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NON SOLO PAROLE

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 11 agosto 2020. 

Non solo parole

Ci hanno detto da tempo che Le parole sono pietre (Carlo Levi, 1955) e che fra Le parole e le cose (Michel Foucault, 1966) corrono rapporti complessi e problematici. Allora, guardiamo al mondo in cui viviamo: cioè a parole-pietre e parole-cose in situazioni specifiche. Nel breve spazio di un paio di mesi (dai primi di giugno a questo inizio d’agosto) sembra che un vento tumultuoso abbia percorso le istituzioni universitarie, e insieme con esse l’intellighenzia pubblicistica e saggistica, americane. Le avevamo appena lasciate, queste istituzioni [PV, Attenzione a quei “Malcolm X” nascosti nella folla, IlSussidiario.net”, 3.06.2020], avvolte in un’atmosfera solenne, con discorsi improntati alla gravitas; ma adesso l’aria è cambiata: si comincia a usare un certo gergo, e sembra anche di sentire l’eco di pugni battuti sul tavolo. 

Per esempio, il rettore di una delle grandi università private nello Stato di New York — chiamiamola l’Università di *** come si scriveva nei romanzi ottocenteschi — apre una sua recente lettera-manifesto alla facoltà rivolgendosi ai “Blacks and Latinxs”. Perplessità, seguita da un rapido controllo lessicografico: Latinx (plurale Latinxs) è uno di quelli che si chiamano “neologismi di neutralità di genere”; insomma, parlando dei Latino-Americani si vuole evitare la discriminazione che consisterebbe nel marcare la desinenza maschile -o contro quella femminile -a; e allora, ci si infila una bella –x. Un capriccetto perditempo? No, questa mossa va presa sul serio (“tutte le cose sono di ugual grandezza e uguale importanza”, azzardava Oscar Wilde): perché, quando un anziano e potente professore adorna il suo discorso con questo tocco modaiolo, che peraltro sta già passando di moda, quello che emerge è il desiderio di rendersi gradito a una comunità percepita come imprevedibile e ribelle; dunque affiora, dietro le apparenze assertive, un’incrinatura nella leadership. Ma soprattutto, tale mossa va presa seriamente perché quando si comincia con il corrompere le parole (i puristi non avevano poi tutti i torti) si finisce con il corrompere le “cose”, cioè i rapporti fra gli esseri umani. 

Infatti, questa lettera continua con una promessa che suona un po’ come un proclama: d’ora innanzi l’Università di *** potenzierà, con grande dispiego di mezzi e di energie, gli studi sul razzismo. Si spera allora che uno studioso serio e non ancora paralizzato dal terrorismo ideologico dominante nelle università americane, cominci con l’esaminare la grande vaghezza di questo termine, che può coprire forme di comportamento molto diverse; e continui con lo studiare il rapporto problematico fra un atteggiamento ideologico e psicologico (il “razzismo”) e l’effettiva politica (economica e non) delle varie comunità esposte a esso, nell’ una direzione o nell’altra. Ci si augura infine che, nell’atmosfera attuale, questa impostazione problematica (se mai avrà luogo a procedere), tale che non confonda l’attivismo con l’analisi, non finisca con il mettere in pericolo i fondi di ricerca di quell’ipotetico studioso o studiosa. 

Sì, perché in Usa, intorno al nesso di linguaggio e potere, lottano due ideologie contrapposte, entrambe tendenzialmente totalitarie. E, come se questa complicazione non bastasse: mentre la struttura sociale che inquadra la prima (chiamiamola l’ideologia della “Legge e Ordine”, e dei vari altri elementi della tradizione) è abbastanza chiara, quella che incornicia la seconda (l’ideologia della ribellione, ravvivata dall’animosità verso il “bianco”) non lo è. Quest’ultima ideologia infatti ha il limite di essere un pensiero del “contra” piuttosto che un pensiero del “pro”. Inoltre questo pensiero rivoltoso non ha una base comunitaria ben definita: è trasversale. Ma questa trasversalità, sarà la sua forza o la sua debolezza? (Domanda tutt’altro che oziosa: l’esito delle incombenti elezioni dipenderà in buona parte dalla risposta). Queste frange trasversali, che hanno sviluppato un forte potere, sono: la frangia dei più o meno giovani ribelli nelle strade e nelle piazze; e, unita (fino a un certo punto) con loro, la frangia degli ipercritici e moralisti, più o meno di mezza età, che, dal tavolino o dalla cattedra, vorrebbero buttare a mare la maggior parte della loro stessa tradizione culturale. Ma per non farla troppo lunga, citiamo soltanto alcuni esempi di parole-pietre. 

