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CONSIDERAZIONI INATTUALI

Riporto qui, con il titolo originario, il saggio apparso su ilSussidiario.net il 5 novembre 2020. 

Il Signore abbraccia il presidente

CONSIDERAZIONI INATTUALI

Continuiamo naturalmente a seguirle, queste elezioni americane; ma la stanchezza si è già sostituita all’eccitazione iniziale: ci siamo un po’ stancati della ridda delle cifre, i giochini con le mappe, i pre-pareri e pre-giudizi: questi ultimi, forti soprattutto in Italia; dove è da un anno che tante dotte analisi geopolitiche e costituzionali si riducono in troppi casi a una dichiarazione non richiesta di voto per il candidato democratico, imitando i giornaloni americani. I quali ultimi peraltro avevano almeno la scusa di essere direttamente coinvolti, dunque potevano permettersi di buttare a mare le preoccupazioni di fair play — preoccupazioni che invece la nostra stampa avrebbe potuto permettersi, una volta tanto, il lusso di rispettare.

Il presidente alle prese col coronavirus.

E la stanchezza è come sempre cattiva consigliera, perché incoraggia al cinismo; sul tipo della battuta ancor oggi ripetuta a proposito dei nostri Borboni: che si dice non dimenticassero nulla, ma d’altra parte non avessero imparato nemmeno nulla. Battuta che in realtà si sarebbe tentati di ripetere, vista l’impressione generale di monotonia che i due quasi-presidenti hanno dato in queste ultime settimane: Biden che batteva e ribatteva sulle cifre dei contagi, Trump che martellava con i numeri economico-industriali; tanto che a questo punto ci si sente un po’ sollevati, all’idea che i comizi si siano conclusi. 

Il vicepresidente Biden si avvicina con una corsettina.

Ma appunto, il cinismo non è mai d’aiuto, perché offusca il nostro senso della varietà della politica e della vita — la politica come vitalità sempre sospesa fra la tragedia e la commedia. Cioè, diciamolo francamente, ci siamo anche divertiti: Biden che ogni volta si avvicinava al podio con una corsettina, intesa ovviamente a dimostrare che lui è ancora in forma, ma che finiva con l’essere un’imitazione un po’ patetica delle corsette, quelle sì atletiche, con le quali Obama una volta balzava sulle scalette degli aerei; Trump inguaribile con le sue iperboli (“fenomenale”, “eccezionale”, “mai, nella storia degli Stati Uniti”); e così via.

Legge e ordine.

Eppure, sotto la superficie di questo folklore si muovevano pensieri strategici che possono darci un’idea di quello che aspetta la società americana dopo le elezioni. La mossa più seria (in effetti, grave) è stata la quasi totale sparizione, da entrambe le retoriche in conflitto, del discorso sulla condizione dei neri (discorso che è stato delegato, con una mossa che sapeva di degnazione, a Obama durante il suo assist al candidato democratico). E, a proposito di sparizioni, dagli ultimi discorsi di Trump era scomparso il mantra “Law and Order”, che era stato invece sostituito dal costante richiamo alla Costituzione e alle sue origini. Quando poi Trump martellava sul “socialismo” attribuito al suo avversario veniva da sorridere, guardando dalla sponda europea dove si è ben consapevoli della complessità e spessore storici di questo concetto. Ma era una mossa più intelligente di quello che sembrasse (nulla di quello che Trump ha fatto da quattro anni a questa parte è privo di intelligenza, checché ne pensino tanti sapientoni nostrani): questo -ismo intellettualoide riusciva a minare i termini più edificanti (“coscienza sociale”, “solidarietà sociale”, ecc.) sui quali i Democratici invece insistevano.

Legge e ordine per le strade delle città americane.

Ed è sparito anche, dopo un paio di rapide comparse, il riferimento alla neo-giudice della Corte Suprema, Amy Coney Barrett; appena Trump ha sentito che gli applausi (che di solito scrosciavano a praticamente ogni sua frase) erano in questo caso pochini e freddini, ha riaggiustato i tiro, rendendosi conto che questo nome evocava il piano dell’alta politica, e perdeva il contatto con la concretezza popolare. 

