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LIBERTÀ VAN CERCANDO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  23 luglio 2019 col titolo “Libertà van cercando”.
 

LIBERTÀ VAN CERCANDO

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“Non dite mai”, ammoniva un illustre professore: “ve l’avevo detto, io; perché vi rendereste insopportabili”. Se però faccio qui un’eccezione, è perché avevo sottovalutato la mia stessa “profezia”, dunque la mia autocitazione è un’autocritica. Varie settimane or sono avevo letto un articolo del New York Times (“il-più-autorevole-quotidiano-del-mondo”, secondo il cliché): un pezzo che mi era parso aver toccato una così alta vetta della indignatio politicamente corretta, che ne avevo fatto un rapido accenno bonariamente ironico [Letture Il tragico e il comico nelle (prossime) elezioni presidenziali USA, ilsussidiario.net, 22.06.2019]. Di che si trattava? Il giornalista cui avevo fatto fuggevole riferimento è uno dei redattori del NY Times; il quale, nella pagina editoriale del suo stesso giornale, scriveva un articolo di dura critica alla direzione perché, nell’edizione internazionale del NY Times (che nell’edizione nazionale generalmente evita, in coerenza col suo stile alquanto ingessato, di pubblicare vignette) era apparsa una vignetta men che rispettosa verso l’attuale premier israeliano; e il polemico autore era arrivato molto vicino ad accusare il NY Times (le cui credenziali etniche sono notoriamente impeccabili) di antisemitismo!

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Avevo letto quella sparata mentre mi trovavo a San Francisco, dove il giornalone newyorchese è pressoché introvabile; e la distanza quasi continentale fra la California e la Costa dell’Est mi aveva fatto percepire, ancor più chiaramente di quel che sarebbe accaduto se avessi letto quel pezzo a Manhattan, l’artificialità della bolla ideologica dentro la quale vive l’intellighenzia della Grande Mela. Ma ecco l’autocritica: accantonando questo episodio, avevo dimenticato per un momento la mia stessa valutazione del valore culturale dell’opera dei vignettisti, che ha implicazioni sociali ed estetiche, tanto che avevo osato, come oso ancora, chiamare “poeti” questi artisti [Letture / Che cos’è un vignettista?, ilsussidiario.net, 12.01.2015]; per analogia (è solo un’analogia, naturalmente) con le implicazioni estetiche e sociali ravvivate nella poesia. Intanto la realtà si è incaricata di correggermi: quel disegnino aveva causato “un cataclisma mondializzato”, come si esprime con iperbole l’importante quotidiano parigino Le Monde, in un articolo severo dal titolo La rinunzia del ‘New York Times’. In seguito infatti a varie proteste, il NY Times si è esibito in una serie di scuse. Non contenta di ciò, neanche un paio di mesi dopo, la direzione di quello che pur sempre resta un grande giornale (ma appunto: ciò che è triste è questa infedeltà a stesso) va ancora più lontano, vietando la pubblicazione nel suo organo di ogni disegno caricaturale di carattere politico.

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Non si troverà in questo spillo alcuna descrizione del disegno incriminato. Prima di tutto perché esso è reperibile in rete; in secondo luogo e soprattutto perché il problema non è se il disegnetto in questione, come tutti gli altri di questo tipo, sia “di buon gusto” o “ben fatto”, come si dice in questi casi, con la tipica mossa di mascheramento della censura; il problema è quello della libertà d’espressione. L’articolo citato di Le Monde ricorda (c’era da aspettarselo) un esempio famoso, osservando come l’esistenza stessa di un settimanale come Charlie Hebdo sia “impensabile” negli Stati Uniti. Impensabile anche in Italia, aggiungo io. Con una precisazione rivolta ai potenziali censori: non sto dicendo che Charlie Hebdo sia una pubblicazione “di buon gusto” (perché, volutamente e sistematicamente, non lo è); e non sto dicendo che sia un organo universalmente aperto (perché la sua conclamata “laicità” mostra punte d’isterismo). Sto semplicemente parlando della libertà di espressione come della possibilità di sopravvivenza, minacciata continuamente e dappertutto, delle parole-e-immagini nella loro integrità; vale a dire, dello sviluppo di ciò che è umano nell’umano.

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Un bel romanzo che sta per uscire in italiano (e l’anno scorso ha vinto in Francia il prestigioso “Prix Femina”, a giuria esclusivamente femminile), Le Lambeau (Il brandello) di Philippe Lançon, è un nobile incoraggiamento per la difficile sopravvivenza “ecologica” dell’umano. E qui viene ricordato perché il “brandello” del titolo descrive ciò a cui è stata ridotta la faccia di questo giornalista e romanziere (e redattore di Charlie Hebdo) dalla sparatoria in redazione del 7 gennaio 2015: una poltiglia sanguinolenta, faticosamente ricostruita ma, in questo procedimento, modificata in modo irreparabile (l’autore non si riconosce più allo specchio).

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È da tempo che, in quella pubblicazione difficile da digerire, dunque da assumersi in piccole e intervallate dosi, che è Charlie Hebdo, Philippe Lançon (romanziere e saggista, non vignettista, ma pur sempre “poeta” nella latitudine di questo senso) si distingue come la voce più umanistica, con tocchi di fantasia e di gentilezza; e ciò viene brillantemente confermato dal suo romanzo. In nessun punto delle 510 pagine di cui si compone questa narrazione di un percorso di riscatto, l’autore ha il minimo accenno di ira o amarezza verso i suoi massacratori (parla soltanto di una “infinita tristezza”). Si può allora azzardare un paradosso (genere che ben si attaglia ai caricaturisti e satirici): in un romanzo come questo, che è un racconto di compassione e sofferenza, si potrebbe ravvisare una vena naturaliter christiana; che come tale rientrerebbe nel grande e tormentato dialogo fra ateismo e cristianesimo, il quale abbraccia anche le “caricature”.

     Paolo Valesio

 

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Diario di New York: Il contrabbando benefico


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 aprile 2017 col titolo “Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States”

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John Douglas Thompson interpreta “L’imperatore Jones”

Diario di New York: Il contrabbando benefico

Qual è l’area della società statunitense di oggi per cui si possa parlare di un sistema non troppo dissimile da un regime poliziesco? Non l’ambito politico, dove continua a funzionare il famoso equilibrio dei poteri (checks and balances), bensì l’ambiente culturale: i media, le università, lo spettacolo.

Limitandoci al mondo dello spettacolo, così pervasivamente influente (cinema, televisione, teatro, soprattutto quest’ultimo) – e definendo come regime con caratteristiche, se non poliziesche almeno repressive, un sistema culturale in cui esistano forti limiti alla libertà d’espressione – si può dire senza timore di esagerazione che nell’ambiente dello spettacolo ci si stia avvicinando sempre più a tale situazione. E’ tutto molto semplice, e brutale: se uno scrittore tenta di esprimere certi contenuti, non viene rappresentato. E perché il teatro risulta, in questo caso, la miglior cartina di tornasole? Perché il teatro, meno commercializzato del cinema e della televisione, dovrebbe essere l’area culturale più adatta a esprimere punti di vista minoritari, e mostrare visioni del mondo insolite e problematiche. Inoltre il teatro, con l’immediatezza della sua presenza fisica di corpi umani nella realtà del hic et nunc, conferisce una vivacità insostituibile, e allarmante per ogni conformismo alle parole e al pensiero che esse incarnano. (Il teatro mostra al proprio tempo “la sua stessa forma e pressione” – his form and pressure – come Shakespeare fa dire, stupendamente, ad Amleto.)

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Eugene O’Neill

Ma oggi negli Stati Uniti (e in Italia) il teatro è soprattutto divenuto il braccio temporale del conformismo oppressivo, in forza del quale il femminismo si è esasperato in misandria; la virilità è stata degradata a machismo; i pelle-bianca sono divenuti vagamente imbarazzanti; le diverse prospettive sulla società si sono ridotte a un pensiero unico; qualunque forma, non si dice di dottrina ma di sensibilità e di tradizione cristiane, è ammessa solo come oggetto di ridicolo; e così via asfaltando.

Ma l’arte e gli artisti sono resilienti. Qual è allora uno dei modi più efficaci in cui l’arte si difende dall’oppressione conformistica esercitata da quella ideologia tendenzialmente totalitaria la quale stabilisce imperiosamente ciò che è “corretto” e ciò che non lo è? Il modo è quello di “contrabbandare” (uso il termine in un senso positivo, anzi benefico) certe idee riprendendo drammi del passato in cui non esisteva ancora la tirannia del conformismo.

