CODEX ATLANTICUS, 18

Castelvecchio Pascoli (provincia di Lucca), 19 settembre 2020

Uscendo con un certo disappunto dalla visita alla Casa-Museo di Giovanni Pascoli (un po’ troppo archeologica), ma ispirato dalla vista che offre il loggiato di quella dimora (il campanile di Barga, le Alpi Apuane), comincio a passeggiare nel terreno circostante, lungo una piccola strada cinta da un muricciolo di pietre; passo accanto alla chiesa di San Nicolò (che è chiusa, ma sul davanti c’è un minuscolo porticato a due colonne che inquadra un Crocefisso e al di là di esso uno scorcio particolarmente bello di paesaggio), e continuo lungo vialetti che si aprono verso un reticolo di sentieri di origine medioevale: tutti nitidi, ordinati, di un verde pulito e tranquillo, popolati di castagni, alberi di mele e altri frutti, vigne, fra una ricchezza di altri alberi e arbusti. L’ora è l’incirca le due del pomeriggio: silenzio assoluto, nessuno intorno – “non si vede anima viva”, come dice il cliché. (Ma quasi tutti i cliché hanno una dimensione più profonda: la solitudine silenziosa evoca sempre, in qualche modo, la presenza di quelle che in mancanza di un termine migliore si possono chiamare anime). Resisto alla tentazione di rigirarmi per la testa termini troppo impegnativi (piccolo miracolo, epifania), e resto con una parola soltanto: autunno. È vero, mancano ancora due giorni secondo il calendario, ma per me l’autunno comincia qui e oggi: perché le chiome degli alberi combinano il verde con il giallo-rossiccio; perché le foglie hanno già cominciato a volteggiare, e ricoprire tutti gli spazi di chiaro verde fra gli alberi e i cespugli.

Casa-Museo di Giovanni Pascoli, Castelvecchio Pascoli, provincia di Lucca

E alla fine capisco perché la parola “autunno” mi è risuonata con una certa gravitas, come una sorta di suggello a questa esperienza di solitudine nella natura, così insolita per me adesso nell’Italia dove sono tornato: quello che ho sentito è stato il parallelo contrastante rispetto ai miei passati anni americani. Dove la solitudine dentro la natura può essere raggiunta molto più facilmente, dove i gialli i marrone i rossi degli alberi sono ben altrimenti scintillanti, dove le case-museo sono molto più comunicative (penso per esempio a quella di Emily Dickinson ad Amherst nel Massachusetts), ma dove d’altra parte in questa stagione il tempo (almeno nella Nuova Inghilterra) ha già un di più di rigore; mentre oggi, nei dintorni di Barga, domina ancora un caldo estivo. 

Oggi e qui, allora e là… tutto sembrava prestarsi a una serie di Pensieri oziosi di un ozioso, come suona uno dei titoli dell’umorista inglese (Jerome K. Jerome) che prediligevo da ragazzo. (D’altra parte tutti i veri pensieri cominciano come pensieri “oziosi”, cioè liberamente vaganti). E in fondo ciò è avvenuto anche oggi, seppure con una differenza che non mi aspettavo: questi pensieri svagati – i soli, appunto, che possano condurre a qualche piccola rivelazione – a un certo punto hanno smesso le loro passeggiate senza meta e hanno cominciato a scavalcare i muretti (in Italia) e i muri (in Usa) delle ideologie; così sono passato senza accorgermene a un pensiero che mi si è imposto da solo (senza partire da una decisione, da un disegno preciso): confrontarmi con quello che sta accadendo nella mia seconda patria. Allora l’atmosfera pastorale si è dissolta; e i pensieri tra il verde, in vista delle Alpi Apuane, hanno preso tutt’altra direzione. 

Il paesaggio maestoso di Barga

L’anno scorso, circa alla data delle elezioni americane di quest’anno, un autore (Raymond McDaniel) scriveva un commento a una delle sue stesse poesie che riflette il tono di apparente ingenuità (auto)ironica tipico del discorso americano, e lo rende così diverso da quello italiano: “Non penso certo che tutte le opinioni siano egualmente valide, e d’altra parte non credo che verrà presto (se mai verrà) il momento in cui raggiungeremo un chiaro accordo sul relativo valore di queste opinioni. Ciò significa conflittualità sempre più intensa e strepito senza fine – cosa necessaria e al tempo stesso spossante. Qualche volta il fatto stesso che circolino tante convinzioni diverse mi porta a desiderare di non averne nessuna, e la mia poesia descrive l’attrattiva (che magari è falsa e vuota) del preferire non aver niente da dire piuttosto che aggiungere ancora un altro urlo al coro infernale del civico pandemonio”. (La parola inglese è più rara e più forte del suo equivalente italiano: Pandemonium infatti è il nome della capitale dell’Inferno nel poema epico di John Milton, Paradise Lost). È, si potrebbe dire, l’immagine esatta della situazione attuale in Usa – dove le azioni violente e le parole virulente sembrano quasi illuminate da bagliori demoniaci. 

