UTOPIE

 

Questo è il testo dell’editoriale del numero in corso (IPR X-XI, 2015-2016) della rivista «Italian Poetry  Review  –  IPR». Una versione abbreviata di questo saggio è apparsa nel quotidiano online «ilsussidiario.net» del 21 marzo 2017, Giornata Mondiale della Poesia

Abraham Ortelius's map of Utopia circa 1595 (Wikipedia Public Domain)

Abraham Ortelius, Utopia (circa 1595)

UTOPIE

«L’utopia della poesia (un’utopia di tipo ermetico o alchemico) è quella di un linguaggio autosufficiente; l’utopia della critica di poesia d’altro canto è doppia: c’è quella razionalista che mira all’esplicazione, e quella (chiamiamola alchemica) che invece ricerca una sorta di mimesi dell’autosufficienza poetica. Entrambe queste utopie critiche sono necessarie; e del resto i loro confini si rivelano a volte porosi». Ciò che intendo dire conquesta autocitazione[1] è che ogni forma di poesia – di qualunque tipo, in qualunque epoca – si presenta con le caratteristiche di una chiusura di tipo più o meno ermetico[2]; e tale chiusura ha varie conseguenze, per il discorso critico sulla poesia.

La prima di esse è che può nascere un’idea della poesia come impresa in ultima analisi impossibile (pensiero che traspare nella recensione-saggio di Salvatore Jemma – la quale, insieme con il saggio di Lorenzo Chiuchiù, rappresenta il contributo più filosoficamente intenso in questo numero); e a volte si tratta, più che di un’idea, di un sentimento di frustrazione che si esprime in vari modi dentro le poesie stesse. («L’autentica poesia è tortura», «e sono ciò che non ho mai avuto» – Davide Morelli; «Io sono colui che non è capace / di fare il suo mestiere» – Alberto Trentin; «Lev ha scritto qualcosa che non si può dimenticare, / ma non ho fatto in tempo a leggerlo bene» – Massimiliano Bardotti; ecc.).

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«Italian Poetry Review»

Sarebbe banalizzante descrivere questo atteggiamento come pessimistico; e troppo drammatico sarebbe, caratterizzarlo come una forma di nichilismo. In verità, il senso di questa fondamentale impossibilità – come se la poesia in certo modo si impossibilitasse da sola (parlando di poesia, i neologismi a volte sono necessari) – non esclude affatto, anzi può intensificare, la dedizione alla scrittura poetica; analogamente, le varie forme di teologia negativa e le molteplici esperienze di ineffabilità non hanno mai scoraggiato l’esplorazione teologica e in particolare quella mistica.

Quanto alla critica, la conseguenza della situazione descritta all’inizio è che essa viene a trovarsi spesso in una situazione difensiva, essendo esposta a obiezioni convergenti e di segno contrario (Damned if you do and damned if you don’t, come dice l’inglese): a volte è accusata di eccessivo ermetismo (mimesi, appunto, della poesia), mentre altre volte viene criticata per il suo intellettualismo metalinguistico che rischia di soffocare la voce della poesia stessa. Ancora una volta, tuttavia, questo non dovrebbe scoraggiare l’esercizio della critica ma al contrario, stimolarlo a insistere sulle rispettive linee di lavoro, militanti o accademiche che siano; e in effetti questo è ciò che accade, almeno nei casi migliori.

Insomma, la poesia e la sua critica prosperano – in Italia e altrove. E se le apparenze sembrano dire il contrario ciò accade a causa di un certo linguaggio negativo, che ha ancora troppa circolazione, specialmente in Italia (dove l’ – ismo più durevole lungo la sua storia, al di là di socialismo futurismo fascismo comunismo ecc. – sembra essere il disfattismo). Dicono: nessuno legge più poesia – e se ne scrive molto di più di quel che si legga;dicono; i giovani, al di là del caso specifico della poesia, non sanno più leggere; dicono: l’editoria è in crisi; dicono: la critica letteraria non ha più una funzione, e così via lamentando.Non è che queste affermazioni siano completamente false – sono qualcosa di quasi peggio: mezze verità. (Valutazione che potrebbe applicarsi a tutto il noioso ed essenzialmente inutile dibattito correntesulla così detta “post-verità”: le verità parziali sono sempre esistite, e sono sempre state coltivate dai mezzi di comunicazione di massa.)