Il dilemma rimane. Contare ogni voto? O…

Si è parlato e si parlerà della profonda divisione nella società americana. Ciò è innegabile; ma quello che è altrettanto preoccupante è una certa mancanza di connessioni all’interno dei due campi — e valga un solo esempio. Nelle conversazioni con i miei ex-colleghi ed ex-studenti americani avverto tristezza di fronte a quella che si delinea come una forma di nichilismo nel campo delle scienze umane: il rifiuto sempre più diffuso dei i valori letterari, del senso dei contesti storici, e di tutte quelle sfumature che sono essenziali perché abbiano luogo esperienze etiche. Sembra diffondersi l’anti-etica dei cancellatori e dei picconatori; e di fronte a ciò tutti i miei interlocutori sono angustiati.

… Fermare il conto? Questo è il dilemma.

Ma nessuno di loro (almeno, nessuno di coloro con cui ho conversato finora) sembra rendersi conto che questo è essenzialmente il frutto del tipo di educazione al pensiero unico “progressista” che è diventata virtualmente un dogma negli ambienti universitari più avanzati: chiamiamolo il nichilismo della Ivy League. E’ in gioco il futuro culturale degli Stati Uniti, e il problema resta aperto.

L’anti-etica dei cancellatori

Di fronte a queste alchimie intellettuali, la frase che sto per citare sembra essere enormemente ingenua, e forse lo è. L’ho letta in une di quelle “chat” fatte di una sola frase — frasi talvolta divertenti, ma il più delle volte brutalmente banali. Questa invece diceva: “Trump, se Dio desidera che tu occupi ancora la Casa Bianca, ti ci metterà”. Non è una frase profonda; ma è un pensiero calmo e sereno che va al di là dell’assalto immediato alle nostre sensazioni. Alle volte bisogna distaccarsi un momento, dalla tragicommedia della politica.

   Paolo Valesio

Seguendo e firmando quello che il Signore vuole.

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LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

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“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

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Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

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Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

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Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

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È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

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DIARIO DI NEW YORK: IL NEO-BORBONISMO

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 19 aprile 2017 col titolo “Meglio stupidi o borbonici? Così New York ritorna di provincia”

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Potere e bellezza. I Borboni

DIARIO DI NEW YORK:
IL NEO-BORBONISMO

Chi sa chi ha detto veramente (Talleyrand, Chateaubriand?): “Non hanno imparato nulla e non hanno dimenticato nulla”, e chi sa se questa frase fosse proprio rivolta originariamente ai Borboni … Ma insomma, è un aforisma che appartiene alla serie del “Se non è vero è ben trovato”; e poi i Borboni, poveretti, si prestano (magari ingiustamente) a essere icone di incorreggibilità.

Per dire: il borbonismo è molto forte, nell’opinione mediatico-intellettuale che ancora domina il discorso pubblico, oggi negli Stati Uniti – basti pensare al tono neo-borbonico (non hanno ancora dimenticato le elezioni, e non hanno imparato quasi nulla nel frattempo) di organi come il quotidiano “The New York Times” e la rivista “The New Yorker”, che stanno contribuendo a trasformare New York in una delle più grosse metropoli di provincia sulla scena internazionale. (Qualcuno dei citatori seriali del “New York Times” si è accorto che “The Wall Street Journal” è un’alternativa credibile, e abbastanza moderata?).

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La testata di un quotidiano provinciale. Parere condiviso anche da altri

E’ interessante notare, d’altro canto, come la velenosità anti-presidente Usa sia invece molto minore in Italia e, direi, nell’Europa in generale. (Maggiore distanza dal teatro degli avvenimenti? Maggiore sensibilità politica – l’efficienza è un altro discorso – dell’Europa? Differenza fra il protestantesimo americano e il cattolicesimo italiano? Antico cinismo italico-opportunista del “Franza o Spagna, purché se magna”? Va’ a sapere – e poi, è probabile che si tratti di una mescolanza di tutti questi fattori.)

