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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 6 maggio 2017

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CODEX ATLANTICUS XVI

Bologna, 6 maggio 2017

Leggo su “Le Monde” di oggi una variante più, come dire, aggraziata del già citato “Ni peste ni choléra”. L’articolo descrive un corteo giovanile che canta in coro:

Ni Marine ni Macron
ni patrie ni patron

(con tanto di rima e di allitterazione). E nello stesso numero del giornale un lungo articolo di Catherine Vincent, Choisir de ne pas choisir, analizza seriamente la questione del “voto bianco”; e cita fra l’altro il parere di un sociologo politico (Jérémie Mowalek), secondo il quale le elezioni oggi sono diventate semplicemente uno strumento di legittimazione dei governi, e riconoscere il voto bianco significa “dare un’altra dimensione filosofica alle elezioni […] mettendo più sfumature e più complessità nei nostri procedimenti elettorali”.

È da anni, in verità, che qualche solitario ha tentato di sviluppare una riflessione su questo “voto bianco”. (Mi permetto di ricordare vari articoli su questo argomento pubblicati sul quotidiano online “ilsussidiario.net”).

 

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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 5 maggio 2017

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CODEX ATLANTICUS XVI

Bologna, 5 maggio 2017

Bizzarra sincronicità di certe espressioni…

Ieri sera, durante l’introduzione di un concerto di musica classica, il presentatore a un certo punto se ne è venuto fuori con un apprezzamento felicemente diverso dal linguaggio un po’ pedantesco di simili presentazioni – linguaggio che ha di solito l’effetto di appiattire la bellezza della musica che sta per seguire; questa volta invece, a proposito della lunghezza di tante composizioni di Franz Schubert, egli ha parlato di una sua “divina lunghezza”.

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Schubert e la divina lunghezza

Ritrovo oggi lo stesso tipo di espressione (ecco la sincronicità) in un contesto quasi scandalosamente differente, cioè nell’intervista a Marine Le Pen pubblicata dal “Corriere della Sera”, là dove lei dice che una sua vittoria alle elezioni (siamo all’antivigilia del ballottaggio finale in Francia) sarebbe “una divina sorpresa”. Prima che qualcuno mi accusi di paragonare Marine Le Pen a Franz Schubert, mi affretto a specificare che sto tentando di descrivere – e sono ben consapevole del fatto che questa mia descrizione è molto preliminare – una peculiare relazione psicologica fra gli imprevisti estetici e quelli storici.

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Marine Le Pen

Una “divina sorpresa” è un’intensificazione, un’iperbolizzazione, della sorpresa; così come la “divina lunghezza” di un’opera è l’iperbole o rafforzamento di quella sua lunghezza. Nella frase della candidata, “divina sorpresa” era un elegante eufemismo (con l’eloquenza che è tipica del discorso francese in tutte le sue manifestazioni) per dire che lei non si aspettava certamente di vincere. Ma, come ho già suggerito, qui si esprime anche qualcosa di più complesso. Una divina sorpresa è una sorpresa vera, cioè qualcosa che veramente spiazza, qualunque sia la valutazione – politica, etica, ecc. – che si voglia dare di questo spiazzamento. (Si pensi per esempio alla Brexit, si pensi all’elezione di Donald Trump.) Ed è anche una sorpresa che ha qualcosa di divertente (il discorso politico tradizionale, con la sua solennità fasulla, è – a mio umil parere – un’esperienza peggiore di quella del discorso politico che occasionalmente esplode in una colloquialità radicale e irriverente); sia benvenuta, dunque, ogni sorpresa che vada oltre il tran-tran e il ron-ron e il bla-bla-bla.

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La divina sorpresa

E, tornando a Schubert e agli artisti come lui, essi ci regalano ciò che è creativamente e soggettivamente imprevisto: un fenomeno che a prima vista o a prima udita (come in un testo musicale che nella sua lunghezza sfidi la nostra resistenza psicologica) può lasciare perplessi, ma poi ci cattura e conquista. Allora, al di là di iperboli ed eufemismi, forse bisogna rivendicare senza scrupoli puristici questo attributo di “divino”, nella politica e nell’estetica e negli altri campi. Perché in ogni sorpresa o dismisura si annida effettivamente una scintilla del divino (accompagnata magari da qualche scintillina luciferina).