Primo esempio, che ha a che fare con l’uso degli aggettivi: i quali (in inglese così come in italiano) hanno naturalmente l’iniziale minuscola. “Naturalmente”? Beh, non più. Oggi infatti si sta diffondendo l’abitudine di usare la maiuscola con l’aggettivo Black, contrapposto all’aggettivo white che invece non gode di questo onore. Un dettaglio puntiglioso? No, è qualcosa di più grave: perché questo è un cambiamento imposto all’ortografia, la quale fa parte dell’ideologia di una lingua. 

Gli ultimi esempi hanno a che fare con la poesia — e qui si potrebbe tirare un sospiro di sollievo: finalmente arrivano i poeti, a salvaguardare il linguaggio dell’armonia e dell’umano! Ma le cose non sono così semplici. Chi riceve ogni giorno una poesia proposta dall’Accademia Americana dei Poeti, che per buona parte è una macchina di propagazione della correttezza politica [PV, Il rancore attacca le statue, la paura si affida ai poeti, “Ilsussidiario.net”, 03.07.2020], ha già capito da tempo che l’Accademia permette la poesia socialmente critica soltanto se essa mira in una sola direzione. Un esempio è questo verso, che direi disumanizzante, in una poesia apparsa il 31 luglio: “Sta piovendo giù una cosa soltanto: poliziotti non-bianchi”; come dire: costoro, in quanto poliziotti, non sono veramente neri; sono soltanto “non-bianchi”.

Ma l’ultimo esempio, tratto dal commento di un altro autore alla sua stessa poesia pubblicata tre giorni prima nella stessa sede, è più serio e pensoso: “Il potere di una sola persona, il piccolo fuoco acceso da una mente singola, forse un poeta, potrebbe cambiare il volto di tutto il reame; specialmente un reame di carta, come l’America”. Certo, l’ultima frecciata, con il suo maoismo in ritardo (l’America è un impero, ed è tutt’altro che cartaceo), manca nettamente il bersaglio. Ma il richiamo all’individuo e al “poeta” preso in senso lato, cioè, al di là della tecnica letteraria, all’individuo creatore in ogni campo (secondo l’etimo greco antico), esprime bene la speranza che ci resta. Guardiamo dunque agli sparsi focherelli accesi dagli individui pensanti, nella notte partitico-ideologica, per acquistare una visione più equilibrata di questo periodo di tensioni sociali. In questo paesaggio, le statue mutilate hanno già fatto sentire le parole silenziose delle pietre (c’è anche quel tipo di parola); inoltre, non tutte le pietre di parole che oggi vengono raccattate da terra mirano a distruggere: ci sono anche quelle che servono a costruire.

                         Paolo Valesio

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(IR)RAZIONALISMO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 25 febbraio 2019 col titolo “Foucault e Louis, si può comprendere il mondo senza ira?”

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La vertigine e la matrioska

(IR)RAZIONALISMO 

Un piccolo libro con un titolo lungo, che riproduce l’ultima parte della tesi di dottorato in filosofia (con prefazione del suo prestigioso direttore di tesi) di uno studioso il quale si è occupato di un importante filosofo francese che a sua volta ha molto scritto su un articolo di Kant apparso nel 1784: di fronte a una tale serie di matrioske ci coglie la vertigine. Un inscatolamento accademico come questo sembra infatti, a prima vista, poco leggibile e poco comunicabile. E invece, quando il filosofo in questione è Michel Foucault (1926-1984), troviamo in questo libro qualcosa di significativo, che ci è di aiuto per la riflessione sui tempi attuali e sulla nostra umana condizione dentro di essi.

Scrive Foucault: “In effetti il filosofo ha smesso di voler dire ciò che esiste in eterno. Ha il compito ben più arduo e ben più fugace di dire che cosa accade”. Affermazione interessante, anche perché non necessariamente condivisibile. Mentre invece è difficile non essere d’accordo con quest’altro pensiero foucaultiano: “Continuando a ripetere che la nostra organizzazione sociale o economica mancava di razionalità ci siamo ritrovati dinanzi non so se a un difetto o a un eccesso di ragione, certamente di fronte a un eccesso di potere”.

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Furore e potere

Ma Foucault si pone anche questa domanda: “Come può accadere che la razionalizzazione conduca al furore del potere?”. E qui il discorso si fa particolarmente interessante. Perché una tale domanda sembra implicare la fede nella forza benefica della razionalizzazione in quanto tale; donde lo scandalo rispetto alla degradazione della razionalizzazione. E invece per molti altri pensatori, già ai tempi dell’Illuminismo (i tempi di Kant studiato da Foucault), la domanda si pone al rovescio: – Come può accadere che un radicale sviluppo della razionalizzazione non conduca al furore del potere?

