Archivi del giorno: febbraio 4, 2016

Recollectedness e altre poesie

 

   Anticipo qui le mie poesie che appariranno sul prossimo numero di «Italian Poetry Review» (IPR) nel Dossier dedicato alla memoria di Luciano Rebay: illustre studioso, mio predecessore nella cattedra Giuseppe Ungaretti (che egli fondò), grande amante  e conoscitore di poesia. Questi miei testi non contengono alcun riferimento alla vita e all’opera  di Luciano, e non so essi corrispondano o no alla sua idea di poetica. Sono semplicemente un modesto omaggio a un uomo complesso di cui ho amato la passione poetica,  e la conversazione.

 

Recollectedness

 

La sua essenza è la preghiera
è come una candela

 

o come un cero a uso di bambolotto di cera di quelli che un tempo si trovavano sotto una campana di vetro o dietro la facciatina trasparente come un piccolissimo teatro sotto il ripiano di un altare ma di un altare ovviamente non est dignus e la campana di vetro del salotto di genealogia umbra purtroppo se l’è lasciata alle spalle la sua dimora come quella di ogni cosmopolita si è ristretta mentre sembrava globalmente ampliarsi adesso la sua casa è lo spazio fra il mento e il petto quando si ripiega su sé stesso e questo stesso ripiegarsi è l’inizio della preghiera che fino ad ora vedeva soprattutto come una questione di ritagli di tempo che dovevano allargarsi sempre più fino a comprendere buona parte della giornata ma adesso sente che è essenzialmente una questione di spazio preliminarmente pensa si tratti dello spazio fra il mento e il petto dove lui trova chi realmente è.

Riverside Drive
(Manhattan)

 

 

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Ineludibilità della poetica

Il poeta è a disagio col suo tempo,
come il profeta.
Ma il profeta che è tale fino all’osso
punta il volto e gli occhi al futuro;
mentre invece il disagio degli amanti
si esprime profetando il passato.
Il poeta frattanto nel suo angolo
profetizza il presente:

lo descrive in tempo reale ma in termini che gli altri non riconoscono – mentre gli scriventi per la maggior parte parlano in termini riconoscibili esortano alle virtù civiche deplorano i flagelli sociali si prestano a citazioni citabili intervengono manifestano giornalisteggiano si intervistano da soli si impaludano nella palude politica e nei paludamenti morali il poeta invece ha capito che ciò che è ineffabile è spesso anche infame per i più e offre come testimone al limite il collo al sospetto/mannaia dell’infamia

come la santa martire distesa
avvolta in elegante veste blu

nel quadro che dipinge sulla faccia dell’altare in fondo alla cappella un’immagine che non si capisce a che secolo appartenga e la perplessità è aumentata dal vederla così controluce quella veste sembra un vestito da sera quel blu è pesante di seta e broccato la testolina quasi completamente avvolta da una sciarpa a righe colorate fiorisce

 

su un lungo delicato collo cìgneo
e nìveo su cui spicca
un breve taglio rosso
che pare una ferita suicidaria.

 

Oratorio di Santa Cecilia
Bologna

 

 

* * *

 

 

Metro-epifania

 

“Difficile est in turba
Christum videre”,
dice sant’Agostino citato da Petrarca,
ma lui si consente di dubitarne.
La sua emozione (chi ha parlato
di “rational exuberance”?)
si espande a lui dentro a lui fuori
come una rosea bolla:
si trova nel suo centro

