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A TRIESTE, QUALCUNO PREGAVA

Apparso come: https://www.ilsussidiario.net/news/green-pass-polizia-vs-manifestanti-a-trieste-la-terza-fase-di-cui-non-ce-bisogno/2237797/

No al Green Pass e il giorno della vergogna a Trieste

A TRIESTE, QUALCUNO PREGAVA

Si potrebbe dire che Trieste fosse prevedibile. In verità, gli eventi sociali sono sempre, in larga misura, imprevedibili; ma, prevedibile o no, Trieste è leggibile; e chiunque, in fondo, è capace di leggerne gli eventi. D’altra parte gli “intellettuali” (termine ormai imbarazzante, e vi si ricorre in mancanza di meglio) — insomma i medici, gli scienziati, i giornalisti dei vari media, i narratori, i poeti ecc., a volte anche i politici — godono della chance di poter arrivare un po’ prima nella “lettura” dei fenomeni perché hanno il privilegio di avere più tempo degli altri per leggere e scrivere (e anche, nei migliori dei casi, di pensare). Questo è un privilegio sacro: di una sacralità di base, per così dire, cioè laica; ma che ovviamente (almeno, ciò dovrebbe essere ovvio a chi non irride ai rosari e alle preghiere, in piazza a Trieste come altrove) si estende a tutte le varie forme del religioso. Come meritare (tentare di meritare) questo privilegio? 

Io sono il medico di me stesso, grazie.

Una delle parole d’ordine della Società degli Amici — ovvero della comunità radicalmente cristiana dei Quaccheri — è: “Dire la verità in faccia al potere”. Ma non è necessario mirare tanto in alto, e si può mettere tra parentesi questa temibile parola, “verità”; basterebbe (ed è già molto) parlare a tu per tu col potere, senza esserne i servi. Il che, naturalmente, è quello che il potere tenta in tutti i modi di impedire; perché il primo, non diciamo nemico ma avversario di ogni potere insediato è la propria popolazione, come è già stato notato da due pensatori per altri rispetti radicalmente opposti quali Ernst Jünger (1895-1998) e Noam Chomsky. 

Dire alcune delle tante verità in faccia al potere.

Del resto, a che serve tentare di specificare chi è arrivato prima, fra gli intellettuali da una parte e le donne e uomini cosiddetti della strada dall’altra parte? Sarebbe solo una delle varie distinzioni artificiali che il potere sta seminando fin dall’inizio della strumentalizzazione dello stato di emergenza. Proprio come fanno i giornalisti allineati, che riserbano solo qualche sogghigno ai professori universitari, ma si scatenano ogni giorno con insulti contro i non-titolati, strillando fra l’altro che chi protesta contro il certificato verde appartiene a una piccola minoranza. Ecco: quando un “intellettuale” è ridotto a usare questo tipo di argomentazione, vuol dire che le prove di regime hanno già fatto passi avanti. E’ tipico, infatti, dei vari regimi autoritari schernire le minoranze: per rassicurare la massa incerta della popolazione, e per scoraggiare la minoranza che protesta. 

Abbassa il Green Pass! Viva la libertà!

All’inizio del coprifuoco (lasciamo perdere i termini esotici, come “lockdown” e “green pass”), l’anno scorso, il programma era quello di impaurire tutti; e per un certo periodo, ha avuto qualche conseguenza non negativa, che si potrebbe chiamare “disciplina”. Ma già allora erano presenti germi negativi, e questi germi erano “scientificamente” curati. Quella che si è coltivata fin dal principio, infatti, è l’antica tendenza a parlare agli italiani non come cittadini ma come sudditi: dall’alto in basso, a colpi di protocolli difficili da decifrare, di decreti, di terminologia poliziesca (gli “assembramenti”).

Trieste ad alta tensione.

Il successo di questo primo passo ha incoraggiato la seconda fase, nella quale abbiamo vissuto fino a ieri: dopo aver plasmato a dovere la “maggioranza” (ma che solidità ha poi, questa maggioranza?) della popolazione, si trattava di isolare e rendere innocui i dissidenti; con un linguaggio diplomaticamente untuoso, e di demagogia sulla solidarietà sociale (mentre crollano le possibilità di lavoro). Si spera che i fatti di Trieste non segnino l’inizio di una terza fase, in cui si comincino a preferire le maniere forti; e naturalmente ci si augura che ciò non accada. Ognuno poi (come sempre) sceglierà la sua strada, e farà quello che sa e può — chissà, perfino i poeti.