Nel discorso politico della Spagna contemporanea si è ripetuta anche troppe volte la famosa frase (risalente, pare, agli anni Venti) di Miguel de Unamuno: “Me duele España en el cogollo de mi corazón” (La Spagna mi duole nel nucleo centrale del mio cuore). La ripetizione di questa frase nella retorica politica spagnola ha prodotto un effetto inevitabile di banalizzazione; eppure la metafora, per cui la relazione fra un cittadino e il suo paese è descritta come la relazione intimissima fra una persona e una parte del suo corpo, mantiene ancora la sua forza. Tale forza sensoriale deriva dalla concretizzazione di un’astrazione: la nazione. O meglio, deriva dal percepire la nazione, non come un concetto astratto, ma come un organismo vivente. E non credo si esageri notando che questa immagine di compenetrazione ha anche un aspetto mistico: “Bisogna anche sapere che il dito, la mano e ciascun membro ama naturalmente l’uomo, di cui è parte, molto più di se stesso e si sottopone volentieri e con gioia, per amore dell’uomo, alla necessità e al danno”, scrive in uno dei suoi Trattati il grande teologo e mistico medioevale Meister Eckhart. 

Il pandemomium delle opinioni politiche

Ma questo misticismo dell’unitarietà, che era ancora possibile nel primo Novecento, quando per esempio la cittadinanza di un paese era ancora concepita come qualcosa di monolitico, è molto più difficile da concepire oggi, nell’epoca cosmopolitica delle doppie cittadinanze. Una doppia cittadinanza può essere vissuta come un di più di vita o come un arduo paradosso (e naturalmente entrambi gli atteggiamenti possono alternarsi, nel corso di una vita). Per esempio, di fronte al “pandemonio” il cittadino binazionale può anche rifugiarsi in una posizione di duplice indifferenza; ma se non cerca questo rifugio (abbastanza facile), quale resta la sua situazione? La metafora organicistica nello stile di Unamuno non è più una scelta possibile. Allora il disagio del doppio cittadino di fronte a certe situazioni diventa il dolore di una lacerazione fra due estremi. 

Per continuare a vivere in piena consapevolezza – vivere nell’azione e nel pensiero – al di là di simili lacerazioni, si può ripartire da una breve sosta nel passato, in cerca di ispirazione. Partendo, per esempio, dagli anni Sessanta: in cui i protagonisti di certi drammi politici potevano ancora evocare la forte idea cristiana secondo cui ogni battezzato è costituito come sacerdote, profetico e regale. Certo questa è l’immagine che ci resta di Martin Luther King nel suo storico discorso che non durò più di cinque minuti e che tuttavia cambiò tutta un’atmosfera politica: “I have a dream”, del 28 agosto 1963 a Washington. Ma anche John Kennedy – assassinato il 22 novembre di quello stesso anno – aveva in sé (lasciamo perdere i sacerdoti e i re) qualche cosa del principe. 

E – andando oltre i recinti confessionali – quando due anni dopo (il 21 febbraio 1965) il mussulmano Malcolm X viene assassinato a New York, l’attore Ossie Davis nel suo discorso funebre si rivolge allo spirito di Malcolm citando uno dei versi più commoventi di Shakespeare, quello in cui Orazio parla ad Amleto appena ucciso: “Buona notte, dolce principe…” . Certo, “dolce” non appare a prima vista come l’aggettivo più adatto a Malcolm X; ma quell’attore aveva intuito qualcosa che i politici non avevano ancora notato, cioè uno snodo storico piuttosto che un apprezzamento psicologico: aveva dato voce alla sensazione che l’epoca dei principi, nella politica americana, era tramontata. E tramontata in un’aureola sanguinosa, come si è appena visto, e come si potrebbe ulteriormente precisare (4 aprile 1968: assassinio di Martin Luther King; 6 giugno 1968: assassinio di un altro “principe”, Robert Kennedy.) 

Eventi risaputi, e super-descritti? Certo, ma è opportuno ricordarli oggi, per ridimensionare la retorica da apocalisse (più o meno astutamente calcolata) che circonda le elezioni del 2020 – come se gli Stati Uniti non avessero già attraversato, e superato, tragici scontri che fanno pensare alle corti inglesi e scozzesi messe in tragedia dal già citato Shakespeare. L’atmosfera shakespeariana, in effetti, fu subito notata in quegli anni Sessanta. Ma, salvo errore, essa non ha ancora ispirato la Grande Tragedia americana – genere che sembra ancora più difficile da realizzare di quello che sia il tanto bramato Grande Romanzo Americano. È vero che un’alta dizione drammatica non si può creare a comando; e Eugene O’Neill, appartenente alla prima metà del Novecento, sembra non aver lasciato eredi (Tennessee Williams è scomparso proprio nello stesso anno del grande discorso di Martin Luther King); dopo questi drammaturghi il linguaggio alto – per ragioni che varrà la pena di studiare – sembra (con la parziale eccezione di Arthur Miller) essere risultato imbarazzante, nel teatro americano. 

 Sempre, del resto, nel corso effettivo della storia e del pensiero umani, il sublime (sacerdozi e profezie, principi e tragedie) si alterna con il suo opposto: quando Martin Luther King eleva il suo inno (che tuttora commuove) al Sogno Americano, questo sogno aveva già cominciato a essere oggetto di satira – per esempio nell’ancora conturbante atto unico comico-noir di Edward Albee, The American Dream, che ebbe la sua “prima” nel 1961 a New York. (In generale: il tragicomico, l’assurdistico, il noir, il grottesco sembrano costituire la risposta teatrale più autenticamente americana al vuoto lasciato dal genere della tragedia). Ma un colpo più ragionato e più duro all’idea di questo grande Sogno emerge da un dibattito del 1965, che il gruppo di studio dei professori emeriti dell’università di Yale ha ultimamente recuperato in video, per discuterlo (in vista, ovviamente, delle elezioni). 