 

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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 24 aprile 2017

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CODEX ATLANTICUS XVI 

Bologna, 24 aprile 2017

All’indomani del primo turno delle elezioni francesi scopro un manifesto, riprodotto come illustrazione su una pubblicazione online, dove la facciona di uno dei candidati è come imbavagliata da un cartello giallo sovrapposto che dice:

Ni peste ni choléra
Boycottons
L’élection
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È firmato “Les deserteurs actifs”, il quale risulta essere il titolo di un blog, che però è assai difficile da visualizzare. Ma non importa – resta la forza della firma: “I disertori attivi”.

Un rapido giro in rete mi fa pensare che questa, che pensavo essere una “terza via”, tra destra e sinistra, non lo sia in realtà, perché sembra essere una strada molto marcata in una specifica direzione ideologica. Oltretutto la virulenza della frase (che scandalizzò alcuni amici italiani, quando gliela citai) la data a uno stile polemico che appare ormai invecchiato. Ma l’intuizione centrale resta importante, e vi ritornerò.

 

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PARADOSSI DEL SENSO COMUNE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  6 novembre 2018 col titolo “Paradossi del senso comune”.

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PARADOSSI DEL SENSO COMUNE

Esistono espressioni come: “È logico”, o: “È una questione di senso comune”, che appaiono proprio nei momenti di maggior confusione e potenziale irrazionalità; per esempio, nel corso di una discussione politica: così che si potrebbe dire che il modo stesso in cui queste parole sono usate venga di fatto a svuotarle. Ma le cose non sono così semplici (semplici lo sono, in realtà, solo per i critici razionalistici della politica). Per esempio, si può sostenere plausibilmente che è “logico” che Donald Trump vinca le prossime elezioni di medio mandato – basta tradurre “logico” con: “coerente, conseguente”. C’è una strategia forte e chiara, infatti, nei discorsi di Trump in questi giorni decisivi; ed è una strategia con tutte le carte in regola per vincere (che poi ciò accada o no, ha a che fare con quella non-consequenzialità che, nella storia, è sempre in agguato). Quanto al senso comune o buon senso, uno dei chiarimenti fondamentali è quello che si trova a un certo punto del Discorso sul metodo di Cartesio del 1637, cioè non molto tempo dopo la fondazione della prima (Virginia, 1607) e della seconda (Massachusetts, 1620) colonia inglese in Nordamerica. Avendo constatato che “la facoltà del buon giudizio” è “uguale per natura in ogni uomo” e tuttavia questo sembra esser smentito dalla “diversità delle opinioni”, Cartesio opina che ciò derivi dal fatto che “noi non consideriamo le stesse cose”.

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A tutto questo rifletteva lo spettatore di alcuni discorsi di Trump in questi giorni, dove si batte e ribatte sull’evidenza del “senso comune” come criterio della validità delle sue tesi. Ma già chiamare le sue affermazioni “tesi” fa torto alla grande abilità retorica di Trump: le sue non sono “tesi” astratte – sono immagini. Come quella della “Carovana” (termine martellante nei suoi discorsi) che avanza verso il confine col Messico.  È una parola che evoca qualcosa di povero, disordinato, nomadico, selvaggio – cioè tutto quello che il suo elettorato ha in profonda antipatia (sono lontani, i tempi del Far West!), e non ha alcuna esitazione a dichiararlo; ma che anche a gran parte dei Democratici non piace affatto – solo che loro non vogliono ammetterlo. Ed è per questo che stanno perdendo: perché eufemizzare se stessi (per quanto moralmente lodevole in tanti contesti) rende più difficile la comunicazione con gli altri, mentre esprimere se stessi senza troppe censure (per quanto moralmente primitivo questo possa risultare, in altri contesti) realizza una comunicazione istantanea.

