Archivi del giorno: luglio 26, 2018

LA PALMA DELLA POESIA

Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il  20 luglio 2018 col titolo “Roberto Roversi, la sinistra è una prigione ma si può uscire”.

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LA PALMA DELLA POESIA 

Recentemente un gruppo di poeti appartenenti a tre generazioni diverse si è riunito in un parco bolognese per ricordare il poeta (e libraio, saggista, editore) Roberto Roversi (1923-2012): pressoché unico, fra i poeti bolognesi del tardo Novecento, ad aver raggiunto un rilievo nazionale nonostante la sua decisione dagli anni Sessanta in poi di cessare i contatti con l’editoria regolare. Dopo la bella ora del ricordo (ognuno ha scelto e letto, nella luce del crepuscolo, qualche verso di Roversi), mentre ci allontanavamo fra gli alberi, veniva da riflettere su che cosa sia poi accaduto, dalla svolta fra i due secoli fino a oggi, e non solo nell’ambiente poetico bolognese; perché, se il cliché della globalizzazione mantiene ancora un minimo di senso, l’impasse in cui si trova Bologna contiene una lezione che va oltre la poesia e riguarda (senza alcuna esagerazione) la posizione dell’intellettuale non solo su questa ma anche sull’altra sponda dell’oceano.

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Dicembre 1957, Libreria Antiquaria Palmaverde (via Rizzoli 4, Bologna). Riunione di redazione della rivista “Officina”, da sinistra: Angelo Romanò, Gianni Scalia, Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Roberto Roversi

Roversi, oltre che come poeta e animatore intellettuale (dalla base della sua libreria antiquaria “Palmaverde”, punto di riferimento culturale fin dal 1948, e che oggi è un ricordo), rappresenta qualcosa di cruciale anche perché lui ha fatto la guerra (specificamente, ma non è questo che soprattutto importa, la guerriglia partigiana). La distinzione non è solo biografica – è anche poetica. La scrittura dei poeti che non hanno attraversato la terribile esperienza della guerra eredita, da quelli che invece ci sono passati, il privilegio di una vitale speranza, ma al tempo stessoil dubbio di essere rimasti a fare un’opera in qualche misura attenuata; dubbio che forse i nostri nipoti potranno sciogliere, ma con il quale noi dobbiamo convivere. Roversi era, come tutte le forti personalità, anche un fascio di energie contrastanti. Contrasto, prima di tutto, fra ideologia e scrittura, e contrasto anche all’interno di questi due elementi: da un lato, fra la priorità etica e quella politica; e dall’altro, fra poesia polemica (al di là della logora etichetta di “poesia civile”) e poesia lirica. Tutto questo costituisce forse un’impasse? Certo che no: queste sono le componenti essenziali di ogni alta opera poetica, come appunto è quella roversiana.

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Il problema comincia con coloro che vengono dopo: i quali debbono – pena il conformismo e l’irrilevanza – affrontare la sfida di essere simili/diversi. Il nodo che Roversi, grazie alla sua statura morale, aveva potuto lasciare sullo sfondo, ma che poi non poteva non riemergere, era: come è possibile che uno scrittore o scrittrice (poeta, narratore, saggista, giornalista) dispieghi pienamente la sua voce pur restando in una posizione di continuità con il regime socio-politico dominante nella sua città – soprattutto una città come Bologna, sostanzialmente immutata in questo senso (a parte una parentetica eccezione che conferma la regola) da un settantennio? Ci eravamo un po’ tutti dimenticati che la voce di uno scrittore può anche situarsi fuori dal coro – e non solo nel senso di essere più “a sinistra” della “sinistra”. Di fronte a una situazione in cui la cerchia rossastra delle mura felsinee era cominciata a diventare un po’ soffocante, c’è stato chi è espatriato (auto-esiliato è forse troppo drammatico): o verso il vicino (per esempio, Adriano Spatola nella provincia di Reggio Emilia) o verso il lontano – addirittura oltreoceano; e c’è stato anche chi, dall’interno della città, ha cominciato a presentare una diversa visio mundi– una visione non limitata, appunto, alla poesia. Il risultato è che si è aperta una fenditura sotterranea fra la “sinistra” (diciamo così per mancanza di un termine più adeguato) e la “destra” (contenitore in cui si tende sommariamente a riversare tutto ciò che non appartiene alla sempiterna gauchepostcomunista). Di questa fenditura o faglia, nessuno parla esplicitamente – e forse è meglio così. Ma le conseguenze si avvertono, e vanno al di là della concorrenza fra diversi gruppi e gruppuscoli cittadini per attirare quel che resta del cosiddetto “pubblico della poesia”.