Si tratta di un incontro/scontro di un‘ora, che ebbe grande eco a suo tempo, e che è molto importante rivisitare perché è ancora terribilmente pertinente e al tempo stesso tragicamente antiquato: il dibattito fra due americani eminenti – lo scrittore nero James Baldwin (il cui famoso saggio The Fire Next Time [La prossima volta, il fuoco] esce nel 1963, dunque nell’anno stesso del discorso di Martin Luther King) e il saggista William Buckley (fondatore della National Review)  tenutosi alla Student Union dell’università britannica di Cambridge il 18 febbraio 1965 (dunque solo tre giorni prima dell’uccisione di Malcolm X dall’altra parte dell’oceano), sul tema “The American Dream is at the Expense of the American Negro” (Il Sogno Americano ha luogo a spese dei Negri americani). Sì, proprio così: quelli erano gli anni in cui tutti, bianchi e neri, usavano ancora la parola “Negro”; era Malcolm X che aveva cominciato a usare il termine “Black” – anzi, parlava provocatoriamente dei “cosiddetti Negri”; e ricordo ancora come, ogni volta che egli usava quest’ultima espressione, qualche voce di protesta si elevava dal pubblico – protesta contro questa idea “irriverente” di contestare la parola Negro. (Adesso, naturalmente, la reazione sarebbe opposta: conformismo allora e conformismo adesso – eterno culto dei cliché nel discorso pubblico).

Ma lasciamo da parte i dettagli terminologici e guardiamo alla sostanza di quel dibattito. Perché esso sia ancora terribilmente pertinente, non c’è bisogno di spiegarlo, soprattutto in questi mesi. È importante, invece, chiarire perché questo dialogo sia anacronistico – tristemente (forse addirittura tragicamente) anacronistico – nella situazione in cui viviamo. I due relatori non attaccano direttamente l’un l’altro ma si rivolgono al pubblico degli studenti oxoniensi, tentando di convincerli delle risposte che essi offrono al quesito citato sopra (“Sì” il sogno americano ha avuto luogo alle spese di ecc.” per Baldwin, “No” per Buckley); e questo rende virtualmente impossibili gli attacchi personali e gli insulti. Inoltre entrambi parlano un inglese raffinato, che usa tutte le risorse (e sono molte) di questa lingua oggi tanto banalizzata. Baldwin e Buckley sono due oratori, non due comizianti; e ciò basterebbe a rendere impossibile un tale dibattito oggi. 

Prima di tutto, il ruolo dell’intellettuale conservatore (Buckley) non potrebbe essere sostenuto adesso: da un lato, mancano quasi del tutto gli intellettuali sufficientemente coraggiosi per assumere certe posizioni; e d’altro canto, se qualcuno si facesse avanti, gli sarebbe sostanzialmente impedito di parlare. Già in quegli anni, e nell’atmosfera altamente civile di quel pubblico britannico, Buckley si trovava di fronte a un invisibile ma chiaramente percepibile muro di freddezza per non dire ostilità – che egli affrontò di petto, senza sacrificare una sola virgola o sfumatura del suo stile; e alla fine il pubblico – sportivo nel senso alto della parola – mostrò di apprezzarlo. Ma ciò che è forse ancora più triste è che anche un intellettuale nero e progressista come Baldwin, oggi verrebbe presto ridotto al silenzio: il suo stile, in cui l’indignatio non escludeva la compostezza e la calma espositiva, correrebbe il rischio di essere bollato come il discorso di uno “zio Tom”, o addirittura accusato di tradimento della sua “razza” (e sì, la “razza”: perché oggi in America c’è chi è autorizzato e chi no, a usare questo termine…). Ma qui non si vuole tessere un elogio nostalgico dei tempi passati: “Allora era allora, e adesso è adesso” come dice, con la virtù del suo brusco semplicismo, l’inglese americano. Ciò che occorre comprendere (o almeno, tentare di farlo) è la qualità di questo “adesso”.

La Fondazione Magnani Rocca a Mamiamo di Traversetolo, provincia di Parma

 Mamiano di Traversetolo (provincia di Parma), 29 settembre 2020

L’autunno continua a sorprendermi, senza che da parte mia sia intervenuto alcun piccolo calcolo “letterario”; e mi tende un’imboscata dentro il Parco che si autodefinisce “Romantico” della grande villa dove ha sede la Fondazione Magnani Rocca, e nella quale ho appena visitato la mostra speciale organizzata intorno al lavoro del grande collezionista d’arte e musicologo Luigi Magnani: un’esibizione raffinatissima, insieme filologica e mondana. È una mostra per cui l’aggettivo “snob” (che potrebbe descrivere la prima impressione) si rivela inadeguato; quello che qui regna è il grande gusto del primo Novecento – il gusto che un piccolo-borghese come me può sperimentare (dopo averlo goduto nelle pagine di Proust) soltanto in occasioni come questa.