Foucault scrive anche: “In fondo il problema è esaminare una ragione, l’autonomia della cui struttura reca insieme con essa una storia di dogmatismo e di dispotismo – una ragione, dunque, che può avere effetti emancipatori solo a condizione che riesca a liberarsi da se stessa”. Senonché, come fa la ragione a “liberarsi da se stessa”? La critica al razionalismo non può essere soltanto interna a esso (che è la posizione, in questo senso conservatrice, di Foucault). Una critica che sia autenticamente tale deve partire da una posizione alternativa, dunque esterna. Peccato che quest’ultima venga ancor oggi stigmatizzata con il termine riduttivo di “irrazionalismo”. Ma in verità, dovremmo attribuire un senso almeno in parte negativo a entrambi i termini, “razionalismo” e “irrazionalismo”; e deciderci ad accettare l’idea che la ragione da sola non potrà mai, contrariamente alla speranza di Foucault, liberarsi da se stessa (come il Barone di Münchausen che pensava di sollevarsi in aria tirandosi per il codino), ma dovrà ricorrere a una dimensione che solo parzialmente può identificarsi con essa ragione.

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E per designare in breve (diciamo, in modo stenografico), questa dimensione si può ricorrere a una delle parole-chiavi del grande filosofo e teologo pre-illuminista Blaise Pascal (1623-1662): “cuore”. Termine che naturalmente non va inteso in modo sentimentaleggiante e meramente privato, ma come l’emblema di tutto un complesso di pensieri e azioni che rappresentano l’altra faccia, il flip side, di ogni razionalismo dall’Illuminismo fino a oggi: il senso della tradizione storica e comunitaria e il senso della vita spirituale (che si può esprimere in forme istituzionalmente religiose o più fluide e anche “laiche”). E’ tutto un vasto campo di fenomeni intellettuali e sociali il cui studio continua a essere coltivato soprattutto oggi, quando il dibattito sull’Illuminismo è più che mai aperto.

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Foucault, drammatico e nobile

Forse, allora, potremmo essere tutti d’accordo con Foucault in questa sua domanda, drammatica e nobile: “Come possiamo esistere in quanto esseri razionali, fortunatamente destinati a praticare una razionalità che è sfortunatamente attraversata da pericoli intrinseci?”. La sfumatura del “forse” potrebbe sembrare eccessivamente cauta; e in effetti non l’avrei introdotta; fino a pochi giorni fa, quando una collega mi ha trasmesso il testo di un’intervista che mi ha fatto pensare.

Si tratta della dichiarazione di un giovane romanziere francese, Édouard Louis, che pare furoreggi attualmente a Parigi, e che comincia a essere tradotto anche in inglese. (L’intervista è apparsa in inglese nella molto chic “New York Review of Books”). A un certo punto l’intervistatore chiede a Louis, che si è interessato particolarmente a filosofi come Pierre Bourdieu e Michel Foucault, che cosa egli abbia ricavato dal loro studio; e la risposta è: “Mi hanno insegnato qualcosa di molto importante: che non esiste verità senza ira. L’ira è la chiave per comprendere il nostro mondo, e forse è lo strumento più scientifico che gli esseri umani abbiano inventato. L’ira è ciò che ti dà la distanza necessaria a comprendere la struttura sociale nella quale sei capitato. I libri di Bourdieu e Foucault sono pieni di rabbia; e lo stesso è vero, spero, dei miei libri”.

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Michel Foucault e i suoi libri

Ma nella frase citata all’inizio, non era chiaro che per Foucault la trasformazione della razionalizzazione in “furore” e specificamente “furore del potere” era un fenomeno negativo? Qui non si tratta di fare correzioni o comparazioni scolastiche; è in gioco qualcosa di molto più importante: lo sviluppo non lineare del pensiero e dell’etica, l’imprevedibilità nel salto delle generazioni. Che può essere anche un salto all’indietro: qui infatti ricompare il nesso (di origine marxiana e non solo) fra la razionalizzazione da un lato, e l’esaltazione di atteggiamenti di furore o rabbia o ira (non è il momento adesso di disquisire sui sinonimi) dall’altro. Insomma, sembra che certi fantasmi stiano ritornando.

[Dall’Introduzione alla tavola rotonda sul libro di Rudy M. Leonelli, Illuminismo e critica. Foucault interprete di Kant (pref. di Étienne Balibar, Quodlibet, 2017), con Carlo Galli e Guglielmo Forni Rosa, Chiesa di San Colombano, 7 febbraio 2019, Bologna]

Paolo Valesio

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