di pace infinita” apparivano all’inizio della Grande Guerra: è l’ironia della storia, che ovviamente si fa sentire anche quest’anno. Ed è proprio questo ciò che ne determina l’urgenza; perché non c’è bisogno di essere “mistici” per provare questi sentimenti: basta interrogare la propria sensibilità. 

Che cos’è il misiticismo?

Una docente di lingua italiana in un liceo cattolico di Brooklyn scriveva recentemente in una email: “Se tutti noi su questo benedetto pianeta terra dedicassimo più tempo e spazio alla nostra vita interiore, le situazioni di guerra, per esempio, sarebbero molto più rare. Se non si coltiva la pace interiore con il nostro Creatore e con noi stessi, come possiamo aspettarci di andare più o meno d’accordo con gli altri? Sembra una cosa banale e anche trita e ritrita, ma la verità a volte è anche molto semplice, più semplice di quanto ci si aspetti”. 

In effetti, potremmo chiamare questa affermazione una “briciola di filosofia” (e Briciole filosofiche, cioè una filosofia in briciole è il titolo di un libro di nientemeno che Søren Kierkegaard). Chi pensa deve prestare attenzione anche alle briciole del pensiero, proprie e altrui; e ogni pensiero ne stimola altri che possono anche prendere vie in parte diverse.

Nulla di banale, dunque, nelle frasi appena citate; ma guardiamoci dall’illusione che vi siano formule semplici e chiare, seguendo le quali la pace sia assicurata. Illusioni di questo tipo sono state coltivate anche da molti illustri filosofi, ma tali restano. È il caso per esempio del saggio rigorosamente laico di Immanuel Kant: Per la pace perpetua. Progetto filosofico, risalente al 1795. Sono pagine pensose, ovviamente (e rafforzate da una prefazione e un saggio postfatorio, nella riedizione Feltrinelli dell’anno scorso, con fior di citazioni da una vastissima bibliografia sulla pace e il pacifismo); ma anche pagine che oggi, francamente, suonano come un’esasperazione quasi grottesca del razionalismo illuministico.

Meglio dunque lasciare da parte un certo pacifismo astratto: la guerra (non ci sarebbe bisogno di dirlo) è “sporca”; ma anche la pace – il cui perseguimento ovviamente resta vitale – non è mai completamente “pulita”: per l’inevitabile ambiguità delle sue manovre e del suo linguaggio, per i suoi sempre ridotti e temporanei risultati (nei quali comunque emerge l’importanza spirituale dell’attività diplomatica). Sembrerebbe allora che non resti che ripiegare sullo scetticismo (le guerre ci saranno sempre) e, com’è stato detto, su un certo nichilismo, per cui l’unica soluzione sarebbe l’aumento continuo dei contrapposti poteri nucleari, il vecchio “equilibrio del terrore”.

Santa Teresa d’Avila

In verità la pace e la guerra a cui si pensa in tal modo sono essenzialmente strutture intorno alle quali noi costruiamo le nostre fantasie e paure; soprattutto in queste agitate notti europee in cui sperimentiamo il triste privilegio di sentire una traccia di quelle che sono state le sensazioni delle generazioni precedenti, tra il 1914 e il 1945. Ma qui la risorsa fondamentale è quella già menzionata: l’esperienza interiore; che, se orientata verso il desiderio di pace, è implacabile. Nel senso che non ci dà pace finché non produce qualche conseguenza all’esterno: offrendo ai nostri comportamenti, alle nostre vite quotidiane, una nuova dimensione di amorevolezza. La freccia del desiderio vola continuamente, senza che si sappia bene se vola verso la pace amorevole o vola in quanto scoccata dal desiderio di questa pace; e forse è lo stesso percorso, dentro una circolarità virtuosa.