La realtà, dunque, è più complessa. I modi di leggere oggi sono diversi, e passano soltanto in parte attraverso il filtro della carta stampata; le letture di poesia contemporanea nelle scuole (grazie allo sforzo personale di alcuni docenti, e di vari poeti) si moltiplicano – così come aumentano le letture poetiche negli ospedali, nelle carceri, e in altri luoghi dove l’essere umano è posto faccia a faccia con la sua sofferenza; da quando siamo nati abbiamo sentito dire che l’editoria è in crisi; la critica letteraria, attraverso vari modi di comunicazione, è più presente che mai.

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Il re della baia, Luciano Rebay

Ciò è dimostrato fra l’altro, in questo numero, dal dossier “Omaggio a Luciano Rebay 1928-2014” (attentamente curato da Barbara Carle), dove giovani e anziani, ex-studenti e colleghi, hanno offerto testimonianze critiche,e poetiche, sull’opera e la personalità di un grande italianista, primo titolare della cattedra “Giuseppe Ungaretti” all’università di Columbia[3]. Quanto ai giovani, essi dimostrano che le loro attitudini alla poesia sono ben vive (Per esempio, a mio parere la più efficace poesia in questo numero proviene da quella che è probabilmente la più giovane fra gli autori qui presenti: Costanza Di Francesco Maesa, vincitrice della sezione “Poesia inedita” del Terzo Premio internazionale di poesia “Piero Alinari” 2014, con il testo A una sorella palestinese.)

Ecco perché certe dichiarazioni pessimistiche ormai suonano come una sorta di understatement rituale, in apertura di eventi nel corso dei quali poi si offrono prove concrete del fatto che poeti e critici continuano a lavorare, e anche bene. Cosa che, tanto per fare un solo esempio, è puntualmente accaduta il 6 febbraio scorso a Firenze, nel convegno sulla critica letteraria per il ventennale della rivista «Atelier». Dopo le abituali deplorazioni sullo stato delle cose, infatti, abbiamo ascoltato una serie di ottime relazioni, che hanno stimolato nuove idee.A questo punto, per tentare di ottenere gli appoggi pubblici e privati che la poesia merita e che non riceve in misura soddisfacente, sarebbe bene insistere su quantola poesia sia vitale oggi, quanto essa sia presente in tutti gli strati della società, quanto sia essenziale per quell’elemento indispensabile della vita umana che è la bellezza – e quanto essa, per conseguenza, meriti sostegno. Come tattica, questa avrebbe forse maggior successo della tattica del lamento. Ma il riconoscimento di tutto ciò che è positivo, nella situazione della poesia italiana oggi in tutto i suoi contesti (compreso, se mi è concesso dire, questo numero di IPR), non dev’essere naturalmente un’occasione per coltivare la compiacenza; ed ecco qui una serie di punti in cui il lavoro di IPR pare suscettibile di approfondimento.

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“Tutti i popoli poeti contro i loro critici pedanti.” Enrico Beltrami, Sintesi della guerra mondiale

Il rapporto, prima di tutto, cui si è già accennato, fra critica “accademica” e critica “militante” – termini che colloco entrambi fra virgolette per stabilire una certa distanza, in quanto nessuno dei due (e credo che su questo esista un ampio consenso) è veramente adeguato; eppure è difficile trovare equivalenti accettabili – a meno che non si rinunci a questa dicotomia terminologica, e si parli semplicemente di sperimentazione. Anche questo termine, tuttavia, non è privo di equivoci poiché esso oscilla tra il troppo generale (ogni vera poesia è un esperimento rischioso) e il troppo specifico, quando – sulla scia della neo-avanguardia – si pensi alla sperimentazione esclusivamente come fenomeno linguistico. Quest’ultimo concetto è certo riduttivo, ma non dev’essere completamente trascurato – e IPR potrà ampliare la sua accoglienza allo sperimentalismo linguistico.

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Alfredo De Palchi

Ma insomma, quello che IPR potrebbe sempre più esplorare è: la sperimentazione psicologica e spirituale, oltre la tecnica linguistica; l’espressività; la “militanza” come pratica di ciò che è “irregolare” e scavo di ciò che è nascosto, secondo uno dei sensi psicologici classici del concetto di ermeneutica: «aggiungere successivamente all’analogia data del simbolo altre analogie […] Questo procedimento estende ed arricchisce il simbolo iniziale, e ne risulta un quadro infinitamente complesso e variato da cui si diramano linee di sviluppo psicologico contemporaneamente individuali e collettive» [4].

