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ULTIMI GIORNI

Presento qui la versione originaria del mio ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano online “IlSussidiario.net” del 22.01. 2020 con il titolo redazionale ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA/ Cosa sta cambiando in una ex Germania Est in crisi
 
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Bandiera della Repubblica Democratica Tedesca

ULTIMI GIORNI

Emilia-Romagna (nome composto che già evoca l’ombra di un contrasto). L’aria che si respira in questi ultimi giorni pre-elettorali, sotto la superficie delle risse e dei gossip mediatici, o delle raffiche di statistiche incomprensibili, ha qualcosa di tragico. Dicono: Esagerato! Risposta: No, non è un’esagerazione, e per spiegarne il perché basti dire che, comunque vadano le elezioni, si tratta della fine di questa tranquilla e bonacciona “Repubblica Democratica Tedesca”, dunque della fine di un’epoca. Dicono: Esagerazione doppia, e quasi una bestemmia! Come si può osar di paragonare quel regime schiacciasassi e schiaccia-anime con una regione prospera, civile e democratica?! Risposta: il linguaggio è una forma di conoscenza che va al di là delle singole parole. L’espressione è iperbolica, sissignore; e si può anche ammettere che l’analogia sia un po’ forzata. Ma tutte le analogie sono leggermente forzate, senza che per questo perdano nulla della loro energia conoscitiva. Perché le iperboli, le analogie, le metafore ecc. sono gli strumenti degli scrittori. I quali dovrebbero – il tempo è più che venuto – andare al contrattacco verso l’atmosfera di compatimento se non di disprezzo che circonda gli intellettuali (rimasti quasi completamente invisibili durante questa campagna elettorale).

La verità è che i poeti e simili persone sono, fra altre cose, interpreti indispensabili della politica, proprio con quei loro strumenti delle iperboli analogie metafore e via dicendo; perché anche questi sono mezzi d’indagine della realtà sociale. Dunque torniamo per un momento, senza chiedere scusa, al paragone con la DDR. Tutti sanno che, a Berlino, la differenza fra la ex-zona Est e la ex-zona Ovest è ancora palpabile, in tanti dettagli. Ma forse non tutti sanno (almeno, alcuni di noi lo ignoravano) che ci sono ancora a Berlino alcuni anziani signori e signore i quali continuano a trascorrere tutta la loro esistenza nella zona Est senza mai sentire il bisogno di recarsi nella zona Ovest. Saranno pochissimi, certamente: ma è lecito chiedersi che significhi questo tipo di esistenza auto-confinata; che cosa significhino le vite per le quali, in un certo senso, il Muro non è mai caduto.

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Bologna, la rossa

Allora, ecco l’analogia (“forzata” solo nel senso che fa forza contro la barriera dei luoghi comuni): c’è chi ha trascorso tutta la vita, e si prepara a concluderla, in una città come Bologna (qui rappresentativa di tutta la regione) la quale da 70 anni, a parte la parentesi 1999-2004 – eccezione che ha confermato la regola – vive sotto lo stesso regime politico. Dicono, con la tipica (?) bonarietà bolognese: E con ciò? Bologna, con l’Emilia, la Romagna e altre regioni ha vissuto pacificamente, e dottamente, per secoli (con alcuni incidenti di percorso), sotto lo Stato Pontificio. Vero: e infatti, questa atmosfera da stato pontificio si è trasmessa tranquillamente – saltando al di là del fascismo e dello stato unitario, e ignorando le baruffe (anti)clericali – al regime (post/para)comunista dell’ultimo settantennio. Dicono (e cominciano a scaldarsi): Embè? Che ci vedi di male tu, scrittorello-untorello? E lo scrittore timidamente risponde: Nulla di male, per carità; ma qualcosa di un po’ bruttino, qualcosa che respira un’aurea mediocritas, questo sì che lo sento.

Dicono: Guarda, se volevi parlare di estetica potevi dirlo subito, così ce ne andavamo a dormire. Risposta: Un momento, un momento. Chi ha detto che l’estetica sia cosa soltanto per artisti e professori? L’estetica (la bellezza) è una dimensione fondamentale della vita; è uno degli elementi che distinguono, in quello che ci circonda, l’aria buona da quella cattiva; fa parte insomma (per usare un termine alla moda) della nostra ecologia di cittadini. E qui, in questa Regione che è l’ultima inter pares (prima fra le regioni del Centro, ultima fra le regioni del Nord), è da un bel po’ che si respira un’aria alquanto viziata; ed è venuta l’ora di arieggiare gli ambienti. Intere esistenze passate sotto lo stesso regime politico hanno un effetto negativo sulla qualità di vita: la qualità dei cittadini così come la qualità dei governanti.

