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Il lievito e la massa

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 3 maggio 2020 col titolo “Attenti a quei ‘Malcolm X’ nascosti nella folla”.

Il lievito e la massa

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Musulmani afro-americani contro la brutalità razziale della polizia americana (1963)

I tumulti razziali che non hanno ancora cessato di sconvolgere gli Stati Uniti hanno, comprensibilmente, concentrato l’attenzione degli osservatori sul mondo della strada: il mondo dell’azione diretta e molto spesso violenta, con tanto di riflessi sui palcoscenici politici. Ma questa restrizione della prospettiva è dannosa non solo dal punto di vista conoscitivo, bensì anche da quello etico: la divisione e opposizione sommarie dei gruppi etnici e sociali rischiano di farci scivolare proprio in quelle discriminazioni dal sapore razzista rispetto alle quali ci sentiamo spesso superiori. Uno degli elementi più importanti che definirà il volto degli Stati Uniti dopo che si sarà spento l’eco di queste rivolte sociali, è l’attività teorica e pratica delle istituzioni di quella che si chiama “istruzione superiore”, anche se qui il corrispondente termine inglese, higher education, risulta più adatto: perché si tratta di educare i giovani, dando vita non solo a forme di pensiero, ma anche e soprattutto a forme di azione. La quiete delle aule universitarie e degli istituti di ricerca è solo apparente, così come è apparente il loro ritardo rispetto agli sviluppi politici del giorno-per-giorno; perché ciò che accade in questi laboratori della realtà (che non sono torri d’avorio) scavalca il presente per plasmare il futuro.

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Rispettare esistenza o invitare resistenza (2020)

Nello stesso giorno (1 giugno) i rettori di due importanti università americane hanno inviato un messaggio alle loro comunità. Sono dichiarazioni che, innanzi tutto, confermano nella loro differenza il pluralismo e l’individualismo delle istanze culturali in Usa (altro che conferenze dei rettori!); e che comunque, nei loro stili diversi, ma simili nella concisa energia (meno di un paio di cartelle per ciascuno), esprimono un alto livello di discorso e un deciso impegno etico. Il rettore dell’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut), Peter Salovey, ricordando il testimone-all’estremo la cui uccisione ha messo in moto tutto un evento di storia contemporanea, George Floyd, sceglie poi di gettare uno sguardo all’indietro, recuperando una tradizione americana con un’accentuazione del contesto dell’università a cui si rivolge; l’eroina e ispiratrice del suo discorso infatti è Pauli Murray: “giurista, leader dei diritti civili, e addottorata a Yale”. (La lista è già notevole, ma si sarebbe potuto anche aggiungere: scrittrice, afro-americana, e ministro della chiesa episcopale; la non-menzione di questi elementi non è certo una forma di reticenza, perché a tutti nell’ambiente è nota la Murray [1910-1983], alla quale nel 2017 è stato intitolato uno dei collegi residenziali di Yale; si nota tuttavia la preoccupazione di adottare un tono laico e universalistico, di fronte alla natura variegata del mondo culturale circostante.)

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Pauli Murray, la prima sacerdotessa afro-americana della chiesa episcopale (1977)

Lo stile del messaggio emanato in quello stesso giorno dal rettore dell’università di Columbia a New York, Lee C. Bollinger, è nettamente diverso. Il rettore parte dalla fatale ingiustizia patita da George Floyd, e il suo messaggio ha varie componenti (breve bilancio del coronavirus, tradizionale esortazione alle giovani generazioni); ma poi il rettore si scaglia quasi con virulenza contro la leadership politica, evocando il pericolo di “una caduta nell’autoritarismo”. Questo messaggio dunque segna l’inizio di un certo interventismo di Columbia nella campagna elettorale Usa. Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare quale sia la tattica preferibile; quel che era necessario era sottolineare la ricchezza e la complessità di una società che dall’Europa (e forse in particolar modo dall’Italia) viene spesso osservata attraverso lenti riduttive.

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Rivolta degli studenti alla Columbia University (1968)

Ma il lettore di questi e simili messaggi potrebbe sentire che qui manca qualcosa – qualcosa che forse si può descrivere con un breve racconto di vita e storia. Un giovane appena arrivato dall’Italia negli Stati Uniti si trova subito immerso in una ”tragedia americana”: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963. L’anno dopo, quel giovane ascolta un discorso di un leader afro-americano convertito all’Islam, Malcolm X, e resta folgorato dalle sue parole e dalla sua personalità; nel febbraio dell’anno seguente, Malcolm X viene assassinato. Durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, l’italiano legge L’autobiografia di Malcolm X, scritta in collaborazione con l’autore Alex Haley, e pubblicata (1965) nell’anno della morte di Malcolm. Perché, tra questi due ben diversi per non dire contrastanti personaggi (Kennedy, il principe dorato di tutta una generazione; e Malcolm X, il delinquentello di strada a Boston, condannato a una decina d’anni per furto con scasso e convertito in prigione), è il secondo e non il primo che cambierà l’orientamento verso la vita di quello straniero bianco? Qui non hanno agito le grandi parole della politica e della religione (l’italiano non è diventato musulmano). Ha agito invece il semplice fatto che un singolo individuo che camminava un po’ incerto nella vita ha attraversato per alcuni momenti la strada di un altro singolo individuo, il quale aveva sperimentato una conversione: una conversione del cuore, non ideologica e non primariamente religiosa in senso istituzionale.