In fondo, però, è come se la mia doppia cittadinanza si rivelasse nel sollievo con cui – dopo aver sperimentato una certa freddezza marmorea nella villa e nel suo modo impeccabile di presentare quadri, disegni, manoscritti – accolgo i folti cespugli di ortensie che sorgono ai piedi dello scalone, e mi avvio poi verso la distesa di erba e di alberi che si allarga (per una dozzina di ettari) dietro il grande edificio. Il senso della natura è stato una delle due maggiori lezioni dei miei anni americani (l’altra è stato l’irrobustimento del mio atteggiamento etico verso la società); e questo rapporto con la natura, si può (si deve) chiamarlo, in sintesi, “romantico”. Che poi il Romanticismo sia stato uno dei moltissimi elementi che gli Stati Uniti hanno assorbito dall’Europa, senza la quale non sarebbero nulla, è un’altra storia; ed è una delle tante ironie della Storia. 

L’idea, però, di definire ufficialmente quest’oasi di natura come Parco Romantico è “americana” nel senso deteriore del termine: lo de-romanticizza. Ma il lieve fastidio di fronte a questa definizione risulta produttivo; metto fra parentesi questa parola enorme (nonostante tutte le degradazioni commerciali) “Romantico”, e mi chiedo: Che cosa veramente mi chiama – a che cosa mi sento richiamato – in questo parco? Non dalle urne di pietra sparse qua e là, e nemmeno dai pavoni che pittorescamente si intravedono (e che in questa stagione non hanno ancora messo le penne variopinte della loro “ruota” , che pare gli crescano fra inverno e primavera). E’ forse per questo che non ne sento le strida? Comunque sia, lo strido del pavone, passata la prima impressione di sgradevolezza, si rivela come complemento essenziale della sua estetica: il pavone che fa la ruota è uno spettacolo bello soltanto nel senso del cliché; mentre diventa veramente rivelatore di bellezza quando ci fa sentire il piccolo guasto – la leggera deformazione, la dissimmetria – che sono indispensabili perché la bellezza veramente appaia. 

Senza fare più attenzione ai pavoni, cammino verso il limite del parco, fra grandi alberi (querce e platani – ma ci sono anche specie più rare: cedri, sequoie), alcuni dei quali hanno incavi così profondi, fra la base del tronco e le radici, che anche a un adulto sarà permesso di fantasticarci sopra: ricordi di quando in Italia c’erano ancora i boschi, che davano plausibilità alle fiabe. (In Usa i boschi ci sono ancora, e come; ma là, nulla di simile alle immagini di quelle che noi chiamiamo fiabe, aleggia nell’aria circostante.) 

Lungo il muro di cinta: larghe macchie di edera che crescono in basso, a diretto contatto con il fondo boschivo. Accanto al recinto che chiude il parco: un carretto inclinato a terra e colmo di grossi rami e di fronde secche ma ancora colorate, rappresenta una così perfetta Allegoria dell’Autunno che sembra per un momento di essere capitati per caso su un “si gira” cinematografico – ma per fortuna non è questo il caso: semplicemente, da qualche parte c’è qualcuno che si prende cura di questi boschetti. Eppure (tanto è contaminata dai media la nostra immaginazione) quando si imbocca l’ultimo sentiero oltre il carretto – un piccolo, folto corridoio naturale – la fantasia continua a sovrapporre la cultura alla natura.

Ma almeno, questa volta, si tratta di quella specie di fantasia essenzialmente pre-moderna che ha a che fare con la narrativa. Negli oziosi pensieri dell’ozioso riappare improvvisamente un gran romanzo di poco più della metà del Settecento: Julie ou La nouvelle Héloïse. Non solo, però, l’ozioso non saprebbe dire perché proprio quella narrazione e proprio in quel momento; nemmeno saprebbe spiegare perché, esattamente in quel pomeriggio e in quel parco, il romanzo di Rousseau gli appaia d’improvviso come un simbolo commovente dell’Europa – un’entità geopolitica per la quale questo pensatore vagante non ricorda di aver mai sentito veramente il calore della commozione.

Tuttavia, se c’è una cosa che l’ozioso abbia imparato è quella di non abbandonarsi alla pigrizia. “Ozioso” e “pigro” sono atteggiamenti molto diversi: il pigro sperde e dimentica i pensieri che lo visitano, mentre l’ozioso li accoglie con rispetto, ci rimugina sopra (e riesce a trovarlo sempre, il tempo di rimuginare; anche a costo di deludere i suoi rari interlocutori, che a volte si sentono momentaneamente messi da parte). E così, dopo qualche minuto, questo ospite degli altrui e dei propri pensieri si rende conto che il romanzo di Rousseau gli è apparso come il simbolo di tutta l’Europa perché in qualche modo (un modo che non importa definire con precisione) gli è sembrato connesso alle dimensioni ridotte di quel paesaggio, che invita all’intimità. In effetti il senso di un rapporto fra anima e paesaggio resterà sempre legato per lui all’Italia, e specificamente all’Italia in quanto luogo che acuisce la percezione di tante narrazioni, dedicate a diverse esperienze meditative ed espresse in lingue differenti (la lingua di Rousseau, la lingua di Goethe nell’altro grande romanzo “europeo” Le affinità elettive, posteriore di circa mezzo secolo al romanzo di Rousseau): un rapporto legato all’Italia come luogo europeo. Ma perché addirittura la commozione? Perché (l’ozioso laborioso lo capisce continuando a riflettere) questo sentimento è rivolto non tanto all’Italia europea quanto all’altro paese: che “gli duole”, a cui egualmente appartiene, e che in queste settimane vive con forte tensione la campagna elettorale.