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Due infatti sono i miti con cui l’intellighenzia progressista cela, anche a se stessa, le realtà del ventunesimo secolo: che “gli intellettuali non esistono più” e che “non ci sono più né destra né sinistra”. In entrambi i casi è vero esattamente il contrario. Per ciò che riguarda gli intellettuali: essi hanno vinto perché, in un certo senso, son divenuti invisibili (anche a costo di evitarne il nome). Diventando comunicatori e uomini dei media, gli intellettuali si sono trasformati in qualcosa di più forte della vecchia immagine della stampa come Quarto Stato – si potrebbe dire che sono divenuti un Quinto Stato; nel senso che si trovano sostanzialmente allo stesso livello di, e in diretta competizione con, le altre strutture politiche ed economiche, per organizzare e modificare la società.

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Quanto alla destra e alla sinistra: queste distinzioni rugginose purtroppo esistono ancora, e sembrano destinate a durare a lungo. Ma allora il poeta, invece di declamare contro un mitico Potere con la maiuscola, potrà adoperare quelle briciole di potere che possiede per rivolgersi davvero a tutti gli interlocutori, al di là degli steccati ideologici. La pace della poesia non ha luogo nella proverbiale torre d’avorio, ma procede dall’interno verso l’esterno. All’interno è la pace di un lavoro continuo, autocritico, silenzioso; il quale poi si allarga alla società per provvedere un minimo di respiro dentro la confusione e la contraddittorietà del mondo.

Paolo Valesio

[Nella serata di giovedì 26 luglio alle ore 21 avrà luogo a Bologna, nello storico cortile dell’Archiginnasio, una lettura poeticadi gruppo sul tema: “La pace della poesia”]

 

 

 

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LE PERIPEZIE DELL’AMORE

“Riporto qui, con il suo titolo originario, il saggio apparso su “ilsussidiario.net” il 18 giugno 2018 col titolo “Psicoanalisi e teologia, l’alleanza deve ancora aspettare””

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LE PERIPEZIE DELL’AMORE

In un dialogo fra la star psicoanalitica Massimo Recalcati e il teologo Pierangelo Sequeri, apparso di recente nella rivista Vita e pensiero e ottimisticamente intitolato “Custodire l’invisibile: psicoanalisi e teologia alleate”, emergeva un comune nemico di questa alleanza, cioè lo “scientismo”, e una comune speranza: quella di trovare luoghi dove “l’incalcolabile è custodito”; luoghi che venivano identificati nella filosofia, la teologia e la psicoanalisi (ma a questi luoghi, altri dovrebbero essere aggiunti: primo fra tutti, la poesia). Certo, quest’alleanza sarebbe, come tutte le alleanze di ricerca, auspicabile; né mancano testimonianze incoraggianti in tale senso: per esempio la monumentale e dotta tesi dottorale — che beneficerebbe di qualche snellimento — di Rossano Gaboardi, “Un Dio a parte”. Che altro? Jacques Lacan e la teologia. Ma non sembra che siamo ancora in grado di proclamare tale alleanza; non prima, comunque, di aver riconosciuto il rapporto di forte tensione che la psicoanalisi ancora intrattiene rispetto non soltanto alla religione in particolare, ma anche alla spiritualità in generale.

