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CODEX ATLANTICUS XVI: Orbetello (Località Giannella), 14 luglio 2017

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La lucidità di Saramago

CODEX ATLANTICUS XVI

Orbetello (Località Giannella), 14 luglio 2017

Per chiarire il problema intorno a cui mi sono aggirato in queste ultime “schegge” del Codex Atlanticus, ricorro a un romanzo bello e originale, che arriva quasi a sancire il trionfo dell’impolitico, e che sembra, come dicevano una volta i critici, “scritto ieri” (o addirittura domani) anche se risale al 2004: Saggio sulla lucidità, del premio Nobel José Saramago. (Pubblicato in Italia, con un certo ritardo, da Feltrinelli nel 2013, dove nel titolo è mantenuta con scrupolo letterale l’espressione originaria; ma si tratta in realtà di un vero e proprio romanzo, come evidenziano alcune traduzioni apparse anni prima: in inglese, nel 2006, è diventato Seeing – ma la resa del titolo francese nel 2007, La Lucidité, è migliore.)

Nella capitale innominata di un paese quasi innominato (a un certo punto l’autore si lascia sfuggire – e lo fa evidentemente apposta – la parola Portogallo, ma è evidente che il discorso di Saramago vuole andare ben al di là di quei confini) sono in funzione tre partiti: il p. d. d. = partito della destra, che è il più forte, il p. d. m. = partito della destra moderata, che lo tallona, e il minoritario p. d. s. = partito della sinistra; sono tre denominazioni dal sapore ironico per la loro prosaica letteralità, che demistifica gli eufemismi più o meno enfatici ai quali i nomi dei partiti politici ci hanno abituato.

Il romanzo comincia con la descrizione della giornata delle elezioni, che si svolgono regolarmente. Ma quando si aprono le urne, sorpresa: il 70 per cento delle schede, regolarmente compilate, risultano essere bianche. Il governo, sconcertato, si aggrappa alla speranza che questo sia un incidente (nella mattina delle elezioni pioveva forte…), annulla le elezioni e ne indice di nuove. E qui arriva la catastrofe: le schede bianche adesso ammontano all’ 83 per cento!

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Il gran rifiuto: una famosa scheda bianca

Era prevedibile che la narrazione descrivesse il panico del governo (e in effetti, questo fa: con una mimesi abilmente parodica del discorso politico in situazioni, che per noi hanno un tono fortemente “italiano”, come le riunioni del consiglio dei ministri). Ma quello che non era prevedibile è la brillante svolta del romanzo a questo punto: i dirigenti decidono di abbandonare in massa la città, accompagnati da tutte le istituzioni cittadine, dalla nettezza urbana fino alla polizia, e di costituirsi come una sorta di governo in esilio. A prima vista questa può apparire come una mossa addirittura puerile (“Allora non ci sto, e non gioco più con voi!”), ma la manovra politico-poliziesca non tarda a emergere. Il governo infatti conferma la tendenza profonda di ogni istituzione di questo tipo (almeno secondo l’idea che, a parte il romanzo di Saramago, noi abbiamo già trovato negli scritti di vari pensatori libertari e dissidenti): quella cioè di considerare in quanto avversari, se non nemici, prima di tutto i suoi stessi cittadini. Comincia dunque una campagna di, come suol dirsi, destabilizzazione: provocazioni, attentati esterni mascherati da conflitti interni alla città, infiltrazioni di spie, e poi addirittura interventi letali di agenti speciali contro i “biancosi” della città – questo è il termine di obbrobrio diffuso dai governativi per i votanti scheda bianca – che per qualche ragione appaiano più in vista.

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Adesso il lettore si aspetterebbe dal romanzo una descrizione delle idee e dei sentimenti (o almeno di questi ultimi) degli “scheda-bianca” e dei loro modi di coesistenza con quella parte minoritaria della popolazione che ha ortodossamente votato riempiendo la propria scheda, e che anch’essa è rimasta nella città (la quale in effetti è bloccata tutt’intorno dalle truppe governative, in modo che nessuno possa uscirne). Ma qui avviene il secondo, brillante colpo di coda nella narrazione: non ci viene detto nulla delle idee e delle emozioni dei non-votanti; i quali continuano la loro esistenza normale, fianco a fianco con i votanti, senza scambiarsi nessuna comunicazione o discussione. Così il romanzo viene a organizzarsi, molto efficacemente, intorno a un nucleo di silenzio – che è tanto più misterioso quanto meno è parato di misteriosità; tutto si svolge dentro il realismo del quotidiano che noi tutti ben conosciamo – il quotidiano dove si tende a evitare ogni discorso complesso o impegnativo. Il grande risultato del romanzo, insomma, è mostrare il mistero della quotidianità (e della sua imprevedibile componente di stoicismo o addirittura eroismo), come essa si riflette anche nella vita politica.

