Il coperchio della pentola


Riporto qui con il suo titolo originario e in una versione ampliata e ritoccata l’articolo apparso originariamente su “ilsussidiario.net” di giovedì 3 marzo 2016 col titolo “Donald Trump / Chi è l’uomo che ha fatto saltare il ‘coperchio’ dell’America?”

IL COPERCHIO DELLA PENTOLA

L’unico mio vanto, per cosi dire, come osservatore delle correnti elezioni in Usa (un vanto con cui ormai ho annoiato tutti gli amici) è di non aver mai sbeffeggiato Donald Trump. E il motivo per cui l’ho sempre preso sul serio – che non vuol dire ovviamente essere d’accordo con lui – è una piccola epifania (chiedo scusa per questa iperbole in stile trumpiano) che ho avuto mesi prima che Trump acquistasse vera visibilità sulla scena elettorale. Ero in una trattoria popolare ai confini fra Harlem e la zona di Columbia University – una trattorietta di quelle che fanno una cucina chiamata “Asian Fusion” (insomma, una mescolanza di vari stili di cucina asiatica): gustosa e anche economica, frequentata soprattutto da giovani di varie razze, tipici di quel nuovo proletariato che spazia – in una gamma entro la quale è difficile stabilire confini – dai giovani professori e dai dottorandi dell’università di Columbia ai lavoratori che costruiscono lì intorno i nuovi palazzoni di uffici e residenze, e che rappresentano l’inperiosa espansione di questa università (una delle potenze immobiliari di Manhattan) dentro la vecchia Harlem.

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Asian Fusion a New York

I camerieri erano tutti giovani, e multirazziali come la loro clientela: due o tre asiatici, un paio di neri, un paio di latinos, e uno che non apparteneva a nessuna delle razze precedenti. Perché ho appena usato questa elaborata perifrasi diplomatica? Il fatto è che, in questo paese in cui ci si riempie la bocca di prediche contro il razzismo perché si è inevitabilmente ossessionati dalle differenze razziali, bisogna fare attenzione al contesto in cui si usa qualunque aggettivo che designi un’appartenenza di razza. (Esempio: nel protocollo politicamente corretto del diplomaticissimo “New York Times”, esiste un codice binario per descrivere il sospetto di un crimine; o si dice che il sospetto è “bianco” o non si dice nulla del suo colore: altrimenti sorgerebbero immediatamente proteste e accuse di discriminazione; e così l’”ipocrita lettore” – per usare la celebre frase di Baudelaire – del giornale, capisce che il sospetto era un nero o un latino o un asiatico.)

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Lo sguardo di Charles Baudelaire

Il cameriere che mi aveva servito era arrivato alla fine del suo turno, e sul conto che mi stava presentando aveva scarabocchiato una frase per indicare a quale altro cameriere avrei dovuto versare il mio pagamento. “Give it to the white guy”, aveva scritto; ovvero : “Dallo al tipo bianco”. E ci misi un po’ di tempo, per capire le implicazioni di quell’espressione. Quel cameriere non si sarebbe mai permesso di dirmi o scrivermi, per esempio, “Dallo a quel nero là”. Uno degli effetti del conformismo oppressivo (oserei dire, soffocante) il cui campione è il Partito Democratico è di aver reso “innominabili” tutte le razze – salvo che la nominazione avvenga da parte di un membro della stessa razza, o all’interno di una cornice di eufemizzazione. “Give it to the white guy” era l’indizio minimo ma significativo dell’emergenza della nuova minoranza razziale negli Stati Uniti.

Una cosa è leggere sui media o ascoltare alla televisione che, nel giro di non molti anni, quella che prima si chiamava “la razza di maggioranza” (cioè la bianca) diventerà inevitabilmente una “razza di minoranza”; e una cosa è provare questa esperienza sulla propria pelle. Ricordo ancora il brividino di sorpresa che provai una ventina d’anni or sono a New Haven nel Connecticut, quando una collega mi invitò al matrimonio di un suo amico – e mi trovai in un’enorme sala da ballo in cui la mia era l’unica faccia bianca. Ma quella era ancora, per così dire, un’esperienza di lusso, una percezione esotica che si prestava a un auto-sermoncino moralistico (“Ecco, così senti direttamente l’esperienza di essere una minoranza”). Adesso, non si tratta più di un esercizio pittoresco: qui siamo di fronte alla nuova e prosaica realtà.