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Che cosa c’entra (uno si potrebbe chiedere a questo punto) comparare, come in una sorta di Wikipedia impazzito, le date di un autore francese con quelle delle prime colonie inglesi nel Nuovo Mondo? Beh, era soltanto un modo di alludere all’intreccio, è il caso di dire, inesorabile tra la storia europea e quella statunitense; intreccio al quale gli Usa hanno sempre tentato, e ancora tentano, di sfuggire. Ma non vi riusciranno mai. Quando Trump grida “Common Sense” egli ripete, e non importa se lui se ne renda conto o no (non c’è nulla di più sciocco che fargli esami scolastici), il titolo del più famoso pamphlet nella storia degli Stati Uniti: quel piccolo libro del 1776 (l’anno della cosiddetta “Rivoluzione” americana contro l’Inghilterra) scritto da un inglese, Thomas Paine; libriccino che, come fu detto allora, risultò decisivo per la lotta d’indipendenza, tanto quanto l’esercito di Washington.

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Si può dire che, come la rivolta delle colonie nordamericane anticipò la Rivoluzione Francese, così gli attuali sviluppi politici in Usa ci mostrano il futuro prossimo dei conflitti politici in Europa: un populismo “duro” (o hard) contro un populismo ”morbido” (o soft). Conflitto dove l’Europa gode del vantaggio del proprio svantaggio: perché l’Europa ha perso da una settantina d’anni le proprie illusioni imperiali, mentre gli Stati Uniti ce le hanno ancora. Il conflitto tra il populismo duro dei Repubblicani e il populismo morbido del Democratici è un epifenomeno: entrambi i partiti tentano di ritardare il momento (fra un decennio o giù di lì) in cui il popolo americano smetterà di contare i suoi costosi giocattoli militari e si renderà conto di non essere più la prima potenza mondiale. Trump tenta di ritardare questo momento sviluppando un discorso che è fondamentalmente nostalgico (anche se fa la voce grossa); ma almeno, come si diceva, è chiaro e compatto. I Democratici invece tentano di ritardarlo con – che cosa? Non si capisce bene, ma è un discorso esitante, perché dà un colpo al cerchio e uno alla botte. In ogni caso, quello che è in gioco in questi anni va bene al di là delle manovre elettorali. La “conversazione” (come amano dire i politologi americani) che è cominciata travalica queste manovre: si tratta di gestire la fine di un impero.

Paolo Valesio

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LA GUERRIGLIA CIVILE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  30 agosto 2018 col titolo “Chi ha cominciato la guerra civile che parte dagli Usa e arriva all’Italia?”.

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LA GUERRIGLIA CIVILE

Alcuni tra i versi più impressionanti sulla guerra civile sono stati scritti da Alessandro Manzoni nell’inizio dell’atto secondo del Conte di Carmagnola, quando il coro annuncia: “I fratelli hanno ucciso i fratelli: / questa orrenda novella vi do”; e più tardi nota la contraddizione profonda: “Tutti fatti a sembianza d’un Solo; / figli tutti di un solo Riscatto”. Sono versi tanto noti da correre il rischio di non farci più stupire, di fronte a questo terribile fenomeno; ma si può ancora restare sorpresi quando si legga quell’ audace ampliamento del pensiero manzoniano che è la frase in prosa di uno scrittore nettamente laico: “Ogni guerra è una guerra civile” (dal romanzo di Cesare Pavese, La casa in collina uscito nel 1947, dunque si può dire all’indomani della guerra civile italiana).

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L’equazione pavesiana dice una verità profonda. Il che non significa che nella guerra civile non si possa ravvisare qualcosa che è “in più” rispetto alla guerra convenzionale: la pervasività dell’odio. La guerra civile è molto personale: è una guerra tra concittadini, spesso tra (ex-)amici; si pensi al titolo del bel romanzo partigiano di Beppe Fenoglio, Una questione privata. E per capire meglio tutto ciò si può ancora ricorrere al Narcisismo delle piccole differenze di cui parla Freud nel suo noto saggio: quanto minori sono le differenze (per esempio, appunto, tra cittadini di uno stesso paese), tanto più probabile è il sorgere di tendenze ostili.