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L’imperatore Jones comanda

Fra le riprese teatrali di quest’anno, due sono state veri e propri eventi – due brevi e intensissimi drammi proto-novecenteschi (in sostanza, atti unici) che hanno avuto un effetto esplosivo: “L’imperatore Jones” (The Emperor Jones) del 1920, di Eugene O’Neill; e “Lo scimmione peloso” (The Hairy Ape) del 1922, dello stesso O’Neill. Per capire la forza, ancora esplosiva, di queste pièces (ciascuna delle quali ha protagonizzato un’intera serata, in due teatri e con due regie molto diverse) basta un riassunto di poche righe. Rufus Jones – il protagonista del primo dramma – è un afro-americano ricercato per omicidio negli Stati Uniti il quale si è imposto come monarca assoluto (“imperatore”) a un piccolo paese africano. A un certo punto gli abitanti si rendono conto che costui è solo un truffatore, e il dramma si conclude in tragedia: Rufus, braccato dai suoi stessi sudditi, al termine di una lunga fuga allucinante attraverso la foresta viene da essi ucciso. Per capire il “contrabbando” di cui si parlava, bisogna pensare alla impossibilità di rappresentare, sui palcoscenici americani degli ultimi decenni, un personaggio di colore raffigurato (anche con tutta l’empatia che mostra O’Neill, vero grande drammaturgo) come un delinquente senza scrupoli.

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Gli scimmioni si salutano

Ancora più esplosivo è il caso dello “Scimmione peloso”: la storia di un fuochista (Yank), dotato di un’energia ottimistica e orgoglioso del suo lavoro, che, sul transatlantico in cui lavora, si trova improvvisamente faccia a faccia con una ricca e arrogante passeggera la quale lo apostrofa sprezzantemente come una “sporca bestia”. L’immagine di se stesso che Yank si era costruito come base della sua dignità, gli crolla improvvisamente addosso: sbarcato a Manhattan, lo stato mentale dell’uomo degenera, fino a un disperato dialogo surrealistico con un gorilla attraverso le sbarre di una gabbia allo zoo.

Perché, sera dopo sera, un pubblico vasto ed eterogeneo balza in piedi applaudendo nell’enorme spazio della “Armory” su Park Avenue di fronte a questo atto unico brillantemente dilatato nel tempo e nello spazio? Forse perché – come osserva il recensore teatrale di una rivista raffinata: “Da molto tempo non si vedeva, sui nostri palcoscenici, una raffigurazione del dolore maschile”. Affermazione esatta, ma al tempo stesso doppiamente ipocrita. Ipocrita prima di tutto perché non si tratta del dolore maschile in generale, ma del dolore di un uomo bianco, dopo che l’esperienza del dolore nel dramma contemporaneo sembrava essere rivolta esclusivamente a pelli di altri colori. (Pronunciare l’aggettivo “bianco” è oggi diventato un gesto altrettanto delicato di quello con cui una volta si usava l’aggettivo”nero”, e questo dà la misura del punto di frattura a cui la società americana è arrivata.) E inoltre ipocrita perché, se questa rappresentazione era diventata così rara, ciò si deve al regime descritto sopra, e vigorosamente appoggiato dai vigilantes culturali.

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Chi sfiderà i mentori censori?

Allora chi, fra i giovani e le giovani che studiano per diventare drammaturghi nelle prestigiose scuole di Yale, Columbia e luoghi simili, ritroverà il coraggio di quasi un secolo fa, alle origini del teatro americano contemporaneo, e sfiderà i mentori censori?

   – Paolo Valesio

 

 

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Dallas e oltre: il dopo-sermone


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” del 1o luglio 2016 col titolo “Strage di Dallas e Houston/Quella retorica (anti-bianchi) di cui nessuno parla”

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Cartolina da Dallas, Texas

DALLAS E OLTRE: IL DOPO-SERMONE

Vogliamo sermoneggiare? Lo si sta facendo e lo si farà a iosa nei prossimi giorni; dunque in questo angolino possiamo farne a meno – cioè possiamo risparmiarci la domanda prematura: “Che fare?”, a cui poi subito si risponde, fra un torcer di mani e un lacerarsi di vesti, con qualche ovvietà. Come: bisogna essere buoni, bisogna pregare. Certo, che bisogna essere buoni (comportamento, come tutti sappiamo, enormemente difficile, che funziona una mezz’ora sì e tre ore no); certo, che bisogna pregare – se si è parte di quel mondo, minoritario o no (il sottoscritto vi appartiene), il quale è convinto che ciò serva a qualcosa.

Lasciamo perdere allora, e passiamo a – che cosa? Le analisi? Ma no: qui non si pretende a tanto. Tutt’al più (ricordandosi che, ai tempi di Shakespeare, il fool poteva intervenire anche nelle tragedie), si può esprimere qualche scetticismo sui primi tentativi di tali analisi; come: “E’ stato un cecchino solitario” (quanta fretta a dirlo – ricorda la versione ufficiale di un’altra sparatoria a Dallas…) o: “Il problema non è l’odio razziale – il problema è la proliferazione delle armi da fuoco” (la proliferazione esiste, ma qui non c’entra molto)”, o ”Il problema è che i poliziotti afroamericani sono troppo pochi in percentuale” (vero, ma è un dato da maneggiare con cura, se no si ricade nel razzismo che si pretendeva di condannare), ecc. Allora? Allora è sufficiente chiedersi: ma che cos’altro c’era da aspettarsi? Ma dov’è la sorpresa?

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Il fool shakespeariano

Tornando per un momento alla Leggenda del Cecchino Solitario: anche se fosse provato al di là di ogni ragionevole dubbio (come si dice nei tribunali americani) che a Dallas l’altro giorno un uomo solo ha architettato l’imboscata – anche se così fosse, sarebbe sempre una verità da tribunale, necessariamente distinta dalla più vasta realtà sociale. Sì, perché – giorno dopo giorno, in tutte le città degli Stati Uniti – noi abbiamo visto crescere un’ideologia della violenza che si mascherava da protesta, abbiamo visto crescere una retorica (tutte le retoriche hanno conseguenze pratiche ) che non era solo anti-poliziesca – e sarebbe già pessima cosa – ma genericamente anti-bianca. E abbiamo finto (prima di tutto verso noi stessi, con quella piccola morte dell’anima che è l’autocensura) di non vedere tutto questo.

 

Perché non abbiamo avuto sufficiente forza d’immaginazione (senza di essa, non serve a molto parlare di morale) per tentare di capire i sentimenti (e la politica, nonostante la sua vernice razionalistica, nasce dai sentimenti) di una maggioranza – la popolazione bianca degli States – che neanche tanto lentamente sta diventando minoranza, mentre noi siamo indaffarati a offrire il nostro piccolo contributo di battute di spirito su Donald Trump, e Barack Obama è ormai incantonato in un ruolo alquanto professorale.

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La leggenda del cecchino solitario

Perché abbiamo dato troppo ascolto alle anime belle : le quali non hanno, per esempio, l’esperienza di scendere dal treno alle ore piccole, partendo dai quartieri ghettizzati che fanno corona all‘università di Yale in New Haven per arrivare nel quartiere ghettizzato di Manhattan che sta intorno alla stazione ferroviaria sulla Centoventicinquesima Strada a East Harlem – invece che continuare subito fino al capolinea (dieci minuti, e un altro mondo, più tardi), che è la zona medio-alto- borghese intorno a Grand Central Station.

