Archivi del giorno: febbraio 21, 2013

Una terra sotto dittatura militare: l’America Latina? No, il Meridione d’Italia

di Danilo Breschi

C’era una volta a Casal di Principe, in provincia di Caserta, e purtroppo non c’è più, anche se la sua anima e il suo esempio aleggiano per quei luoghi, un prete di nome Giuseppe Diana, chiamato anche Peppe Diana o Peppino Diana. Era nato lì, trentasei anni prima, e quel giorno di marzo del 1994 fu assassinato da un killer della camorra, nel mentre si accingeva a celebrare la messa. Fu colpito da cinque proiettili: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Don Diana muore all’istante, punito per avere aiutato i casalesi onesti negli anni del dominio assoluto del clan camorristico capeggiato dal boss Francesco Schiavone, detto “Sandokan”.

A Casal di Principe la camorra era arrivata a controllare gli enti locali e quote rilevanti di economia legale. Una vera e propria cosca “imprenditrice”. Don Peppe fu assassinato per la sua azione e la sua testimonianza, culminata nel 1991 con uno scritto di mirabile forza, di splendore cristiano e di esempio per ogni laico che ami il buono e il giusto. Si tratta della lettera “Per amore del mio popolo non tacerò”, un documento diffuso nel giorno di Natale di ventidue anni fa in tutte le chiese di Casal di Principe e delle zone circostanti. Un manifesto dell’impegno contro il sistema criminale campano. Ne riporto ampi stralci perché le sue parole risuonino ancora una volta e ci aprano i cuori e illuminino ragione e volontà.

“Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori […] ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere ‘segno di contraddizione’. […] La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”.

Vi sono anche responsabilità politiche, riassumibili nella crisi dello Stato: “È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc., non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; […] l’azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”.

A distanza di vent’anni constatiamo che il fenomeno della grande criminalità organizzata dilaga ben oltre il Meridione e prospera fuori dalla penisola. La più attiva sul piano internazionale pare ultimamente essere la ‘ndrangheta che dalla Calabria è giunta persino oltreoceano, in Canada, Australia e Sud America. Ma restiamo entro i confini del nostro Belpaese. È di pochissimi giorni fa la notizia di un’operazione condotta dalla Divisione investigativa antimafia di Roma, e coordinata dalla procura capitolina, che ha portato alla luce la presenza della ‘ndrangheta nell’economia della ristorazione romana, e non solo. In tutto sono stati sequestrati beni per un valore di circa 20 milioni di euro. Tra gli indagati anche qualche consueto “cittadino al di sopra di ogni sospetto”: notai, immobiliaristi, direttori di banca, che fungevano da complici per la classica opera di riciclaggio di denaro sporco reinvestito nell’acquisto e gestione di decine di appartamenti, locali, bar, pasticcerie, situati quasi tutti in pieno centro, persino ai piedi delle mura del Vaticano.

Il fenomeno dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia della capitale, in particolare nel settore della ristorazione, è esploso dal 2000 ed oggi appare estremamente difficile sradicarlo. Nonostante queste ultime importanti operazioni, la presenza dei clan calabresi a Roma resta forte e allarmante. Questi clan sono padroni, tra l’altro, dei subappalti nei cantieri dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, esempio storico di malapolitica, la cui conclusione è stata fissata al 2013, ma ad oggi solo circa il 40% dell’intero percorso è stato portato a termine. I lavori, già intrapresi tra 1962 e 1974, furono ripresi nel 1997. Non aggiungo altro commento; troppo noto, vergognoso e doloroso il caso…

Roma, dunque, attira capitali mafiosi. Ma lo stesso dicasi per Milano e la Lombardia, come altre recenti indagini della magistratura hanno messo tristemente in luce. Il virus si sta diffondendo ed è letale. Il tessuto civile dell’intero nostro Paese è a rischio di contagio, anzi, possiamo dire che la contaminazione è già in corso.

