SCHEDA #2

Gli unanimi

Un’organizzazione di docenti italiani all’estero sta preparando a Napoli dal 21 al 23 maggio 2009 un convegno su “Il destino della democrazia: Relativismo e universalizzazione”. Invitato a organizzare una tavola rotonda in quell’ambito, ho proposto il tema: “I racconti della democrazia”,  che ha ricevuto  numerose proposte di relazioni ; leggendone  però i titoli e gli estratti, mi è parso di veder sorgere la possibilità di un equivoco. Usando il termine “racconto”, infatti, volevo  evocare qualche cosa di fittizio, qualche cosa sul quale è lecito anzi necessario nutrire sani sospetti; volevo insomma suggerire che la categoria del “racconto” è quasi altrettanto ambigua di quell’altra  categoria fragile : “democrazia”.  Ma per il momento mi sembra che la tendenza predominante nelle relazioni annunciate sia quella di analizzare casi i cui valori  siano presentati come indubitabili ed edificanti.

Le molteplici sfaccettature degli interventi effettivi  dimostreranno assai probabilmente che ho torto in questa previsione. Ma vorrei spiegare che la mia preoccupazione non è una pedanteria.  Stiamo vivendo un momento difficile per  le scienze umane negli Stati Uniti, o almeno per quel settore di esse che è l’italianistica moderno-contemporanea:  in tale ambiente,  quell’aspetto essenziale del sistema democratico che è il dibattito fra idee veramente diverse risulta in piena crisi, e vige una sorta di pensiero unico. Per esempio, il convegno recentemente concluso in una delle maggiori università nell’area di New York, e intitolato “Denuncia: Speaking Up in Modern Italy” ha avuto  il merito se non altro di portare abbastanza  brutalmente alla luce quello che in altri casi, pur essendo presente, non è immediatamente evidente. Il programma del convegno spiegava che esso “interroga le dinamiche del potere, adottando vari registri di protesta: opposizione, disapprovazione, critica, condanna e attivismo”. Si sarà notato che l’unico termine che rappresenta il mondo della ricerca (“critica” ) viene  sepolto tra parole che descrivono più appropriatamente un comizio, così che anche questo termine rischia di essere degradato: da  critica nel senso di  “analisi dialetticamente articolata”  a critica nel senso di  “giudizio negativo, biasimo, censura”.

A questo punto, per non imitare il tono un po’ troppo  ovvio  di quel convegno che assomigliava piuttosto a un congresso politico,  non menziono nemmeno il nome della personalità appunto politica che è servita  da icona-bersaglio; tanto, lo si sarà già capito benissimo. Ma proprio questo è (dovrebbe essere) il problema: i cosiddetti dibattiti, simposi e simili in cui si capisce subito come andrà a finire, non solo sono poco democratici, ma rischiano di non essere nemmeno divertenti.

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