Ma – dice – : Quando ti decidi a parlare di Trump? In realtà, fin dall’inizio io non ho fatto altro che parlare di Trump. Non sono certo il primo a dire che Donald Trump incanala la paura e la rabbia dei bianchi impoveriti che cominciano ad avere paura; solo che questo apprezzamento è di solito pronunciato in punta di labbra e con un sorrisetto di superiorità da parte di bianchi agiati che non hanno (ancora) nulla da temere per quello che riguarda la loro situazione lavorativa. La mia piccola testimonianza, dopo anni trascorsi alla frontiera di Harlem (lungo la storica Centoventicinquesima Strada), è quella di coloro che sentono ogni giorno la sorda vibrazione di un indiretto (ma non per questo meno reale) conflitto di poveri: la piccola borghesia semiproletaria bianca da una parte, i neri dall’altra.

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La “razza di maggioranza” che sta dalle parti di Trump

Ho appena finito di leggere un sermone anti-Trump, il quale spiega che ciò che determina il successo di Donald Trump è “la mentalità della folla” (the mob mentality – ma mob, in inglese, è un termine molto più forte di “folla”: mob è la folla come qualcosa che viene assimilato alla “plebaglia”). E quale sarebbe, questa mob mentality? La mentalità degli scontenti, la cui infelicità ha basi reali, ma che poi (ci viene detto) cominciano ad esprimere il loro malcontento in forme irrazionali: cioè, (ci spiegano) invece di concentrarsi sulle persone o istituzioni particolari attaccano interi gruppi della società. Il problema è che questa descrizione in verità non si applica solo ai sostenitori di Trump, ma a tutte le folle tumultuanti che in questi giorni appoggiano l’uno a l’altro candidato/a.

Quello che è relativamente (e inquietantemente) inedito in Trump è che non si tratta di un politico professionista, ma di un homo novus; e occorre, mi sembra, fare attenzione a non stabilire equivalenze frettolose con certi homines novi della politica italiana. Trump è nato come palazzinaro furbo e disinvolto (e del resto, quale palazzinaro, sotto qualunque latitudine, non è in qualche misura furbo e disinvolto?), ma poi ha subito una sorte di metamorfosi: da furbo è diventato astuto; da astuto, intelligente. Insomma, è diventato un politico. E c’è di più: uno degli elementi della eccezionalità di Trump è (come è già stato notato) che Donald Trump viene da New York. New York: la Babilonia sul fiume Hudson, la città molle e decadente, senza veri contatti con la”vera” America, rurale e popolare… E invece, no: Trump ci ha costretto a rivedere molti cliché. Certo, per parlare alla pancia dell’America bisogna disimparare il linguaggio newyorchese: un modo di discorrere che è ironico e auto-ironico, raffinatamente allusivo. Bisogna invece tuffarsi senza pudore nel sermo vulgaris. È un linguaggio che ribolliva sotto la superficie come sotto il coperchio di quella pentola a pressione che è il discorso della correttezza politica; ma adesso il coperchio è saltato.

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La pentola bolle, e la nave va

A proposito di linguaggio: non so se sia stato notato finora che trump come sostantivo si applica alla trump card – insomma, al briscolone. A chi gioverà questa briscola? Più al Partito Democratico (lo si è già capito) che a quello Repubblicano. Ma Trump c’entra fino a un certo punto, con il sistema dei partiti. Donald Trump rappresenta una meteora politica il cui maggior contributo sarà probabilmente linguistico (elemento ironico, se vogliamo, per un politico il cui linguaggio sembra essere oggetto d’ilarità). Nella politica americana contemporanea è emerso uno spartiacque: prima di Trump, e dopo Trump. Sembra di vederli, i candidati repubblicani dell’establishment, in maniche di (sudata) camicia e in qualche albergo di Washington, che studiano i video di Trump per posizionarsi – come suol dirsi – di fronte alla novità. Dopo di lui (e quando lui sarà dimenticato – il che potrebbe anche accadere più presto di quello che sembra) tutta la politica americana parlerà un po’ più populista.

 

— Paolo Valesio

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