San Juan de la Cruz

Tendiamo a vivere – e in particolare, abbiamo vissuto questi ultimi anni – in una linearità che si potrebbe quasi dire bellicosa: incenerendo il presente come passato nel momento stesso (Sant’Agostino diceva già qualcosa di simile) in cui lo bruciamo come futuro. Eppure è possibile coltivare una visione diversa del mondo. La linearità affannosa può essere modificata da un atteggiamento più contemplativo, e poco importa se vogliamo chiamarlo “mistico” oppure no: un atteggiamento che può condurci verso la calma. “L’importanza del tempo è pratica piuttosto che teorica” (scrive Bertrand Russell in quel saggio), “è in rapporto con i nostri sentimenti piuttosto che in rapporto con la verità […] Sia nel campo del pensiero sia in quello del sentimento, pur essendo il tempo qualcosa di reale, rendersi conto della non importanza del tempo è la porta verso la saggezza”.

La strada che porta alla saggezza

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Il bacio di Tosca

Il bacio di Tosca

“Il bacio di Tosca”, published as “Dopo aver diviso gli Italiani, a chi tocca riconciliarli?”, in IlSussidiario.net4 March 2022

 La scena che colpisce più direttamente (allo stomaco e al cuore) nell’opera Tosca di Giacomo Puccini, inaugurata a Roma nel gennaio del 1900 e la cui azione è collocata circa un secolo prima in quel giugno del 1814 in cui piomba sulla Roma papalina la notizia della vittoria di Napoleone a Marengo, non è quella finale (Atto terzo): con la fucilazione supposta finta ma che poi si scopre autentica del rivoluzionario Mario Cavaradossi, e il balzo suicida di Tosca dagli spalti di Castel Sant’Angelo.

Torna vincitor! Napoleone a Marengo

Parliamo invece di men che una scena: un paio di battute soltanto, nell’Atto secondo. Quando Tosca si rende conto che la vera tortura che Scarpia, capo della polizia, sta infliggendo non è quella fisica, più o meno sceneggiata, sul corpo di Mario, amante di lei, nella stanza accanto; ma è quella che lei, Tosca, subisce senza nemmeno essere toccata: si tratta di quella forma di tortura spirituale che è il ricatto (Mario verrebbe liberato se lei concedesse il suo corpo a Scarpia). È allora che Tosca dice cantando, rivolta al poliziotto dello Stato: “Io – son io / che così torturate!  – Torturate / l’anima –”, e il canto è seguito (nel brillante libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica) da una didascalia: scoppia in singhiozzi strazianti, mormorando; e poi da una battuta recitata più che cantata: “Sì, mi torturate l’anima!”.

L’abbraccio fatale. Scarpia alle prese della Tosca

È un luogo comune (falso, come la maggior parte dei luoghi comuni) che l’opera sia una rappresentazione artificiosa ed enfatica della realtà; e “melodramma” è un termine ingiustamente calunniato. È vero il contrario: il canto operistico, che stabilisce un legame diretto fra i sentimenti e la parola concedendo un minimo spazio ai filtri intellettuali, è particolarmente adatto a mettere in risalto quelle emozioni sottili che rischiano di essere seppellite per sempre nel non-detto e che invece sono decisive, psicologicamente e socialmente.

Svanì per sempre il sogno suo d’amore

Adesso che sembra (ma tutto sarà da verificare) di essere vicini al rilassamento di certe coercizioni – adesso è il momento di gettare uno sguardo lungo sul prossimo futuro: un futuro di cosiddetta “normalità” che invece richiederà due o tre anni, per curare le ferite inflitte al corpo costituzionale del paese e al corpo fisico dei suoi abitanti. Lasciando da parte la politica – ma anche la medicina, anche l’economia, e perfino la psichiatria con il suo linguaggio necessario ma razionalistico – qui la parola operativa è quella di Tosca: l’anima. E vale la pena di sottrarre per un momento questo termine alla retorica mielosa che emana da molti, diciamo così, professionisti dell’anima. Le ferite dell’anima oggi sono piccole: punture di spillo, graffi, gocce che scavano la pietra. Ma queste punture sono quotidiane e umilianti: come quella che molti cittadini sentono ogni volta che debbono “esibire” il passaporto detto sanitario.

Nell’ora del dolor, Signor, ah, perchè me ne rimuneri così?

