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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 24 aprile 2017

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CODEX ATLANTICUS XVI 

Bologna, 24 aprile 2017

All’indomani del primo turno delle elezioni francesi scopro un manifesto, riprodotto come illustrazione su una pubblicazione online, dove la facciona di uno dei candidati è come imbavagliata da un cartello giallo sovrapposto che dice:

Ni peste ni choléra
Boycottons
L’élection
présidentielle

È firmato “Les deserteurs actifs”, il quale risulta essere il titolo di un blog, che però è assai difficile da visualizzare. Ma non importa – resta la forza della firma: “I disertori attivi”.

Un rapido giro in rete mi fa pensare che questa, che pensavo essere una “terza via”, tra destra e sinistra, non lo sia in realtà, perché sembra essere una strada molto marcata in una specifica direzione ideologica. Oltretutto la virulenza della frase (che scandalizzò alcuni amici italiani, quando gliela citai) la data a uno stile polemico che appare ormai invecchiato. Ma l’intuizione centrale resta importante, e vi ritornerò.

 

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CODEX ATLANTICUS XVI: Bologna, 20 marzo 2017

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CODEX ATLANTICUS XVI

Bologna, 20 marzo 2017 (primo giorno di primavera secondo alcuni astronomi)

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Un recente, piccolo e accurato libro su Carl Gustav Jung (Romano Màdera, Carl Gustav Jung, Milano, Feltrinelli, 2016) si presta a una rapida rivisitazione di questo grande psicologo. Riporto alcune citazioni, che Màdera trae soprattutto dal famoso Libro Rossodi Jung.

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«In verità la via passa per il Crocifisso, ossia colui per il quale non fu troppo poco vivere la propria vita, e che perciò fu innalzato alla gloria. Non si limitava a insegnare quel che si poteva conoscere ed era degno di essere conosciuto, ma lo viveva in concreto. Non si può dire quanta umiltà debba avere chi si fa carico di vivere la propria vita. È quasi impossibile definire quanto disgusto senta chi voglia entrare davvero nella propria vita. La ripugnanza lo fa star male fino a farlo vomitare di se stesso»

(Màdera, p. 84; il corsivo è mio)

«In quanto so di una collisione con una volontà superiore nel mio proprio sistema psichico, so di Dio»

(Dalla cosiddetta Letter to the Listener, inOpere, 11, p. 487;
il corsivo è nel passo citato da Màdera)

«Il nuovo Dio ride dell’imitazione e del proselitismo […] costringe l’uomo a passare attraverso se stesso. Il Dio è seguace di se stesso nell’uomo. Egli imita se stesso»

(Dal Libro Rosso, p. 44, citato in M.)

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A differenza del prudente – per non dire sornione – Freud, Jung (che però sa, quando vuole, essere sornione pure lui…) di solito si allarga e si espone, svolgendo il proprio pensiero con una peculiare mescolanza del profondo e del risaputo.

«Il bisogno di affermazioni mitiche è soddisfatto quando ci costruiamo una visione del mondo che spieghi adeguatamente il significato dell’uomo nel cosmo, una visione che scaturisce dalla nostra interezza psichica, cioè dalla cooperazione della coscienza e dell’inconscio»

«La mancanza di significato impedisce la pienezza della vita, ed è pertanto equivalente alla malattia. Il significato rende molte cose sopportabili, forse tutto. Nessuna scienza sostituirà mai il mito. Non “Dio” è un mito, ma il mito è la rivelazione di una vita divina nell’uomo»

(Da Ricordi, sogni, riflessioni, a cura di A. Jaffé, p. 399 – citato in M.)

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«La consiglierei di mettere giù tutto questo nel modo più elegante possibile, in uno splendido libro rilegato. Le sembrerà di banalizzare le visioni, ma proprio di questo ha bisogno per affrancarsi dal loro potere. Se farà così, se le guarderà con questi occhi, il potere di attrazione che hanno su di lei cesserà […] se le rappresenti nella sua immaginazione e tenti di dipingerle. Quando poi saranno racchiuse in un libro prezioso lei lo potrà aprire e sfogliarne le pagine e per lei sarà la sua chiesa – la sua cattedrale –, i luoghi silenti del suo spirito ove rigenerarsi. Se qualcuno le dirà che tutto questo è da malati o nevrotici e lei lo ascolterà, perderà la sua anima, perché essa si trova in quel libro» (M., p. 112-113).

Questa citazione è molto indiretta. [Le parole sono rivolte a Christiana Morgan, e riportate da Sonu Shamdasani nella “Introduzione” al Libro Rosso, p. 216. Il “tutto questo” di cui parla Jung pare siano le “visioni” della Morgan]. La trascrivo qui perché mi sembra che aiuti la comprensione dei rapporti fra analisi della psiche e ricerca letteraria. E mi viene da riportare anche le righe immediatamente seguenti nel testo di Màdera, righe che stanno fra la parafrasi e il commento: «Il simbolo unifica, mette insieme contrari e opposti, là dove regnavano scissione e conflitto – cioè disagio e patologia nevrotica o psicotica. Il simbolo è la medicina che lega il diavolo della rottura, lo tiene nel gioco della dinamica psichica, gli consente il confronto, invece di dannarlo a una negazione carica di potenziali contrappassi. Decisivo è perciò il dialogo ermeneutico, la capacità di entrare nella dialettica degli opposti per renderne le pieghe» (M. p. 113).

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Il linguaggio dei maestri dell’analisi psicologica, come Freud e Jung, è meta-linguaggio rispetto al linguaggio immediato e sofferente dei loro pazienti, che in questo senso è il linguaggio primario. Ma, rispetto alla lunghissima schiera che continua a parlare/scrivere di Jung e di Freud, il linguaggio di quei maestri è primario, mentre quello dei loro esegeti resta meta-linguaggio. Si potrebbe dire che con ciò io abbia scoperto l’acqua calda; cioè, avrei “scoperto” la meta-psicologia – ma non credo che qui io stia dicendo esattamente la stessa cosa. La meta-psicologia in quanto linguaggio in cui si parla della metodologia dell’analisi psicologica, è l’astrazione di un’astrazione. Il nesso che ho appena descritto, invece, riguarda il rapporto fra due livelli di scrittura in opere individuali e ben definite: quella dello psicologo che analizza realtà cliniche (e vi riflette, e le generalizza), e quella di un esegeta che scrive direttamente su questa scrittura di realtà.

Più in generale: la genialità di Jung è chiaramente multiforme. Quello che soprattutto mi attrae e su cui continuo a riflettere è la sua ampiezza di orizzonti culturali, e soprattutto la sua sensibilità per la realtà effettiva della vita spirituale. Avverto tuttavia anche un limite, nel pensiero junghiano, per quello che in esso attiene alla scrittura. Ed è un limite che a prima vista può sembrare paradossale: Jung – tanto spesso accusato di “irrazionalismo” (parola vaga e venata di ideologismo) – mi sembra in realtà anche troppo razionalista.

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E lo è per un’esigenza etica, che però rischia di divenire moralistica. O per meglio dire: egli, curatore di psiche, è in un certo senso costretto a essere ottimisticamente costruttivo; laddove filosofi e scrittori non sono tenuti (è un limite, o un vantaggio? O entrambe le cose?) a queste costrizioni e restrizioni. Per esempio Georges Bataille può scrivere osservazioni come questa: «Le non-sens est l’aboutissement de chaque sens possible»; e: «[…] suffocation, silence, relèvant de l’expérience et non du discours» (L’expérience intérieure, p. 119 e p. 126).

 

 

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