Contrabbando di Natale

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   Le musichette natalizie hanno cominciato a tintinnare il 29 novembre (la giornata seguente, quest’anno, al rituale Giorno del Ringraziamento). Si va sempre più in fretta, e invocare la parola d’ordine—e di obbrobrio—“consumismo” (questi motivi in scatola che s’ insinuano dappertutto nell’audiosfera incoraggiano il lieve torpore che accompagna il pellegrinaggio sempre più barcollante da compera a compera) non sembra sufficiente a descrivere il fenomeno. C’è come una fretta di farla finita, di “get it over with”, come dicono qui. Abbiamo ammazzato il tacchino per il Thanksgiving Day? Bene: adesso ammazziamo il vitello grasso, il cappone, il maiale—insomma ammazziamolo in fretta,‘sto Natale.

   Nel centro  studi presso il quale passo alcune ore ogni settimana, e che si trova nell’Upper West Side di Manhattan, la festa natalizia si è tenuta  presto (appunto: un’altra formalità da sbrigare): il 4 dicembre.  Quest’anno—ed era solo la seconda volta che ciò accadeva—c’era anche un piccolo intrattenimento: un gruppo canoro di Harlem (a volte non sembra, ma Harlem comincia pochi isolati a nord del palazzo modernistico-rinascimentale che ospita il centro) ha cantato tre inni di quelli detti  “spirituali”.  Un episodio di un quarto d’ora, e poi si è subito tornati al mangia-bevi-chiacchiera; ma ha lasciato dietro di sé qualche riflessione.

   Un paio di centinaia di signori e signore bianche hanno ascoltato una dozzina di quelli che adesso debbono  essere chiamati afro-americani, avvolti in manti rossi a strisce dorate, prodursi in canti che, benché  pieni di brio e di colloquialità, erano a sfondo chiaramente cristiano: abbiamo sentito più volte la parola “cielo”— abbiamo perfino sentito la parola “Gesù”. Beh, e allora, che c’è di speciale? C’è, c’è, e il centro studi ha dimostrato qui una certa spregiudicatezza di cui gli va dato atto.  (Quando quegli stessi  cantanti si esibirono un paio di Natali or sono ci furono critiche da parte di alcuni membri …). In effetti, quella che ho appena chiamato “festa natalizia” non può più esser chiamata così:  qui si può parlare soltanto di “feste delle vacanze”.

   Insomma, l’altro giorno si sono ammazzati due piccioni con una fava: si è fatto un gesto di omaggio al quartiere povero ai cui confini s’ innalzano i palazzoni dell’università di Columbia; e al tempo stesso si è contrabbandato un po’ di Natale, ma rispettando i canoni della correttezza politica: il folklore afro-americano  smussava, rendendole  innocue,  le parole cristiane. (Sono assolutamente certo  che un gruppo di cantanti natalizi di pelle bianca non sarebbe stato ammesso.)

   Quand’ero più giovane e più francofortese, avrei fatto osservazioni assai critiche a questo proposito: infatti il netto confine—bianco/nero, cristiano/laico—che si era così venuto a creare potrebbe esser visto come una forma di degnazione, la quale  finirebbe col banalizzare entrambe le comunità ed entrambe le credenze (o non-credenze) in questione.  Ma adesso, con l’età e il senso di realismo (che alcuni potrebbero anche chiamare rassegnazione), dico: — Meglio poco che niente. La Cristianità in senso quantitativo è forse più vasta che mai, ma il Cristianesimo in senso qualitativo (per adoperare una terminologia di tipo kierkegaardiano) ha uno statuto—non sono né il primo né il più autorevole a dirlo—in larga misura residuale. Questa situazione può essere celebrata da alcuni, deplorata da altri ; a me sembra che non ci resti che viverla, di giorno in giorno (Sufficit diei malitia sua), anche se  così  l’esperienza spirituale  viene a svilupparsi  soprattutto negli angoli e nelle retrovie.

   Alla fine della cantata, la direttrice del coro è scesa dal palcoscenico e ha preso per mano—a volte dolcemente trascinandoli, per la loro timidezza—la decina di  bambini presenti (tutti bianchi tranne uno, evidentemente adottato), portandoli sul palcoscenico, e tentando di persuaderli ad unirsi all’ultimo verso dell’inno. La resistenza è stata forte e unanime ,ma alla fine la  bambina più grandicella ha preso coraggio,  ha enunziato dolcemente la frase “O giorno felice”—e sono scoppiati gli applausi più convinti in tutta la serata. Forse mi accontento troppo facilmente, ma per me è stato abbastanza, come boccata di spirito natalizio (e chi sa se sarò abbastanza fortunato da ritrovarlo,  in questa stagione).

1 Commento

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Una risposta a “Contrabbando di Natale

  1. Grace

    “…boccata di spirito natalizio…” una bellissima frase che simbolizza la soffocante e sfrenata corsa di queste feste che, e sono completamente d’acordo, hanno perso la loro anima.

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