L’uomo che perse una Pasqua, #2353

#2353: North Branford, 10 gennaio 2008

Alla fine della messa nella Chiesa sulla Collina il sacerdote ci ricorda che oggi è la Giornata Mondiale del Matrimonio, e chiede a tutte le coppie presenti in chiesa di alzarsi e rinnovare le loro promesse matrimoniali, rispondendo a una sua lista ritualizzata di domande. L’effetto sonoro è interessante: la coralità delle risposte alle domande del sacerdote è frammentata dalla indispensabile discordanza quando ogni singola coppia riempie con i propri nomi lo spazio di silenzio lasciato dall’officiante. Tutto ciò dura pochi minuti, ma l’eco spirituale persiste.

Ascoltando questa piccola coralità discordante provo in forma più chiara un sentimento che mi visita quasi regolarmente, quando partecipo alla messa nella Chiesa sulla Collina: un sentimento che definirei di dolce esclusione. In questa congregazione le famiglie sono numerose e orgogliose – orgogliose di se stesse come famiglie. Ciò mi esclude; ma sento che qui, in un ambito religioso, questa esclusione non è, per così dire, esclusionaria. E’ essa non è solo giusta, ma misericordiosa: mi “mette al mio posto”, ma senza asprezza o polemica. Mi colloca, cioè, in quella che credo resterà la mia posizione per il resto dell’esistenza: un posto di penitenza, non di punizione – un luogo di contemplazione precativa (prayerful), dai margini.

Quanto a quel rinnovamento dei voti matrimoniali, sento che debbo ri-appuntare e sviluppare un pensiero che avevo già espresso da qualche parte [in a una poesia del mio libro Piazza delle preghiere massacrate pubblicato nel 1999 dalle Edizioni del Laboratorio, e anche in alcuni messaggi elettronici più recenti rivolti ad amici]. È un pensiero che io stesso ancora non comprendo chiaramente, ma sul quale appunto per questo continuo a ritornare: il pensiero dell’Ottavo Sacramento. Se il matrimonio è uno dei sette sacramenti, a me pare che la famiglia meriti e necessiti di essere aggiunta come una appendice semi-autonoma, come sacramento laico e aggiuntivo – l’ottavo, dunque. La famiglia è come uno stagno o acquitrino che si allarga intorno a quella sorgente che è il matrimonio – e non parlo certo di stagno o acquitrino in modo dispregiativo (penso in effetti all’inglese wetland – parola più tranquillamente descrittiva ).

La famiglia è un terreno molle, delicato – un terrain vague – un terreno senza certezze e con molti compromessi – un territorio che richiede un’immensa pazienza. Nel mio rispetto per tutti i sacramenti, ammiro anche la loro possibile aggiunta laica: la famiglia come ottavo sacramento.

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