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Qui si parla di una guerra civile culturale, non militare. La quale però non è una metafora o semplice riflesso della guerra civile “vera”: invece è reale quanto l’altra, anche se si svolge su un terreno parallelo, che non è (fortunatamente) imbevuto di sangue. Ed è una guerra altrettanto intensa perché, come l’altra, è intrinsecamente connessa al potere. Oggi infatti, a fianco di quel fenomeno descritto negli anni Sessanta che è il “complesso militare-industriale”, si è istituzionalizzato il “complesso mediatico-intellettuale”: quello che alcuni [“ilsussidiario.net”, 20/7/18] hanno cominciato a chiamare il Quinto Stato. Questo Stato, beninteso, esiste da lungo tempo; ma quand’è che esso ha cominciato la sua guerriglia civile (la quale è tutt’altro che una guerricciola)? Come per ogni fenomeno storico, è sostanzialmente impossibile fissare una data esatta. Ma certo il momento essenziale per lo scatenamento della guerriglia culturale sono state le elezioni presidenziali Usa del 2016.

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Fino ad allora esisteva, negli Stati Uniti come (più o meno) in Europa, una sorta di tacita divisione del lavoro: la politica parlava il suo linguaggio non privo di noiosaggine e ipocrisia, il cui scopo predominante era distrarre la popolazione; mentre i media dal canto loro lavoravano su questa materia alquanto inerte adornandola di qualche eloquenza, all’insegna di un’eufemizzazione generalizzata che sotto le sue apparenze garbate nascondeva una ferrea capacità di controllo: un’eufemizzazione oppressiva, insomma. Donald Trump è stato, se non il primo, il più clamoroso simbolo o sintomo globalmente diffuso che qualcosa è cambiato.

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Ecco un esempio della “divisione del lavoro linguistico” prima di Trump. Qualche tempo fa (durante il secondo mandato di Barack Obama) una dignitosa signora di mezza età aveva cominciato a scambiare un paio di chiacchiere generiche con me (tipo “Ma che brutto tempo che fa, eh?”) in un caffè accanto all’Università di Columbia. A un certo punto il suo discorso cadde sul presidente – e la sua espressione e tono cambiarono, sembrò trasformarsi in un’altra persona perché l’odio le aveva deformato il volto: “Sa che cos’è Obama?”, sibilò, “Obama è una zebra!”. Ricordo come mi ferì la velenosa descrizione razzista: arrossii come se ne fossi stato io il bersaglio, mi affrettai ad andarmene. E mentre mi allontanavo lungo Broadway confermavo fra me e me con una certa soddisfazione (ah, che errore!) la differenza fra “noi”, borghesi acculturati e civilizzati, e “loro”: il popolino che usa un linguaggio imbarazzante perché senza veli. E invece, ecco: quanti, oggi, i volti universitari orgogliosi della loro saggezza e tolleranza che si trasfigurano di odio in modo eguale a quella signora; quante, oggi, le riviste e i giornali americani che si vogliono raffinati e scaricano insulti anti-trumpiani analogamente volgari e violenti, in cui non è difficile percepire una vena razzista!

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Ecco la guerriglia civile: l’intellighenzia progressista combatte per la sua sopravvivenza, cioè lotta perché il suo linguaggio (fonte di potere) sopravviva alla fine dell’era dell’eufemismo. E’ cominciato un irreversibile cambiamento internazionale che durerà anche se le elezioni americane di medio termine dovessero risultare negative per l’attuale presidente, anche se Trump dovesse essere defenestrato domani. E’ un mutamento di linguaggio sul quale si sta giocando non solo la politica americana, ma anche quella mondiale. Di fronte a questo terremoto, la maggior parte dei membri del complesso mediatico-intellettuale tende a chiudere gli occhi, salvo a insistere su un gergo che sta diventando sempre meno sopportabile (così finendo con l’esemplificare il motto antico: Quos Iuppiter perdere vult, dementat prius– Quando Giove ha deciso di rovinare qualcuno, per prima cosa gli toglie il senno); e intanto l’altra parte non sembra ancora aver capito che un nuovo linguaggio deve essere veicolato da un nuovo tipo di intellettuale; se no, si affloscia.

