Duele

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilSussidiario.net” il  29 agosto 2019 col titolo “Il governo, gli italiani e quelle file di intellettuali con pochi dissidenti”.
 
Miguel_de_Unamuno_Meurisse_c_1925_550

Un Unamuno dolente

Duele

“Me duele España”, diceva famosamente Miguel de Unamuno. Sarà permesso allora, fatte salve le debite proporzioni, che un cittadino italiano esclami: “Mi fa male l’Italia”. Ma non per le solite ragioni di cui si parla negli editoriali dei giornaloni (ché allora non valeva la pena di disturbare Unamuno), bensì in nome di una situazione concreta, allo snodo fra esperienza singola ed esistenza storica.

41i95v-kvwL

Non so se sia esatto dire (sulle orme delle dichiarazioni di autorevoli pensatori come Ernst Jünger e Noam Chomsky, e delle allusioni del grande romanziere José Saramago) che il primo nemico di ogni governo sia la propria popolazione: a volte lo credo, ma tante altre volte non voglio crederci. Una cosa è certa, d’altra parte: tutti i governi, di qualunque colore e latitudine, sottovalutano (per non dire: disprezzano) i propri intellettuali. Ma i governi finiscono per pagare prima o poi il prezzo di questa sottovalutazione (“giustizia poetica”, si potrebbe dire). E ciò non ha a che fare con il bla-bla-bla sulla Bellezza, i Valori Umanistici, e simili; bensì con la politica. Infatti la “vendetta” (diciamo meglio: rivendicazione) degli intellettuali, per lo meno da Rousseau in avanti, è stata quella di influenzare in modo sotterraneo ma significativo (a volte felicemente a volte disastrosamente) gli avvenimenti storici. E vengo al punto.

resistere

Resistere per esistere

Oggi si tende un poco a discettare sugli alberi senza fare attenzione alla foresta; e qual è questa foresta? È la divaricazione, più forte che mai nella storia repubblicana d’Italia, fra i sentimenti della popolazione e le manovre governative. È probabile che tale divaricazione verrà neutralizzata dal potere delle suddette manovre; d’altra parte, nella situazione attuale siamo sull’orlo di una sorta di guerra civile: più precisamente, di una guerriglia civile non armata.

Ora, qual è il gruppo che più fortemente ha premuto, e tuttora preme, in quest’ultima direzione? Gli intellettuali, o almeno la maggior parte di essi, che dicono: “Ma via, non generalizziamo!”. Senonché, le generalizzazioni a volte hanno una base obiettiva. Il venerabile luogo comune sulla spartizione, nell’Italia del dopoguerra, fra potere politico-economico (monopolizzato dalla Dc) e potere culturale (del Pci) si è dissolto nella sua prima componente: il vecchio monolito si è frantumato in vari pezzi, sotto gli occhi di tutti; ma la spartizione è rimasta sostanzialmente intatta per ciò che riguarda la cultura. La quale (dovrebbe esser chiaro, anche se a volte non sembra esserlo) realizza un potere come gli altri; e come gli altri temibile, nelle sue possibilità positive e negative.

intellettuali e la resistenza

L’intellettuale e la resistenza

Il linguaggio degli intellettuali nella modernità, nonostante le sue eleganti volute, è sempre stato caratterizzato da una certa ferocia (a partire, almeno, dal Club dei Giacobini); e qui — sia detto senza alcuna ironia — bisogna capirli, questi intellettuali. Debbono lavorare con elementi intangibili, le opinioni (ancora più evanescenti e fragili delle idee, che secondo un’antica tradizione filosofica avrebbero una loro solidità); gli intellettuali dunque sono costretti, in qualche modo e misura, ad aguzzare le loro penne. Ma che c’è di male? Evviva il fair play e la battaglia delle idee (come si diceva una volta)!

Kf3fn57T_400x400

In effetti, se questo bilanciamento esistesse, non saremmo vicini alla guerriglia civile, perché un minimo di equilibrio fra prese di posizione bene articolate calmerebbe le acque. Ma quando la massa degli intellettuali (sì, anche gli intellettuali fanno massa) si attesta tutta su un versante, ecco diffondersi prima la diffidenza, poi la ribellione sorda contro quella che viene giustamente percepita come arroganza. Gli intellettuali non allineati (soprattutto gli scrittori nel senso pieno della parola, e in modo particolare i poeti) assomigliano un poco a dissidenti in comunità irreggimentate. “Assomigliano un poco”, ho detto: perché non ignoro certo la differenza profonda e dolorosa fra questi pochi italiani e i dissidenti in senso pieno — quelli che, in altri paesi, siedono in prigione.

Non ritiro, però, il mio parallelismo: tutte le analogie sono più o meno forzate, ma ogni analogia (ce lo ha insegnato, fra altri e più di altri, Victor Hugo) è in qualche modo utile a descrivere una situazione storica, senza arzigogoli e senza infingimenti.

resistere-e-Arrendersi

Resistere e rendersi

 

1 Commento

Archiviato in Critica

Una risposta a “Duele

  1. Duele, cuanto me duele esta Italia, mucho más que mis otras dos patrias. Una, la segunda porque me he resignado a su interminable tragedia; la tercera porque es fuerte y cree religiosamente a su futuro, pero esta primera con todo su potencial extraordinario ya (quizás desde siempre ) cree más en su caída que en su resurgir. Me duele esta Italia sin rumbo, que sólo sabe sobrevivir. Tuya, G

    Sent from my iPhone

    >

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...