 

Perché ci siamo lasciati contagiare dal veleno ideologico, guardando solo verso “sinistra” o solo verso “destra”, senza accorgerci che a questi cartelli segnaletici non corrisponde più alcun territorio riconoscibile. Chi “spiega” (con buone ragioni) gli episodi di violenza afroamericana in base al contesto sociale, ma poi non compie lo stesso tentativo di “spiegazione” (sociologica, non moralistica) degli episodi di violenza poliziesca, riferendosi all’effettivo contesto sociale in cui ogni poliziotto è costretto a operare ogni giorno, e risponde al razzismo anti-nero civettando con il razzismo anti-bianco; chi grida “Razzista!” a chiunque tenti di assumere un atteggiamento equanime ed equilibrato sulla violenza fra razze diverse negli Stati Uniti (e in Europa); chi fa la conta dei cadaveri (i numeri di Dallas comparati con quelli di Houston, del Minnesota, della Louisiana), evocando indirettamente una ideologia della rappresaglia; chi equipara il concetto di guerriglia urbana con quello di reazione sproporzionata – ecco, tutti costoro contribuiscono (in modo lieve, involontario, indiretto; ma contribuiscono) ad attizzare l’incendio che è già scoppiato. Ma non è per caso che “tutti costoro” siamo anche un po’ “tutti noi”? Beh, fino a un certo punto : esistono – e sempre esisteranno per la salvezza del mondo, e ognuno di noi ne conosce alcuni, anche se non risaltano nella folla – coloro che applicano la categoria spirituale del discernimento, evitando che l’esame di coscienza decada in un senso qualunquistico di complicità.

– Paolo Valesio

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CODEX ATLANTICUS, 11

ritrattoNew York, 19 ottobre 2008

Una recensione sul New York Times di ieri comincia citando un aforisma di William Faulkner: “Il passato non muore mai. Anzi, non è nemmeno passato”. È una frase apocrifa? E se no, qual è il suo contesto? Ma per il momento ciò non importa, e mi permetto un’estrapolazione (che ogni aforisma peraltro incoraggia). A me leggendo questa frase è venuto in mente (con una associazione zig-zagante di idee) come qualche tempo fa uno dei più discutibili protagonisti della sciagurata politica americana in Iraq, Donald Rumsfeld, usasse riferirsi con sprezzante ironia alla “Old Europe”. Allora trovavo irritante questo epiteto; ma adesso vorrei rovesciarlo in una sorta di piccolo aforisma, o aforismetto, personale:

– Ebbene sì: l’Europa sarà sempre vecchia, anche se le sue innovazioni sono reali, e la sua gioventù è brillante; e d’altra parte gli Stati Uniti saranno sempre nuovi, per quanto efficace sia la coltivazione della loro storia e tradizioni.

Ciò non è né un bene né un male: più passa il tempo, più nettamente ciascuno dei due continenti è confermato nella sua essenza; è condannato – o promosso – a essere se stesso. La saggezza storica (se una tal cosa esiste) consiste forse nell’accettare la fondamentale datità della storia – ovvero della retorica. Tutte le grandi retoriche sono divenute realtà, e determinano il comportamento di società intere.

chitownNorth Branford (Connecticut), 4 novembre 2008

Oggi ho votato per le elezioni presidenziali (è la mia terza o quarta votazione per eleggere il presidente, e ogni volta ne sento l’eccitazione e il privilegio). Quando entro con l’automobile nel vialetto della scuola elementare “Jerome Harrison” lungo l’Autostrada Ottanta fra North Branford e New Haven (la seconda di queste cittadine è sede dell’università di Yale, alla cui biblioteca mi sto recando dopo il voto), alle ore 7 e 10 del mattino è già molto difficile parcheggiare: la grande affluenza mi sembra puntare verso la vittoria di Obama. (Sto scrivendo questi appunti alle nove di mattina, non dispongo di televisione o di radio, dunque non ho ancora – né avrò per la maggior parte della giornata – informazioni attendibili sull’andamento delle elezioni.)

Ho votato per Obama, naturalmente; ma questo “naturalmente” è un avverbio rassegnato e autoironico. Mi sono lasciato alle spalle la politica come passione, anche se continuo a seguire la vita politica su entrambe le sponde dell’Atlantico; anzi, la seguo più attentamente che mai. La politica continua a occupare buona parte delle mie energie intellettuali perché essa è il modo più vivido in cui si manifesta la fenomenologia del mondo, e perché continua a riportare alla mente in modo particolarmente acuto il paradosso dell’amicizia. Quanto alla fenomenologia del mondo, essa va assunta in tutta la sua vastità, che può portare a una visione mistica della politica (un altro paradosso, apparentemente – ma penso, per esempio, al Bhagavad Gita). Per ciò che riguarda il paradosso dell’amicizia, provo a spiegarmi con un episodio di molti anni or sono, quando ancora frequentavo le sessioni religiose domenicali dei Quaccheri – le loro suggestive sedute silenziarie.

In uno dei brevi interventi meditativi che punteggiano l’ora silenziaria in questa liturgia molto laica della Società degli Amici (i Quaccheri, appunto), una donna a un certo punto si alzò ed esclamò: “Friends do not let friends vote Republican”. Costei stava parodiando uno slogan molto diffuso nelle campagne per la sicurezza stradale; “Friends do not let friends drive while drunk” (ovvero: ‘Un vero amico non lascia che i suoi amici guidino in stato di ubriachezza’). Tale parodia non era un’invenzione di quella signora: già allora circolava, e ha continuato a circolare – tanto è vero che alcuni giorni or sono l’ho letta sul paraurti posteriore della macchina in fila davanti a me (lo slogan parodistico era stato rispolverato in questi ultimi giorni febbrili prima delle elezioni): ‘Un vero amico non lascia che i suoi amici votino repubblicano’ – cioè, una certa scelta politica viene paragonata a uno stato pericoloso di alterazione della coscienza, per cui chi vi propende deve essere protetto da se stesso.

Ricordo ancora – da quella funzione quacchera di una mezza dozzina d’anni or sono – il senso di sorda e al tempo stesso acuta irritazione che allora mi colse. Quella battuta segnava una rozza irruzione del politico dentro lo spirituale. E sentii una volta di più, in contrasto, la saggezza e l’eleganza dello stile cattolico (tanto spesso, e tanto ingiustamente, tacciato di ipocrisia): lo stile che evita di esplicitare le prese di posizione ideologiche in modo così crudo e diretto (la crudezza e la unidirezionalità essendo tipiche del piccolo cabotaggio politico).

chitownQuel che volevo arrivare a dire (lungo il filo avvolto e riavvolto del mio pensiero itinerante) è che la battuta di quella signora rappresentava il modo sbagliato di vivere il rapporto tra amicizia e politica: mostrava il desiderio di irregimentare politicamente i propri amici. Io invece sono dispiaciuto di non conoscere direttamente nessuno che oggi abbia votato repubblicano. Questa è una lacuna grave, un segno che sono finito dentro un mondo troppo ristretto; dunque è tutt’altro che un segno positivo; l’ingabbiatura ideologico-sociale non è mai un buon segno. E il fatto invece che tutti i miei amici di sinistra (vale a dire, quasi tutti i miei amici in Italia) considerino questo ingabbiamento come un’insegna o stemma di coerenza che essi ferreamente desiderino – questo è uno dei tanti fenomeni che marcano l’arretratezza della vita civile o civica in Italia; altro che “società civile”!

Tornando al mio voto per Obama, penso a quello che spesso chiamo tra me “il teorema di Chomsky”: un “teorema” peraltro non troppo originale (è in fondo una tarda eco delle riflessioni di Machiavelli), che io associo a Chomsky perché lo ascoltai enunziato in modo particolarmente chiaro da lui – con il suo fascino della quietezza – in un’intervista che gli feci nei tardi anni Settanta. Ecco in parole povere il “teorema”: un neo-eletto presidente repubblicano deve rassicurare la popolazione, preoccupata dalla tradizionale sordità o miopia (metafora a scelta) dei Repubblicani sulle politiche sociali – dunque tenterà di andar oltre i limiti del suo partito, di essere più espansivo nei suoi piani sociali; d’altra parte, sapendo che il pubblico è rassicurato dalla tradizionale durezza repubblicana in politica estera, potrà permettersi di prendere alcune iniziative distensive in questo campo. È chiaro, a questo punto, quale sarà la seconda parte del “teorema”: un presidente democratico appena eletto potrà contare sul tradizionale patrimonio di buona volontà accumulato dal suo partito nella politica sociale, dunque potrà permettersi di stringere i cordoni della borsa; d’altra parte dovrà rassicurare il pubblico sulla “morbidezza” di cui i Democratici sono spesso accusati, dunque sarà particolarmente tentato di concedersi il lusso di qualche avventura guerresca. Ecco perché ho votato Obama “naturalmente” – cioè rassegnatamente, cioè senza troppe illusioni.

