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Il piacere e il terrore di una poesia che svela l’anima


Riporto qui, con il suo titolo originario, un articolo apparso sul quotidiano online ilsussidiario.net del 22 marzo 2016.

IL PIACERE E IL TERRORE DI UNA POESIA CHE SVELA L’ANIMA

William Shakespeare, a quattrocento anni dalla sua morte. Rendere omaggio al genio – in qualunque ambito esso si manifesti – significa prima di tutto, in una cultura artistica matura, attribuirgli il più grande degli omaggi: quello della critica. Ma non necessariamente quello della critica come lavorìo accademico – che, anche se innegabilmente utile, può avere un effetto alquanto agiografico. (Si potrebbe dire in effetti che, nella nostra epoca di agnosticismo generalizzato, la descrizione venerante delle bellezze nell’opera di un genio artistico sia divenuta l’equivalente laico delle antiche vite dei santi.)

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Samuel Johnson, lettore appassionato

L’“omaggio” di cui parlo è quello che rima con “coraggio”: il coraggio di dichiarare (e argomentare) una combinazione di assenso e dissenso, un’alternanza di momenti di adesione appassionata con momenti di rifiuto. Pare, per esempio, che il critico più maestoso nella storia letteraria inglese, Samuel Johnson, fosse sconvolto da alcuni aspetti della tragedia shakespeariana del Re Lear. E al contrario Simone Weil, la grande pensatrice e mistica francese del Novecento, dichiara senza sfumature che tutto il teatro shakespeariano è di second’ordine, eccezion fatta per il Re Lear. Che queste siano opinioni di interesse ormai storico (e che il sottoscritto sia nettamente in disaccordo con entrambe) non ha particolare importanza. Ciò che è significativo è il gesto in sé, come manifestazione di coraggio critico: queste e simili reazioni restano degne dell’attributo di “critiche” (e non dell’etichetta un po’ spregiativa di “impressionistiche”) perché, al di là di ogni storicismo, esse hanno un valore per così dire ontologico: possono a loro modo rivelarci qualcosa, sulla natura della letteratura e in particolare della poesia.

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Simone Weil

“Una delle qualità che definiscono l’arte”, scrive un critico saggista (Richard Brody nel “New Yorker”), “è la sua implacabilità: la sua rappresentazione di emozioni pericolose e violente, la sua ardente inclinazione per – e perfino la sua incarnazione di – il negativo, il distruttivo, il ripugnante. L’arte è un luogo di altissimo pericolo; mette a rischio l’anima dell’artista non meno che l’anima del lettore o ascoltatore o spettatore”. Rendere omaggio a Shakespeare, dunque, vuol dire anche riconoscere la pericolosità della sua arte. Ma non in un antiquato senso repressivo per cui i versi di Shakespeare sarebbero pericolosi per la nostra sanità morale, cioè moralistica; bensì nel senso in cui i suoi versi, come tutta la grande poesia, ci pongono faccia a faccia con noi stessi – ci spingono a scavare dentro di noi, in quella zona profonda dove svanisce il moralismo e affiora l’etica.

In che misura tutto ciò – questo piacere e terrore della poesia shakespeariana (se posso variare la formula aristotelica della pietà e terrore) – è percepibile nello Shakespeare tradotto in italiano? La storia della traduzioni italiane di Shakespeare è lunga e illustre, e il lettore italiano d’oggi dispone di riferimenti più che adeguati. Ma non riesco a dimenticare la franchezza di un mio collega universitario di Bologna, decenni or sono, il quale mi diceva che lui riusciva ad apprezzare il teatro shakespeariano essenzialmente nella sua azione e movimento; mentre la poesia verbale di Shakespeare, resa in italiano, gli restava alquanto distante. E continuo a pensare che il traduttore italiano ideale dei drammi shakespeariani sarebbe un impossibile incrocio di Torquato Tasso, Pietro Aretino e Giovanni Testori. E’ già stato osservato peraltro (rivendicando l’intuizione di quel mio collega) che l’indebolimento di poesia che ha luogo in ogni traduzione di Shakespeare può essere compensato da “un recupero del testo teatrale nel suo aspetto drammaticamente primordiale” (Rebecca Mead, ancora nel “New Yorker”). Ovvero: c’è una lingua del teatro che necessariamente si identifica con singoli contesti nazionali; e poi c’ è il linguaggio universale della rappresentazione teatrale. Del resto, come Dante ha incoraggiato generazioni di lettori angloamericani a studiare l’italiano, così Shakespeare potrebbe ben essere una grande occasione per cominciare a studiare l’inglese, accanto ai pur legittimi desideri di, per esempio, allargare il proprio business. E chissà che questo anniversario non serva da stimolo in tale senso. Ma, come dare un’idea dell’inglese di William Shakespeare? Una specifica esperienza può forse servire a questo scopo.

