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Ghirlanda per Luciano

Questa serie di poesie è appena uscita sul numero doppio dell’«Italian Poetry Review – IPR» (X-XI, 2015-2016)
 

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Luciano Rebay

Ghirlanda per Luciano

Io Ti vorrei amare”*

Il pensiero assisiate è ritornato
ma questa volta senza “T” maiuscola:
l’ottativo non è più tutto-eroico
(tanto più eroico quanto più fallente),
non più tutto accentrato
sull’amore di Dio. Sì perché
ogni dichiarazione d’amore
(umana sia, o divina)
è ottativa, è una sfrontata iperbole –
ogni dichiarazione
d’amore è sproporzionata:
troppo più grande del suo oggetto
(umano o animale
floreale o minerale) –
ogni dichiarazione d’amore è più forte
delle energie effettive del soggetto –
ogni dichiarazione d’amore
è una in-mantenibile promessa:
la sua esagerazione intrinseca
sfiora l’osceno.
Ma senza questo
rischio d’oscenità
uno vive al di sotto della vita:

ecco la vera radice dell’erotico che si annida sotto e dentro ogni atto ma non solo: dentro ogni intenzione dentro ogni pensiero — al di sopra al di sotto al di là al di qua di ogni contatto carnale — l’oscenità è nella disproporzione — pur sempre preferibile alla sottovita — l’ottativo dunque è indispensabile perché ogni tale dichiarazione è conativa e sa di esserlo (altrimenti mente ma questa menzogna è così grossolana che solo la mediocrità può enunziarla e per esempio Don Giovanni non è un banale mentitore è un iperbolista) — vero è che si può non amare (atto di libertà che respinge il ricatto sentimentale tardamente ripetitivo dei provenzal-danteschi) ma questo atto di libertà è anche gesto di povertà e aridità — dunque se non si deve amare è però possibile dire che si può amare? Sì e no: l’amore essendo una promessa impossibile al massimo si può dire (ecco perché il condizionale di Francesco è sempre attuale nella sua ottatività) che si vorrebbe amare si desidera amare si ha una matta voglia di amare si amerebbe se solo si potesse — e forse queste umide intenzioni troveranno la ricompensa di una compassione.

[*La frase è apocrifamente attribuita a san Francesco d’Assisi]

Riverside Drive
Manhattan

 

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«San Francesco nel deserto» (e in estasi) di Giovanni Bellini

Ineludibilità della poetica

Il poeta è a disagio col suo tempo,
come il profeta.
Ma il profeta che è tale fino all’osso
punta il volto e gli occhi al futuro;
mentre invece il disagio degli amanti
si esprime profetando il passato.
Il poeta frattanto nel suo angolo
profetizza il presente:

lo descrive in tempo reale ma in termini che gli altri non riconoscono – mentre la maggior parte degli scriventi parlano in termini riconoscibili esortano alle virtù civiche deplorano i flagelli sociali si prestano a citazioni citabili intervengono manifestano giornalisticano si intervistano da soli si impaludano nella palude politica e nei paludamenti morali –

Il poeta invece ho capito
che ciò che è ineffabile
é spesso anche infame per i più
e offre, come testimone al limite
il collo al sospetto dell’infamia
come la santa martire distesa
avvolta in elegante veste blu,

nel quadro che dipinge sulla faccia dell’altare in fondo alla cappella un’immagine che non si capisce a che secolo appartenga e la perplessità è aumentata dal vederla così controluce quella veste sembra un vestito da sera quel blu è pesante di seta e broccato la testolina quasi completamente avvolta da una sciarpa a righe colorate fiorisce

su un lungo delicato collo cigneo
e niveo su cui spicca
un breve taglio rosso
che pare una ferita suicidaria.

Oratorio di Santa Cecilia
Bologna

  

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«Santa martire distesa / avvolta in elegante veste blu» 

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Metro-epifania

“Difficile est in turba
Christum videre”,
dice sant’Agostino citato da Petrarca,
ma Nilio si permette dubitarne.
La sua emozione (chi ha parlato
di “rational exuberance”?)
si espande a lui dentro a lui fuori
come una rosea bolla:
si trova nel suo centro

alle ore 23 circa nella stazione della sotterranea sotto la Quarantaduesima Strada dove è arrivato a piedi dalla Quattordicesima e dove sta cercando la coincidenza giusta per la Centoventicinquesima e si trova per alcuni minuti lunghi in uno stato di completo disorientamento in mezzo al frastuono selvaggio di quella che è politicamente scorretto chiamare plebe ma che lo è lo è – e Nilio se ne appella mentalmente ai poliziotti – che i cuoricini sanguinanti di progressismo nei sobborghi disprezzano e che lui ammira – i poliziotti che tengono d’occhio i giovinastri e meno giovinastri che scorribandano ma peggio ancora sono le famigliole che si sentono moralmente autorizzate a ululare e si trascinano dietro bimbi che a quest’ora dovrebbero stare a lettuccio e invece si aggirano drogati dal son et lumière della povertà mediatizzata nelle budella della città e il calore è quello di una foresta tropicale e nel mezzo di questa incertezza sulla linea della metro da prendere e di questo disagio soffocante di caldo chiasso luci ritaglianti e taglienti Nilio si sente veramente nel bel mezzo nel mezzo bello si sente raccolto nel suo centro sente la calorosità dell’amore per questa plebe-non-più-plebe questa plebe di cui egli fa orgogliosamente parte – è un amore vagante non focalizzato dunque tanto più bruciante – momento estatico dentro l’infernetto dell’esperienza

diaria – la momentanea estasi
è esorcismo contro il peligro
dell’inferno più vasto e più profondo.

Fra Manhattan e North Branford

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Epifania nel metro (con Sol LeWitt)

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Sine titulo

A prima udita sembra
(ma dopo un minuto
mi ricordo che l’ho spenta)
una voce di cantante
affievolita dalla radio bassa.
Allora penso siano due vicini
che passeggiano
chiacchierando lungo il vialetto
(ma subito ricordo che i vicini

non passeggiano mai chiacchierando di fronte alle case: in questo lungo viale siamo tutti rifugiati dalla vita, contemplativi-attivi ma ognuno nella sua sfera, dunque rifugiati cioè rifuggenti dalle socializzazioni superflue) –

e finalmente capisco:
è il vento
che si avventa dal lato del lago
che si ingorga fra gli alberi
dunque geme e stride
una volta l’amavo –
come spirito libero
in libera natura –
mentre adesso lo temo: mi sembra omicidiale.

Laghetto di Linsley

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Il vento sul lago

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Recollectedness

La sua essenza è la preghiera
è come una candela

o come un cero a uso di bambolotto di cera di quelli che un tempo si trovavano sotto una campana di vetro o dietro la facciatina trasparente come un piccolissimo teatro sotto il ripiano di un altare ma di un altare ovviamente non est dignus e la campana di vetro del salotto di genealogia umbra purtroppo se l’è lasciata alle spalle la sua dimora come quella di ogni cosmopolita si è ristretta mentre sembrava globalmente ampliarsi adesso la sua casa è lo spazio fra il mento e il petto quando si ripiega su se stesso e questo stesso ripiegarsi è l’inizio della preghiera che fino ad ora vedeva soprattutto come una questione di ritagli di tempo che dovevano allargarsi sempre più fino a comprendere buona parte della giornata ma adesso sente che è essenzialmente una questione di spazio preliminarmente pensa si tratti dello spazio fra il mento e il petto dove trova chi realmente è.

Riverside Drive
(Manhattan)

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«Recollectedness»

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