Può sembrare che così si evochi un mondo di scrittura abbastanza misterioso, ma in realtà bastano un paio di paragrafi per portarlo alla luce (così come bastano un paio di paragrafi repressivi per appiattirlo e occultarlo). Penso per esempio alla Breve interpretazione psicologica di Luciano Rebay, come Alfredo De Palchi sottotitola il suo contributo al citato dossier – che è in effetti, sotto le apparenze aneddotiche, un’elegante combinazione della “interpretazione psicologica” del suo oggetto (Rebay) con l’intepretazione psicologica del soggetto che ne scrive, come dimostrato in particolare dalla rievocazione di un momento drammatico e un po’ assurdo di De Palchi nelle acque della Senna – che ricorda certe immagini di Charlie Chaplin e, come quelle, riesce a essere al tempo stesso comica e straziante. (Questo ironico coraggio dell’autorivelazione è uno dei sensi della critica “militante”.) E penso anche ai paragrafi di apertura della recensione di Silvia Rizzo alla recente edizione delle Elegie di Marullo – un passo che ci porta nel bel mezzo di una scena drammatica, con lo stile del romanzo storico. (Abbiamo già stampato, in passato, un paio di recensioni che riuscivano come questa a essere al tempo stesso scholarly e creative, ma dovremmo pubblicarne di più.)

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Michele Marullo Tarcaniota (1453-1500)

Il problema che fa da sfondo a tutto ciò è quello della libertà d’espressione, a cui si rivolge l’epigrafe in testa a questo numero di IPR[5], che «è dedicato a tutti i poeti in ogni luogo che sono esposti alla censura e a pericoli ancora più gravi nella loro lotta per la libertà d’espressione». Sembra un pensiero chiaro e indiscutibile, al limite dell’ovvio – ma non lo è affatto; e non soltanto perché va pur sempre sottolineato che “freedom of expression” esplicita ciò che comunque era implicito nella classica espressione “freedom of speech” della Costituzione degli Stati Uniti – che cioè la libertà espressiva non si riduce soltanto agli atti linguistici.

Ma, al di là di questa specificazione tecnica, ciò che importa è rendersi conto che la libertà d’espressione, prima di rivolgersi più o meno polemicamente al mondo esterno, alla società, dovrebbe svilupparsi da quel lavoro di scavo interiore di cui si diceva prima. Altrimenti, “la lotta per la libertà d’espressione” rischia di riprodurre alcuni degli elementi negativi delle forze che a essa si oppongono. Liberare l’espressione significa prima di tutto rispettare l’umano – ciò che nell’uomo è propriamente persona – in sé e negli altri, con tutte le loro idiosincrasie.

Infine, c’è un fenomeno che dev’essere chiaramente identificato: mi riferisco all’illusione abbastanza patetica, molto diffusa in Occidente, che i poeti i quali hanno la fortuna di vivere in regimi (più o meno) democratici coltivino con particolare energia la libertà d’espressione, così affrontando rischi. In un suo saggio del 1937 (Miseria e splendore della traduzione), il grande filosofo spagnolo José Ortega y Gasset scriveva: «Non è forse […] verosimile che l’intellettuale esiste per contraddire l’opinione pubblica, la doxa, scoprendo e sostenendo, in opposizione al luogo comune, l’opinione vera, la paradoxa? Può accadere che la missione dell’intellettuale sia fondamentalmente impopolare». Oggi noi possiamo dire che è un fenomeno chiaro e universalmente diffuso, quello secondo cui la missione dell’intellettuale (nella limitata misura in cui tale categoria ha un senso oggi) è «fondamentalmente impopolare».

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José Ortega y Gasset

Ma ciò che è veramente preoccupante è che la maggior parte degli intellettuali in Occidente, compresi i poeti, hanno da tempo scoperto il trucco per diventare essenzialmente “popolari” (nei loro vari ruoli di maîtres à penser, pundits, grilli parlanti e simili), pur atteggiandosi spesso a vittime incomprese: hanno assunto la posa di sostenere come paradoxa quella che in realtà è una doxa. Ecco la trappola celata sotto l’etichetta, ormai abbastanza nauseante, della “correttezza politica”; che sarebbe ora di chiamare con il suo vero nome: conformismo repressivo; e che, come tale, tende al totalitarismo delle idee, ovvero a una sorta di “terrorismo” ideologico: morbido certo (rispetto al terrorismo “duro”), ma che tende a schiacciare le possibilità di esprimersi liberamente. I poeti, in Italia come nel resto dell’Europa, come negli Stati Uniti e altrove, tendono a sostenere tutte le cause “corrette” – dunque, a cantare gli elogi della doxa pur fingendo (come si è detto) di correre i rischi della paradoxa.