Ora, quella che sto per menzionare è probabilmente l’ultima delle preoccupazioni del presidente Trump (che è più intelligente di quel che pensino i neo-borbonici, ma non è certamente un intellettuale), e invece dovrebbe essere un suo urgente tema di riflessione: cioè, lo stato di crisi polarizzante della vita intellettuale negli Stati Uniti – un fenomeno profondo e grave, che minaccia il tessuto stesso dell’Unione. (Altro che “sovrastrutture” rispetto alle “strutture”, come dissertava la vulgata marxistica!). Una vasta minoranza della cittadinanza statunitense (che una volta, al tempo delle categorie scolastiche, si sarebbe chiamata di “sinistra”) nega alla risicata maggioranza – che una volta si sarebbe detta di “destra” – il ben dell’intelletto (anche perché questa minoranza laicistica tende a non vedere la componente spirituale della vita intellettuale). E la maggioranza dal canto suo si arrocca in difesa, e sottolinea troppo marcatamente il lato settario-moralistico della sua spiritualità.

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Nicholas Kristof. Progressista al disopra di ogni sospetto

Al centro della vita mentale degli Usa c’è un enorme fossato (una marana, si direbbe a Roma), o palude indistinta, dove ogni discorso sfumato affonda nel nulla – col rischio che non soltanto l’umanesimo (questo ormai è diventato un termine archeologico) ma anche il senso di umanità, sia relegato alla categoria del “c’era una volta”, del pre-moderno. Un primo tentativo di migliorare il tono (ma questa è semplicemente una descrizione, non una prescrizione) potrebbe essere la buona vecchia ricerca dell’equilibrio. Come per esempio: evitare, da parte di chi predica costantemente contro l’odio, di usare il linguaggio dell’odio (“Odio questa gente. Sono stupidi ed egoisti. Vadano a farsi fottere. Che perdano il lavoro, si chiudano in casa, e crepino”: cito testualmente una delle e-mail di protesta, riportate in un articolo sul “New York Times” del 6 aprile, contro un opinionista di quel giornale, Nicholas Kristof – progressista al disopra di ogni sospetto – che in un articolo precedente aveva osato esprimersi in modo non completamente antipatetico verso l’elettorato di Trump).

E poi: evitare l’uso sproporzionato del termine “resistenza” per designare l’opposizione al governo. (Non sono il primo a notare che si tratta di una scelta di non ottimo gusto, per chi abbia presente che cosa sia stata storicamente la Resistenza in Europa.) E inoltre: evitare l’abuso del termine “razzismo” per bloccare qualsivoglia discorso. (Sono forse io il primo a notare che lo slogan autorevolmente diffuso, “Odio il razzismo” ha già la connotazione violenta che è tipica del razzismo?).

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Un “soldato” dei Khmers Rouges sventola la sua pistola

Tutto ciò, si dirà, è un invito abbastanza ovvio al dialogo, al compromesso, alla moderazione. Ma proprio questo è il nodo: siamo arrivati, negli Stati Uniti, al punto in cui certi innocui richiami risultano quasi inauditi. D’altra parte, i problemi delle università (che troppo spesso diventano cortili della ricreazione in cui monelli di varie età giocano a fare i Khmers Rouges) e di altri protagonisti della creatività artistica e intellettuale sono più complessi, e richiedono un discorso a parte.

         – Paolo Valesio

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MASSACRO DELL’AMERICA?

Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 22 gennaio 2017 col titolo “Da oggi comincia la metamorfosi di Donald”

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Il sogno americano

MASSACRO DELL’AMERICA?

Il discorso d’insediamento del presidente americano deve avere un requisito fondamentale: essere vacuo; e in quella democrazia tradizionale e conservatrice che sono gli Stati Uniti, tutti i presidenti finora, Donald Trump compreso, hanno rispettato questo requisito. Perché ogni sorpresa, nel contenuto così come nella forma, avrebbe effetti destabilizzanti – e Trump in particolare non ha certo bisogno di creare destabilizzazione. Ci stanno già lavorando abbastanza i suoi avversari intenti alla delegittimazione, dopo che sembrano svaniti i sogni del procedimento di destituzione (ovvero, per chi vuole parlare americano, impeachment ). Ma vacuità non è sinonimo di nullità o vuoto assoluto: quando il neo-presidente recita le poche pagine compilate dai suoi “scrittori”, lo deve fare con energica convinzione – e Trump l’ha fatto; e deve avere introdotto nel copione già scritto qualche espressione che ricordi le frasi e i concetti che l’hanno spinto alla vittoria – e sembra chiaro che questo è puntualmente accaduto.