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l’Emilia-Romagna, orizzonte di possibilità

Allora, qual è la “tragedia”? E’ che ormai l’hanno capito tutti, che un cambiamento (altro che continuità!) sarà inevitabile. Una parte di loro è triste per un passato che non tornerà più; e tutti, poi, da qualunque parte stiano, sono comprensibilmente preoccupati se non spaventati, come accade di fronte a qualunque grande mutamento. Perché una cosa è certa: che l’estetica della vita (cioè il ritmo, lo stile, il sapore della vita) qui cambierà. Se vincono (di misura) i rappresentanti del regime, si troveranno ad amministrare una regione ribollente di scontento, dove tanti hanno finalmente scoperto la possibilità di dire: No. Se vincono (com’è probabile) gli altri, dovranno lavorare dentro quello che in larga parte sarà un paesaggio punteggiato da trabocchetti e pozzi avvelenati. Che Sant’Apollinare, patrono dell’Emilia-Romagna, protegga la sua Regione.

          Paolo Valesio

 

 

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LA PALMA DELLA POESIA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  20 luglio 2018 col titolo “Roberto Roversi, la sinistra è una prigione ma si può uscire”.

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LA PALMA DELLA POESIA 

Recentemente un gruppo di poeti appartenenti a tre generazioni diverse si è riunito in un parco bolognese per ricordare il poeta (e libraio, saggista, editore) Roberto Roversi (1923-2012): pressoché unico, fra i poeti bolognesi del tardo Novecento, ad aver raggiunto un rilievo nazionale nonostante la sua decisione dagli anni Sessanta in poi di cessare i contatti con l’editoria regolare. Dopo la bella ora del ricordo (ognuno ha scelto e letto, nella luce del crepuscolo, qualche verso di Roversi), mentre ci allontanavamo fra gli alberi, veniva da riflettere su che cosa sia poi accaduto, dalla svolta fra i due secoli fino a oggi, e non solo nell’ambiente poetico bolognese; perché, se il cliché della globalizzazione mantiene ancora un minimo di senso, l’impasse in cui si trova Bologna contiene una lezione che va oltre la poesia e riguarda (senza alcuna esagerazione) la posizione dell’intellettuale non solo su questa ma anche sull’altra sponda dell’oceano.

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Dicembre 1957, Libreria Antiquaria Palmaverde (via Rizzoli 4, Bologna). Riunione di redazione della rivista “Officina”, da sinistra: Angelo Romanò, Gianni Scalia, Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Roberto Roversi

Roversi, oltre che come poeta e animatore intellettuale (dalla base della sua libreria antiquaria “Palmaverde”, punto di riferimento culturale fin dal 1948, e che oggi è un ricordo), rappresenta qualcosa di cruciale anche perché lui ha fatto la guerra (specificamente, ma non è questo che soprattutto importa, la guerriglia partigiana). La distinzione non è solo biografica – è anche poetica. La scrittura dei poeti che non hanno attraversato la terribile esperienza della guerra eredita, da quelli che invece ci sono passati, il privilegio di una vitale speranza, ma al tempo stessoil dubbio di essere rimasti a fare un’opera in qualche misura attenuata; dubbio che forse i nostri nipoti potranno sciogliere, ma con il quale noi dobbiamo convivere. Roversi era, come tutte le forti personalità, anche un fascio di energie contrastanti. Contrasto, prima di tutto, fra ideologia e scrittura, e contrasto anche all’interno di questi due elementi: da un lato, fra la priorità etica e quella politica; e dall’altro, fra poesia polemica (al di là della logora etichetta di “poesia civile”) e poesia lirica. Tutto questo costituisce forse un’impasse? Certo che no: queste sono le componenti essenziali di ogni alta opera poetica, come appunto è quella roversiana.