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Di chi la colpa? Chi ha cominciato per primo? Domande puerili – ma sono anche quelle che infiammano le guerriglie civili. Dove si andrà a finire? Difficile se non impossibile dirlo. (E non si possono mai escludere le sorprese positive della storia e della Provvidenza, in modi che oggi non si vedono ancora chiaramente.) Ma una cosa può, deve, esser detta fin d’ora: la prima e forse più grave conseguenza di ogni oggettivo conflitto civile è che esso porta a una lacerazione dentro a ogni singolo soggetto, rendendolo più debole e incerto nella sua esistenza personale così come nella sua vita sociale. E naturalmente qui non si tratta solo degli Usa ma anche dell’Europa, in particolare dell’Italia.

Paolo Valesio

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LA PALMA DELLA POESIA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  20 luglio 2018 col titolo “Roberto Roversi, la sinistra è una prigione ma si può uscire”.

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LA PALMA DELLA POESIA 

Recentemente un gruppo di poeti appartenenti a tre generazioni diverse si è riunito in un parco bolognese per ricordare il poeta (e libraio, saggista, editore) Roberto Roversi (1923-2012): pressoché unico, fra i poeti bolognesi del tardo Novecento, ad aver raggiunto un rilievo nazionale nonostante la sua decisione dagli anni Sessanta in poi di cessare i contatti con l’editoria regolare. Dopo la bella ora del ricordo (ognuno ha scelto e letto, nella luce del crepuscolo, qualche verso di Roversi), mentre ci allontanavamo fra gli alberi, veniva da riflettere su che cosa sia poi accaduto, dalla svolta fra i due secoli fino a oggi, e non solo nell’ambiente poetico bolognese; perché, se il cliché della globalizzazione mantiene ancora un minimo di senso, l’impasse in cui si trova Bologna contiene una lezione che va oltre la poesia e riguarda (senza alcuna esagerazione) la posizione dell’intellettuale non solo su questa ma anche sull’altra sponda dell’oceano.

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Dicembre 1957, Libreria Antiquaria Palmaverde (via Rizzoli 4, Bologna). Riunione di redazione della rivista “Officina”, da sinistra: Angelo Romanò, Gianni Scalia, Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Roberto Roversi

Roversi, oltre che come poeta e animatore intellettuale (dalla base della sua libreria antiquaria “Palmaverde”, punto di riferimento culturale fin dal 1948, e che oggi è un ricordo), rappresenta qualcosa di cruciale anche perché lui ha fatto la guerra (specificamente, ma non è questo che soprattutto importa, la guerriglia partigiana). La distinzione non è solo biografica – è anche poetica. La scrittura dei poeti che non hanno attraversato la terribile esperienza della guerra eredita, da quelli che invece ci sono passati, il privilegio di una vitale speranza, ma al tempo stessoil dubbio di essere rimasti a fare un’opera in qualche misura attenuata; dubbio che forse i nostri nipoti potranno sciogliere, ma con il quale noi dobbiamo convivere. Roversi era, come tutte le forti personalità, anche un fascio di energie contrastanti. Contrasto, prima di tutto, fra ideologia e scrittura, e contrasto anche all’interno di questi due elementi: da un lato, fra la priorità etica e quella politica; e dall’altro, fra poesia polemica (al di là della logora etichetta di “poesia civile”) e poesia lirica. Tutto questo costituisce forse un’impasse? Certo che no: queste sono le componenti essenziali di ogni alta opera poetica, come appunto è quella roversiana.