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Due recenti e interessanti libri aiutano a capire quali siano le difficoltà dell’auspicata alleanza: la raccolta di saggi concisamente intitolata Noia e attentamente curata da Pietro Pascarelli (Edizioni Grenelle, Potenza 2017), e il libro intelligentemente vivace di Sergio Benvenuto, Leggere Freud. Dall’isteria alla fine dell’analisi (Edizioni Orthotes, Napoli-Salerno 2017). Un bilancio “sportivo” di Noia potrebbe essere: filosofia batte psicoanalisi due a uno; perché leggendolo si verifica quanto sia antico il topos della noia, e quanto sia frequentato nel pensiero “occidentale”, da Pascal a Schopenhauer a Leopardi a Heidegger a Walter Benjamin alla saggistica contemporanea. I due ultimi nominati sono un po’ gli eroi del libro, grazie soprattutto al saggio di Bruno Moroncini, che tenta di abbracciare in uno sguardo unitario questi due improbabili “compagni di letto”, per dirla all’inglese (e il grande assente, come al solito purtroppo, è Kierkegaard; senza il quale, fra l’altro, è impossibile veramente comprendere Heidegger). E allora, Freud? Egli è il grande descrittore delle peripezie dell’amore.

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Ma le accurate analisi di Benvenuto aiutano a vedere, per contrasto, alcuni non-detti nel discorso di Freud. Dove il non-detto più importante è la rimozione (per usare il termine freudistico) della maggiore “teoria” dell’amore elaborata in Occidente: quella platonico-ebraico-cristiana (che beninteso non è una teoria scientifica; d’altra parte è ormai chiaro che nemmeno la teoria freudiana è strettamente scientifica). In particolare, Freud sembra a volte arrampicarsi sugli specchi per evitare il confronto con il grande tema, ebraico-cristiano prima ancora che romantico, dell’Amore più forte della Morte, il groviglio che Richard Wagner aveva già “spiegato” (o meglio, dispiegato) senza tanti filosofemi mettendolo in scena, soprattutto nel Parsifal e in Tristan und Isolde. I filosofemi su Wagner, d’altra parte, li aveva già forniti Friedrich Nietzsche; oltretutto con il suo colpo di scena veramente operistico del passaggio dall’esaltazione alla condanna del grande musicista (contagio wagneriano in Nietzsche, o sintomo che Freud avrebbe potuto analizzare come momento isterico di Nietzsche?).

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Tutto ciò è connesso anche all’impasse del narcisismo. Freud è brillante nell’analizzare il narcisismo come una delle fondamentali strategie di vita nel soggetto umano, adottandolo dunque come terminus technicus, descrittivo piuttosto che prescrittivo; ma non riesce a evitare l’attrito con l’altro concetto: il narcisismo come designazione di una debolezza di carattere morale. Infine, il paradosso della sublimazione. Il concetto di sublimazione in Freud implica un movimento dal basso verso l’alto. Ma qui, che cosa manca? Manca il sublime, e non mi riferisco al senso estetico del termine, bensì a quel sublime di cui parlano (quasi) tutte le religioni e le esperienze di spiritualità. Il senso del sublime, così come lo avverte anche l’uomo o donna della strada senza bisogno di cure analitiche, è più cruciale che il lavorio della sublimazione raffinatamente analizzato dalla psicoanalisi.

Si può ipotizzare, allora, che quella di Freud non sia tanto una teoria della sublimazione quanto una teoria della de-sublimazione.

Paolo Valesio

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Il «de-sublimatore»

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L’articolo è un estratto dall’intervento alla tavola rotonda “Unità/Pluralità dell’Io: Il fascino discreto della psicoanalisi” tenuta il 14 giugno 2018 a cura del Centro Studi Sara Valesio nella Biblioteca Mischiati di San Colombano a Bologna.

 

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