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Il problema comincia con coloro che vengono dopo: i quali debbono – pena il conformismo e l’irrilevanza – affrontare la sfida di essere simili/diversi. Il nodo che Roversi, grazie alla sua statura morale, aveva potuto lasciare sullo sfondo, ma che poi non poteva non riemergere, era: come è possibile che uno scrittore o scrittrice (poeta, narratore, saggista, giornalista) dispieghi pienamente la sua voce pur restando in una posizione di continuità con il regime socio-politico dominante nella sua città – soprattutto una città come Bologna, sostanzialmente immutata in questo senso (a parte una parentetica eccezione che conferma la regola) da un settantennio? Ci eravamo un po’ tutti dimenticati che la voce di uno scrittore può anche situarsi fuori dal coro – e non solo nel senso di essere più “a sinistra” della “sinistra”. Di fronte a una situazione in cui la cerchia rossastra delle mura felsinee era cominciata a diventare un po’ soffocante, c’è stato chi è espatriato (auto-esiliato è forse troppo drammatico): o verso il vicino (per esempio, Adriano Spatola nella provincia di Reggio Emilia) o verso il lontano – addirittura oltreoceano; e c’è stato anche chi, dall’interno della città, ha cominciato a presentare una diversa visio mundi– una visione non limitata, appunto, alla poesia. Il risultato è che si è aperta una fenditura sotterranea fra la “sinistra” (diciamo così per mancanza di un termine più adeguato) e la “destra” (contenitore in cui si tende sommariamente a riversare tutto ciò che non appartiene alla sempiterna gauchepostcomunista). Di questa fenditura o faglia, nessuno parla esplicitamente – e forse è meglio così. Ma le conseguenze si avvertono, e vanno al di là della concorrenza fra diversi gruppi e gruppuscoli cittadini per attirare quel che resta del cosiddetto “pubblico della poesia”.

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Due infatti sono i miti con cui l’intellighenzia progressista cela, anche a se stessa, le realtà del ventunesimo secolo: che “gli intellettuali non esistono più” e che “non ci sono più né destra né sinistra”. In entrambi i casi è vero esattamente il contrario. Per ciò che riguarda gli intellettuali: essi hanno vinto perché, in un certo senso, son divenuti invisibili (anche a costo di evitarne il nome). Diventando comunicatori e uomini dei media, gli intellettuali si sono trasformati in qualcosa di più forte della vecchia immagine della stampa come Quarto Stato – si potrebbe dire che sono divenuti un Quinto Stato; nel senso che si trovano sostanzialmente allo stesso livello di, e in diretta competizione con, le altre strutture politiche ed economiche, per organizzare e modificare la società.

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Quanto alla destra e alla sinistra: queste distinzioni rugginose purtroppo esistono ancora, e sembrano destinate a durare a lungo. Ma allora il poeta, invece di declamare contro un mitico Potere con la maiuscola, potrà adoperare quelle briciole di potere che possiede per rivolgersi davvero a tutti gli interlocutori, al di là degli steccati ideologici. La pace della poesia non ha luogo nella proverbiale torre d’avorio, ma procede dall’interno verso l’esterno. All’interno è la pace di un lavoro continuo, autocritico, silenzioso; il quale poi si allarga alla società per provvedere un minimo di respiro dentro la confusione e la contraddittorietà del mondo.

Paolo Valesio

[Nella serata di giovedì 26 luglio alle ore 21 avrà luogo a Bologna, nello storico cortile dell’Archiginnasio, una lettura poeticadi gruppo sul tema: “La pace della poesia”]

 

 

 

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Le piccole metamorfosi

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  2 novembre 2017 col titolo “Francesco e il dono di scardinare le strutture prefissate”.

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LE PICCOLE METAMORFOSI

Una visita papale, per quanto breve, produce sempre nel luogo visitato alcune metamorfosi. Per esempio, durante la visita a Bologna di papa Francesco nel primo giorno d’ottobre è risuonato uno sparo; fortunatamente non diretto alla Sua persona, dunque in nessun modo collegato all’ottimo funzionamento della rete di sicurezza che avvolgeva la città. Ma si è purtroppo trattato di un suicidio, compiuto da un uomo di ben 89 anni. E, alla fine del pranzo con cui il Papa ha intrattenuto nella basilica di San Petronio in Piazza Maggiore (nel cuore della città) venti carcerati, due di essi si sono allontanati sfuggendo ai loro custodi. Cosa voglio dire? Un’ovvietà, forse, ma che merita un attimo di riflessione: nemmeno il Papa può cambiare l’incessante scorrere della vita tutt’intorno, con la sua spietata mescolanza di tragedia e commedia.