Ma non si può negare che, accanto a questi punti di forza, Saggio sulla lucidità mostri alcune crepe, che intaccano la sua, appunto, lucidità. (A differenza della totale riuscita di un precedente romanzo di Saramago di analogo carattere: Cecità in italiano, ma originariamente Saggio sulla cecità.) Una crepa ideologica, prima di tutto: i primi due partiti (di destra e centro-destra) sono continuamente presenti in scena, ampiamente satireggiati, e infine chiaramente relegati nel ruolo degli oppressori; il partito di sinistra, invece, non viene mai nominato. Soluzione maldestra, per evitare sia la scelta “resistenziale” (il partito che resta “accanto al popolo” nella città assediata) sia la scelta “scettica”: il partito di sinistra che si comporta esattamente come gli altri due. (Forse, per un raffinato scrittore di sinistra come Saramago, la prima scelta sarebbe stata troppo risaputa, e la seconda ideologicamente difficile da digerire.)

L’altra crepa è quella propriamente narrativa: nella parte finale, il romanzo cambia bruscamente stile e prospettiva, mettendo improvvisamente in scena due personaggi edificanti, che nell’ultima pagina vengono uccisi da un sicario governativo. (È come se questa debole coda del romanzo fosse stata pensata nei termini di una sceneggiatura cinematografica; e in effetti è strano che qualche sceneggiatore americano o italiano non abbia ancora pensato a trarne un film – che, come tanto spesso accade, sfigurerebbe il senso del romanzo e al tempo stesso garantirebbe un buon successo). Ma allora, qual è il senso fondamentale del romanzo?

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La ribellione silenziosa

A me pare che tale senso risieda nel suo silenzio ribelle: gli scheda-bianca non si spiegano – e la loro non-spiegazione non è arcigna, ma mite e pervasa dalla (come si diceva) semplicità della vita quotidiana. Se, a questo punto, qualcuno pensasse che tutto ciò è troppo inoffensivo, troppo poco ribelle, cambierebbe idea e si renderebbe conto di quanto questa ribellione silenziosa sia in realtà ancora difficile da accettare, se leggesse l’acuta analisi del romanzo contenuta in un saggio impeccabilmente aggiornato (Stato di minorità, di Daniele Giglioli) – saggio che stranamente sembra ribellarsi a questa silenziosa ribellione, la quale non rientra nei canoni dei Soliti Noti, abbondantemente citati (Deleuze, Fortini, Lyotard, Žižek, Butler, Foucault, Bourdieu, Badiou, ecc.), e sovrappone al romanzo un’idea della politica che il romanzo stesso, invece, pone radicalmente in questione. Con tutto il rispetto, infatti, per i suddetti pensatori – che naturalmente ci sono ancora indispensabili – a me sembra tuttavia che il grande interesse del romanzo di José Saramago risieda nel suo essere uno dei segni (uno fra i tanti, beninteso) di come gli esperimenti di pensiero veramente audaci richiedano, nel terzo millennio, nuovi paradigmi.

Saggio sulla lucidità non è primariamente un romanzo fantapolitico, o utopico/distopico. È un romanzo profetico; come tale, è un romanzo che comprende se stesso soltanto in parte – che è corso, per così dire, in avanti a se stesso. Ed è proprio in questo che consiste, in ultima analisi, il suo valore.

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L’ADDENTRO

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 febbraio 2018 col titolo “L’astenuto, un cittadino “inutile” che pone domande troppo radicali”.
 

 

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La vita politica: I Quaccheri hanno il loro da dire. Jan de Bray, «The Regents of the Children’s Orphanage in Haalem», 1663

 

 

L’ADDENTRO

Forse gli intellettuali – questi eremiti laici delle città (les intellos, come li definiscono i francesi con scorciatura ironica) – esistono ancora. E forse sono ancora pronti a “dire la verità in faccia al potere” (speak truth to power), secondo lo scultoreo motto dei Quaccheri; o almeno, a sostenere (come scriveva José Ortega y Gasset già negli anni Trenta) la paradoxa contro la doxa – cioè la visione criticamente meditata (la paradoxa) contro l’opinione acriticamente massificata (la doxa). Comunque sia, questa peculiare campagna elettorale può essere un banco di prova, per capire se l’intellettuale (quello che Alfredo Panzini chiamava il “povero letterato”) ha ancora qualcosa da dire.