Dibattito Trump-Biden

Bologna, alba del 30 settembre 2020

Levataccia (alle tre del mattino) per ascoltare in diretta dagli Stati Uniti il primo dibattito presidenziale. “Ma perché non ascolti le registrazioni più tardi, nei vari media?”, chiedono alcuni amici. Risposta: perché non è la stessa cosa. Un momento di storia può essere, certo, oggetto di percezione ritardata; ma è sempre bello, quando si può – e qualunque sia la sua etica e la sua estetica (di valore/disvalore) – viverlo nella sua momentaneità. 

[Qui, come nel lemma seguente, scelgo soltanto un paio di frasi, tratte con alcuni ritocchi dagli articoli che ho scritto in quelle occasioni, i quali sono apparsi in quest’anno 2020 nel quotidiano online “ilSussidiario.net”, rispettivamente il primo ottobre (Dibattito Trump-Biden: Cosa cercano gli americani sotto la pelle di quello show), e il 9 ottobre (Dibattito Pence-Harris: Un interessante gioco di fantasmi).

“Il pensiero corre, in quest’alba, ai grandi romanzi di Alessandro Dumas sui moschettieri invecchiati (Vent’anni dopo; Il visconte di Bragelonne), osservando il primo dei dibattiti presidenziali fra Donald Trump e Joe Biden dopo quattro anni di presidenza Trump (quattro anni, per ogni presidente in Usa, possono sembrare venti). Dopo vari duelli che hanno sgombrato il campo, i nostri moschettieri sono rimasti due: e il passaggio del tempo naturalmente non perdona. Il volto di Trump è ispessito, e scolpito con durezza; quello di Biden invece è fragile e pergamenaceo (quest’ultimo è il solo che abbandona per una manciata di secondi la rigidità della postura per passarsi la mano, fra la giacca e la camicia, sulla spalla sinistra; gesto che è notato dall’esegesi crudele della macchina da presa, e che potrebbe destare – augurandosi che sia un allarme esagerato – qualche preoccupazione). I dibattiti in effetti non sono particolarmente utili per i loro contenuti (è aria fritta e rifritta, dopo tanti mesi di campagna elettorale): quello che essi invece rivelano è l’aspetto umano-troppo-umano del discorso politico.

Tutto ciò non è puro folklore; e nessun paese cosiddetto democratico del cosiddetto Occidente può permettersi di guardare con sufficienza a questi dibattiti. Tanto meno l’Italia: dove lo stato di diritto è continuamente periclitante, e la malavita organizzata affligge vasti settori del territorio e dissangua ampi settori dell’economia; dove certe cariche appartengono istituzionalmente ai non-eletti; dove da vari anni si attendono invano elezioni; dove dibattiti come questi sono virtualmente inconcepibili. Così che ogni osservatore italiano, me compreso, di fronte a questi duelli, anche nei loro momenti beceri (che certo non sono mancati, in quella prima serata), non può che tacere e prendere appunti. 

Trump non solo insiste com’è prevedibile sulla frase “Legge e ordine” (rispetto alla quale gli osservatori italiani, insisto, farebbero bene a non ironizzare); ma a un certo punto sfida l’avversario a ripeterla, questa frase semplice semplice – e Biden non la riprende, così aprendo il fianco all’inevitabile stoccata: ‘Tu queste parole non le puoi neanche dire, se no perderesti l’appoggio dei radicali’. Questo è il guizzo che conta; e che resta, passato il particolare momento del dibattito.

Fra i molti libri di un ex-collega di Yale, Fredric Jameson, il cui linguaggio è ancora spesso imitato dai critici post-/neo-/marxisti contemporanei, ce n’è uno che risale al 1981 e il cui titolo è diventato di moda: L’inconscio politico. Inutile (soprattutto dopo tutti gli sparigli di Lacan) definire che cosa sia “l’inconscio”. Ma tutti sentiamo dentro di noi la presenza di un’area che non è quella della più lucida ragione, e che d’altra parte non è nemmeno qualcosa di indicibile, incomprensibile, irrilevante. Il linguaggio politico parla a questa regione intermedia, che influisce decisivamente sulla vita sociale: ecco l’elemento principale per cui dibattiti come questo continuano ad avere un senso”.

Dove il calore incontra la freddezza

Bologna, alba dell’8 ottobre 2020

Un’altra alzataccia alle tre del mattino, per seguire in diretta il dibattito fra i due vicepresidenti, Mike Pence e Kamala Harris.          

