Archivi tag: arte

Diario di New York: Il contrabbando benefico


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  28 aprile 2017 col titolo “Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States”

Jones1650

John Douglas Thompson interpreta “L’imperatore Jones”

Diario di New York: Il contrabbando benefico

Qual è l’area della società statunitense di oggi per cui si possa parlare di un sistema non troppo dissimile da un regime poliziesco? Non l’ambito politico, dove continua a funzionare il famoso equilibrio dei poteri (checks and balances), bensì l’ambiente culturale: i media, le università, lo spettacolo.

Limitandoci al mondo dello spettacolo, così pervasivamente influente (cinema, televisione, teatro, soprattutto quest’ultimo) – e definendo come regime con caratteristiche, se non poliziesche almeno repressive, un sistema culturale in cui esistano forti limiti alla libertà d’espressione – si può dire senza timore di esagerazione che nell’ambiente dello spettacolo ci si stia avvicinando sempre più a tale situazione. E’ tutto molto semplice, e brutale: se uno scrittore tenta di esprimere certi contenuti, non viene rappresentato. E perché il teatro risulta, in questo caso, la miglior cartina di tornasole? Perché il teatro, meno commercializzato del cinema e della televisione, dovrebbe essere l’area culturale più adatta a esprimere punti di vista minoritari, e mostrare visioni del mondo insolite e problematiche. Inoltre il teatro, con l’immediatezza della sua presenza fisica di corpi umani nella realtà del hic et nunc, conferisce una vivacità insostituibile, e allarmante per ogni conformismo alle parole e al pensiero che esse incarnano. (Il teatro mostra al proprio tempo “la sua stessa forma e pressione” – his form and pressure – come Shakespeare fa dire, stupendamente, ad Amleto.)

horn_oneill_post

Eugene O’Neill

Ma oggi negli Stati Uniti (e in Italia) il teatro è soprattutto divenuto il braccio temporale del conformismo oppressivo, in forza del quale il femminismo si è esasperato in misandria; la virilità è stata degradata a machismo; i pelle-bianca sono divenuti vagamente imbarazzanti; le diverse prospettive sulla società si sono ridotte a un pensiero unico; qualunque forma, non si dice di dottrina ma di sensibilità e di tradizione cristiane, è ammessa solo come oggetto di ridicolo; e così via asfaltando.

Ma l’arte e gli artisti sono resilienti. Qual è allora uno dei modi più efficaci in cui l’arte si difende dall’oppressione conformistica esercitata da quella ideologia tendenzialmente totalitaria la quale stabilisce imperiosamente ciò che è “corretto” e ciò che non lo è? Il modo è quello di “contrabbandare” (uso il termine in un senso positivo, anzi benefico) certe idee riprendendo drammi del passato in cui non esisteva ancora la tirannia del conformismo.

alg-play-jpg

L’imperatore Jones comanda

Fra le riprese teatrali di quest’anno, due sono state veri e propri eventi – due brevi e intensissimi drammi proto-novecenteschi (in sostanza, atti unici) che hanno avuto un effetto esplosivo: “L’imperatore Jones” (The Emperor Jones) del 1920, di Eugene O’Neill; e “Lo scimmione peloso” (The Hairy Ape) del 1922, dello stesso O’Neill. Per capire la forza, ancora esplosiva, di queste pièces (ciascuna delle quali ha protagonizzato un’intera serata, in due teatri e con due regie molto diverse) basta un riassunto di poche righe. Rufus Jones – il protagonista del primo dramma – è un afro-americano ricercato per omicidio negli Stati Uniti il quale si è imposto come monarca assoluto (“imperatore”) a un piccolo paese africano. A un certo punto gli abitanti si rendono conto che costui è solo un truffatore, e il dramma si conclude in tragedia: Rufus, braccato dai suoi stessi sudditi, al termine di una lunga fuga allucinante attraverso la foresta viene da essi ucciso. Per capire il “contrabbando” di cui si parlava, bisogna pensare alla impossibilità di rappresentare, sui palcoscenici americani degli ultimi decenni, un personaggio di colore raffigurato (anche con tutta l’empatia che mostra O’Neill, vero grande drammaturgo) come un delinquente senza scrupoli.

90

Gli scimmioni si salutano

Ancora più esplosivo è il caso dello “Scimmione peloso”: la storia di un fuochista (Yank), dotato di un’energia ottimistica e orgoglioso del suo lavoro, che, sul transatlantico in cui lavora, si trova improvvisamente faccia a faccia con una ricca e arrogante passeggera la quale lo apostrofa sprezzantemente come una “sporca bestia”. L’immagine di se stesso che Yank si era costruito come base della sua dignità, gli crolla improvvisamente addosso: sbarcato a Manhattan, lo stato mentale dell’uomo degenera, fino a un disperato dialogo surrealistico con un gorilla attraverso le sbarre di una gabbia allo zoo.