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«Lady Liberty». Il parafulmine per eccellenza

Dopo tutto, era l’ultima occasione di Trump per farsi veramente sentire prima di essere imbalsamato, come ogni presidente prima e dopo di lui (la tradizione americana è implacabilmente coerente). Da quel momento in avanti infatti l’uomo politico (o donna) che ha vinto le elezioni diventa una sorta di mummia o totem o icona o parafulmine (si scelga pure l’immagine preferita). Non è più lui, non è più pienamente individuo; bensì è il punto – centrale, è vero, ma pur sempre un punto – di faticoso equilibrio e incessante compromesso tra personalità e gruppi e interessi in conflitto. Se ci riesce, sopravvive; se no, rischia letteralmente la vita (il precedente è ben noto). Il suo ultimo momento di piena presenza in quanto individuo politico, per ogni neo-eletto presidente, è quella dilazione di otto-nove settimane che intercorre fra l’elezione e l’insediamento (quello che si potrebbe chiamare le sursis, prendendo a prestito il titolo del romanzo di Jean-Paul Sartre che descrive l’attesa di un conflitto ben più grande di quelli di cui stiamo parlando). In quella dilazione o proroga di meno che Cento Giorni napoleonici il vincitore può essere ancora se stesso. E poi? Poi, comincia a correre davanti – non più dietro – alla valanga che egli stesso ha creato.

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L’altro tipo di «American Carnage»

L’unica espressione del discorso di Trump che ha fatto sobbalzare è stata American Carnage: la carneficina o strage o massacro americano. Altro che American Dream! E comunque lui non si riferiva (come sarebbe stato giusto, ma troppo destabilizzante) alla carneficina scatenata dagli Usa in tutta una zona del mondo allo scopo di infliggere ai non-colpevoli una vendetta laterale per lo smacco subito nel settembre del 2001; parlava invece della – molto, molto più metaforica – carneficina interna che sarebbe l’effetto di inerzie e di politiche sbagliate del precedente governo. Comunque, questa è stata l’unica zampata del leone. A parte il riferimento fortemente sillabato al “terrorismo islamico radicale”. (Quest’ultima frase, come si ricorderà, il Donald aveva sfidato Hillary a sottoscriverla – cosa che naturalmente lei non fece – in uno di quei dibattiti pre- elettorali per cui i più sentenziosi giornalisti americani e i loro imitatori in Italia si erano affrettati a dire che lì Trump aveva “perso”; e infatti, si è visto). E a parte i tre (salvo errore) riferimenti a Dio e alla Sua parola. E a parte la ripresa del concetto di “movimento” (già apparso nei famosi dibattiti).

Ma allora – adesso che uno comincia a contarle – queste zampate ci sono state … E poi ci sono anche le (per dirla alla Roland Barthes) zampate-zero; come la grande assenza dal discorso del partito repubblicano. A proposito del movimento, si sono già notate certe somiglianze fra lo stile di Trump e il linguaggio di un certo comico italiano inizialmente sottovalutato; ma in questo caso bisognerà pur dire che l’italiano, con la sua idea di movimento anti-partitico, era arrivato prima. (Senonché, come mi disse una volta ironicamente un illustre collega universitario : “Voi italiani siete arrivati primi in un’infinità di scoperte e invenzioni; ma poi, quasi ogni volta, sembra che vi siate stancati e non le abbiate sviluppate”; sul momento rimasi piccato – ma ripensandoci dovetti concludere che quel professore non aveva poi tutti i torti.)

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La visione del presidente del paese

Comunque, American Carnage: che titolo sarebbe, per un bel romanzo americano della prima metà del nostro millennio! Ma chi lo scriverà? Beh, non bisogna mai perdere speranza nella capacità degli intellettuali di assorbire le elezioni – e le loro lezioni. Dopo i primi e perfettamente comprensibili (siamo tutti umani) moti di esasperazione e disappunto elitari, ci sarà pure qualcuno, in qualche loft o scantinato di Manhattan – magari non lontano dalle Trump Towers – che comincerà ad abbozzarlo, questo romanzo politicamente eterodosso.

– Paolo Valesio

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