Con tutto ciò (e augurandomi comunque che il “teorema chomskyano” venga smentito), non ho mai pensato nemmeno per un momento di votare il candidato repubblicano. Oltre tutto, ricordo bene quanto una persona cara che ora non è più tra noi fosse decisa nel sostenere Obama, e spesso questo tema emergeva nelle nostre brevi ma semi-quotidiane conversazioni telefoniche fra Stati Uniti e Italia. Ecco, è riapparso quello che ho chiamato il paradosso dell’amicizia: credo che l’affettuosità dell’amicizia debba, se necessario, tagliare attraverso i confini della politica vista (tradizionalmente e riduttivamente) in termini di razionalismo, o meglio intellettualismo, ideologico; e così, il voto elettorale può anche essere l’espressione di un lascito di amicizia.

Greenwich (Connecticut), 4 gennaio 2009

È vero – è vero, il luogo comune sulla profonda o sfondata banalità dela televisione. Ho passato due serate (Capodanno, e il 2 gennaio) a guardare la TV, e ciò mi ha fatto passare ogni possibile nostalgia a questo proposito. (È da qualche anno che ho rinunziato alla televisione, e il mio unico rimpianto è non averlo fatto prima.)

La diabolica (non mi pare un termine eccessivo) efficacia contagiante della televisione si manifesta anche nel suo essere riuscita a neutralizzare la sua critica, trasformandola in cliché: tutti guardano dall’alto in basso (superciliosamente) alla televisione, ma pochi riescono a non guardarla. E questa è una metonimia della condizione contemporanea: enunziare una tesi più o meno “progressista” sull’umana società per autorizzarsi a vivere il comportamento opposto. E allora: parlare della “crisi del mondo moderno” vuol dire ‘sguazziamoci dentro’; parlare del “problema ecologico” significa ‘glug, slurp, glug-glug’; dire “stasera alla televisione non c’è niente da vedere” (come diceva sempre la mia povera mamma) vuol dire che ci si sta legittimando a guardarla; ecc.

La linea genealogica è chiarissima, e sta sotto gli occhi di tutti: la TV è la bastardizzazione del cinema, che a sua volta è l’imbastardimento del teatro. La TV è una droga di tipo sedativo; è un’iniezione di vaccino depressivo per tentare di combattere la depressione – ma questa vaccinazione può avere un effetto boomerang.

teatroPoscritto sul cinema. Non è completamente esatto dire che il cinema è l’imbastardimento del teatro. Il cinema è l’imbastardimento del teatro, e della fotografia, e della narrativa. (Adorno definisce da qualche parte il cinema come una mésalliance della fotografia e del romanzo.) Insomma il cinema è un monstrum – nel senso antico, che non è completamente negativo: è un ibrido affascinantemente pauroso, che prelude a tutte le ammucchiate mediatiche post-cinematografiche.

 

Treno Roma-Bologna, 18 febbraio 2009

Partendo dalla frase narrativo-aforistica di Pavese: “Ogni guerra è una guerra civile”, scrissi (prima in prosa, poi in una poesia) un mio proprio aforisma: “Ogni vittoria è una vittoria di Pirro”. Quest’ultimo aforisma richiede ora di essere sviluppato.

I paesi sconfitti iniziano molto rapidamente la rielaborazione e sublimazione della loro sconfitta (penso soprattutto allo sviluppo economico- industriale); essi compensano questa sconfitta con un intenso lavorio sociale – e l’Italia ne è un ottimo esempio, non troppo distante dalla Germania e dal Giappone. I paesi vincitori invece scontano (compensano, risarciscono) la loro vittoria con ritmi più lenti, con sviluppi sotterranei, e si capisce: la hybris della vittoria – con la sua connessa illusione che non vi sia nulla da scontare, nulla da veramente pagare, a parte qualche risarcimento economico – è un’ubriacatura che dura molto a lungo; la natura pirrica della vittoria non ha fretta di rivelarsi. E si capisce allora anche come il più forte, e conseguentemente il più arrogante, dei vincitori (gli Stati Uniti) ci abbia messo più degli altri a pagare. In effetti, gli Stati Uniti hanno cominciato da relativamente poco tempo a pagare, e ancora non hanno ammesso che è proprio questo ciò che gli sta succedendo.

In questo senso l’Italia – se solo gli Stati Uniti riuscissero a prenderla sul serio – potrebbe offrire alcune utili lezioni, per cominciare ad abituarsi alle nuove realtà. Ma l’Italia è piccola, è poco importante sullo scacchiere mondiale; inoltre l’Italia è eccessivamente autocritica, mentre gli Stati Uniti all’opposto sono quasi completamente sordi all’autocritica – sono (come dicevo) ancora accecati dalla hybris del loro preteso eccezionalismo. Questa teoria americana dell’eccezionalismo non è soltanto un fattore di accecamento, ma si configura come qualche cosa di simile a una bestemmia: contro il destino, se si vuole, o contro Dio, se si preferisce. (Questa bestemmia sciovinistica non è l’ultimo dei paradossi, in un paese che fortemente asserisce la propria religiosità.)

ceilingTornando alla lezione italiana: nessuno, dentro e fuori dal paese, crede che l’Italia avrà mai più il ruolo di grande potenza al quale aveva per un certo tempo – nel primo anteguerra, e poi nell’intra-guerre – plausibilmente ambito. D’altra parte, il trauma della sconfitta italiana resta, e resterà per un tempo indefinito. Questo, perché l’Italia – a differenza della Germania e del Giappone – non si è mai misurata totalmente con la sua sconfitta: è sgattaiolata fuori dal conflitto, con un ravvedimento opportunistico che non poteva non apparire come un tradimento (un tradimento sornione e tardivo – lo si potrebbe chiamare un “tardimento”); e poi è riuscita con disinvoltura (la cui altra faccia peraltro è la goffaggine) a trasformare questo sgattaiolamento in vittoria, travestendo una guerra civile in “guerra di liberazione”. (D’altra parte non si possono ignorare i rapporti crudamente provvidenziali fra la grande storia e le storie piccole: quanti della mia generazione, me compreso, debbono la vita a questa goffa disinvoltura che ha ridotto il numero, comunque alto e grave, delle vittime civili della guerra civile in Italia?).

L’Italia dunque resta traumatizzata; ma in compenso le sue illusioni non fanno male a nessuno, al di fuori di lei. Gli Stati Uniti per contro hanno fatto scontare, e continuano a far scontare, le loro illusioni a tutto il resto del mondo. Fanno pagare insomma la loro “Grande Illusione”: che, cioè, il loro impero sia ancora saldo. L’esorcismo statunitense (ingenuo ed insieme efficace, come lo sono di solito gli esorcismi) consiste nel tentare di scampare alla decadenza che attende il loro impero – come ogni altro impero sotto il sole e la luna – evitando di chiamare se stessi “impero”.

Circola ancora un vecchio luogo comune, secondo il quale la storia dell’Impero Americano è parallela alla storia dell’Impero Romano; ora, i luoghi comuni – di cui spesso tentiamo di liberarci sogghignando – si rivelano spesso terribilmente plausibili. Non è facile stabilire quando siano cominciati il Declino e Caduta dell’Impero Americano – ma non è facile stabilirli nemmeno per l’Impero Romano; e del resto, la difficoltà o impossibilità di fissare cronachisticamente una data esatta non diminuisce la tragica esattezza della parabola generale. Ma non è poi necessaria una grande immaginazione storica per vedere nella guerra del Vietnam l’inizio della decadenza dell’Impero.

C’era una volta una coppia di giovani sposi – nel povero appartamento bohémien di un povero paesino del Massachusetts, Somerville, vicinissimo alla Cambridge ingioiellata dall’Università di Harvard – che ascoltavano alla radio nell’agosto del 1964 la versione di McNamara (il cui tono di voce dimostrava che egli mentiva sapendo di mentire) a proposito dell’ “attacco” nel Golfo del Tonchino che fornì il pretesto per il decisivo salto di “qualità” (o escalation) dell’intervento americano in Vietnam. Il brivido profondo che percorse quella coppia non nasceva soltanto dalla comprensione che era cominciata una vera e propria guerra (cosa non difficile da capire); era un brivido che veniva da più lontano – veniva dalla sconfitta italiana del 1945 – e più lontano andava: essi avevano intuito (intuizione non impossibile per una coppia europea ma pressoché impossibile, allora, per una coppia americana) che il Sogno Americano stava già avviandosi alla fine; proprio quando per loro, espatriati di fresco, era appena cominciato.

cafe“La Grande Illusione”, “La Caduta dell’Impero Romano”, “Il Sogno Americano” … tutti titoli mediatici, come insegne luminose … e, tutti, clichés terribilmente veri.