“La versione contemporanea e meno filosofica del velo di Maya è il velo dei luoghi comuni, che crea una sottile barriera nella percezione della realtà; e si può prendere a esempio di ciò il dibattito vicepresidenziale di mercoledì sera negli Stati Uniti. È stato più calmo di quello presidenziale che lo ha preceduto; vero, ma che significa? Lo ha vinto Kamala Harris? Non del tutto vero (a parte il fatto che simili “vittorie” non hanno senso); il fatto è che si confrontavano due personalità opposte, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi: la Harris chiaramente più vivace, e Pence più freddo. Ma una certa arietta di supponenza della Harris ha riproposto l’antico contrasto fra due Americhe: quella delle élite (l’Ovest californiano che fa da ponte con l’Est di New York e della Nuova Inghilterra, cioè la cultura detta “bi-costiera”, fra la costa del Pacifico e quella dell’Atlantico, della borghesia agiata e raffinata) e l’America, in tutti i sensi, “di mezzo” (come lo stato di Mike Pence: l’Indiana biondeggiante di messi); e non è detto quale delle due personalità offra più garanzie presidenziali. 

E questo porta all’altro luogo comune: il dibattito vicepresidenziale è meno importante di quello presidenziale. Non è vero – o almeno, non lo è stato nel caso presente. Tutti conoscono la venerabile battuta secondo cui c’è soltanto un battito di cuore che separa il Vicepresidente degli Stati Uniti dal suo Presidente. Adesso (con un presidente uscente che è malaticcio, e un candidato presidenziale alquanto sfuocato) quel famoso battito si è ridotto a un mezzo battito. Se, dunque, il confronto Trump-Biden è stato quello della rissa, questo secondo è stato il dibattito dello sdoppiamento: dietro ognuno dei candidati emergeva il fantasma di se stesso/a come presidente in pectore.

Molti dicono: Che bello, ascoltare un dibattito relativamente tranquillo (anche se tensione e ostilità vibravano dietro quasi ogni frase) invece che uno agitato! Ma siano permesse alcune domande: Chi ha decretato che i dibattiti politici debbano assomigliare a conversazioni da salotto? Che cosa c’è di male se gli stracci volano, invece di restare accumulati sotto le poltrone? Chi può aggiudicare con assoluta certezza la differenza fra un’ ’espressione colorita’, una ‘battuta’ e un ‘insulto’? È già difficile tracciare queste distinzioni a cose fatte; figuriamoci nel calore della disputa! Un po’ di realismo non guasterebbe”.

Montepastore, provincia di Bologna

Montepastore (provincia di Bologna), 17 ottobre 2020

Le colline bolognesi (meno conosciute forse di altre loro sorelle nel paesaggio italiano) hanno una particolare verde dolcezza che suscita come una forma di affetto. Ma questo verde non è soltanto dolce: nei pendii più in ombra e più boscosi si vedono scoscendimenti, forre, alberi alti e folti cespugli (nei quali a volte si sente il fruscio di qualche capriolo) che fanno pensare ai boschi dell’alto Appennino. In questi giorni di un autunno ancora caldo, l’impressione più profonda è quella prodotta dalla luce: più varia dunque più suggestiva della luce d’estate; e più attraente perché più avara di sé; e più drammatica perché attraversata da nubi non solo bianche ma grigio-ferro. E viene allora un impulso (che io non freno) a parlarne come di una luce divina. Divina in sé, o perché richiama direttamente Colui che l’ha creata? 

Lascio ai teologi questi dibattiti fra panteismo e monoteismo: ho sentito di doverla chiamare “divina”, questa luce autunnale, soprattutto perché mi solleva per lunghi momenti dall’atmosfera oppressiva della pandemia. Incoraggiato, in un certo senso, da questa luce, torno all’America ma non parlerò più della campagna elettorale, dunque non descriverò urgenze politiche; d’ora in avanti farò come se le elezioni avessero già avuto luogo – anche se siamo ancora a pochi giorni dall’ultimo dibattito presidenziale, e a una quindicina di giorni dalla giornata elettorale. 

E lo faccio perché, proprio in nome della mia passione per la politica, vorrei andare oltre la politica in senso stretto. Anche perché io da tempo vado disciplinatamente a votare, ma annullo la scheda (nelle elezioni del mio paese natale, come in quelle – voto postale o non postale – del mio paese acquisito). Sono diventato un contemplativo; che però non significa un indifferente, o peggio, un cinico. Un contemplativo tenta di analizzare criticamente anche ciò che lo appassiona – anzi, specialmente quello che più lo appassiona. E uno sguardo critico ci dice che i problemi di cui si chiacchiera o si urla in questa campagna elettorale cadono in due categorie opposte: o gli pseudo-problemi del chiacchiericcio propagandistico, oppure i grossi dilemmi che non saranno risolti qualunque sia il risultato del voto. Uno di questi ultimi è certamente (ne ho già parlato sopra) la tensione razziale.

Due docenti universitari in pensione, i cui percorsi si sono qualche volta toccati nel corso degli anni e che poi si sono persi di vista, si ritrovano quasi casualmente nel mondo della rete. Uno è un italiano-americano che ha trascorso e trascorre la vita negli Stati Uniti, con lunghe parentesi di ricerca e visite familiari in Italia; l’altro è un italiano espatriato in giovane età negli Stati Uniti, dove ha trascorso vari decenni, e che adesso è re-impatriato (o dis-espatriato) in Italia. L’italiano-americano ha inviato una lunga lettera a vari amici e colleghi (dunque pur essendo bilingue l’ha scritta in inglese) in cui nota le forme più sottili di quella che si potrebbe chiamare “discriminazione” verso i cittadini americani di nome ed origine italiane; e alla conclusione di questa lettera-saggio, allarga il discorso ai tumulti razziali negli Usa oggi, e traccia molto nettamente il confine fra il concetto discriminazione e quello di anti-discriminazione.