I politici sono tenuti dal loro mestiere a parlare sempre in zona di esteriorità – stanno sistematicamente nel “fuori”. È il mestiere loro, appunto; e criticarli per questo è una delle manovre moralistiche a cui ricorrono i molti (troppi) commentatori i quali sembrano cosi voler giustificare il loro star fuori dai fenomeni pur avendo la possibilità di andare più addentro. Non si tratta di star dentro o fuori da centri più o meno segreti di informazioni e di potere; bensì di ritrarsi ogni tanto dal turbine sociale particolarmente coltivato dai politologi, e adottare la prospettiva del soggetto. Questo potrebbe ancora essere compito degli intellettuali, e non soltanto di essi.

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Una visione delle tane dei eremiti laici dell’Italia di oggi

Per esempio: le speculazioni sui sondaggi finalmente si sono taciute, non senza aver procurato qualche danno con la loro apparente obiettività. A chi giova infatti l’insistenza, sotto le apparenze scientifiche di una certa numerologia, riguardo alla futura “ingovernabilità”? Alla compagine filogovernativa, la quale indirettamente lancia un avvertimento con una leggera vena minatoria: ‘E vabbè, questa volta perdiamo – ma tanto non vale, e si tornerà a votare un’altra volta’. Senza contare (ma forse anche questo era stato messo in conto) che ripetuti avvertimenti di questo tipo possono incoraggiare il voto-no; così chiamato per raccogliere sotto un termine solo la vera e propria astensione, il voto bianco e il voto nullo – tre opzioni che comunque andrebbero distinte accuratamente dopo le elezioni, in vista di un’analisi seria la quale difficilmente avrà luogo perché non è nell’interesse del potere. Si potrebbe anche parlare di un “voto bianco”, ma non conviene: collocare tra i colori in gioco – che si rifanno all’eterna coppia di quel bel titolo di Stendhal, “Il rosso e il nero” – il bianco, evocherebbe un’immagine troppo molle, fra la castità e l’impotenza. Comunque, con il voto-no si esce dalla politica come aneddotica e si solleva una questione le cui implicazioni di fondo riguardano la filosofia della politica, o semplicemente la filosofia.

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La filosofia della politica del momento

Due sono le mosse con cui lo Stato Profondo para il cosiddetto pericolo del cosiddetto astensionismo: mantenere un muro esterno di silenzio intorno al silenzioso muro interno dei potenziali ribelli, senza provare a scavare varchi in quest’ ultimo; e al tempo stesso, trattarli come una massa più o meno patologizzata, usando termini-chiave come “la rabbia” o il suo contrario e complementare, “l’inerzia”. Proviamo invece a pensare che cosa sarebbe successo se – in ogni rissa serale alla televisione, in ogni rassegna di interviste ai politici – si fosse lasciato uno spazio anche per un rappresentante del voto-no. (A onor del vero, alcuni pochissimi organi, come questo giornale, hanno fatto parlare un “astensionista”; il quale non è parso né rabbioso né inerte.) Le conseguenze di questo autentico dialogo avrebbero meritato un aggettivo che ormai è relegato in soffitta: rivoluzionarie (nel senso, beninteso, pacifico e umanista di Gandhi, Martin Luther King e simili personalità).

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Martin Luther King, Jr. e sua moglie e la dura lotta per la conquista e la difesa del voto

Mi è appena sfuggito il termine “rappresentante” per parlare di un individuo che sostenga il rifiuto pacifico: ma questo aggettivo è fuorviante – ed è qui che emerge la questione filosofica. Il votante-no infatti, se parlasse, parlerebbe per sé – nel suo modo particolare e idiosincratico. Lui o lei si pone come individuo nel pieno senso del termine, fuori dalla logica massificata, dunque esposto al rischio di essere bollato come cittadino “inutile” – e qui affiora la categoria evangelica del “servo inutile” (Luca 17, 10). Ma inutile a chi, a che cosa? Come “il servo inutile” descrive in realtà la fondamentale condizione umana, così che l’aggettivo (la cui traduzione comunque è discutibile) risulta in fondo pleonastico, e resta soltanto l’idea di uno che serva una realtà superiore; così il cittadino “inutile” definisce in effetti la condizione fondamentale di ogni cittadino nella polis, intellettuale o no che sia: il semplice cittadino, senza sovrastrutture e concrezioni ideologiche. Ma dove va, questo cittadino? Ecco la questione filosofica (e politica): che come tale pone una domanda radicale, sulla cui risposta è aperta la riflessione.

  Paolo Valesio

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