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Deserto o gabbia? La basilica di San Petronio in Piazza Maggiore a Bologna, la rossa

Quello che il Papa poteva fare era dare un senso generale all’evento, inquadrando la giornata nella cornice di un motto che era anche un’esortazione: “Pane, parole e poveri”. Tre P che sono sembrate la risposta costruttiva e misericordiosa alle ciniche tre F – “Feste, farina e forca” – attribuite ai Borboni di Napoli. E queste P sono tornate alla mente, di fronte alle centinaia di persone (donne e uomini di varie età e nazionalità) che camminavano nella tarda mattinata, fluendo verso la Piazza Maggiore e poi – trovandola piena e bloccata – rifluendo dentro le strette vie medievali tutt’intorno. Avevano facce assorte e insieme distratte, con un’espressione che era qualcosa di più della curiosità: i loro volti erano divisi tra la speranza e la perplessità. Veniva allora in mente la domanda martellante di Gesù: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? […] Allora, che cosa siete andati a vedere? […] Ebbene, che cosa siete andati a vedere?” (Mt 11, 6-9).

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Vicario di Cristo a Bologna

Che cosa siamo andati a vedere? Forse, un modo per tentare di figurarci nella mente quali fossero, nelle tre P, le “parole”; ma qui, ognuno doveva scegliere per conto suo. In effetti, in ciascuno di quei volti si intravedeva tutto un silenzioso lavorio mentale, per identificare le parole che meglio si adattassero a ciò che dietro il volto si muoveva.

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L’uomo della pace si fa un selfie

Uno dei cittadini là in mezzo ha trovato dentro di sé parole forse prevedibili, e che tuttavia gli sembrava di dire seriamente a se stesso per la prima volta: “Uomo della pace” e “Vicario di Cristo”. Il Papa, costui ha sentito allora, non è semplicemente un uomo di pace (nella retorica un po’ compiaciuta del pacifismo): è l’uomo che incarna la pace. Si pensa di solito alla diplomazia come tecnica, ma il Papa rappresenta la base metafisica della diplomazia in quanto conciliazione.

Quanto al “Vicario”, la tentazione cui il cittadino non ha resistito è stata quella di fare un salto mentale anche troppo audace; e immaginarsi per qualche momento (suggestionato in parte da alcune opere di fine Ottocento che gli erano rimaste impresse): Se Cristo stesso fosse entrato a Bologna? Un po’ come Dostoevskij aveva descritto, con “La leggenda del Grande Inquisitore”, il Suo silenzioso ingresso in città; o come il pittore belga James Ensor aveva dipinto con colori violenti in quel quadro-shock del 1888 che è “L’ingresso di Cristo a Bruxelles”.

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Il buon deserto della Bibbia

Ma poi quel cittadino si è reso conto che non si trattava di nascondersi dietro rievocazioni artistico-letterarie, bensì di rispondere francamente alla domanda: – Che cosa sei andato a vedere tu, nel deserto? E qui è avvenuta la (piccola) metamorfosi. Fino a quella strana giornata di inizio-ottobre, infatti, lui avrebbe continuato a pensare a Bologna, se non come un deserto, come a qualcosa di simile a una gabbia. Questa città troppo grande per riconciliarsi con il suo stato di provincia, e troppo piccola per illudersi di essere una delle tre o quattro (o due) grandi città italiane; questa città che (a eccezione di un pugno d’anni che non hanno cambiato nulla) non ha mai mutato il suo regime politico dal 1945 a oggi, tendendo così a imporre una plumbea mediocritas.

Ebbene, no: tutto può cambiare. Dove entra il Vicario di Cristo, si dissolvono spiritualmente tutte le strutture prefissate (urbanistiche, politiche ecc.). E forse è questo il deserto (un buon deserto) di cui parla il Vangelo; con la sua possibilità di ricominciare sempre di nuovo, di introdurre la modesta ma decisiva differenza dell’individuo.