Perché, sera dopo sera, un pubblico vasto ed eterogeneo balza in piedi applaudendo nell’enorme spazio della “Armory” su Park Avenue di fronte a questo atto unico brillantemente dilatato nel tempo e nello spazio? Forse perché – come osserva il recensore teatrale di una rivista raffinata: “Da molto tempo non si vedeva, sui nostri palcoscenici, una raffigurazione del dolore maschile”. Affermazione esatta, ma al tempo stesso doppiamente ipocrita. Ipocrita prima di tutto perché non si tratta del dolore maschile in generale, ma del dolore di un uomo bianco, dopo che l’esperienza del dolore nel dramma contemporaneo sembrava essere rivolta esclusivamente a pelli di altri colori. (Pronunciare l’aggettivo “bianco” è oggi diventato un gesto altrettanto delicato di quello con cui una volta si usava l’aggettivo”nero”, e questo dà la misura del punto di frattura a cui la società americana è arrivata.) E inoltre ipocrita perché, se questa rappresentazione era diventata così rara, ciò si deve al regime descritto sopra, e vigorosamente appoggiato dai vigilantes culturali.

01HAIRYAPE1-master768

Chi sfiderà i mentori censori?

Allora chi, fra i giovani e le giovani che studiano per diventare drammaturghi nelle prestigiose scuole di Yale, Columbia e luoghi simili, ritroverà il coraggio di quasi un secolo fa, alle origini del teatro americano contemporaneo, e sfiderà i mentori censori?

   – Paolo Valesio

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Critica, News, Prosa, Uncategorized

Aggeggistica, ovvero Cerchi lo “spirituale nell’arte” e non lo trovi (più)

Riporto qui un articolo apparso sul quotidiano online “Ilsussidiario.net” del 05 Novembre 2015. Il titolo con cui esso appare riflette una scelta redazionale, mentre il mio titolo originario era “Aggeggistica”

Denaro-e-bellezza.-Mostra-a-Firenze

Cerchi lo “spirituale nell’arte” e non lo trovi (più)

giovedì 5 novembre 2015
Paolo Valesio

Sarà pure un cliché quello secondo il quale l’Italia è il più bel paese del mondo — ma c’è una buona possibilità che non sia molto lontano dal vero (e del resto, sono molti i clichés che hanno una base realistica). Comunque, qui non si parla tanto delle innegabili bellezze italiane oggettive (d’arte e di natura), quanto piuttosto della coltivazione italiana della bellezza, autoctona e non.

È probabile infatti che l’Italia sia il paese al mondo dove è possibile in ogni stagione dell’anno visitare il maggior numero di mostre d’arte, sparse per ogni dove. E va detto inoltre che gli italiani sono particolarmente lodevoli e notevoli nel, diciamo così, esportare se stessi come cultori della bellezza; per dire: è difficile trovare una comitiva d’italiani che, il giorno dopo essere atterrati a New York, non siano già in giro a visitare mostre e luoghi esteticamente notevoli (come la “High Line”). Tutto ciò naturalmente non esime dal ragionare con attenzione (anche se non necessariamente con la tecnica dei critici d’arte) su questi infiniti spettacoli italiani. Qualche esempio?

Bellezza divina grazie a Van Gogh

Bellezza divina grazie a Van Gogh

“Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana”, al fiorentino Palazzo Strozzi, è forse una delle mostre più interessanti della stagione. Perché, interessante? Prima di tutto, perché documenta la grande vitalità — italiana e non — dell’arte cosiddetta “sacra” anche nel periodo tra metà Ottocento e prima metà del Novecento che certi luoghi comuni sul modernismo (non tutti i clichés sono realistici) vedono come il trionfo schiacciante del laicismo. Intendiamoci: le immagini che si possono ammirare a Palazzo Strozzi sono “laiche” nel senso migliore del termine; vale a dire: re-interpretano il messaggio cristiano (e, nel caso di Chagall, ma non solo, più precisamente il messaggio ebraico-cristiano) con grande libertà di pensiero e di espressione. E non potrebbe essere altrimenti! si esclamerà (o almeno: mi auguro che si esclami…). Però vien da pensare, leggendo la didascalia accanto alla Crocifissione (1940-1941) di Renato Guttuso (in cui si accenna a certe reazioni moralistiche in quegli anni, a proposito della Maria Maddalena nuda che là appare, come se esse appartenessero definitivamente al passato): che cosa succederebbe se un pittore contemporaneo, soprattutto un pittore italiano, presentasse oggi una raffigurazione ugualmente franca?

La mostra a Palazzo Strozzi

La mostra a Palazzo Strozzi

Ma il problema su cui riflettere non è tanto quello della moralità o moralismo; e nemmeno quello, per quanto importante, delle “riscoperte” (che non sono i tre nomi — Van Gogh, Chagall, Fontana — elencati per comprensibili esigenze di “cartellone”, nel titolo della mostra; ma casi per esempio come quello di Domenico Morelli, e delle eccezionali riletture evangeliche dell’inglese Stanley Spencer). Il problema di fondo che la mostra sulla “Bellezza divina” non risolve ma apre a futuri sviluppi (ed ecco la ragione del suo particolare interesse) è: che cosa accade all’arte sacra nel periodo della pittura contemporanea in quanto pittura non-figurativa?

