Dallas e oltre: il dopo-sermone


Riporto qui con il suo titolo originario il saggio apparso su “ilsussidiario.net” del 1o luglio 2016 col titolo “Strage di Dallas e Houston/Quella retorica (anti-bianchi) di cui nessuno parla”

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Cartolina da Dallas, Texas

DALLAS E OLTRE: IL DOPO-SERMONE

Vogliamo sermoneggiare? Lo si sta facendo e lo si farà a iosa nei prossimi giorni; dunque in questo angolino possiamo farne a meno – cioè possiamo risparmiarci la domanda prematura: “Che fare?”, a cui poi subito si risponde, fra un torcer di mani e un lacerarsi di vesti, con qualche ovvietà. Come: bisogna essere buoni, bisogna pregare. Certo, che bisogna essere buoni (comportamento, come tutti sappiamo, enormemente difficile, che funziona una mezz’ora sì e tre ore no); certo, che bisogna pregare – se si è parte di quel mondo, minoritario o no (il sottoscritto vi appartiene), il quale è convinto che ciò serva a qualcosa.

Lasciamo perdere allora, e passiamo a – che cosa? Le analisi? Ma no: qui non si pretende a tanto. Tutt’al più (ricordandosi che, ai tempi di Shakespeare, il fool poteva intervenire anche nelle tragedie), si può esprimere qualche scetticismo sui primi tentativi di tali analisi; come: “E’ stato un cecchino solitario” (quanta fretta a dirlo – ricorda la versione ufficiale di un’altra sparatoria a Dallas…) o: “Il problema non è l’odio razziale – il problema è la proliferazione delle armi da fuoco” (la proliferazione esiste, ma qui non c’entra molto)”, o ”Il problema è che i poliziotti afroamericani sono troppo pochi in percentuale” (vero, ma è un dato da maneggiare con cura, se no si ricade nel razzismo che si pretendeva di condannare), ecc. Allora? Allora è sufficiente chiedersi: ma che cos’altro c’era da aspettarsi? Ma dov’è la sorpresa?

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Il fool shakespeariano

Tornando per un momento alla Leggenda del Cecchino Solitario: anche se fosse provato al di là di ogni ragionevole dubbio (come si dice nei tribunali americani) che a Dallas l’altro giorno un uomo solo ha architettato l’imboscata – anche se così fosse, sarebbe sempre una verità da tribunale, necessariamente distinta dalla più vasta realtà sociale. Sì, perché – giorno dopo giorno, in tutte le città degli Stati Uniti – noi abbiamo visto crescere un’ideologia della violenza che si mascherava da protesta, abbiamo visto crescere una retorica (tutte le retoriche hanno conseguenze pratiche ) che non era solo anti-poliziesca – e sarebbe già pessima cosa – ma genericamente anti-bianca. E abbiamo finto (prima di tutto verso noi stessi, con quella piccola morte dell’anima che è l’autocensura) di non vedere tutto questo.

 

Perché non abbiamo avuto sufficiente forza d’immaginazione (senza di essa, non serve a molto parlare di morale) per tentare di capire i sentimenti (e la politica, nonostante la sua vernice razionalistica, nasce dai sentimenti) di una maggioranza – la popolazione bianca degli States – che neanche tanto lentamente sta diventando minoranza, mentre noi siamo indaffarati a offrire il nostro piccolo contributo di battute di spirito su Donald Trump, e Barack Obama è ormai incantonato in un ruolo alquanto professorale.

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La leggenda del cecchino solitario

Perché abbiamo dato troppo ascolto alle anime belle : le quali non hanno, per esempio, l’esperienza di scendere dal treno alle ore piccole, partendo dai quartieri ghettizzati che fanno corona all‘università di Yale in New Haven per arrivare nel quartiere ghettizzato di Manhattan che sta intorno alla stazione ferroviaria sulla Centoventicinquesima Strada a East Harlem – invece che continuare subito fino al capolinea (dieci minuti, e un altro mondo, più tardi), che è la zona medio-alto- borghese intorno a Grand Central Station.

 

Perché ci siamo lasciati contagiare dal veleno ideologico, guardando solo verso “sinistra” o solo verso “destra”, senza accorgerci che a questi cartelli segnaletici non corrisponde più alcun territorio riconoscibile. Chi “spiega” (con buone ragioni) gli episodi di violenza afroamericana in base al contesto sociale, ma poi non compie lo stesso tentativo di “spiegazione” (sociologica, non moralistica) degli episodi di violenza poliziesca, riferendosi all’effettivo contesto sociale in cui ogni poliziotto è costretto a operare ogni giorno, e risponde al razzismo anti-nero civettando con il razzismo anti-bianco; chi grida “Razzista!” a chiunque tenti di assumere un atteggiamento equanime ed equilibrato sulla violenza fra razze diverse negli Stati Uniti (e in Europa); chi fa la conta dei cadaveri (i numeri di Dallas comparati con quelli di Houston, del Minnesota, della Louisiana), evocando indirettamente una ideologia della rappresaglia; chi equipara il concetto di guerriglia urbana con quello di reazione sproporzionata – ecco, tutti costoro contribuiscono (in modo lieve, involontario, indiretto; ma contribuiscono) ad attizzare l’incendio che è già scoppiato. Ma non è per caso che “tutti costoro” siamo anche un po’ “tutti noi”? Beh, fino a un certo punto : esistono – e sempre esisteranno per la salvezza del mondo, e ognuno di noi ne conosce alcuni, anche se non risaltano nella folla – coloro che applicano la categoria spirituale del discernimento, evitando che l’esame di coscienza decada in un senso qualunquistico di complicità.

– Paolo Valesio

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