IL VOTO “BIANCO”

   A proposito di un fenomeno che preoccupa gli Stati Uniti in modo analogo all’Italia, cioè l’astensionismo elettorale: sono usciti, nel recente numero del settimanale “The  New Yorker” (2 dicembre 2013), rivista tanto raffinata da essere al limite del modaiolo, due interventi molto diversi anzi opposti, in due ‘lettere al direttore’.  Nella prima di esse si menziona la possibilità  di adottare anche in USA il sistema australiano, dove pare che il voto sia obbligatorio e chi non vota si becchi una multa; e poi  si propone un sistema alternativo, definito “pagami per votare”, per cui ogni votante riceverebbe un accredito di un centinaio di dollari sulle tasse dichiarate per l’anno precedente. Di fronte alla proposta di queste due pessime misure  —  una che vede lo Stato in uniforme poliziesca, l’altra che lo rappresenta in veste di corruttore — arriva come una boccata d’aria fresca la seconda lettera al direttore;  di cui traduco qui di seguito la  parte centrale, nella quale l’autore si riferisce alle elezioni municipali nella sua città, un centro urbano dello stato di Oklahoma:

“Ero così frustrato dalla mancanza di scelta nella scheda elettorale che andai al seggio, firmai il registro, ricevetti la scheda, la appallottolai, e uscii. Arrivato a casa, buttai via la scheda.  Penso che il pubblico si renda conto che, al momento in cui si indice un’elezione, le scelte rimaste sono poche o nulle. E questa è una delle ragioni per cui la maggioranza dei votanti non va a votare.  Altri ci vanno, come faccio io, mossi da un certo qual senso del dovere. Di solito si grattano la testa, si tappano il naso, e votano.  Ma io credo che se ci fossero più persone che veramente pensassero alla democrazia e dessero espressione al loro senso di frustrazione, ci sarebbe un sacco di schede elettorali che verrebbero appallottolate e buttate. Forse, allora, se ci fossero più persone che ‘occupassero’ il voto, la classe politica comincerebbe a preoccuparsi un poco di più della sua capacità di manipolare le elezioni e le masse”.

Parole sacrosante, a mio modo di vedere; e, sempre a mio umil parere, aggiungo che vedo l’astensionismo oggi, in America e in Italia, come una soluzione perfettamente rispettabile, civicamente e moralmente, che va difesa esplicitamente e a testa alta. Se in Italia non è possibile portarsi a casa la scheda, e se la scheda bianca può esser troppo facilmente manipolata, e se il semplice non recarsi al seggio potrebbe essere frainteso come una forma di pigrizia—e come tale deriso dai soloni e dagli intellettuali moralisti—la soluzione  migliore sembra essere la scheda annullata, magari con una semplice frase (possibilmente non volgare). Altro che chiacchiere sulla riforma elettorale! A questo punto, il non-voto è l’unico linguaggio che la classe politica possa comprendere.

Fra parentesi, e in omaggio alla rivista “The New Yorker” cui sono abbonato, e che a volte prendo un po’ in giro ma con affetto—e più in generale  in omaggio alla maggiore professionalità, nonostante tanti difetti, del giornalismo americano rispetto a quello italiano : noto che nella maggioranza dei giornali italiani le lettere al direttore parlano alle truppe (come suol dirsi,) ovvero come ci si esprime qui “predicano ai già convertiti”: cioè chi scrive a un giornale più o meno di sinistra fa un discorsetto già orientato a sinistra, e viceversa coi giornali più o meno di destra. (La stessa cosa vale per le telefonate mattutine, in certe reti radiofoniche italiane,  ai redattori di giornali.) Nei giornali e riviste americane, invece, le lettere al direttore non si autocensurano preventivamente; di conseguenza, ciò che ha luogo è qualcosa che almeno si avvicina a un dialogo autentico.

 

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