Greenwich (Connecticut), 28 febbraio 2009

Una coppia in automobile: lei che abita a Greenwich lo accompagna alla stazioncina dove lui prenderà il treno suburbano per Manhattan. Sono appena usciti da un piccolo bar chic e semideserto, dove hanno conversato di fronte a un bicchiere di vino insieme con altri due amici, dopo essere stati tutti insieme a una rappresentazione liceale. Un bar chic e semideserto?! Per chi abita a New York sarebbe un dettaglio inventato – un particolare romanzesco creato per gusto di ossimoro. (I bar, almeno a Manhattan, sono inesorabilmente affollati.) Ma qui siamo a Greenwich nel Connecticut: che è a un’oretta di treno da New York ma è già un mondo completamente diverso; un mondo che (a proposito di romanzi) forse sta aspettando un altro John-scrittore (John Cheever o John Updike) che rinnovi le saghe dei paesini della Nuova Inghilterra gravitanti verso New York o verso Boston. È un mondo di angoli boschivi, un mondo che ha delegato l’ostentazione alla città di New York, mentre qui vigono l’eleganza discreta e la tesaurizzazione invisibile. Insomma, Manhattan è prevalentemente la città dei prodighi – e inoltre dei poveri; mentre Greenwich, Guilford ecc. sono soprattutto le cittadine dei ricchi – e anche di borghesi più piccoli e più preoccupati. Il nesso tragico (chiaramente emerso in questi anni) fra potere economico e follia, a Manhattan diventa quasi orgiastico; a Greenwich e simili luoghi diviene invece qualcosa come un segreto, fra il sensuale e l’infamante. E così, gli avari/avidi di Greenwich risorgeranno “col pugno chiuso”, e i prodighi di Manhattan “coi crin mozzi” (Inferno VII 57).

cafeQuest’uomo qui, intanto, è doppiamente spaesato: in quanto manhattanita e in quanto persona che, a Manhattan (questa grande autorizzatrice di solitudini), riesce a fare una vita ritirata. Ha scoperto recentemente la parola recollectedness come sinonimo più rutilante di ‘raccoglimento’ – le parole lo aiutano a respirare meglio – e raramente lo si trova in giro, come oggi, dopo la mezzanotte. Ed è anche raro che si trovi, così tardi, a tentare un prolungamento di conversazione invece di appisolarsi (lui è un po’ orso, insomma). Ma qui e adesso, almeno un abbozzo di conversazione è difficilmente evitabile: per arrivare alla stazione è necessario un viaggetto di vari minuti, in un terreno boscoso, esteso ed irregolare (l’inglese dice sprawling – come dire: un paesaggio a gambe larghe). Le ricche case di Greenwich sono nascoste discretamente fra boschi e boschetti; e di notte bisogna stare attenti (dunque il viaggetto è un po’ più lento dei solito) ai cervi che possono distrattamente irrompere all’improvviso attraverso la strada, a volte sfondando con il loro brutale impatto parte dell’automobile insieme con parte del guidatore.

shoreDella rappresentazione teatrale (un gradevole quasi-musical dall’esile trama che consisteva essenzialmente in un pastiche di canzoni inglesi degli anni Venti, bene eseguite dalle fanciulle fiorenti in quell’elegante collegio privato) hanno già parlato al bar. E adesso, che dire? Ecco che, per rompere il silenzio nell’abitacolo circondato dalla notte, all’uomo viene una pessima idea: dire la verità – nel senso peraltro assai modesto (non è certo una questione di “Quid est veritas?”) di dire esattamente, fedelmente, una cosa che gli era venuta in mente al bar; e che allora (di fronte agli altri due che aveva appena conosciuto) non gli era sembrato il caso di piazzare sul tavolino – ma che adesso, con una vecchia amica e in una situazione più rilassata sente (probabilmente sbagliandosi) di potere azzardare; anche perché, dopo il calice di vino – uno solo, comunque – si sente un po’ più espansivo. Insomma, rispondendo a un’innocua domanda dell’amica:

LEI. – Allora, che te ne pare degli amici di stasera?
quest’orso di Manhattan abbozza niente po’ po’ di meno che una (brevissima, grazie al cielo) teoria del linguaggio:

LUI. – Beh, mi sono sembrati simpatici … e poi, Kathy è carina … ma debbo anche dire che mi sono trovato di fronte al solito problema …

LEI. – Cioè?

LUI. – Cioè: che la comunicazione fra esseri umani è sostanzialmente impossibile.

LEI. – Ma come sei esageraaato!

LUI. – No, vedi, è proprio così: e tu, esagerando come hai fatto la pronunzia della parola “esagerato” …

LEI. – E adesso che c’entra criticare la mia pronuncia?

LUI. – Ma non la criticavo affatto: volevo dire che, enunziando esageratamente la parola “esagerato” (tu infatti hai detto “esageraaato!”), hai messo in luce il fatto che io ho usato un’iperbole.

LEI. – Ecco la tua discriminazione: tu fai le iperboli (cosa che suona complicata ed elegante), mentre io faccio semplicemente delle esagerazioni …

LUI. – Scusa, ma non capisco perché tu continui a vedere una polemica là dove non ce n’era la minima intenzione – in effetti ti stavo dando ragione.

LEI. – Allora, ‘sta iperbole …

LUI. – L’iperbole è un’esagerazione dell’esagerazione, o se preferisci un’esagerata esagerazione.

shoreLEI. – Cioè, è meglio o peggio?

LUI. – Non è né meglio né peggio. Semplicemente, l’esagerazione è uno scarto nel discorso, che uno può lasciare così com’è, oppure tornarci sopra più tardi per rimetterla fra le righe. L’iperbole invece è un’esagerazione voluta, calcolata a scopo sperimentale.

LEI. – E quale sarebbe l’esperimento?

LUI. – Spingere un’idea al limite, e magari oltre, per vedere poi se funziona oppure no. Insomma, l’esperimento di cui parlo si attua attraverso la conversazione – è la conversazione come esperimento, che …

LEI. – Ho capito, ho già capito dove stai arrivando – alla tua evocazione favorita delle Grandi Epoche nella storia della conversazione: il Rinascimento italiano, il Settecento francese, tutti trionfi dell’arte della conversazione –

LUI. – Scusa, ma io non parlo di “arte della conversazione” che mi sembra un’espressione un po’ pigra. La vera conversazione è un esperimento cognitivo rischioso, e può essere rivoluzionante.

LEI. – Vabbè, comunque. Allora non credi veramente a quello che hai detto – che la comunicazione fra esseri umani sia sostanzialmente impossibile?

shoreLUI. – Io credo, che sia sostanzialmente impossibile – è un’ipotesi che non asserisco come certezza. Vedi, a me pare a volte che la lingua esista soprattutto per fraintendersi.

LEI. – Un bel disastro, no?

LUI. – Ma no: in questo fraintendimento, c’è qualche cosa di vertiginoso e di bello.

LEI. – Appunto, dicevo: un bel disastro.

LUI. – E perché, disastro? Accettiamo il fraintendimento, piuttosto: tuffiamoci, sguazziamoci dentro. Accogliere in partenza il fraintendimento in tutta la sua ampiezza è il modo migliore di evitare illusioni; e a forza di fraintendersi, qualche volta si può arrivare a capirsi. È la nostra speranza – utopica necessaria realistica – di esseri umani che parlano.

LEI. – Beh, tu credi, come dicevi prima, che la comunicazione sia sostanzialmente impossibile. Con quest’avverbio, ti sei coperto le spalle, ammettendo che dentro certi limiti la comunicazione sia possibile. Infatti noi due stiamo parlando l’uno all’altra e sostanzialmente ci capiamo.

