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LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

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“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

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Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

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Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

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Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

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È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

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DIARIO DI NEW YORK: IL NEO-BORBONISMO

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 19 aprile 2017 col titolo “Meglio stupidi o borbonici? Così New York ritorna di provincia”
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Potere e bellezza. I Borboni

DIARIO DI NEW YORK:
IL NEO-BORBONISMO

Chi sa chi ha detto veramente (Talleyrand, Chateaubriand?): “Non hanno imparato nulla e non hanno dimenticato nulla”, e chi sa se questa frase fosse proprio rivolta originariamente ai Borboni … Ma insomma, è un aforisma che appartiene alla serie del “Se non è vero è ben trovato”; e poi i Borboni, poveretti, si prestano (magari ingiustamente) a essere icone di incorreggibilità.

Per dire: il borbonismo è molto forte, nell’opinione mediatico-intellettuale che ancora domina il discorso pubblico, oggi negli Stati Uniti – basti pensare al tono neo-borbonico (non hanno ancora dimenticato le elezioni, e non hanno imparato quasi nulla nel frattempo) di organi come il quotidiano “The New York Times” e la rivista “The New Yorker”, che stanno contribuendo a trasformare New York in una delle più grosse metropoli di provincia sulla scena internazionale. (Qualcuno dei citatori seriali del “New York Times” si è accorto che “The Wall Street Journal” è un’alternativa credibile, e abbastanza moderata?).

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La testata di un quotidiano provinciale. Parere condiviso anche da altri

E’ interessante notare, d’altro canto, come la velenosità anti-presidente Usa sia invece molto minore in Italia e, direi, nell’Europa in generale. (Maggiore distanza dal teatro degli avvenimenti? Maggiore sensibilità politica – l’efficienza è un altro discorso – dell’Europa? Differenza fra il protestantesimo americano e il cattolicesimo italiano? Antico cinismo italico-opportunista del “Franza o Spagna, purché se magna”? Va’ a sapere – e poi, è probabile che si tratti di una mescolanza di tutti questi fattori.)

Ora, quella che sto per menzionare è probabilmente l’ultima delle preoccupazioni del presidente Trump (che è più intelligente di quel che pensino i neo-borbonici, ma non è certamente un intellettuale), e invece dovrebbe essere un suo urgente tema di riflessione: cioè, lo stato di crisi polarizzante della vita intellettuale negli Stati Uniti – un fenomeno profondo e grave, che minaccia il tessuto stesso dell’Unione. (Altro che “sovrastrutture” rispetto alle “strutture”, come dissertava la vulgata marxistica!). Una vasta minoranza della cittadinanza statunitense (che una volta, al tempo delle categorie scolastiche, si sarebbe chiamata di “sinistra”) nega alla risicata maggioranza – che una volta si sarebbe detta di “destra” – il ben dell’intelletto (anche perché questa minoranza laicistica tende a non vedere la componente spirituale della vita intellettuale). E la maggioranza dal canto suo si arrocca in difesa, e sottolinea troppo marcatamente il lato settario-moralistico della sua spiritualità.

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Nicholas Kristof. Progressista al disopra di ogni sospetto

Al centro della vita mentale degli Usa c’è un enorme fossato (una marana, si direbbe a Roma), o palude indistinta, dove ogni discorso sfumato affonda nel nulla – col rischio che non soltanto l’umanesimo (questo ormai è diventato un termine archeologico) ma anche il senso di umanità, sia relegato alla categoria del “c’era una volta”, del pre-moderno. Un primo tentativo di migliorare il tono (ma questa è semplicemente una descrizione, non una prescrizione) potrebbe essere la buona vecchia ricerca dell’equilibrio. Come per esempio: evitare, da parte di chi predica costantemente contro l’odio, di usare il linguaggio dell’odio (“Odio questa gente. Sono stupidi ed egoisti. Vadano a farsi fottere. Che perdano il lavoro, si chiudano in casa, e crepino”: cito testualmente una delle e-mail di protesta, riportate in un articolo sul “New York Times” del 6 aprile, contro un opinionista di quel giornale, Nicholas Kristof – progressista al disopra di ogni sospetto – che in un articolo precedente aveva osato esprimersi in modo non completamente antipatetico verso l’elettorato di Trump).

E poi: evitare l’uso sproporzionato del termine “resistenza” per designare l’opposizione al governo. (Non sono il primo a notare che si tratta di una scelta di non ottimo gusto, per chi abbia presente che cosa sia stata storicamente la Resistenza in Europa.) E inoltre: evitare l’abuso del termine “razzismo” per bloccare qualsivoglia discorso. (Sono forse io il primo a notare che lo slogan autorevolmente diffuso, “Odio il razzismo” ha già la connotazione violenta che è tipica del razzismo?).

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Un “soldato” dei Khmers Rouges sventola la sua pistola

Tutto ciò, si dirà, è un invito abbastanza ovvio al dialogo, al compromesso, alla moderazione. Ma proprio questo è il nodo: siamo arrivati, negli Stati Uniti, al punto in cui certi innocui richiami risultano quasi inauditi. D’altra parte, i problemi delle università (che troppo spesso diventano cortili della ricreazione in cui monelli di varie età giocano a fare i Khmers Rouges) e di altri protagonisti della creatività artistica e intellettuale sono più complessi, e richiedono un discorso a parte.