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William Shakespeare

Un paio di mesi fa, a New York, ho avuto la ventura di ascoltare, nell’arco di una settimana, due diversi drammi in due diversi generi – il primo una tragedia, il secondo una commedia – dello stesso drammaturgo elisabettiano, Thomas Middleton: uno di quegli autori che gli accademici spesso schedano, in maniera un po’ irritante, come ”minori”, ma senza i quali Shakespeare sarebbe inconcepibile (e che con Shakespeare è probabile abbia occasionalmente collaborato). Come sempre, mi aveva colpito la raffinatezza linguistica del pubblico anglofono: voglio dire, la capacità degli spettatori di seguire senza cali di concentrazione i testi recitati nella loro versione integrale, senza “aggiornare” una sola parola; assorbendo tutti gli arcaismi, i barocchi giochi di parole, le giravolte vertiginose nel dialogo, il martellamento dei colpi di scena. In quelle serate, rincasando verso la mezzanotte nell’ambiente tutt’altro che rinascimentale della ferrovia metropolitana di Manhattan, avevo sentito con particolare forza la potenza e intensità della voce poetica di Shakespeare. La quale si faceva sentire, per così dire, a fortiori : tralucendo, cioè, nella voce di un altro drammaturgo (Middleton, appunto) – e inoltre attraverso la pronunzia statunitense, così diversa dall’asciuttezza tagliente della dizione britannica.

Sembrava insomma che l’eco del suono profondo (mentale più che fisico) dell’inglese, in tutta la sua forza ed eleganza, si percepisse al di là delle conversazioni espressivamente povere di noi viaggiatori metropolitani. E lo strascico, per così dire, di quello scintillìo elisabettiano rivelava quanto antica fosse la genealogia perfino di quelle scritte pubblicitarie abbastanza banali che si leggono nei riquadri lungo le pareti di tutte le carrozze della metropolitana. Cioè: il teatro shakespeariano mostra tra l’altro come l’energia inesauribile dell’inglese nei giochi di parole abbia la sua origine nella sua grande letteratura cinque-secentesca.

In fondo l’inglese (o angloamericano che dir si voglia) ha pagato un certo prezzo per l’invadenza imperiale con cui ha colonizzato il modo in cui il mondo si esprime; a cominciare dall’Europa, dove esso ha battuto, come mezzo principale di comunicazione, le sue grandi lingue di cultura (l’italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo – perfino il russo). Cioè: l’inglese ha scontato questo suo trionfo banalizzando troppo spesso se stesso come lingua – divenendo uno strumento impersonale, un gergo da aeroporto. E’ per questo che l’inglese ha oggi più che mai bisogno di Shakespeare e di tutto il linguaggio che egli rappresenta: non solo per riconoscere il discorso che corre sotto tutta la poesia angloamericana che viene dopo, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, fino a oggi; ma anche, diciamolo pure, per non dimenticare la sua anima.

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La cartina di John Ferrar che raffigura Virginia nel Nuovo Mondo (1651)

Al di là, comunque, dell’inglese, dell’italiano ecc., la posta in gioco è il destino universale della poesia; la cui forza è prima di tutto il suo rapporto con la sensorialità. La nostra società – così spesso criticata per l’eccesso e la banalizzazione dei suoi richiami sensoriali, fino alla sensualità – è in realtà una civiltà dell’astrazione, perché depersonalizza e meccanicizza i rapporti umani, mescolando un individualismo superficiale a un altrettanto superficiale collettivismo. A forza di reprimersi senza esprimersi, ogni persona umana rischia di soffocare. La poesia è uno degli elementi fondamentali nella vita che possano soddisfare, nella singola persona, la sete di esprimere il proprio rapporto con la pelle del mondo; e attraverso ciò di dar voce alla sua speranza di salvezza. La poesia teatrale di Shakespeare è una delle realizzazioni fondamentali della poesia come servizio umanistico (dunque, umano) all’altro: il corpo di una persona si apre e piega a servire altre persone (gli spettatori) che stanno nell’ombra – ma che sono presenti, sono vicini.