Casi come la singola tela di Emilio Vedova del 1953 (quasi il solo esempio nella mostra di un’opera veramente astratta, perché i lavori di Lucio Fontana là esposti non sono veramente pertinenti alla questione), non bastano certo a chiarire il problema (anche se chi a Venezia ha visitato la Scuola di San Rocco alcuni anni or sono ricorda l’effetto suggestivo delle simili tele di Vedova là esposte, in evocazione della sua giovanile e decisiva scoperta della pittura di Tintoretto).

Il problema, ripeto, è assai vasto, anche senza scomodare gli antichi dibattiti nell’Oriente bizantino fra gli avversari delle immagini sacre (gli iconoclasti) e i sostenitori delle stesse (gli iconòduli); o, più modernamente, le meditazioni sulle icone del filosofo mistico Pavel Florenskij. Si potrebbe dire che il passaggio dalla modernità del figurativo alla contemporaneità del non-figurativo è, dal punto di vista emerso nella mostra fiorentina, anche il passaggio da un’arte propriamente sacra a un’arte generalmente spirituale; e si può essere confortati in questa ipotesi dal libro del grande pittore astrattista Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte. Quel libro, snello e intenso, scritto nel 1909 e pubblicato nel 1911, dunque contemporaneo fra l’altro della grande esplosione del futurismo marinettiano, è ancora fondamentale. Ma la sostanziale identificazione, che Kandinsky opera, del vasto concetto di spiritualità con quello ancora più ampio di interiorità non fornisce indicazioni specifiche su come orientarsi nella lettura della pittura (e scultura, ecc.) contemporanee.

Wassily Kandinsky,

Wassily Kandinsky, “Accent on rose”, 1926

Del resto, tale orientamento non può che provenire dalla visione di concrete opere d’arte (e lo stesso Kandinsky è molto chiaro a questo proposito). E allora, quale luogo più adatto per questa ricerca della spiritualità nell’arte (al di là della categoria del sacro, la quale potrebbe risultare restrittiva) che l’attuale edizione, la numero 56, di quella che resta la più importante esposizione internazionale d’arte: la Biennale di Venezia? La mostra è ancora affollata di visitatori in queste sue ultime settimane d’apertura, nell’autunno che è la stagione veneziana per eccellenza; e una visita alla Biennale vale sempre la pena di farla (le critiche generiche rischiano di essere semplicemente snobistiche). Ma va pur detto che la versione di quest’anno non è entusiasmante, e non solo perché non si vede essenzialmente alcuna traccia di spiritualità, comunque la si concepisca. Si pensi infatti alla spiritualità come al senso di un entusiasmo, a una problematizzazione autentica, a uno sforzo di trascendimento (e questa è, chiaramente, una caratterizzazione prudentemente minimale e non-dogmatica); ebbene, è difficile vedere segni di alcun che di simile, in questa Biennale.

Del resto già il titolo, “All the World’s Futures” (Tutti i futuri del mondo) dovrebbe mettere sull’avviso; quello che si vede, purtroppo, è proprio ciò che un tale titolo connota. La mostra è insomma (con varie eccezioni) una mesticanza che vuole essere correttamente edificante. La dimensione dominante sembra essere quella dell’aggeggistica (o gadgetry, se vogliamo usare l’attuale lingua franca). Insomma, una tecnologia “morbida” come varietà marginale e aneddotica della tecnologia “dura”.

BIENNALE ART 2015: All the World's Futures

BIENNALE ART 2015: All the World’s Futures

Il tutto, nel contesto della cause più alla moda, più rassicuranti: l’ecologia (gli erbari, i lapidari, le collezioni d’insetti nel padiglione Usa e in vari altri, l’albero in lenta rotazione nel padiglione francese), la vittimizzazione (si vedano i video e i ritagli di giornale nel padiglione tedesco), e tutto ciò per cui la Biennale ha già trovato il suo neologismo: Refugeeism (rifugismo), così che non si può non pensare con allarme all’imminente valanga di tesi e tavole rotonde all’insegna di questa etichetta. Ma le eccezioni, appunto, non mancano mai e la più importante (a costo di essere accusati di sciovinismo) è quella rappresentata dal padiglione italiano. L’iperbole del suo curatore — il quale parla di un “codice genetico” degli artisti italiani — non è del tutto ingiustificata. Gli italiani qui rappresentati hanno una formazione solida e un senso della tradizione; ricercano e ricostruiscono — piuttosto che decostruire — grandi frammenti, con una serenità e severità di visione. Può non bastare per chi ricerchi “lo spirituale nell’arte” (dunque l’esplorazione dovrà continuare in altre sedi), ma può essere sufficiente per meritare una visita (ammesso che ci sia bisogno di una particolare ragione, per ripagare una visita a Venezia).

ilsussidiario.net

Lascia un commento

Archiviato in Critica, News