L’italiano (il quale trova che questa nettezza rischi il semplicismo) gli risponde con un più breve messaggio che contiene fra l’altro questo passo: “Mentre ti stavo scrivendo in inglese, mi sono reso conto di quanto esteso e profondo sia il dilemma che mi era venuto in mente leggendoti. Se mi rivolgo – io italiano – a te in inglese, potrei dare l’impressione di tenerti a distanza; d’altra parte, se ti scrivessi in italiano, questa potrebbe apparire come una lieve forma di condiscendenza, come se ti parlassi dall’alto in basso. È un piccolo dilemma certo; ma è delicato – ed è insolubile. Mi viene da pensare allora che ogni polemica anti-razzista finisce presto o tardi (qualunque siano le sue – indubbiamente buone – intenzioni) con il degenerare in una qualche forma di razzismo, più o meno abilmente mascherato. Allo stesso modo, ogni attacco alla discriminazione presto o tardi si trasforma – nonostante le sue eccellenti intenzioni – in una forma di discriminazione più o meno sottilmente mimetizzata”.

Appena scritto questo messaggio avevo cominciato a temere di avere irritato il mio interlocutore; ma quest’ultimo mi ha rassicurato, rispondendomi con garbo e acume: “Condivido la tua difficoltà, e considero nello stesso modo il dilemma che tu descrivi riguardo alla natura della retorica anti-razzista e anti-discriminativa: la quale paradossalmente si alimenta da sola. Le mie conclusioni sulle posizioni del tipo ‘aut aut’ sono, io credo, non tanto la proposta di superarle quanto piuttosto quella di riconoscerle come tali; pensiamo anche alla via senza uscita che in fondo è la nostra esistenza, imprigionati come siamo dai nostri apparati genetici e dai nostri linguaggi abituali”.

 Non condivido il pessimismo di quell’ultima frase, ma non è questo il punto. Ciò che conta è che questo apparente aneddoto rivela in realtà una situazione molto grave: il dialogo appena citato non potrebbe trovare facile eco in Usa, e quasi certamente nemmeno in Italia, perché in entrambi i paesi il discorso maggioritario è polarizzato in una direzione sola – quella di una certa retorica radicaleggiante. Il problema di fondo, allora, è il problema del discorso: del discorso, mi vien da dire, piuttosto che della parola. Le singole parole d’ordine si lasciano isolare troppo facilmente, così da suscitare commenti polemici e propagandistici. Quello che conta invece è il flusso continuo della meditazione o conversazione, secondo lo scorrevole etimo latino della parola discorso. Ma evitiamo le pedanterie, e usiamo il termine parola nel suo senso più lato (affine al francese parole).

La grande e commovente scalinata a Redipuglia

Aquileia, 20 ottobre 2020

 La luce d’autunno continua a essere, per così dire, molto indaffarata: ogni giorno, in modo lievemente diverso, drammatizza la natura e anche le cose costruite dall’uomo. Intanto, però, delusione della visita a Redipuglia: la grande e commovente scalinata in cui i gradoni sono scolpiti con i nomi dei caduti e ciascuno è marcato con la parola PRESENTE – scalinata che un tempo poteva e doveva essere salita e ridiscesa con un certo raccoglimento – è ora bloccata da un recinto, e i cartelloni parlano di “restauri” e di non meglio specificati “scavi”. I pochi visitatori si aggirano incerti, sperduti. Il messaggio subconscio – certo non voluto dalle invisibili Autorità – che il visitatore percepisce è che non si sa più bene nemmeno come dirla, la parola “patria”.

Per fortuna passo da Aquileia, il cui titolo di fama sono ovviamente i monumenti di epoca romana e alto-medioevale, ma dove vale anche la pena di soffermarsi (per riprendersi dalla visita a Redipuglia) nel piccolo cimitero verdeggiante dietro la Basilica, dedicato anch’esso alla Grande Guerra. Sulla parete di fondo si legge un’iscrizione che è una prosa poetica di Gabriele d’Annunzio (il poeta fondamentale del Novecento, checché ne dicano certi critici troppo spiritosi), che comincia audacemente con una personificazione: “O Aquileia, donna di tristezza”. Ma quello che più interessa è una scritta sotto quel testo, la quale specifica che la targa originale, distrutta “dai nemici” nel 1915, è stata riscolpita in marmo nel 1918. E qui il doppio-cittadino non può che pensare alle varie “cancellazioni” di autori e testi, e ai vari abbattimenti di statue, che tristemente movimentano il paesaggio culturale degli Usa.

Aquileia

Gli intellettuali sono coloro che controllano almeno teoricamente la parola, dentro le condizioni e i parametri stabiliti dagli organi di poteri più forti dei loro. Ma è chiaro che dagli inizi del terzo millennio, e in particolare dopo quella data chiave che sono le elezioni statunitensi del 2016, gli intellettuali hanno in larga misura perduto questo controllo di parola. In questa situazione, una liberazione della parola appare come il solo modo di trovare una via di uscita allo stato di confusione disperata cui l’esistenza sociale sembra essere ridotta oggi. (La filosofa spagnola María Zambrano, che visse in esilio la maggior parte della sua vita, parla dei “nostri occhi spogli di mitologia, avidi di visione, visionari in astinenza…”). E non si può compiere veramente alcun passo avanti in questo senso se non si accetta l’idea che il problema della parola viene in un certo senso “prima” dei problemi apparentemente più seri e urgenti, come quelli economici e politici. D’altra parte, questa liberazione si può raggiungere solo se non ci si limita a una concezione razionalistico-tecnica di che cosa sia la parola dentro/sulla società.