— Paolo Valesio

(Estratto dalla comunicazione presentata il 19 marzo 2016, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, all’Accademia Mondiale della Poesia, nella Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico di Verona)

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Il coperchio della pentola


Riporto qui con il suo titolo originario e in una versione ampliata e ritoccata l’articolo apparso originariamente su “ilsussidiario.net” di giovedì 3 marzo 2016 col titolo “Donald Trump / Chi è l’uomo che ha fatto saltare il ‘coperchio’ dell’America?”

IL COPERCHIO DELLA PENTOLA

L’unico mio vanto, per cosi dire, come osservatore delle correnti elezioni in Usa (un vanto con cui ormai ho annoiato tutti gli amici) è di non aver mai sbeffeggiato Donald Trump. E il motivo per cui l’ho sempre preso sul serio – che non vuol dire ovviamente essere d’accordo con lui – è una piccola epifania (chiedo scusa per questa iperbole in stile trumpiano) che ho avuto mesi prima che Trump acquistasse vera visibilità sulla scena elettorale. Ero in una trattoria popolare ai confini fra Harlem e la zona di Columbia University – una trattorietta di quelle che fanno una cucina chiamata “Asian Fusion” (insomma, una mescolanza di vari stili di cucina asiatica): gustosa e anche economica, frequentata soprattutto da giovani di varie razze, tipici di quel nuovo proletariato che spazia – in una gamma entro la quale è difficile stabilire confini – dai giovani professori e dai dottorandi dell’università di Columbia ai lavoratori che costruiscono lì intorno i nuovi palazzoni di uffici e residenze, e che rappresentano l’inperiosa espansione di questa università (una delle potenze immobiliari di Manhattan) dentro la vecchia Harlem.

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Asian Fusion a New York

I camerieri erano tutti giovani, e multirazziali come la loro clientela: due o tre asiatici, un paio di neri, un paio di latinos, e uno che non apparteneva a nessuna delle razze precedenti. Perché ho appena usato questa elaborata perifrasi diplomatica? Il fatto è che, in questo paese in cui ci si riempie la bocca di prediche contro il razzismo perché si è inevitabilmente ossessionati dalle differenze razziali, bisogna fare attenzione al contesto in cui si usa qualunque aggettivo che designi un’appartenenza di razza. (Esempio: nel protocollo politicamente corretto del diplomaticissimo “New York Times”, esiste un codice binario per descrivere il sospetto di un crimine; o si dice che il sospetto è “bianco” o non si dice nulla del suo colore: altrimenti sorgerebbero immediatamente proteste e accuse di discriminazione; e così l’”ipocrita lettore” – per usare la celebre frase di Baudelaire – del giornale, capisce che il sospetto era un nero o un latino o un asiatico.)

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Lo sguardo di Charles Baudelaire

Il cameriere che mi aveva servito era arrivato alla fine del suo turno, e sul conto che mi stava presentando aveva scarabocchiato una frase per indicare a quale altro cameriere avrei dovuto versare il mio pagamento. “Give it to the white guy”, aveva scritto; ovvero : “Dallo al tipo bianco”. E ci misi un po’ di tempo, per capire le implicazioni di quell’espressione. Quel cameriere non si sarebbe mai permesso di dirmi o scrivermi, per esempio, “Dallo a quel nero là”. Uno degli effetti del conformismo oppressivo (oserei dire, soffocante) il cui campione è il Partito Democratico è di aver reso “innominabili” tutte le razze – salvo che la nominazione avvenga da parte di un membro della stessa razza, o all’interno di una cornice di eufemizzazione. “Give it to the white guy” era l’indizio minimo ma significativo dell’emergenza della nuova minoranza razziale negli Stati Uniti.

Una cosa è leggere sui media o ascoltare alla televisione che, nel giro di non molti anni, quella che prima si chiamava “la razza di maggioranza” (cioè la bianca) diventerà inevitabilmente una “razza di minoranza”; e una cosa è provare questa esperienza sulla propria pelle. Ricordo ancora il brividino di sorpresa che provai una ventina d’anni or sono a New Haven nel Connecticut, quando una collega mi invitò al matrimonio di un suo amico – e mi trovai in un’enorme sala da ballo in cui la mia era l’unica faccia bianca. Ma quella era ancora, per così dire, un’esperienza di lusso, una percezione esotica che si prestava a un auto-sermoncino moralistico (“Ecco, così senti direttamente l’esperienza di essere una minoranza”). Adesso, non si tratta più di un esercizio pittoresco: qui siamo di fronte alla nuova e prosaica realtà.