Ferite che nutrono l’esasperazione e che – scavalcando i confini ideologici artificiosamente coltivati da chi costruisce le divisioni – vengono poi a incontrarsi con le piccole, continue ferite di chi sta sul lato contrario, quello di chi si allinea alle proibizioni e curva la testa nell’obbedienza dettata dalla paura. Quanta fatica ci vorrà, in una popolazione che viene tormentata da due versanti opposti, per riscoprire – non si dice la solidarietà tanto strombazzata – ma la dignità, e la pace con gli altri?

Queste piccole sofferenze potrebbero sembrare poca cosa di fronte alle tragiche guerre europee, ma non è così: si tratta di due problemi strettamente connessi. Come ignorare, infatti, l’ipocrisia di chi pontifica sulle democrazie occidentali mentre mina dall’interno gli atti costitutivi di queste stesse democrazie?

Anime torturate

Un commento in una “chat” che accompagnava una video-intervista tedesca sui divieti e le costrizioni diceva: “Le parole dei miei avversari, le dimenticherò; ma non dimenticherò il silenzio dei miei amici”. Del resto, basta ascoltare il cosiddetto uomo (e donna) della strada in Italia per ascoltare parole forti che designano uno stato interiore autentico – parole come “stritolato”, “schiacciato”, “triturato”.

Attenzione, allora: queste anime sottilmente torturate si preparano a chieder conto – ma non a “fare i conti”. Non si parla di vendicatività (le anime non si fanno guerra tra loro); si tratta di preparare un credibile terreno per quella che dovrà essere una riconciliazione.

La donna che visse d’arteoltre ogni speranza di riconciliazione

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L’offerta della corona

L’offerta della corona

“L’offerta della corona”, published as “Mattarella bis, un evento venuto da lontano (Shakespeare lo sapeva)”, in IlSussidiario.net4 February 2022

La poesia, come ha già detto un poeta, può esprimere quello che i media (televisione, giornali ecc.) non riescono a trasmettere, anche se è difficile dire di che si tratti esattamente. Ma per capire che cosa sia, basta guardare ai conflitti del nostro tempo. Come per esempio le recenti elezioni presidenziali. Dove, come in tutti i drammi che si rispettino, il finale cosiddetto a sorpresa era sotterraneamente preparato fin dall’inizio della rappresentazione, così che lo spettatore attento fruiva di una duplice esperienza: mentre calava il sipario era ancora stupito dalla svolta improvvisa; ma poi, ripensandoci mentre usciva dal “teatro”, cominciava a collegare fra di loro i vari fili tessuti nel “testo”, e vedeva emergere la vera trama.

Inizio di settembre 2021: alla 78esima Mostra del cinema di Venezia Roberto Benigni, ricevendo il suo meritatissimo Leone d’Oro alla carriera, rivolge, con il suo stile peculiare, un invito al presidente della Repubblica là presente: “Rimanga con noi ancora un po’; perché porta fortuna, porta bene. Deve rimanere, deve rimanere presidente qualche anno in più”. E non si trattava di un commediante purchessia, ma di un comico istituzionale, che ben conosce il valore simbolico di ogni battuta.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la Sig.ra Laura in occasione della prima della stagione del Teatro alla Scala di Milano

7 dicembre 2021: apertura della stagione operistica alla Scala di Milano con il Macbeth di Giuseppe Verdi. Quando il presidente fa il suo ingresso nel palco reale è accolto da una lunga ovazione, nella quale risaltano varie grida di “Bis!”. E quello non era un pubblico qualunque, ma il pubblico della capitale europea dell’Italia – quello che legge i “grandi” giornali milanesi e romani, dunque è orgogliosamente consapevole di se stesso come rappresentante di un capitalismo in sincronia con il proprio tempo, cioè un capitalismo fondamentalmente di centrosinistra.

Però, però: lì serpeggiava qualcosa di simile a quella che in musica potrebbe chiamarsi una dissonanza. 