Per accennare soltanto a una riflessione che richiederà in futuro più spazio, mi aiuto con un altro passo della Zambrano, tratto da quel libro idiosincratico e brillante (da cui citavo più sopra) che è Dell’Aurora (curato da Elena Laurenzi per Marietti):

 “Il dire, che avvertiamo in ogni essere vivente in forma di appetenza, ma anche in forma di anelito disperato, non presuppone un’azione, e meno ancora un qualcosa, ma un qualcuno: qualcuno che ascolti quando ancora non si sa cosa si dirà; quando, giunto il momento di essere ascoltati, nemmeno allora si sa che cosa si vuol dire. Allora lo sguardo e il silenzio possono essere più eloquenti della parola stessa che dice, e non necessariamente perché non esista la parola per dire qualcosa di ineffabile o di nefasto. Quanto alla verità, succede quasi sempre che non si può dirla perché è ineffabile o perché è nefasta”.

Tutto il tipo di pensiero qui esemplificato, che è poetico e asistematico, non incoraggia per fortuna alcun allineamento di tipo disciplinare e discepolare. Semplicemente, esso offre qualche conforto a questa mia idea non-polemica e non-aggressiva di liberazione della parola . Nulla a che fare dunque con la liberazione di cui parlano le avanguardie storiche (Futurismo e simili) o con la liberation nel senso sessuale e politico (anche quella, ormai “storica”) proclamata in America e non solo negli anni Sessanta. La liberazione di cui parlo esprime in un certo senso il movimento contrario; non è una liberazione “contro” ma una liberazione “per”: è una parola che si apre al di fuori di se stessa, vincendo, prima ancora degli ostacoli esteriori, quelli interiori; e che implica una preliminare e radicale accettazione di tutte le altre parole, soprattutto di quelli più aliene e più avverse alle idee del soggetto che enunzia queste parole. Voglio dire che l’“altro” cui primariamente si rivolge il mio discorso non è l’altro che mi fa compiacere di quanto io sia buono, tollerante, cosmopolita; è invece l’altro la cui visione del mondo, carattere e modo di vita normalmente, prima di liberare la parola, io non potevo soffrire.

Parola, dunque, conciliativa ma non eclettica (che non esita anche ad ispirarsi a modo suo al Pax et Bonum del discorso francescano); parola conciliante nel senso di pensare insieme gli opposti piuttosto che in quello di sviluppare un atteggiamento generico di empatia. Questo conferma la posizione del contemplativo come critico, piuttosto che come un soggetto passivamente eclettico. Pensare insieme gli opposti, infatti, non è un modo di dar ragione a tutti; si tratta piuttosto di non dare pienamente ragione a nessuno; dando voce così a un atteggiamento di umiltà verso le complicazioni della realtà – e inoltre, verso ciò che non può essere semplicemente ridotto alla realtà di tutti i giorni. Questa forma moderata di scetticismo avvicina (l’ho appena accennato) il linguaggio laico a quello religioso.

Parola che si cerca, che non sa bene che cosa voglia dire prima di cominciare; in essa il desiderio di parola conta più del contenuto della parola stessa, e l’emozione vale almeno altrettanto che il ragionamento. E non di emozione soltanto si tratta, ma anche (ripeto) di tutta una dimensione spirituale. Ma si potrebbe obiettare: quale mai influenza sociale può avere una tal sorta di parola, che sembra portare in sé le stimmate della solitarietà piuttosto che le insegne della solidarietà? 

La risposta è che questa contrapposizione, da un lato, della società attiva (e rumorosa, che spesso e volentieri si avventa in avanti senza pensare – come per esempio nel gran quadro di Umberto Boccioni degli anni Dieci del Novecento, La città che sale); e dall’altro lato, dell’individuo silenziario e solitario, pensante e rimuginante – questo contrasto rappresenta uno schema scollato dalla realtà; ed è responsabile dell’errore per cui si guarda al discorso umano come a qualcosa di esornativo rispetto ai Grandi Problemi (quelli soprattutto dell’economia, come si diceva, e della politica). La parola liberata invece, che è umanistica nel senso più lato (dunque non limitata alla filosofia e alle belle lettere, ma tale che abbraccia l’esistenza in tutti i suoi aspetti, e giunge anche, con una quasi insensibile gradazione, a trascenderla) è il solo elemento che può dar senso e coesione alla società. L’esperimento per cui ho invitato me stesso a pensare/scrivere come se le elezioni americane fossero già passate, vuole significare che i problemi di cui si è chiacchierato e urlato in queste elezioni restano con noi anche dopo i loro risultati – e restano più gravi (a volte, violenti) che mai; mentre il discorso umanistico liberato in direzione dell’umiltà e della mitezza non offre soluzioni facili, ma è indispensabile per dare un senso a quello che altrimenti sarebbe un Pandemonio.

        Paolo Valesio

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