Ma – dice – : Quando ti decidi a parlare di Trump? In realtà, fin dall’inizio io non ho fatto altro che parlare di Trump. Non sono certo il primo a dire che Donald Trump incanala la paura e la rabbia dei bianchi impoveriti che cominciano ad avere paura; solo che questo apprezzamento è di solito pronunciato in punta di labbra e con un sorrisetto di superiorità da parte di bianchi agiati che non hanno (ancora) nulla da temere per quello che riguarda la loro situazione lavorativa. La mia piccola testimonianza, dopo anni trascorsi alla frontiera di Harlem (lungo la storica Centoventicinquesima Strada), è quella di coloro che sentono ogni giorno la sorda vibrazione di un indiretto (ma non per questo meno reale) conflitto di poveri: la piccola borghesia semiproletaria bianca da una parte, i neri dall’altra.

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La “razza di maggioranza” che sta dalle parti di Trump

Ho appena finito di leggere un sermone anti-Trump, il quale spiega che ciò che determina il successo di Donald Trump è “la mentalità della folla” (the mob mentality – ma mob, in inglese, è un termine molto più forte di “folla”: mob è la folla come qualcosa che viene assimilato alla “plebaglia”). E quale sarebbe, questa mob mentality? La mentalità degli scontenti, la cui infelicità ha basi reali, ma che poi (ci viene detto) cominciano ad esprimere il loro malcontento in forme irrazionali: cioè, (ci spiegano) invece di concentrarsi sulle persone o istituzioni particolari attaccano interi gruppi della società. Il problema è che questa descrizione in verità non si applica solo ai sostenitori di Trump, ma a tutte le folle tumultuanti che in questi giorni appoggiano l’uno a l’altro candidato/a.

Quello che è relativamente (e inquietantemente) inedito in Trump è che non si tratta di un politico professionista, ma di un homo novus; e occorre, mi sembra, fare attenzione a non stabilire equivalenze frettolose con certi homines novi della politica italiana. Trump è nato come palazzinaro furbo e disinvolto (e del resto, quale palazzinaro, sotto qualunque latitudine, non è in qualche misura furbo e disinvolto?), ma poi ha subito una sorte di metamorfosi: da furbo è diventato astuto; da astuto, intelligente. Insomma, è diventato un politico. E c’è di più: uno degli elementi della eccezionalità di Trump è (come è già stato notato) che Donald Trump viene da New York. New York: la Babilonia sul fiume Hudson, la città molle e decadente, senza veri contatti con la”vera” America, rurale e popolare… E invece, no: Trump ci ha costretto a rivedere molti cliché. Certo, per parlare alla pancia dell’America bisogna disimparare il linguaggio newyorchese: un modo di discorrere che è ironico e auto-ironico, raffinatamente allusivo. Bisogna invece tuffarsi senza pudore nel sermo vulgaris. È un linguaggio che ribolliva sotto la superficie come sotto il coperchio di quella pentola a pressione che è il discorso della correttezza politica; ma adesso il coperchio è saltato.

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La pentola bolle, e la nave va

A proposito di linguaggio: non so se sia stato notato finora che trump come sostantivo si applica alla trump card – insomma, al briscolone. A chi gioverà questa briscola? Più al Partito Democratico (lo si è già capito) che a quello Repubblicano. Ma Trump c’entra fino a un certo punto, con il sistema dei partiti. Donald Trump rappresenta una meteora politica il cui maggior contributo sarà probabilmente linguistico (elemento ironico, se vogliamo, per un politico il cui linguaggio sembra essere oggetto d’ilarità). Nella politica americana contemporanea è emerso uno spartiacque: prima di Trump, e dopo Trump. Sembra di vederli, i candidati repubblicani dell’establishment, in maniche di (sudata) camicia e in qualche albergo di Washington, che studiano i video di Trump per posizionarsi – come suol dirsi – di fronte alla novità. Dopo di lui (e quando lui sarà dimenticato – il che potrebbe anche accadere più presto di quello che sembra) tutta la politica americana parlerà un po’ più populista.

 

— Paolo Valesio

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