Intanto sono arrivati alla stazioncina, l’automobile si è allontanata tra i boschi agiati – e a volte meno-che-agiati: ci stanno dentro vari spazi di piccola borghesia che fatica. Lui resta a camminare su e giù lungo la piattaforma elevata da dove si vede nella strada in basso la vetrina illuminata di una boutique di auto di lusso.

shoreAspetta il treno per Manhattan, così come lo aspetta un terzetto di lavoratori latinoamericani. Scenderanno tutti e quattro nella Manhattan meno scintillante: la stazione semideserta della Centoventinquesima Strada, nella Harlem nero-ispanica, sull’orlo della quale egli abita – in uno spazio di confine, uno spazio di iper-proletariato accademico senza iperboli. E si incamminerà verso casa nella frontiera temporale fra la notte e l’alba, fra una giornata americana che è passata e una nuova che comincia.

New York, 11 aprile 2009 (Sabato Santo)

In questi giorni ho riletto in fretta – e la fretta di (ri)lettura genera un complicato arabesco di punti d’intensità e punti di annebbiamento – due tesi di dottorato (una da me sponsorizzata, l’altra co-sponsorizzata), in preparazione alla loro discussione in sede di commissione: una riguarda il mito e alcune questioni connesse nell’opera di Cesare Pavese, e l’altra è dedicata a uno studio comparativo austriaco-triestino, con una serie di medaglioni dedicati a coppie di scrittori – Rilke e Slataper, Svevo e Kafka, P. A. Quarantotti Gambini e Joseph Roth, Musil e ancora Svevo.

Come scrive Lorenzo Da Ponte all’inizio delle sue Memorie, citando un detto ebraico che egli poi traduce in italiano: “E da’ miei discepoli imparai più che da tutti”. Rileggendo queste e simili dissertazioni, io mi aggiorno infatti sugli interessi dei giovani, sulle tematiche che più li attirano e impegnano. Un concetto che pervade entrambe le dissertazioni, e in quella pavesiana è presente fin dal titolo, è il concetto di identità – parola chiave (buzz word, per dirla popolarmente all’inglese) oggi negli studi letterari e non solo. Mi pare che vi siano due grandi retoriche dell’identità che si aggirano negli studi umanistici e sociali, due retoriche potenzialmente contraddittorie – ma da quando in qua ciò ha disturbato il gioco retorico?

Vi è innanzi tutto la retorica di origine modernistica dell’identità in crisi: l’io disperso e frammentato, la devoluzione dell’io, la (de)privazione dell’io, ecc. Ma circola anche una retorica ben diversa e più ottimistica: che riguarda la necessità di cercare, e la possibilità di trovare/costruire, una propria identità – in lotta suppostamente progressista verso le varie forze putativamente repressive della società.

photopChe la prima retorica si svolga prevalentemente in ambito letterario-filosofico, e la seconda primariamente in ambito psicosociale, non cancella la similarità dei fenomeni di fondo cui esse si rivolgono – dunque non esime dal loro confronto; si tratta, in fondo, dei grandi fenomeni che avvalorano o dis-valorano la vita umana. Oggi sia l’identità frammentata sia quella ritrovata si disfano o sviluppano – si (di)sviluppano – soprattutto lungo una dimensione orizzontale; e sembra giunto il momento di chiederci se questa dimensione non possa risultare limitante.

Il modernismo – si dice e si ripete – è qualche cosa di molto fluido, di variamente sfaccettato. Ma allora bisogna affrontare il contrasto centrale: la coniunctio oppositorum di modernismo e anti-modernismo. Per esempio, uno degli elementi di profonda originalità del modernismo così come esso si sviluppa in Italia è il progetto del Futurismo, laddove esso si interroga su un’integrazione verticale della ricerca di identità. La critica, per esempio, di Filippo Tommaso Marinetti all’eccessiva presenza dell’ “io” in poesia va raffrontata alla sua fiducia – quasi una fede – in un’integrazione comunitaria, a livello nazionale, dell’identità; e non deve essere confusa con una generica retorica modernistica sulla perdita d’identità, sull’ “io diviso”. La questione se questo si debba definire modernismo o anti-modernismo (o “altro modernismo” o, come io preferirei, retro-modernismo) è meno importante del riconoscimento della presenza del fenomeno in sé: una dialettica che accoglie spinte centripete e spinte centrifughe, impulsi “pro” e impulsi “contro”.

A questo punto della nostra storia, per uscire dall’insabbiamento postmodernistico, bisogna uscire (ripeto) dalla dimensione orizzontale dell’identità. L’anti-umanesimo frammentistico del modernismo e il polemico umanesimo psico-sociologico della retorica identitaria rimangono essenzialmente nella stessa dimensione orizzontale: cioè sono limitati a un “io” troppo puntuale, e sono esposti alla brezza esilarante del narcisismo (compreso il narcisismo negativo della delectatio più o meno morosa a proposito dell’io diviso). Di fronte a tutto ciò, va tenuta sempre aperta la possibilità di una identità orientata in direzione verticale, verso Qualcuno o nycafeQualcosa che trascende l’identità in quanto appiccicata alla pura immanenza. In fondo qui si misurano due concezioni diverse dell’antropologia: quella radicalmente laicistica e immanentistica, e quella invece che non dimentica il contesto teologico della filosofia.

Uno dei prossimi appuntamenti di ricerca è quello di uno studio di ciò che accade al modernismo italiano negli anni Quaranta, mentre crolla il regime culturale che lo aveva bene o male (più o meno contradditoriamente) sostenuto, e deve d’altro canto ancora emergere il nuovo regime culturale che opporrà al modernismo una sorta di neoclassicismo ideologico (crocio-gramscismo, dominio lukaciano, ecc.). Per esempio, e tornando per un momento al grande autore evocato sopra: Marinetti nei suoi ultimi scritti, senza rinnegare il Futurismo e senza un’esplicita palinodia, comincia a elaborare una diversa antropologia dell’avanguardia, in modi che comunque restano creativamente sperimentali. Egli sposta la focalizzazione dalla integrazione comunitaria e specificamente nazionalistica dell’io (antropologia orizzontale) a un’integrazione almeno potenzialmente verticale. Marinetti infatti riporta in luce l’elemento spirituale del simbolismo, pur non rinnegando la propria attenzione di poeta e narratore verso la struttura direi molecolare della materia del mondo; con il risultato di una declinazione animistica (vedi Aeropoema di Gesù) dell’immaginario religioso.

wonderwheelBologna, 30 aprile 2009

Anche da certi romanzi un po’ all’acqua di rose – quei romanzi diffusi oggi dalle editrici più chic, con un senso un poco ansioso della riscoperta a ogni costo – romanzi che comunque hanno una loro dignità media (dunque si differenziano dalla media-sotto-il-livello-medio di tanti romanzi che affollano il Premio Strega) – quei romanzi medio-europei scritti in una lingua abilmente elastica che si traduce subito da sola – romanzi che pur avendo (ripeto) una loro dignità non hanno il coraggio del rischio, il coraggio della “bruttinità” (come un amico poeta ha avuto la non-bontà di dire, definendo alcune delle mie poesie) – anche da quei romanzi emergono ogni tanto alcune frasi che si fanno ricordare. (Ecco perché io continuo a essere un umile, avido, indiscriminato lettore.)

“‘Sono forse invecchiata, Mark?’ domandò bruscamente […] Lui crollò il capo: ‘Non lo so. Credete che si guardi il volto della donna amata? Si vede al di là dei suoi lineamenti. Si pensa: – Mi farà soffrire ancora di più, oggi? O si stancherà finalmente di farmi penare, e mi amerà? –. Come vedete, anche al colmo della passione si continua a pensare solo a se stessi’.” (Irène Némirovsky, Jezabel, trad. L. F. Guarino, Milano, Adelphi, 2007 [Parigi, 1936], p. 81).

 

Bologna, 1 maggio 2009

Un’ultima citazione, ancora più breve, dal succitato romanzo, che ho cominciato ieri e che oggi ho finito – ma questa volta la frase chiama un commento:

“Si svegliava sul far della notte, assaporando con un piacere disperato l’orrore del crepuscolo parigino” (op. cit., p.176)

Basta una frase, a volte, a far scattare tutta una serie di riflessioni – o forse sono semplicemente (semplicemente?!) immagini. La prima “riflessione” riguarda il referente della frase citata. Le mie visite a Parigi, pochissime e distantissime nel tempo, non mi consentono di verificare la “pariginità” di un crepuscolo – ma capisco meglio la frase se la riporto ai crepuscoli di un’altra grande città in cui ho passato e passo anni decisivi, tanto che oserei chiamarla la mia città: New York; e soprattutto la capisco meglio se penso ai crepuscoli di New York nei capitoli precedenti della mia vita: i capitoli di fine Novecento, quando la mia solitudine era ancora una solitudine tanto avida quanto disorientata.