Il contrasto messo in atto dalle forze dell’ordine, in questo caso come in tanti altri, è fondamentale. E negli ultimi anni ha prodotto risultati encomiabili. Degni della stima dei cittadini onesti. Si pensi che nel corso del 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 3,8 miliardi di euro alle mafie: il 26,6% in più rispetto al 2011. Al primo posto c’è la camorra, a cui sono stati sottratti beni per 1,3 miliardi di euro. Alla mafia sono stati sottratti 1,2 miliardi, alla ‘ndrangheta 846 milioni, e alla sacra corona unita 139 milioni. Alle altre organizzazioni criminali, anche straniere, sono stati sequestrati 301 milioni. Sempre la Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 30 tonnellate di droga e 294 tonnellate di sigarette di contrabbando.

È evidente che l’Italia non vive solo un distacco tra “paese reale” e “paese legale”, secondo una celebre distinzione introdotta già negli anni Settanta dell’Ottocento da Stefano Jacini, distacco che i recenti scandali del malaffare politico e bancario e la campagna elettorale in corso stanno evidenziando con il crescente consenso di tematiche e slogan all’insegna dell’antipolitica e della “rottamazione” dell’intera classe politica.

L’Italia vive anche una quotidiana guerra civile, che resta per ora prevalentemente strisciante per chi vive da Roma in su. Da Roma in giù è drammaticamente e pienamente emersa, e in superficie si manifesta da tempo uno scontro per il monopolio dell’uso della violenza, o della sua minaccia, quello scontro che da sempre definisce chi è Stato e chi non lo è. Un monopolio che se fosse di pertinenza di carabinieri e polizia sarebbe legittimo, perché sotto il segno della legge e del rispetto dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. Dunque un monopolio sindacabile dai cittadini, legittimo e legale, tale per cui è la forza del diritto che regola i comportamenti. Dall’altra parte, abbiamo un monopolio illegittimo e illegale, insindacabile, in cui la forza della violenza bruta impone regole di appartenenza a questo o quel clan, l’un contro l’altro armati. Ci sono eserciti “stranieri” in terra d’Italia, e l’esigenza di una nuova Liberazione affiora quale grido trattenuto sulle labbra di molti onesti cittadini abitanti delle terre martoriate del Sud. C’è una dittatura dai tratti totalitari, tant’è la sua capacità di penetrazione nella società fino a produrre l’interiorizzazione dei suoi disvalori, e il radicato consenso ad essi.

Pochi giorni fa, di prima mattina, all’ingresso della caserma dei carabinieri di Casal di Principe, il paese nativo di don Diana, è stato trovato un cartello con su scritto: “Grazie del lavoro che state facendo […] noi casalesi onesti crediamo nel cambiamento”. Come ha detto il comandante della Compagnia, Michele Centola, “questi piccoli gesti significano veramente tanto e ci danno ulteriore motivazione e forza per il lavoro che svolgiamo al fine di liberare queste terre in cui vive tanta gente onesta”. È da qui che dobbiamo ripartire: le istituzioni riacquisteranno fiducia se mostreranno coraggio e impegno fattivo nella lotta senza se e senza ma alla dittatura mafiosa. I cittadini dovranno allora dare tutto il loro sostegno, sicuri di una protezione nel nome della legge.

Riponete però ogni speranza fino a che non compariranno forze politiche di rilievo nazionale, capaci di guadagnare cospicui consensi elettorali, le quali porranno al primo posto la “questione delle questioni” nazionali, ovvero la lotta senza quartiere alle mafie per il pieno, totale ripristino del dominio della legge su tutto il territorio italiano, a partire da quelle regioni del Mezzogiorno da sempre presenti nella vuota retorica della classe politica. La guerra alle mafie va pretesa come primo improcrastinabile punto dell’agenda delle cose da fare e risolvere una volta per tutte.

Niente di nuovo dal fronte meridionale? Allora, non aspettatevi niente di niente per un futuro più roseo nel resto d’Italia. Ci sarà solo il nero della piovra mafiosa con i suoi lunghi paralizzanti tentacoli dispiegati sull’intera penisola. È però anche vero che l’inchiostro nero è espulso dalla piovra quando viene attaccata. Ciò significa che potremmo anche esser disposti a sopportare un po’ di sere nere nel presente, se ciò fosse preludio del godimento di molte mattine rosee nel futuro.

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