 

quando alle ore 23 circa càpita nella stazione della metro sotto la Quarantaduesima Strada dove è arrivato a piedi dalla Quattordicesima e dove sta cercando la coincidenza giusta per la Centoventicinquesima e si trova per alcuni minuti lunghi in uno stato di completo disorientamento in mezzo al frastuono selvaggio di quella che non vogliono più chiamare plebe ma che lo è lo è – e lui se ne appella mentalmente ai poliziotti – che i cuoricini sanguinanti di progressismo nei sobborghi disprezzano e che lui ammira – i poliziotti che tengono d’occhio i giovinastri e meno giovinastri che scorribandano e le famigliole che si sentono moralmente autorizzate a ululare e si trascinano dietro bimbi che a quest’ora dovrebbero stare nel lettino e invece si aggirano drogati dal son et lumière della povertà mediatizzata nelle budella della città e il calore è quello di una foresta tropicale e nel mezzo di questa incertezza sulla linea della metropolitana da prendere e di questo disagio soffocante di caldo chiasso luci ritaglianti e taglienti lui si sente veramente nel bel mezzo nel mezzo bello si sente raccolto nel suo centro sente la calorosità dell’amore per questa plebe-non-più-plebe questa plebe di cui lui stesso fa orgogliosamente parte – è un amore vagante non focalizzato dunque tanto più bruciante – momento estatico dentro l’infernetto dell’esperienza

 

diaria – la momentanea estasi
è esorcismo contro il peligro
dell’inferno annidato
da qualche parte nel vasto
e nel profondo

Fra Manhattan e North Branford

 

Sol-LeWitt-grab 

 

 

Io Ti vorrei amare”*

 

Il pensiero assisiate è ritornato
ma questa volta senza “T” maiuscola:
l’ottativo non è più tutto-eroico
(tanto più eroico quanto più fallente),
non più tutto accentrato
sull’amore di Dio. Sì perché
ogni dichiarazione d’amore
(umana sia, o divina)
è ottativa, è una sfrontata iperbole –
ogni dichiarazione
d’amore è sproporzionata:
troppo più grande del suo oggetto
(umano o animale
floreale o minerale) –
ogni dichiarazione d’amore è più forte
delle energie effettive del soggetto –
ogni dichiarazione d’amore
è un’ inmantenibile e indomandata promessa:
la sua esagerazione intrinseca
sfiora l’osceno.
Ma senza questo
rischio d’oscenità
uno vive al di sotto della vita:

 

ecco la vera radice dell’erotico che si annida sotto e dentro ogni atto ma non solo: dentro ogni intenzione dentro ogni pensiero — al di sopra al di sotto al di là al di qua di ogni contatto carnale — l’oscenità è nella disproporzione — pur sempre preferibile alla sottovita — l’ottativo dunque è indispensabile perché ogni tale dichiarazione è conativa e sa di esserlo (altrimenti mente ma questa menzogna è così grossolana che solo la mediocrità può enunziarla e per esempio Don Giovanni non è un banale mentitore è un iperbolista) — vero è che si può non amare (atto di libertà che respinge il ricatto sentimentale ripetitivo dei provenzal-danteschi) ma questo atto di libertà è anche gesto di povertà e aridità — dunque se non si deve amare è però possibile dire che si può amare? Sì e no: l’amore essendo una promessa impossibile al massimo si può dire (ecco perché il condizionale di Francesco è sempre attuale nella sua ottatività) che si vorrebbe amare si desidera amare si ha una matta voglia di amare si amerebbe se solo si potesse — e forse queste umide intenzioni troveranno la ricompensa di una compassione.

 

[*La frase è apocrifamente attribuita a san Francesco d’Assisi]

Riverside Drive
Manhattan

 

 

Riverside_Park_Historic

 

 

Sine titulo

 

A prima udita sembra
(ma dopo un minuto
si ricorda che l’ha spenta)
una voce di cantante
affievolita dalla radio bassa.
Allora pensa siano due vicini
che passeggiano
chiacchierando lungo il vialetto
(ma subito ricorda che i vicini
non passeggiano mai chiacchierando
di fronte alle case:
in questo lungo viale
sono tutti rifugiati dalla vita,
contemplativi-attivi ma ognuno nella sua sfera,
dunque rifuggenti dalle socializzazioni superflue) –
e finalmente capisce:
è il vento
che si avventa dal lato del lago
che si ingorga fra gli alberi
dunque geme e stride
una volta l’amava –
come spirito libero
in libera natura –
mentre adesso lo teme:
gli sembra omicidiale.

 

Laghetto di Linsley

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