Mi ricordo, allora, quando al crepuscolo contemplavo le interminabili file dei ritornanti dal lavoro, dal finestrone che era l’unica cosa grande nel mio monolocale sbilenco al primo piano del casamento sulla Quarantottesima Strada, di fronte al Palazzo delle Nazioni Unite. E sì: c’era qualcosa di orribile (ma allora avevo paura ad appplicare anche solo mentalmente quella parola a ciò che vedevo) – qualcosa di orribile e di bello in quei crepuscoli quando non sapevo bene dove fossi veramente, e non avevo la minima idea di come sarei potuto andare a finire, e non avevo nessuno cui confidare questo mio disorientamento, e sentivo in effetti il bisogno di confidarlo ma poi finivo col rassegnarmi al fatto che questo bisogno restasse insoddisfatto, e la rassegnazione mi rendeva più calmo e migliorava la qualità della contemplazione; ecco, forse era tutta questa mescolanza a definire l’orrorino elegiaco di quei crepuscoli.

wonderwheelAdesso i miei crepuscoli newyorchesi non sono orribili, ma d’altra parte non sono più fonte di particolare piacere. Non è che io sia divenuto molto più sicuro di dove veramente io sia, nella vita, ma non sono più tanto agitato al pensiero di dove e come finirà – il fiume Hudson che adesso vedo dalla mia (alta, questa volta) finestra mi sembra la foce della mia vita. E tuttora non ho veramente nessuno con cui confidarmi giorno dopo giorno, ma la differenza è che adesso ho rinunziato all’utopia della confidenzialità.

Pensandoci bene, poi, è diventato raro per me vedere ancora i crepuscoli: di solito mi cadono addosso silenziosamente – senza particolare violenza, senza particolare fascinazione – mentre sono ancora in ufficio, immerso nel lavoro. Si potrebbe anzi dire che ho riscoperto la bellezza senza l’orrore, nei crepuscoli newyorchesi (è uno dei vantaggi di quel generale svantaggio che è l’età). Perché in fondo i crepuscoli mi capita di vederli soprattutto nelle rare occasioni in cui ripasso dal mio appartamento interrompendo più presto del solito la mia giornata d’ufficio, per cambiarmi e uscire. Sono le mie rare “ore d’aria” in cui veramente ritrovo la mia città – la città della mia matura giovinezza – la città di cui sentivo (nel mio vigore disorientato) la bellezza mista a orrore; la città che invece adesso vedo il più delle volte come attraverso un velo – un velo che smussa i contrasti e smorza le asprezze, che mi dà ancora il senso della contemplazione: ma questa volta è una contemplazione serena, una contemplazione contemplativa. Tutto bene, dunque – anche se non posso nascondermi che questa serenità è al tempo stesso una forma di rassegnazione, una rinunzia alle passioni.

La seconda (e ultima) riflessione è che non posso non guardare alla frase citata sopra anche da un punto di vista più tecnicamente letteraio. Essa può funzionare in effetti come metonimia dell’intero romanzo: un po’ melodrammatico, e abbastanza in ritardo rispetto al graffio ben più originale e forte di una scrittura protonovecentesca come quella, per esempio, di d’Annunzio. Jezabel infatti ricorda un episodio del Fuoco di d’Annunzio (quello della donna che a un certo punto si clausura nel suo palazzo perché nessuno possa essere più testimone dello sfiorire della sua bellezza), e ricorda anche tutta la trama di un bel romanzo di Massimo Bontempelli del 1930, Vita e morte di Adria e dei suoi figli (che in effetti sembra essere fiorito, come una pianta completa, dal bocciòlo di quell’episodio dannunziano).

Ma allora, si può fare una distinzione bella netta e pulita fra la riflessione che ho appena fatto (critica letteraria) e la “riflessione” sui crepuscoli di New York (impressioni diaristiche)? Io non credo. Per dirla all’inglese, “Literary criticism is as literary criticism does”, che si potrebbe tradurre dicendo che: La critica letteraria consiste in quello che di volta in volta la critica letteraria nella sua effettività (nella sua pratica o praticaccia) fa. Il ruolo che ho in mente, in fondo, è quello che si potrebbe chiamare: un lettore radicalmente umanistico.

piazzaVenezia, 10 maggio 2009

Al termine di una visita alle Gallerie dell’Accademia che non vedevo da quasi una mezza vita e che restano un enorme scrigno di tesori, appunto due sintetiche riflessioni.

Presenza (e non) della spiritualità

Nelle tavole di pittura precedenti il periodo dei Bellini, il divino è presente, anche se in una forma istituzionale e arcigna; lo spettatore inchina per un attimo mentalmente il capo (un rispetto formale), e poi si diverte a esaminare i dettagli. Ma soltanto quando si arriva alle Madonne di Giovanni Bellini, il senso della divinità compenetra le immagini con dolce forza convinta e pervasiva, come meditazione costante sul colloquio Madre-Figlio. Poi, questo senso scompare. Tiziano (perfino Tiziano), Tintoretto, Veronese, Tiepolo: una serie di immagini stupende e sontuose, dove c’è un’impalcatura mentale piuttosto che spirituale – un’impalcatura che rinvia a una trascendenza la quale peraltro essenzialmente non si sente. (Sto parlando dei quadri dell’Accademia, non generalizzando sopra questi maestri: basti pensare ai Tintoretto della Scuola di San Rocco, all’appassionata “Salita al Calvario” di Giambattista Tiepolo nella chiesa di Sant’Alvise; per non parlare della “Via Crucis” modernamente intensa del figlio Giandomenico Tiepolo nella chiesa di San Polo, che aprirebbe tutto un discorso sulla persistenza della spiritualità nella Venezia settecentesca, la cui atmosfera non è solamente casanoviana; ecc. ecc.). Qui comunque bisognerebbe rivisitare il grande e partigiano libro scritto a metà Ottocento da John Ruskin, The Stones of Venice: gli attacchi anti-rinascimentali di Ruskin sembrano avere una base soprattutto teologica – il che conferma (si sia d’accordo oppure no con il suo contenuto) l’importanza della valutazione spirituale.

wonderwheelL’unico altro complesso di opere (non parlo dunque, o almeno non primariamente, di opere singole) nelle Gallerie dell’Accademia in cui chiaramente traspare il senso del divino appartiene anch’esso, come il Bellini, al Quattrocento: si tratta dei quadri di Carpaccio – dove il divino appare sotto forma di visionario incantamento ipnotico, in particolare nel “Sogno di Orsola”. Si entra in quel quadro come in una stanza da cui è difficile uscire. Non è propriamente una scena in cui “si fa silenzio” – espressione che implica un rumorio di parole immediatamente precedenti. Qui invece le parole si sono taciute da tempo. Orsola vi appare come già profondamente addormentata, e si sente che l’Angelo sulla soglia non sta dicendo nulla, ma trasmette direttamente immagini silenziose alla mente di Orsola. È dunque un quadro che (come dicevo) piuttosto che far silenzio, fa del silenzio: esso crea il silenzio come se fosse un’esperienza della prima volta. Per tutto il resto di questa grande passeggiata lungo quadri stupendi che fanno pensare e che suscitano profondi piaceri, non trovo tuttavia il senso del divino, se non in alcune flagranti eccezioni (come l’“Annunciazione” di Antonello da Messina, peraltro collocata in modo sciatto).

A proposito di profondi piaceri, vengono in mente le parole che in un grande racconto Camillo Boito pone in bocca alla sua eroina, la contessa Livia; la quale, durante gli anni della sua giovinezza veneziana, condotta a visitare l’Accademia, dice: “non ci capii quasi nulla”, per poi aggiungere che da allora “qualche cosa ho imparato”. Ma ciò che conta è la vivace descrizione di quell’allora:

“ma allora, benché non sapessi niente, quell’allegrezza di colori, quella sonorità di rossi, di gialli, di verdi e di azzurri e di bianchi, quella musica dipinta con tanto ardore di amor sensuale non mi sembrò un’arte, mi sembrò una faccia della natura veneziana; e le canzoni, che avevo udito cantare dal popolo sboccato, mi tornavano nella memoria innanzi alla dorata Assunta di Tiziano, alla Cena pomposa di Paolo, alle figure carnose, carnali e lucenti del Bonifacio”. (Cito da Camillo Boito, Senso, nell’edizione accompagnata dal commento di Clotilde Bertoni, Lecce, Manni, 2002, p.27; questo racconto geniale va recuperato nella sua originarietà e originalità, al di là dell’abile edulcorazione rosa – in entrambi i sensi della parola – del film di Visconti.)