E qui torno per un momento a Luciano Rebay. Nel suo intervento come parte del dossier, Jo Ann Cavallo scrive: «Andare contro corrente e dire verità che altri preferirebbero non ascoltare richiede una grande forza di carattere. E’ molto più facile cercare di andare d’accordo a tutti i costi (go along to get along). Luciano invece era disposto a rischiarel’impazienza, l’irritazione, addirittura la collera della persone più accondiscendenti, nel nome delle sue convinzioni». C’è qui, fra l’altro, l’eco di uno dei motti più rappresentativi della religiosità quacchera, cioè l’esortazione a: Speak truth to power (Dire la verità in faccia al potere). E vedo un certo rapporto fra questo atto di dire la verità che è difficile ascoltare e il più sconvolgente dei due Racconti di Giovanni Maurizi.

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Giovanni Testori

Quali sono stati i casi, nel nostro presente millennio, in cui un poeta italiano ha causato scandalo – o se è per questo, quali sono stati i casi nel secolo passato, dopo David Maria Turoldo, Giovanni Testori e Pier Paolo Pasolini (ma quest’ultimo, post mortem, è ormai divenuto un’icona del conformismo repressivo)? Di fronte a tutto ciò è possibile una risposta dotata del finto fascino scientifico degli apprezzamenti sociologici: i poeti non possono più dare scandalo perché nella società attuale essi ed esse non contano più nulla. Peccato che questa rassicurante spiegazione sia smentita (come notato) dalla grande diffusione e dalla permanente fascinazione di cui gode oggi il fenomeno della poesia. La verità forse è un’altra: troppi poeti sono stati essenzialmente intimiditi dalla doxa (che consente l’accesso alle gloriuzze letterarie), e scoraggiati dall’esprimere veramente la paradoxa. Allora, è aperta la ricerca dei poeti “paradossali” – ricerca a cui IPR è pronta a dare il suo contributo.

– Paolo Valesio

[1]Poesia ateologica, nel volume di saggi con una piccola antologia poetica: Emilio Villa, La scrittura della Sibilla, a cura di Daniele Poletti (Viareggio, Edizioni Cinquemarzo / dia-foria, 2017, pp. 13-25). Sulla raccolta di poesie villiane del 2014, vedi la recensione di Niccolò Scaffai in questo volume di IPR.

[2]Uso il termine nel suo senso più corrente, senza necessariamente implicare né la storia della poesia italiana nel Novecento, né la storia dell’alchimia e discipline affini. Non intendo però scartare l’allusione a queste ultime, e in effetti la considero non impertinente: la tormentata storia dei rapporti fra la poesia e le altre “scienze umane” non è priva di somiglianze con l’ancor più tormentata storia dei rapporti fra l’alchimia e la filosofia (da un lato), l’alchimia e la chimica (dall’altro).C’è nella lingua poetica un “processo di occultamento” meno drastico ma non del tutto dissimile dallo sviluppo analogo nella storia dell’alchimia: «il processo di occultamento, legato all’impossibilità epistemologica di accogliere l’alchimia nell’ambito delle discipline scolastiche, aveva prodotto lo sviluppo di strategie comunicative a prevalente o esclusivo contenuto simbolico» (vedi l’ampio saggio introduttivo di Michele Pereira a Alchimia. I testi della tradizione occidentale, Milano, Mondadori «I Meridiani», 2012 [2006], p. XX).

[3] Mi sono permesso, in questo numero, di fare un’eccezione all’uso di IPR, in cui di solito i redattori della rivista non pubblicano loro poesie.Ho fatto ciò confidando nella natura particolare del contesto: un dossier di omaggio a un importante collega scomparso. Ma aggiungo che, nel mio omaggio a Luciano, c’è qualcosa di più che un gesto dovuto.Questi miei versi, così lontani dai gusti poetici di Luciano Rebay, sono un modo – di modesta entità, certamente – in cui esprimo la mia gratitudine a un uomo che mi ha sempre incoraggiato a esprimere l’ amore per la poesia in modo totale, al di là di ogni tendenza di scuola e predilezione personale.

[4] Jung, come citato in Romano Màdera, Carl Gustav Jung, Milano, Feltrinelli, 2016, pp.113-114 (corsivo nel testo originale).

[5] Ricordo che a Luciano Rebay era stato già dedicato, quando lui era ancora in vita, il numero conclusivo (VIII, 2004-2005) della rivista «Yale Italian Poetry – YIP», a cui poi è succeduta a Columbia la presente «Italian Poetry Review – IPR».

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