Tra quella italiana e quella americana, Ovidio preferisce la seconda

Riporto qui un articolo apparso sul quotidiano online “Ilsussidiario.net” del 29 maggio 2015. Il titolo con cui esso appare riflette una scelta redazionale, mentre il mio titolo originario era “Il grilletto facile”

Tra quella italiana e quella americana, Ovidio preferisce la seconda

Paolo Valesio

Chiunque abbia insegnato materie umanistiche in università americane nell’ultimo decennio o giù di lì, e abbia seguito (anche semplicemente leggendo i titoli delle relazioni e tavole rotonde che vengono organizzate) l’attività delle varie associazioni professionali d’ambito umanistico — in primo luogo naturalmente la colossale macchina della “Modern Language Association” (Mla), ma anche specificamente la “American Association of Italian Studies” (Aais) che (buona notizia) è cresciuta molto negli ultimi anni — ha dovuto fare i conti con un fenomeno per cui la vecchia etichetta di “correttezza politica” si rivela ormai pateticamente insufficiente.

La facciata della biblioteca di Columbia University

La facciata della biblioteca dell’Università di Columbia

Quello che è da tempo cominciato è un vasto processo sociale: come reazione al sospetto generalizzato di irrilevanza verso le scienze umane (sospetto che può avere conseguenze tangibili sui fondi assegnati alle università), molti docenti e studenti hanno cominciato a premere per trasformare le discipline umanistiche in qualcosa di simile al braccio ideologicamente agguerrito (con le armi della cultura più raffinata) dell’attivismo progressista. In un classico sviluppo storico-dialettico che sarebbe molto interessato a Marx ed Engels, questa radicalizzazione ha avuto peraltro anche l’effetto di aumentare la tradizionale sospettosità di vasti strati dell’opinione pubblica, e di molti nuclei del capitalismo più conservatore, verso gli studi umanistici — ma questa è un’altra storia.

Il preambolo può esser sembrato lungo, ma era necessario per collocare in una prospettiva seria lo scandaletto che ultimamente è rimbalzato anche sui giornali italiani: la diffusione cioè, in varie università, di richieste, da parte di gruppi studenteschi appoggiati da vari comitati di controllo sul multiculturalismo, di segnalare all’attenzione ammonitoria di docenti e discenti quei passi di opere ormai inscritte nel canone letterario antico e moderno (dalle Metamorfosi di Ovidio ai grandi romanzi della modernità americana) che possano provocare “traumi” o apparire men che rispettose delle diverse “identità”.

Apollo e Dafne: Il ratto fallito

Apollo e Dafne: Il ratto fallito

Parlando di letteratura, non è fuor di luogo una noterella terminologica: l’italiano tende a designare queste marche di avvertimento con parole come “bollini” o “bollini rossi”, mentre in inglese — con la mescolanza tipica della cultura americana fra gergo para-scientifico e linguaggio bellicoso — si parla di trigger warnings. È vero che il termine trigger è qui usato nel senso di “evento che fa precipitare altri eventi” (e in questo senso la parola inglese mi risulta essere usata oggi anche in italiano, nell’ambito delle scienze mediche e psicologiche), ma è innegabile la suggestione di violenza che il termine possiede nella lingua originaria: trigger è soprattutto usato in inglese nel significato di “grilletto” di un’arma da fuoco (e, com’era prevedibile, coloro che fortunatamente hanno cominciato a opporsi a questi eccessi, hanno cominciato a parlare di contestatori trigger-happy, ovvero “con il grilletto facile”).

Ultima osservazione. Non è un caso che queste forme di intolleranza — esistenti, come detto, da tempo nelle università americane — siano giunte in questi giorni all’attenzione italiana per via di una miscela, diciamo così, esplosiva: un famoso classico latino (le già citate Metamorfosi) contestato nella prestigiosa Università di Columbia — abilissima (come tutte le università della “Ivy League”) a “vendere” la propria immagine in termini pubblicitari (e non importa poi molto, come noi italiani abbiamo imparato già ai tempi del Futurismo, se la pubblicità sia positiva o negativa). Allora, fine della storia? Beh, sì e no: dove finisce un aneddoto, può cominciare un ragionamento.

Prima di buttarsi a capofitto nell’ultima moda (a quando i bollini rossi nelle università italiane?) o (all’altro estremo) prima di stracciarsi le vesti per l’indignazione, sarebbe bene ricordare qualcosa che — con il costante lavaggio hollywoodiano del cervello e il diffondersi dei viaggi aerei low-cost — è facile dimenticare (con conseguenti fraintendimenti): nonostante le apparenze, gli Stati Uniti e l’Europa — soprattutto l’Italia — restano due mondi molto differenti.

In sintesi. Negli Stati Uniti esiste un pieno stato di diritto — con conseguente rispetto della proprietà privata e della civiltà del dialogo — e un sistema universitario selettivo, bilanciato fra istituzioni private e istituzioni a base regionale (i singoli States) con ambienti protetti da sistemi di sicurezza (ogni campus universitario ha il proprio corpo di polizia, che sa distinguere fra gli studenti e gli agitatori esterni), sistema che, d’altra parte, è molto attento al dialogo costante con gli studenti. Esiste inoltre una separazione netta fra l’ambiente degli undergraduates (gli studenti dei primi anni, più intellettualmente avventurosi, ma anche più insicuri e con tendenze iper-protettive e alquanto narcisistiche, dunque col “grilletto” psicologicamente “facile”) e l’ambiente professionalizzato dei graduate students.

E tutto questo, sullo sfondo di una situazione sociopolitica in cui il radicalismo classicamente di sinistra (fondato su gruppuscoli con un’ideologia palingenetica sempre pronta a civettare con la violenza) è in profondo declino; e lo spazio lasciato quasi libero è stato occupato da un’ideologia ibrida: un coacervo di femminismo, ecologismo, psicoterapismo igienistico, cultismo religioso, retorica identitaria.

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Low Library a New York

Inutile sottolineare (ma forse non è poi tanto inutile) le differenze del pianeta Italia: uno stato solo parzialmente di diritto, un sistema universitario statalistico, pseudo-campus senza sicurezza, persistente confusione nei passaggi professionali. Il tutto, sullo sfondo del solito vecchio radicalismo, dove predominano, da un lato i gruppetti sempre pronti a spaccare tutto, e dall’altro una retorica sindacalistica un po’ svelta nel dire “no” alle innovazioni.

Che significa, in fondo, tutto ciò — al di là dell’aneddotica su Ovidio, i bollini e tutto il resto? Significa che le università statunitensi hanno già cominciato a sviluppare gli anticorpi contro gli eccessi anacronistici descritti sopra: ricercando l’equilibrio appropriato fra la coltivazione dei classici e l’applicazione a essi degli strumenti della modernità. Sono in grado, le università italiane, di gestire le inquietudini più o meno demagogiche sviluppando i necessari anticorpi? La risposta non può che restare aperta: forse tutto quello che si può dire è che, in questo come negli altri campi, l’università italiana è impegnata in uno sforzo che — nonostante le sue tentazioni di cinismo — non si può che definire eroico.

venerdì, 29 maggio 2015

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