Anna Netrebko canta Macbeth

Se a guardare quell’opera, Macbeth, ci fosse stato nel palco reale un re vero – diciamo un re di primo Novecento, nel momento tumultuoso della monarchia italiana – come avrebbe reagito di fronte a quel dramma, che mette in scena quasi uno dopo l’altro due assassinii regali? Forse Sua Maestà si sarebbe conturbata e, avvolta nel mantello, sarebbe uscita bruscamente (come re Claudio nell’Amleto), lasciando tutti mortificati. E  – anche se in quel dicembre 2021 gli spettatori non erano un re e i suoi sudditi, bensì un presidente e i suoi cittadini  – come si poteva non avvertire, in quella messinscena e dentro quel contesto, un certo stridore, e un presagio di intrighi alquanto cupi? Tutto questo, per dire che il coup de théâtre dell’elezione del 29 gennaio scorso, è venuto da lontano.

Rileggendo oggi la tragedia Giulio Cesare (ancora Shakespeare; è indispensabile), uno nota la scena nel primo atto in cui Marco Antonio offre per tre volte a Cesare la corona, e per tre volte Cesare la rifiuta; ma, a ogni successiva offerta, con maggiore esitazione: “A quel che ho visto”, dice uno dei personaggi di quel dramma, “era molto restio a staccarne le dita”. 

Sembrerebbe difficile per un poeta (in senso lato: dunque anche drammaturgo, romanziere, regista cinematografico, compositore) resistere alla tentazione di prendere come soggetto la situazione drammatica appena descritta, tra finzione letteraria e realtà politica. Ma c’è poco da sperare che uno scrittore italiano oggi se ne occupi. E se anche lo facesse, chi avrebbe il coraggio  di pubblicare o rappresentare il suo lavoro, in una nazione dove vige ancora il reato di “vilipendio”, parola che sarebbe buffa se non suonasse minacciosa?

Si potrebbe dire che il nostro paese ha problemi ben maggiori di un mancato atto di scrittura. Ma sarebbe una risposta inadeguata. Perché il punto non è che queste elezioni presidenziali non abbiano avuto per molti un lieto fine: il “lieto fine” è sempre qualcosa di superficiale. Il problema vero è che le elezioni del 2022 resteranno essenzialmente prive di senso compiuto se non saranno, prima o poi, sottoposte all’intervento dell’immaginazione come critica del reale, che è come dire la poesia nel senso lato di cui sopra: la poesia, con la sua audacia di avvicinamento alla verità. E quando manca la ricerca (basta la sincera ricerca) della verità, un paese declina.

Indizi di un paese in declino

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Microscopia di un paese

Microscopia di un paese

“Microscopia di un paese”, published as “Da Leopardi ad Adorno: il Covid e le nostre ferite non rimarginabili”, in IlSussidiario.net31 January 2022

Si sono aperte ferite non rimarginabili, almeno nei prossimi anni, nella vita italiana. Non si parla qui di disuguaglianze sociali o di divergenze tecno-scientifiche: problemi molto gravi ma ormai annebbiati dal chiacchiericcio che continua a riscoprire gravi problemi peraltro discussi, alla frontiera tra Otto e Novecento, da vari pensatori: si parlava già allora di “superstizione della scienza”, di esercizio della pura amministrazione che elimina la politica e conduce alla “disumanizzazione dell’uomo” ecc. Ma c’è anche qualcosa d’altro, qualcosa che le omelie laiche ed ecclesiastiche che corrono per l’Italia non menzionano abbastanza chiaramente.

La “disumanizzazione dell’uomo”

Nel giorno stesso in cui durante una bella predica in Sant’Ambrogio a Milano si esortava (giustamente) a ringraziare Dio per le sue benedizioni nell’anno passato – così distinguendosi dalla quieta disperazione agnostica del ritornello: “Speriamo che l’anno prossimo sia migliore”, già ironizzata da Giacomo Leopardi nel suo Dialogo d’un venditore d’almanacchi e di un passeggere – in quello stesso giorno dunque appariva un video tedesco dove un teologo laico con studi psicoanalitici, in camicia e pullover (fa piacere, ogni tanto, vedere un teologo in pullover) parlava in modo più esplicito, avendo intitolato la sua riflessione per l’anno nuovo “Andare l’uno verso l’altro, nei tempi della divisione”. E allora ci si chiede, andando col pensiero al di là dell’immediato presente: Quando e come si richiuderanno le divisioni fra italiani, in questi tempi in cui la paura si è mutata in sospetto e ostilità, con una deriva verso l’odio?