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Malcolm X, «Allah è l’unica divinità», Washington D.C. (1961)

E che c’entra tutto questo con i tumulti razziali di questi giorni? C’entra, perché riporta l’attenzione al ruolo del singolo e ai cambiamenti interiori, che possono avere imprevedibili conseguenze nella vita sociale. Scrive Henry David Thoreau, a un certo punto del suo saggio La disobbedienza civile: “Non è così importante che i molti debbano essere buoni come sei tu, quanto è importante che esista qua e là una qualche bontà assoluta; perché questa farà lievitare tutta la massa”. L’ironia di Thoreau su questo “essere buoni come sei tu” può sfuggire a prima lettura, finché qualche diligente annotatore non spiega che qui l’autore americano cita indirettamente san Paolo: “Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?” (1 Corinzi, 5,6). E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio, sul pericolo di sentirsi moralmente superiori. Dentro e fuori dalle strade tumultuanti, dentro e fuori dai luoghi di studio e di lavoro, al di là delle campagne elettorali e simili spettacoli, è matematicamente certo che il futuro degli Usa comincia in questi giorni, ad opera di alcuni singoli (diversi di etnia, di religione, di estrazione sociale), i quali non hanno un’idea esatta di quello che stiano facendo.

Paolo Valesio

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NYPD si inginocchia in preghiera (e in solidarietà) per il futuro degli Usa (2020)

 

 

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DOPO L’IMPERO

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 04.02.2020 con il titolo redazionale: Bret Easton Ellis, il Pensiero Unico mette in crisi perfino i suoi figli.

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DOPO L’IMPERO

Ci sono due ragioni per parlare di un libro di (per esempio) narrativa o saggistico-narrativa, senza farne una recensione formale. O l’opera in questione è un simbolo (di tutto un movimento di pensiero, un frangente politico-sociale e simili), oppure è un sintomo. Solo le grandi narrative meritano il rango di simbolo, e quelle, le lasciamo da parte. Invece il saggio narrativo White, pubblicato l’anno scorso dal noto autore Bret Easton Ellis e poco dopo tradotto in Italia con lo stesso titolo, Bianco (ma non ho visto la versione italiana, dunque le traduzioni dei passi citati sono mie) merita una conversazione, perché è sintomatico.

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White è un saggio biografico-culturale: un “biosaggio” se vogliamo (come si chiama biopic un film a base biografica), ma senza pretese di “romanzo di formazione”. Il concetto di formazione infatti evoca qualcosa di virtuoso ed edificante, mentre questa è la storia di una per così dire dis-formazione (senza fare nessun moralismo – anzi). Infatti questo narratore-protagonista, e autobiografico, è tutt’altro che edificante: consumatore casuale ma intenso di droghe più o meno “ricreative”, robusto bevitore, con una vita erotica certo non promiscua ma abbastanza movimentata. Insomma un “bad boy”, come l’autore si auto-definisce un paio di volte non senza un certo compiacimento. (Ma questo “bad boy” omosessuale non esita a opporsi alla militanza ideologica fondata sulle identità sessuali.)

Questo ragazzaccio di gran talento (nato nel 1964) trascorre un’esistenza, come si dice, “bi-costiera”, cioè la vita di chi si trasferisce continuamente dai bar, ristoranti, cinema e salotti di Los Angeles a quelli di New York, e viceversa. Vita mondana ma non oziosa: Bret Easton Ellis è stato un romanziere di successo, con una mezza dozzina di romanzi a suo credito (e un esordio brillante a vent’anni); ma adesso è soprattutto uno sceneggiatore, un critico cinematografico, televisivo e musicale (musica pop), e un compilatore di incessanti tweet che ne determinano l’autorevolezza come critico dei media, e attraverso di essi della società.