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Il problema comincia con coloro che vengono dopo: i quali debbono – pena il conformismo e l’irrilevanza – affrontare la sfida di essere simili/diversi. Il nodo che Roversi, grazie alla sua statura morale, aveva potuto lasciare sullo sfondo, ma che poi non poteva non riemergere, era: come è possibile che uno scrittore o scrittrice (poeta, narratore, saggista, giornalista) dispieghi pienamente la sua voce pur restando in una posizione di continuità con il regime socio-politico dominante nella sua città – soprattutto una città come Bologna, sostanzialmente immutata in questo senso (a parte una parentetica eccezione che conferma la regola) da un settantennio? Ci eravamo un po’ tutti dimenticati che la voce di uno scrittore può anche situarsi fuori dal coro – e non solo nel senso di essere più “a sinistra” della “sinistra”. Di fronte a una situazione in cui la cerchia rossastra delle mura felsinee era cominciata a diventare un po’ soffocante, c’è stato chi è espatriato (auto-esiliato è forse troppo drammatico): o verso il vicino (per esempio, Adriano Spatola nella provincia di Reggio Emilia) o verso il lontano – addirittura oltreoceano; e c’è stato anche chi, dall’interno della città, ha cominciato a presentare una diversa visio mundi– una visione non limitata, appunto, alla poesia. Il risultato è che si è aperta una fenditura sotterranea fra la “sinistra” (diciamo così per mancanza di un termine più adeguato) e la “destra” (contenitore in cui si tende sommariamente a riversare tutto ciò che non appartiene alla sempiterna gauchepostcomunista). Di questa fenditura o faglia, nessuno parla esplicitamente – e forse è meglio così. Ma le conseguenze si avvertono, e vanno al di là della concorrenza fra diversi gruppi e gruppuscoli cittadini per attirare quel che resta del cosiddetto “pubblico della poesia”.

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Due infatti sono i miti con cui l’intellighenzia progressista cela, anche a se stessa, le realtà del ventunesimo secolo: che “gli intellettuali non esistono più” e che “non ci sono più né destra né sinistra”. In entrambi i casi è vero esattamente il contrario. Per ciò che riguarda gli intellettuali: essi hanno vinto perché, in un certo senso, son divenuti invisibili (anche a costo di evitarne il nome). Diventando comunicatori e uomini dei media, gli intellettuali si sono trasformati in qualcosa di più forte della vecchia immagine della stampa come Quarto Stato – si potrebbe dire che sono divenuti un Quinto Stato; nel senso che si trovano sostanzialmente allo stesso livello di, e in diretta competizione con, le altre strutture politiche ed economiche, per organizzare e modificare la società.

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Quanto alla destra e alla sinistra: queste distinzioni rugginose purtroppo esistono ancora, e sembrano destinate a durare a lungo. Ma allora il poeta, invece di declamare contro un mitico Potere con la maiuscola, potrà adoperare quelle briciole di potere che possiede per rivolgersi davvero a tutti gli interlocutori, al di là degli steccati ideologici. La pace della poesia non ha luogo nella proverbiale torre d’avorio, ma procede dall’interno verso l’esterno. All’interno è la pace di un lavoro continuo, autocritico, silenzioso; il quale poi si allarga alla società per provvedere un minimo di respiro dentro la confusione e la contraddittorietà del mondo.

Paolo Valesio

[Nella serata di giovedì 26 luglio alle ore 21 avrà luogo a Bologna, nello storico cortile dell’Archiginnasio, una lettura poeticadi gruppo sul tema: “La pace della poesia”]

 

 

 

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IL GROSSO ANIMALE

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” l’11 marzo 2018 col titolo “Simone Weil e il ‘grosso animale’: come limitare il male in politica?”
 

 

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Un grosso animale (tra i più grandi e pesanti)

IL GROSSO ANIMALE

Interrogarsi sulle reazioni emotive e soggettive, prima o invece di quelle ideologiche, di fronte al processo elettorale è un esercizio (nel senso antico e forte del termine) tutt’altro che ozioso. Sono certo di non essere la sola persona che nelle sue sue varie esperienze di votante e di non-votante ha sentito alternarsi in sé nel corso degli anni, e indipendentemente dallo specifico contenuto o non-contenuto del voto, sensazioni “laiche” di accresciuta vitalità (diciamo, un trionfalismo cittadino) con sensazioni “rituali”: come di fronte a un atto quasi troppo forte, che sfondi una misteriosa barriera.