         Paolo Valesio 

Grazie, Trieste!

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LIBERTA’ DI ESPRESSIONE?

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il 14 agosto 2021 col titolo «“Protezione”: così Primo Levi aveva previsto il green pass».

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE?

Sono grato a un collega che mi ha inviato l’altro giorno copia di un raccontino fantascientifico di Primo Levi dal titolo “Protezione”, originariamente pubblicato nel 1971 (ripeto: 1971). Confesso che a suo tempo non l’avevo letto, e me ne dispiace. D’altra parte, questo e gli altri testi di quella raccolta pubblicata da Levi (con il titolo generale Vizio di forma) sono racconti brevi e divertenti, anche se non sono allo stesso livello di indispensabilità dei testi che hanno reso giustamente famoso questo scrittore. Ma è proprio questa originaria leggerezza, che fa di quelle due paginette un “caso”. Si scopre cioè, ancora una volta, che il mutare dei tempi può modificare il peso specifico di una storia. “Protezione” racconta brevemente la cena e dopocena di due normalissime coppie della borghesia italiana. C’è solo un dettaglio insolito: tutti sono vestiti di corazze d’acciaio, e per mangiare debbono sollevare le visiere. Le corazze (i cui pesi e misure sono meticolosamente regolati dal “Mercato Comune” europeo) sono obbligatorie per tutti, allo scopo di evitare il pericolo delle piogge di “micrometeoriti” che da vent’anni stanno ogni tanto attraversando a sciami la terra, e qualche volta trafiggono una persona. A dir la verità, la versione ufficiale di tutto questo è abbastanza confusa; c’è uno scettico nel gruppo che non è completamente convinto, e asserisce che: “Il mercato delle auto è saturo, e le linee di montaggio sono sacre: non si possono fermare. Allora si convince la gente a portare corazze, e si mette in prigione chi non obbedisce”. 

Nessuno dei commensali in fondo è in disaccordo con questa analisi. Eppure una di loro dichiara che si sente protetta dalla corazza come da una fortezza, e alla sera quando si corica se la toglie malvolentieri. Alla prevedibile domanda: “Protetta contro che cosa?”, la donna risponde: “Non so: contro tutto. Contro gli uomini, il vento, il sole e la pioggia. Contro lo smog e l’aria contaminata e le scorie radioattive. Contro il destino e contro tutte le cose che non si vedono e non si prevedono. Contro i cattivi pensieri e contro le malattie e contro l’avvenire e contro me stessa. Se non avessero fatto quella legge, credo che mi sarei comperata una corazza lo stesso”.

Con questa dichiarazione che colpisce dritta al cuore, il raccontino diventa un vero e proprio racconto; ed ecco anche perché la data originaria è importante. Tanto che viene alla mente una frasetta quasi inevitabile, per parlare di testi come questo: “Sembra scritto ieri”. In verità questa frasettina è un po’ irritante, perché equivale a schivare la responsabilità del presente. Il punto, infatti, è: Perché non scrivere oggi, qualcosa di simile? Si pensa ovviamente alla pandemia, i vaccini, i lasciapassare sanitari… Ecco: è emerso il grande problema della libertà. Qui però non parlo di libertà nel senso pieno e forte della parola, come libertà di azione; bensì in senso più ristretto, come libertà di espressione. Ma questo senso più specifico è in realtà cruciale, perché la limitazione della libertà di espressione è il primo segno degli attacchi alla libertà in generale. Inoltre, mentre le limitazioni alla libertà di azione sono generalmente imposte dall’esterno, quelle alla libertà di espressione sono spesso interiorizzate e anticipate, senza nemmeno bisogno di imposizioni ufficiali.

E mi riferisco ai limiti che sembrano pesare oggi in Italia non solo sui giornalisti, ma anche sui saggisti, i narratori, perfino i poeti (troppo spesso assorti nel loro poetichese). Rileggere quel racconto fa sorgere una nostalgia: la nostalgia di un’autentica contrapposizione di idee opposte, espresse in uno stile immaginoso e vivace — un confronto che non può essere lasciato esclusivamente a un paio di peraltro illustri filosofi. “Ci sarebbe da farne un bellissimo film surreale”, diceva il mio collega citato all’inizio, riferendosi al racconto di Levi. E sono perfettamente d’accordo, ma l’interrogativo è: Ci sono, nel contesto ideologico dominante in Italia oggi, scrittori pronti a lavorare su una sceneggiatura che resti fedele alla “logica” di quel racconto?

                               Paolo Valesio

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