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Ritratto del ragazzaccio da giovane

White è un po’ ripetitivo, ricolmo com’è di dettagli di ogni tipo: titoli di film, di canzoni e di rivistine; fogge e marche di abiti, accessori, cosmetici e simili. (Questo “eccesso” era stato anche il tratto distintivo e a suo modo affascinante dei romanzi di Easton Ellis; ma per questo libro forse ci sarebbe voluta qualche sforbiciata da parte della casa editrice Knopf.) D’altra parte, il saggio è scritto con la particolare, elegante vivacità di chi controlla lo stile della colloquialità senza scadere nel semplicismo; e vi è un’abilità notevole nell’alternare le immagini della società contemporanea con repentini salti indietro (tipo flashback cinematografici); sono appunto questi salti che danno al testo una tinta romanzesca. Ma il valore sintomatico del libro consiste nel suo sguardo semplice e diretto: lo sguardo del bambino che ha il coraggio di dire che il re è nudo, lo sguardo che satireggia il regime intellettuale del Pensiero Unico, sempre più oppressivo.

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Già il titolo suona (almeno in inglese) come una sfida: nel linguaggio corrente dell’intellighenzia universitario-saggistico-giornalistica in Usa, col suo razzismo dell’anti-razzismo, un termine come “bianco” (soprattutto quando si riferisce a un bianco di sesso maschile) è solitamente pronunziato con l’ombra di un sogghigno; anche da parte di molti bianchi! (masochismo ideologico). Ma lasciamo parlare il libro, con una scelta di passi:

“Il tono di superiorità morale adottato dai guerrieri della social-giustizia, e da una Sinistra sempre più scatenata, è di regola sproporzionato rispetto all’oggetto effettivo della loro indignazione; non mi ha sorpreso, allora, che questa odiosa tendenziosità logora-nervi abbia cominciato a creare un’autoritaria polizia del linguaggio”.

“C’era una volta quello che, a ricordarlo adesso, sembra un momento magico, quando uno poteva esprimere le sue opinioni, renderle pubbliche, aprire una discussione generale; ma la cultura attuale è così timorosa di fronte a tutti i tipi di discorso, che ogni iniziativa simile tende a provocare attacchi”.

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Il post dell’impero

“Donald Trump è certamente un presidente post-imperiale; laddove le opposizioni contro di lui da parte dei media rappresentanti l’establishment non sono mai state più reazionarie di adesso: appartengono al vecchio Impero”. (La prima sezione del libro di Easton Ellis si intitola “Impero”; ma non c’è la pesantezza degli ideologi nostrani: il rapporto fra Impero e post-Impero è qui visto in termini di impressioni, immagini e contatti umani, senza pedanterie.)

“Come scrittore, non posso non credere in un’incondizionata libertà di parola […] Quando si comincia a decidere come la gente possa o non possa esprimersi, si apre la porta di una stanza buia dentro la Ditta, una stanza da cui in realtà è impossibile scappare. Non stanno forse arrivando a controllare i vostri pensieri, e poi i vostri sentimenti, e poi i vostri impulsi? E non arriveranno infine a controllare anche i vostri sogni?” (Strano che Easton Ellis non richiami qui l’opera di Orwell; ma il punto importante è un altro: la possibilità stessa che si possa evocare questa immagine, dice pur qualcosa sulla situazione pericolante della libertà di parola al cuore delle società democratiche occidentali.)

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“I sentimenti non sono fatti; e le opinioni non sono crimini; e l’estetica conta ancora per qualcosa. E la ragione per cui sono uno scrittore è quella di presentare un’estetica: cose che sono vere senza necessariamente essere verità di fatto, o immutabili. E poi, anche le opinioni possono cambiare: anche se, a sentire i media, dovrebbero restar fisse per sempre” (corsivi nell’originale).

“L’allontanamento di chiunque non la pensi esattamente come gli altri è andato al di là della protesta e resistenza: è diventato una forma di fascismo puerile, e risulta sempre meno tollerabile accettare queste tattiche esclusionarie”.

611709-homo-mediaticus“Orribile idea, che al tempo stesso è un grosso affare, del management della reputazione: per cui si assumono ditte che si occupino di dare forma a un Tu più gradevole, più relazionabile (relatable). Questa nuova prassi, dedicata a truffare il sistema dei rapporti sociali, è appunto una frode: un bizzarro tentativo di cancellare ciò che è soggettivo e al tempo stesso ciò che è oggettivo”. (Questo è forse il solo punto nel libro in cui, dallo spigliato anti-intellettualismo di Easton Ellis, emerge un’intuizione filosofica da sviluppare.)

611705-homo-mediaticus-4In conclusione, il miglior modo di comprendere la sintomaticità del libro di Easton Ellis è un ragionamento a fortiori: se anche un homo mediaticus come lui, colto e intelligente certo, ma senza ambizioni attivistiche, elucubrazioni ideologiche e solennità etiche, trova impossibile non ribellarsi alla cultura di conformismo repressivo che lo circonda, quanto ci vorrà prima il discorso imperante (in Usa come in Europa) cambi almeno in parte? Quanto ci vorrà prima che prenda forma un diverso tipo di intellettuale?

Paolo Valesio

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