“Quello vegetativo e quello sociale sono i due dominii dove il bene non entra. Cristo ha riscattato il vegetativo, non il sociale. Non ha pregato per il mondo. Il sociale è, irriducibilmente, il dominio del principe di questo mondo. L’unico dovere che si ha riguardo al sociale è quello di tentare di limitare il male. (Richelieu: ‘La salvezza degli stati si trova soltanto in questo mondo’)”. Così scrive Simone Weil nel capitolo intitolato “Il grosso animale” del piccolo libro intenso La pesanteur et la grâce, che io tradurrei La grevità e la grazia. (Esistono comunque varie traduzioni italiane del libro, alcune migliori delle altre). Si tratta com’è noto di un’opera pubblicata postuma da Gustave Thibon, il quale trasforma in capitoletti tematici secondo un ordine non cronologico (e con poche ma interessanti note a piè di pagina) appunti dallo stile aforistico che appartengono originariamente alla vasta raccolta di Quaderni della Weil. “Il grosso animale” richiama una lunga similitudine sviluppata dal personaggio Socrate nel libro VI della Repubblica platonica: e si riferisce in sostanza alla massa comunitaria, con tutti i suoi elementi buoni e cattivi. (Ma la Weil ne dà una definizione drammatica, ed enigmatica, scrivendo che il grosso animale è “il solo oggetto di idolatria, il solo surrogato di Dio, la sola imitazione di un oggetto che è infinitamente distante da me e che è me stessa”).

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Un grosso carnivoro

 

ll citato aforisma sul vegetativo e il sociale non è in-pertinente rispetto alle elezioni italiane; in particolare, potrebbe servire a riflettere su quel trenta per cento (pare) di aventi diritto al voto che hanno scelto, in vari modi, di non esprimerlo. Ma, sull’esempio di pensiero libero offerto dalla Weil, proviamo ad andare al di là degli “ismi” che hanno devastato il Novecento e che oggi sembrano essere ripetuti per inerzia – astensionismo, (anti-)fascismo, (anti-)comunismo, progressismo, conservatorismo, qualunquismo, sovranismo, populismo ecc. – e a interrogarci sul livello psicologico, o meglio spirituale, di base. Se in mezzo ai nostri procedimenti sociali si erge qualche cosa come un idolo (il Grosso Animale), come liberarci o almeno distanziarci da esso? Come aggirare l’ostacolo e guardare in faccia, senza veli, la società? Le possibilità sono divergenti, forse opposte; e chi pensa e riflette contempla queste divaricazioni senza cedere al rancore di parte ma anche senza ricercare a ogni costo un compromesso rassicurante.

Per rendersene conto basta rileggere quel breve passo. Una pensatrice geniale (e anche troppo assertiva) come la Weil ci dà un bell’esempio di come realizzare quel genere non facile che è l’aforisma. Un aforisma che si faccia rileggere dovrebbe essere un po’ enigmatico, e dovrebbe anche avere il coraggio di rischiare l’impertinenza o almeno l’apparente non-pertinenza – come per esempio l’apparizione improvvisa di quella frase più o meno apocrifa del cardinal Richelieu, la quale evoca (anche se a contrario) l’orgoglio francese per la tradizione del grand siècle che sopravvive anche in una scrittrice così spregiudicatamente modernista come la Weil. (Per fare un parallelo, pensiamo a come suonerebbe, nell’atmosfera così ben pettinata degli aforismi che imperversano oggi in Italia, l’irruzione di una frase di Guicciardini dentro il contesto di una riflessione di tipo religioso). Ma soprattutto, un vero aforisma deve realizzare un lungo viaggio nello spazio di un semplice paragrafo; e qui si viaggia – o si salta – da un’atmosfera di tipo gnostico (l’immagine della società come dominio luciferino, e quella strana frase su Gesù che non avrebbe “mai pregato per il mondo”) a un’atmosfera di impronta umilmente cristiana su come si debba “tentare di limitare il male”.

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Una preghiera ma non per questo mondo

 

Ecco: in quest’aria post-elettorale ancora agitata, tutti noi – quelli che hanno votato votando così come coloro che hanno votato non votando – siamo chiamati a interrogarci, andando oltre i cliché, non tanto sul modo in cui dovremmo camminare dentro la polis, quanto sul cammino che di fatto abbiamo già intrapreso. Stiamo cercando di raggiungere un “discernimento profetico” (come è stato detto di recente, con una frase molto bella), oppure ci occupiamo del tentativo di limitare il male? Entrambe le vie valgono la pena di essere percorse: basta essere consapevoli della scelta.

             –  Paolo Valesio

 

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