Archivi del mese: dicembre 2017

IL TUBO-BOMBA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  12 dicembre 2017 col titolo “ATTENTATO A NEW YORK/ Vendetta per Gaza? Troppo grande per un terrorista part-time”.
 

 

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Il “pipe bomb”, o tubo-bomba

 

IL TUBO-BOMBA

Un ”tubo-bomba” a Manhattan? Beh, “tubo-bomba” è una parola che fa un po’ ridere – anche se c’è poco da ridere in questa guerriglia dei poveri, dove volano gli stracci di un disgraziato. Ma come, se è un terrorista confesso? Sì, tuttavia i due ruoli non si escludono: disgraziato significa, primariamente e ovviamente, ‘colpito da disgrazie’ dunque degno di compassione; ma in molte parti d’Italia, vuol dire anche ‘un povero scellerato’; e noi sentiamo che i due significati non sono nettamente distinti, anche senza scomodare Sigmund Freud e le sue osservazioni del 1910 sul “significato opposto delle parole primordiali”. Certo, non è chiaro se disgraziato sia una parola primordiale (e poi, che cos’è una parola primordiale?); quello che è chiaro, in compenso, è che il referente di questa parola, l’essere disgraziato, è in effetti una posizione primordiale.

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Colpito da disgrazie e in una posizione primordiale

Nel momento in cui scrivo si sa ben poco su questo tentato attacco terroristico – questo (at)tentato – nel ventre di Manhattan. Ci troviamo allora in un limbo informatico dove possiamo dimenticare per qualche momento il dibattito fondamentalmente fasullo (fake) sulle fake news, e contemplare le varie sfaccettature di quella che chiamiamo “realtà” senza stare a pontificarci sopra, in cerca di quella che chiamiamo “verità”. Chi descriverà – oso dire, chi canterà (di un canto dissonante e un po’ cupo, certo) – il ventre di Manhattan, come Émile Zola ha cantato Il ventre di Parigi e Matilde Serao Il ventre di Napoli? Sì, perché: è vero che il Port Authority Bus Terminal (luogo del fattaccio) si trova dalle parti di Times Square sulla Quarantaduesima Strada – ma l’immagine che a questo punto sorge alla mente rischia di essere infedele alla “realtà”, se non si tiene presente che a Manhattan basta percorrere pochi isolati perché sembri di essere passati da una città a un’altra città. E’ la radice del fascino, e del turbamento, che questa metropoli esercita anche sui suoi cittadini – ed è una delle ragioni fondamentali per cui, di Manhattan, uno non si stanca mai.

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Il mega-ingorgo: sogno di tutti i terroristi, incubo di tutti i pendolari. E la vita va avanti lo stesso

Pare che questa stazione di autobus (e della metro) sia la più grande degli Stati Uniti, e che ci transiti giornalmente un quarto di milioni di persone (soddisfacendo così la sete newyorchese di grandezza – non dimentichiamo che lo Stato di New York ha come nomignolo ufficiale quello, modestamente, di Empire State, lo “Stato imperiale”). Ma, appunto, tornando alle profonde differenze nello spazio di pochi isolati: lo scintillìo della Times Square a tutti nota, quella che domina l’intersezione fra Broadway e la Settima Avenue, non si riflette un po’ più a Est, sulla Ottava Avenue in cui si trova la cavernosa Stazione degli Autobus. Che è certo uno snodo efficiente (messo a dura a prova, peraltro, dal disgraziato di oggi), ma è anche rimasto un luogo fondamentalmente grigio e opprimente. Diciamo che la grande operazione di restauro cittadino negli ultimi anni, che ha promosso Times Square dalla pornografia alla semplice pacchianeria salvandone la spettacolarità turistica, nel caso della Stazione degli Autobus ha potuto soltanto promuovere questa Stazione dallo squallore al grigiore. Anche perché l’autobus resta sostanzialmente il veicolo dei poveri e degli studenti; e d’altra parte la metro alla Port Authority è soprattutto il veicolo dei pendolari, che si diramano per tutta la città e (passando sotto il fiume Hudson) arrivano fino al New Jersey.

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Il risultato delle sue stesse azioni

Che cosa ha obiettivamente ottenuto, allora, questo tassista ventisettenne (qualunque siano le ragioni che tenterà di spiegare a se stesso e agli altri)? Un mega-ingorgo di traffico, che si aggiungerà alle fatiche quotidiane dei pendolari newyorchesi, e al senso di stentata avventura di chi arriva in autobus a New York dalla grande provincia americana. Egli risiedeva da anni nel quartiere di Flatbush a Brooklyn – un quartiere definito con eufemismo sociologico come “socialmente diversificato”; quale sarà stata la sua percezione, non dico della politica mondiale, ma della vicina/lontana Manhattan? E’ vero, Manhattan è oggi una città molto più sicura di quel che fosse negli anni Settanta, il periodo del Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese. Eppure il tassista fittizio di quel film (coetaneo di questo tassista reale dal Bangladesh) resta, nella sua disgraziataggine, un grande personaggio perché rappresenta la situazione in cui ancora dimoriamo: quella in cui esistenze duramente (direi, brutalmente) personali si incrociano in maniera selvaggia con la politica cosiddetta “grande”.

– Paolo Valesio

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Il tassista dostoevskiano suo coetaneo nell’immaginario di Scorsese degli anni Settanta

 

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