Paolo Valesio

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Il deserto dell’individuo

 

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BOLOGNA: L’ISTANTANEA DELLA STORIA


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 18 febbraio 2017 col titolo “Bologna, la rossa mediocrità della provincia che si vuole capitale”

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Segni di vita su via Zamboni

BOLOGNA: L’ISTANTANEA DELLA STORIA

Non so se sia esatto dire (come qualcuno, in procinto di trasferirsi a Roma da Bologna, ha recentemente buttato lì) che quest’ultima “è la più grossa città di provincia in Italia” – ma poi non importa molto, anche perché l’ossessione di (non) essere in provincia è una delle più noiose tematiche italiane. Ciò che conta è che Bologna, fra le città a lei simili – qualitativamente e quantitativamente – è probabilmente la più sporca, disordinata e vandalizzata. Ora, sarebbe esagerato dire che a Bologna regna la paura. Più semplicemente, questa città è un po’ preoccupata dall’imperversare della piccola-media delinquenza, e dalla radicalizzazione violenta della vita politica: preoccupata, insomma, dalle costanti incrinature della legalità e dell’ordine pubblico.

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Il bersaglio del recente episodio

La recente occupazione della Biblioteca di Discipline Umanistiche da parte di rappresentanti del Cua (cioè Collettivo Universitario Autonomo – e già il nome è un po’ gaglioffo) è solo l’episodio più recente, che non sarà l’ultimo, nell’occupazione illegittima e illegale di spazi dell’università. Il recente episodio è significativo soprattutto per il nome del suo bersaglio; le parole infatti sono simboli, e i simboli sono la realtà – o almeno una parte molto importante di essa. Devastare una biblioteca intitolata a nientemeno che le discipline umanistiche significa vibrare un ceffone ai valori sbandierati dall’ Alma Mater (nome ufficiale dell’università bolognese) e smascherare la sua attuale fiacchezza come organismo civico.

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L’istantanea della storia recente

Restare però sul terreno della lamentatio significa collaborare involontariamente all’aria di depressione e mediocrismo che circola a Bologna. Proviamo a volare per un momento un po’ più in alto – all’altezza della storia. Il 2017 è nipote del 1977 – il quale è figlio del 1968 – che a sua volta è erede del 1945, quando Giuseppe Dozza riceve, pare, l’incarico ufficiale di sindaco di Bologna da parte del Governo Militare Alleato (le elezioni seguiranno nel 1946). La scelta del ’45 fu probabilmente la più saggia, date le circostanze; e Dozza è entrato nella leggenda come il miglior primo cittadino che la città abbia mai avuto.

Ma nella mela c’era il baco. Quando una città è governata, per 67 dei suoi 72 anni di vita repubblicana, dalla stessa parte politica (l’eccezione com’è noto è la giunta di centrodestra guidata da Giorgio Guazzaloca fra il 1999 e il 2004) – quando ciò accade, la mediocrità è inevitabile. E, nonostante le apparenze, questa rubea mediocritas non garantisce un pacifico tran tran: al contrario, è una palude da cui affiorano tutte le forme di malcontento, tutte le rivalse della violenza opportunistica e sorniona.

Manifestazione per chiedere le dimissioni del rettore Ubertini e del questore Coccia

il Diciassette a Bologna

Per esempio: a differenza, ancora una volta, da ciò che appare, il Sessantotto a Bologna non rappresenta (come esso amava automitizzarsi) una rottura con il PCI, bensì porta alla luce e sviluppa ulteriormente quella idolatria del potere accompagnata da un rozzo machiavellismo (senza la spiritualità di Machiavelli, naturalmente) che è connaturata all’ideologia del Partito con la maiuscola – quell’ idolatria e quella rozzezza su cui fin da subito (fino dal preveggente discorso di Togliatti del 1946 a Reggio Emilia su “ Ceto medio ed Emilia rossa”) si era tentato di passare una bella mano di vernice rosa senza veramente cancellare il colore originario; e come si sarebbe mai potuto, se questa idolatria rozzamente machiavellica era la ragion d’essere di tutta la compagine?

L’appena detto riguarda evidentemente, in qualche misura, tutta l’Italia; ma la differenza bolognese è la differenza di un particolare mediocrismo, dovuto al dominio schiacciante del post-Partito (non è vero che, come proclamano certi giornali, “l’Emilia non è più rossa”). Il quale post-Partito continua a non volere (a non potere?) fare i conti con il proprio passato. Non ho la supponenza di proporre rimedi; faccio soltanto (per quel poco-o-nulla che conta) una previsione: nulla veramente cambierà a Bologna, fino a che non ci sarà un reale mutamento nel regime politico della città.

Paolo Valesio

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