         – Paolo Valesio

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MASSACRO DELL’AMERICA?

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 22 gennaio 2017 col titolo “Da oggi comincia la metamorfosi di Donald”

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Il sogno americano

MASSACRO DELL’AMERICA?

Il discorso d’insediamento del presidente americano deve avere un requisito fondamentale: essere vacuo; e in quella democrazia tradizionale e conservatrice che sono gli Stati Uniti, tutti i presidenti finora, Donald Trump compreso, hanno rispettato questo requisito. Perché ogni sorpresa, nel contenuto così come nella forma, avrebbe effetti destabilizzanti – e Trump in particolare non ha certo bisogno di creare destabilizzazione. Ci stanno già lavorando abbastanza i suoi avversari intenti alla delegittimazione, dopo che sembrano svaniti i sogni del procedimento di destituzione (ovvero, per chi vuole parlare americano, impeachment ). Ma vacuità non è sinonimo di nullità o vuoto assoluto: quando il neo-presidente recita le poche pagine compilate dai suoi “scrittori”, lo deve fare con energica convinzione – e Trump l’ha fatto; e deve avere introdotto nel copione già scritto qualche espressione che ricordi le frasi e i concetti che l’hanno spinto alla vittoria – e sembra chiaro che questo è puntualmente accaduto.

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«Lady Liberty». Il parafulmine per eccellenza

Dopo tutto, era l’ultima occasione di Trump per farsi veramente sentire prima di essere imbalsamato, come ogni presidente prima e dopo di lui (la tradizione americana è implacabilmente coerente). Da quel momento in avanti infatti l’uomo politico (o donna) che ha vinto le elezioni diventa una sorta di mummia o totem o icona o parafulmine (si scelga pure l’immagine preferita). Non è più lui, non è più pienamente individuo; bensì è il punto – centrale, è vero, ma pur sempre un punto – di faticoso equilibrio e incessante compromesso tra personalità e gruppi e interessi in conflitto. Se ci riesce, sopravvive; se no, rischia letteralmente la vita (il precedente è ben noto). Il suo ultimo momento di piena presenza in quanto individuo politico, per ogni neo-eletto presidente, è quella dilazione di otto-nove settimane che intercorre fra l’elezione e l’insediamento (quello che si potrebbe chiamare le sursis, prendendo a prestito il titolo del romanzo di Jean-Paul Sartre che descrive l’attesa di un conflitto ben più grande di quelli di cui stiamo parlando). In quella dilazione o proroga di meno che Cento Giorni napoleonici il vincitore può essere ancora se stesso. E poi? Poi, comincia a correre davanti – non più dietro – alla valanga che egli stesso ha creato.

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L’altro tipo di «American Carnage»

L’unica espressione del discorso di Trump che ha fatto sobbalzare è stata American Carnage: la carneficina o strage o massacro americano. Altro che American Dream! E comunque lui non si riferiva (come sarebbe stato giusto, ma troppo destabilizzante) alla carneficina scatenata dagli Usa in tutta una zona del mondo allo scopo di infliggere ai non-colpevoli una vendetta laterale per lo smacco subito nel settembre del 2001; parlava invece della – molto, molto più metaforica – carneficina interna che sarebbe l’effetto di inerzie e di politiche sbagliate del precedente governo. Comunque, questa è stata l’unica zampata del leone. A parte il riferimento fortemente sillabato al “terrorismo islamico radicale”. (Quest’ultima frase, come si ricorderà, il Donald aveva sfidato Hillary a sottoscriverla – cosa che naturalmente lei non fece – in uno di quei dibattiti pre- elettorali per cui i più sentenziosi giornalisti americani e i loro imitatori in Italia si erano affrettati a dire che lì Trump aveva “perso”; e infatti, si è visto). E a parte i tre (salvo errore) riferimenti a Dio e alla Sua parola. E a parte la ripresa del concetto di “movimento” (già apparso nei famosi dibattiti).

Ma allora – adesso che uno comincia a contarle – queste zampate ci sono state … E poi ci sono anche le (per dirla alla Roland Barthes) zampate-zero; come la grande assenza dal discorso del partito repubblicano. A proposito del movimento, si sono già notate certe somiglianze fra lo stile di Trump e il linguaggio di un certo comico italiano inizialmente sottovalutato; ma in questo caso bisognerà pur dire che l’italiano, con la sua idea di movimento anti-partitico, era arrivato prima. (Senonché, come mi disse una volta ironicamente un illustre collega universitario : “Voi italiani siete arrivati primi in un’infinità di scoperte e invenzioni; ma poi, quasi ogni volta, sembra che vi siate stancati e non le abbiate sviluppate”; sul momento rimasi piccato – ma ripensandoci dovetti concludere che quel professore non aveva poi tutti i torti.)

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La visione del presidente del paese

Comunque, American Carnage: che titolo sarebbe, per un bel romanzo americano della prima metà del nostro millennio! Ma chi lo scriverà? Beh, non bisogna mai perdere speranza nella capacità degli intellettuali di assorbire le elezioni – e le loro lezioni. Dopo i primi e perfettamente comprensibili (siamo tutti umani) moti di esasperazione e disappunto elitari, ci sarà pure qualcuno, in qualche loft o scantinato di Manhattan – magari non lontano dalle Trump Towers – che comincerà ad abbozzarlo, questo romanzo politicamente eterodosso.

– Paolo Valesio

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