Livia è assai probabilmente quella che la critica letteraria chiama un unreliable narrator, ovvero ‘narratrice inaffidabile’ – nel senso che qui l’autore (architetto e critico d’arte, oltre che scrittore) intenderebbe far emergere la voce di una persona troppo immersa nell’immediatezza della percezione sensuale, e che dunque vede le opere d’arte in modo riduttivo. Ma la finzione narrativa è un gioco assai complesso, che può avere effetti da boomerang: le osservazioni ingenuamente dirette di una (inventata, ma bene inventata) contessina ventenne alla fine dell’Ottocento realizzano in fondo una critica ancora valida, come si è appena visto (senza contare che anche in quell’ “allora” giovanilistico la contessa è ingenua solo fino a un certo punto: la sua sensibilità sinestetica – “musica dipinta” – è già di tipo simbolistico).

wonderwheelMa torno alle eccezioni – alle emersioni della spiritualità. Fra queste eccezioni annovero in particolare la straordinaria “Presentazione della Vergine al Tempio” di Tiziano – uno sghembo quadro in salita obliqua che è una delle ultime vedute (in questo caso, è anche una visione) che incontrano lo sguardo di chi sta per uscire dalle Gallerie, alla fine della visita. (A proposito: le Gallerie dell’Accademia sono, nella loro attuale forma, piuttosto grigie e impersonali, e appaiono bisognose di un restauro – che peraltro è già annunziato e abbondantemente illustrato; si spera soltanto che questa non sia la scusa per chiudere le Gallerie per lungo tempo nel prossimo futuro: è ormai chiaro che è possibile in molti casi simili condurre a termini i lavori con efficienza pur mantenendo parzialmente in funzione le istituzioni coinvolte.)

Nel quadro tizianesco, il cui protagonista strutturale è una lunga scalinata che al tempo stesso fende e salda l’immagine, il centro non-centrico è la figura della Vergine: tradizionalmente iconografica nella sua veste turchina, ma rappresentata come una bambinetta, con un bellissimo contrasto fra questo piccolo corpo indifeso (visto di tre quarti e di spalle, così che la faccia risulta invisibile) e la torreggiante figura del sacerdote carico di paramenti che l’attende al culmine della scalea, in fondo a destra. Certo, questa bambina a metà scalinata si rivela subito come differente e distinta: l’aureola che le circonfonde il capo, e la profonda attenzione degli astanti in fondo alla scala a sinistra, mostrano che qualche cosa di speciale, di diverso dal solito ritmo dei giorni, sta per accadere.

Ma non basterebbe l’aureola intorno alla testolina a presentificare il divino dentro questo quadro. (Le Gallerie sono piene di teste aureolate e di corpi reggenti simboli solenni; ma in generale, come detto, questi restano ornamenti eleganti che non penetrano “l’altra dimensione”.) La genialità dell’artista consiste qui soprattutto nella concentrazione e compattezza del corpo della bambina, da cui emana un senso di forza: la sua salita è una vera e propria marcia. Ho sempre trovato commoventi (nell’arte e nella vita – nell’arte/vita) i bambini quando essi manifestano la precocità di una vocazione, di qualunque vocazione (spirituale o mondana) si tratti. E non conosco altra opera di pittura che prefiguri così vividamente l’idea della Immacolata Concezione secoli prima che essa venga teologizzata in dogma – cioè in nucleo sistematico di pensiero. (È da queste opere che bisognerebbe partire, per svolgere una meditata critica del nesso che il citato Ruskin eloquentemente ma restrittivamente stabilisce tra spiritualità e teologia protestante, con frecciate anti-cattoliche.)

L’unica altra forte eccezione a questo appiattimento della spitualità che io ricordi all’Accademia è la “Cena di Emmaus” di un artista di quelli antipaticamente detti “minori” (e mi dispiace non ricordarne il nome, perché non vorrei incoraggiare nemmeno indirettamente certe gerarchie manualistiche). In quel quadro, la spiritualità non emerge né dalla figura del Cristo né da quelle dei due pellegrini (immagini rigide e non particolarmente espressive), ma dalla figura della serva o schiava mora, ritta a sinistra accanto al Cristo. È un’africana giovane, vestita di colori particolarmente vivaci (in cui predominano se ben ricordo – sto scrivendo a memoria, e vari giorni dopo la visita – il rosso e il giallo). Ma quello che è straordinario è il suo sguardo, così difficile da descrivere – e del resto (a parte il citato problema della descrizione a memoria) se fosse facile descriverlo in parole la performanza pittorica non sarebbe così notevole. Lo sguardo della giovane è rassegnato e paziente, tanto che potrebbe a prima vista sembrare scettico; e invece non lo è – è uno sguardo che sembra dire: ‘Sì, io lo so che certe cose possono essere segni; ne ho visti qualche volta, nel villaggio dove sono nata; e so anche quanta fatica costano: ciascuno di questi segni è un bruciamento di vita, e rischia di essere frainteso, e subito dimenticato’. Per parte mia, ricorderò a lungo quello sguardo.

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Permanenza di Venezia

Tutti i panorami veneziani visibili lungo le pareti dell’accademia, dal Bellini – e anche prima di lui – all’abbastanza noioso Canaletto (e anche dopo di lui) sono storicizzabili in un duplice senso: che possono essere storicizzati (nel senso della storia dell’arte – cioè pensando a essi quadri piuttosto che a Venezia), e che al tempo stesso debbono essere storicizzati in un senso antropologico generale (dunque pensando a Venezia piuttosto che a queste sue rappresentazioni). Cioè: la Venezia che essi rappresentano non c’è più – o più precisamente, può essere oggetto solo di una ricostruzione fantasmatica. (Mi permetto di distinguere qui tra “fantasmatica” e “fantastica”: quest’ultima è la ricostruzione che lo spettatore dei quadri effettua in termini storico-artistici, ovvero in quanto para-storico dell’arte; la prima invece è la ricostruzione parallela che lo spettatore, in quanto uomo della strada o uomo quotidiano, effettua con riferimento a Venezia come oggetto della rappresentazione, confrontando la Venezia di una volta, che sta contemplando in quei quadri, con la Venezia come adesso lui effettivamente la conosce.)

spaceTutte storicizzabili, dunque, queste vedute veneziane – con una flagrante e sfolgorante eccezione: “La tempesta” di Giorgione. Non pretendo certo di addentrarmi nell’enorme letteratura scientifica su questo quadro. Vorrei soltanto dire che, a mio umil parere, il punto più geniale di questo geniale dipinto è il suo aver scavato fuori quella che si può chiamare un’ontologia di Venezia.

La grandezza del quadro infatti resta intatta anche a prescindere dai suoi elementi in primo piano – che restano affascinanti, e che ne costituiscono il permanente enigma: il soldato (?), fallico ma con discrezione (non è un ossimoro), appoggiato alla lancia sulla sinistra e la donna seminuda, erotico-zingaresco-materna, sulla destra. Sono affascinanti, come detto, per la loro presenza estetica e anche perché incoraggiano un’esegesi più o meno allegorica; ma vi è in essi anche – oso dire – qualche cosa di irrisolto, di gratuito.

Ciò accade forse perché il vero protagonista del quadro (ecco perché invitavo a prescindere) è lo sfondo – come lo stesso titolo tradizionale, “La tempesta”, viene a riconoscere. Semplicemente (cioè: tutt’altro che semplicemente), un canale veneziano di periferia su cui si addensa dal cielo il temporale. Quella che mi sono azzardato a chiamare l’ontologia di Venezia fa tutt’uno con la non-storicizzabilità di questo paesaggio. Nel senso che, a differenza degli altri lungo le Gallerie, il paesaggio lì presente può non essere relegato (non deve essere relegato) alla storia: esso è a ancora qui tra noi; è come una pre-fotografia visionaria, incisa sulla lastra dello spirito, di Venezia, oggi come ieri – in un oggi che non conosce un “ieri”, così come non conosce un “domani”.

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