Aldo Capitini, sostegno spirituale della nonviolenza

Nel mezzo di varie spinte e controspinte, coloro che si oppongono alle misure di controllo definiscono se stessi come “resistenti”; e si ripubblicava, proprio l’anno prima dell’inizio della pandemia, un libretto intitolato Elogio della disobbedienza civile, dove si ricorda fra l’altro l’epica esperienza di Danilo Dolci (il quale lasciò un’ impressione indelebile in chi l’ascoltò parlare nei primi anni Settanta, in un circolo culturale a pochi passi dall’Università di Harvard), e si citavano i classici in questo campo come Gandhi, Simone Weil, il non dimenticato Aldo Capitini: fonti non esauste di ispirazione, come sostegno spirituale per resistere a tutte le forme di discriminazione.

Superstizioni in tutte le salse

Ma il mondo descritto in quel piccolo libro – le vaste dimostrazioni, i cortei, i sit-in – sembra quasi scomparso, e non può essere rimpiazzato da qualche flashmob. Perché i partiti sono allo sbaraglio, e perché le nette (e pigramente ideologiche) distinzioni fra “sinistra” e “destra”, o addirittura fra chi sta “a sinistra della sinistra” (ancora presenti nel citato libriccino) stanno diventando obsolete. Anche per l’aumentata “efficienza” degli strumenti di controllo del cosiddetto “ordine pubblico”, in un’atmosfera politica in cui i raduni cittadini sono stati degradati con il termine questurino di “assembramenti” (tutto questo virgolettato sembra pesante, ma è necessario: le virgolette di avvertimento –  quelle che in inglese si chiamano scare quotes – sono una delle poche, timide, forme di critica oggi rimaste).

Il nuovo superstizioso. Le superstizioni e la scienza

È riemerso invece il problema già descritto negli anni Cinquanta da Adorno e compagnia: quello della “personalità autoritaria”. E non si sono ancora distinti abbastanza chiaramente due diversi livelli di questa personalità: il livello alto dei detentori di autorevolezza, i cosiddetti decisori (coloro insomma che l’autorità la creano); e quello subalterno – per usare un termine gramsciano – delle persone che debbono applicare, più o meno autoritariamente, l’autoritarietà o autoritarismo che viene dall’alto. Più o meno autoritariamente… La speranza di una piena ripresa della democrazia in Italia emerge anche da gesti tutt’altro che solenni, da microscopiche divergenze quotidiane fra quei subalterni che applicano le istruzioni con gusto e piacere autoritario (sembrano – ma si spera di sbagliare – essere la maggioranza), e quelli che ogni tanto sostituiscono il loro buon senso alla cieca obbedienza.

Jouissance in uno stato autoritario

La personalità autoritaria è quella per esempio di un’inserviente di teatro che, dopo aver disturbato lo spettatore rapito dal flusso della musica battendogli sulla spalla e indicandogli con il gesto che deve far risalire la mascherina esattamente sopra il naso, nota che colui ha obbedito con un’aria infastidita, e maliziosamente ripassa cinque minuti dopo battendogli nuovamente sulla spalla perché ha verificato il suo sospetto che lo spettatore (il quale è tornato nella sua resistenza al livello di uno scolaretto – e questo è ridicolo e triste insieme: gli autoritarismi provocano anche l’infantilizzazione) abbia riabbassato il bavaglio sotto il naso.

L’autorità non-autoritaria

Mentre la personalità non-autoritaria è quella della bigliettaia su un treno che, passando a verificare biglietti e lasciapassare di due coniugi anziani seduti l’uno dirimpetto all’altro, controlla i documenti del marito che è sveglio, ma passa avanti senza disturbare con la sua ispezione la moglie che dorme. Minuscoli aneddoti senza importanza? No, tutt’altro: anche questi micro-fenomeni rivelano la spiritualità di un paese.

Benvenuta a bordo!

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